19/05/14

Il momento seguente come ultimo desiderio


Mi arriva dagli Stati Uniti un disco introvabile del contrabbassista Heiri Känzig, “Grace of gravity”, con Thierry Lang al piano, Charlie Mariano al sax alto e soprano, Alfredo Golino alla batteria. Disco molto intenso, dai suoni profondi, con Känzig sugli scudi. Disco che ascolto subito dopo “Unison” di JF Jenny-Clark, dal quale devo sempre riprendermi. Perché mi scuote, a modo suo mi commuove, e mi regala quel sentore di possibilità che altre musiche e altri contesti mi negherebbero di certo.

Mentre ascolto il quartetto di Känzig, mi viene da pensare, il domani che supponevo è già diventato ieri. Non so bene come sono arrivato a questa età, in che condizioni, e con quali parti realmente integre. A quarantadue anni ti considerano ancora giovane, soprattutto come scrittore, ma come persona hai alle spalle un numero rilevante di esperienze e di incredulità. Che non si sono verificate invano, hanno inciso, hanno modificato, hanno condizionato. Hanno parlato di te, quando tu non avevi le parole giuste. Sono quarantadue anni che tornano spesso di notte, dissezionati, svuotati ma custoditi, presi a sberle ma vestiti per il gala che verrà certamente rinviato.
Mi stanno crescendo i capelli e ho spazzato via la barba, con l'effetto di sembrare più ragazzo, ma non è quel che cerco. Non indosserei più una t-shirt con l'effigie di qualche musicista che amo, sono invecchiato. Non corteggerei più una donna per estenuazione di delusioni precedenti. Non augurerei più buona giornata al mio peggior nemico, ad un certo punto si deve essere chiari e coerenti. Non potrei più giurare di aver fatto davvero tutto quel che volevo. Non era vero, non è mai stato vero, che volevo smettere di fumare. E non era vero, non è mai stato vero, che avrei voluto fare parte di un credo, di un sistema organizzato, di una situazione sperimentata, ha vinto sempre l'anarchia perché lo desideravo, lo speravo.
Quando entro in una libreria non spero più in un libro che mi cambi la vita, sarebbe da sciocchi. Quando parlo, non credo affatto di poter raggiungere il cuore delle persone. È una pretesa da buffoni. E nemmeno quando scrivo. Perché spesso, infatti, chi mi dice che una mia nota ha colpito nel segno mi segnala un potenziale senso al quale magari non avevo nemmeno pensato.
E poi. E poi, ho smesso di pensare che negli orgasmi ci si azzera. Fosse vero. Non è così. Un nuovo orgasmo è come costruire un attico senza permessi, senza licenza, estemporaneità di una certa voglia di eternità, ostinazione al fuoco.
No. Non raggiungo il cuore delle persone. Sono una porzione di vento e non mi illudo di essere altro, o di custodire chissà quali altri poteri. La seduzione è un magnifico profumo, ma quando sarò vecchio non sentirò più un cazzo, e mi dannerò per qualche mese, poi mi darò ad annaffiare le piante all'imbrunire come molti vecchi.
Per quel tempo, non sarò nemmeno in grado di reggere la violenta instabilità della mia anima e delle mie voglie, e mi sentirò più impotente di un vero impotente. Quasi certo che non saprò cosa farmene delle preghiere di chi vorrà ritardare la mia scomparsa, e quelle preghiere saranno una nuova concezione della rabbia.

Vai a scegliere dei nuovi guanti, dei nuovi pantaloni, una nuova camicia. Così l'apparenza cambia le sue utilities. Vestiti che si accorderanno meglio con il tuo sorriso. Che tu non riconosci mai, e di cui ti parlano gli altri, quasi convincendoti.
Esci dal negozio e ti senti rinfrancato per un'ora: “appaio nuovo”, ti dici, ma te lo dici distrattamente.
Ai funerali hai imparato a stringere forte la mano di chi devi, e a non disperdere rabbia e impotenza in giro, sentimenti bassi, di colore scuro e senza reale densità, inutilizzabili al primo rodaggio.
Accetti che essere amato significa anche permettere a qualcuno di parlare di te come tu non hai fatto e mai farai.
Ed è cambiato anche come gestisci l'insonnia: non la fai scontare a chi ti è accanto, non rompi i coglioni, non ti fai in quattro solo per insinuarti un dubbio in presenza di chi si sentirà poi impotente e demotivato.

Quando finisci di scrivere, tu uomo, tu scheggia, sai che non hai creato nemmeno una briciola d'eternità. Raggiungerai sì qualcuno, ma le tue ali hanno striature nere non visibili ad occhio nudo, non sei in un film, non sei un lieto fine, non sei innocente, lo sei stato a stento per un anno e mezzo.

Mio padre era un uomo molto sensibile. Di gusti raffinati, quasi sentimentali, si perdeva ogni qualvolta il male sembrava più forte del bene, anche in una sit-com, in una disputa tra parenti, nelle parole del suo unico figlio. Non voleva raccapezzarsi del male. Mai. La mancanza di gentilezza di tante cose della vita lo feriva. La crudeltà dei legami finiti e spezzati lo tramortiva e lo zittiva. Non provava sentimenti invadenti di rabbia, competizione e vendetta. Sono certo che avesse capito quanto nero seppia mi portavo dentro, quanta ribellione frustrata, quanto amore inutile mi mettesse a soqquadro ogni giorno.
Quando ero poco più adolescente e iniziavo ad accompagnarmi alle prime ragazze, mio padre pensava che la frizione interiore di suo figlio avesse trovato requie. Ed io lo smentivo puntualmente. Si può dire che più amavo, o cercavo di farlo, più mi fottevo. Più lui non capiva. Mi dispiaceva dargli inquietudine. Ci incontravamo alle cinque del mattino in cucina, come ho più volte scritto. Lui si svegliava ed io tornavo. Non ci dicevamo una parola. Gli stampavo un bacio in fronte, e dopo il caffè provavo a dormire, sacramentando, dannandomi, già incerto di qualche ricordo recentissimo e bruciante. Cercavo di innamorarmi e di bruciarmi un giorno sì e l'altro pure. Non ero stabile. Una porzione assurda e disorientante di desideri contraddittori. Caos e ordine, piacere e penitenza, angoli remoti da custodire e violenza, tutto troppo per lui e per il suo bisogno di dolcezza. L'ho fatto soffrire, sono stato uno stronzo, ma era più forte di me.
Iniziai una relazione con una donna più grande di me di sedici anni, glielo raccontai. Mi interruppe bruscamente: “Non voglio sentire niente, sono fatti tuoi”
Aveva voglia, forse, chissà, di conoscere una ragazza educata e per bene, una ragazza che potesse ricordargli le donne che gli erano piaciute da giovane, una donna con delle belle mani e con la voce rigorosamente bassa. Ma io giocavo a farmi male. Andavo verso la sofferenza e non verso le supposte sicurezze. Sempre la stessa malnata solfa, vocazione all'autodistruzione.
Titanismo sentimentale”, mi irrise una mia partner, molti anni dopo. Che coglione, vero.
Inoltre, mio padre non apprezzava affatto la mia sciagurata propensione verso donne già impegnate, lo trovava disgustoso e immorale. Non comprendeva il senso di sfida e di luridume che mi muovevano, e che negli anni a venire mi avrebbero portato più volte ad essere isolato come un appestato. Aveva ragione. Ero un pezzo di merda, ma il mio unico scopo era sfiorare e poi morire. Morire ogni volta, senza una sola stilla d'amore e una frase sdolcinata del cazzo da custodire nella memoria.
Stimavo mio padre per la sua pulizia di pensiero e di intenti; per questo mi piaceva stargli accanto in silenzio.
Nei nostri sguardi al mattino c'era però molta comprensione, più di quella che mi sarei mai immaginato. Io sapevo che lui aveva bisogno di pace. Finalmente di pace. Potevo contribuire. Lui sapeva che io bruciavo, che bruciavo nonostante i tentativi dell'intelligenza, che niente mi bastava e quel poco che riuscivo a conservare l'avrei comunque sbranato.
Non gli feci più confidenze intime. Lui non mi chiese mai. Era un nostro tacito patto: le mie sabbie mobili me le sarei gestite di notte e al buio, con lui addormentato, con lui tranquillizzato.

Oggi, 19 maggio, non mi sono specchiato neanche una volta. Della mia faccia ne ho abbastanza. Delle mie mani pure, e anche della grande voglia di distinguermi dalle mie paure. Mi piacerebbe tanto regalare dei fiori ad una persona anziana, per omaggiare la bellezza che è stata, per darmi un senso, per riconoscere qualcosa a qualcuno, per mettere a stecchetto questa fame di veleno, di stelle, di note e di decadenza, per mettere a tacere il vizio dell'assenza di tracce e degli oggetti da rimuovere.
Forse, avrei dovuto semplicemente regalare un mazzo di fiori a mia madre, e scusarmi per la bruttezza della mia impazienza, per la disarmonia di un'anima che si vede bella solo in stato d'emergenza, di veglia e di ultimo desiderio.
Ho quarantadue anni.


LdP, 19 maggio 2014

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