03/05/14

Il fighetto da dodici libri e 2'24'' di performance


L'automiglioramento è masturbazione, invece l'autodistruzione...
Fight Club

Ostentazione e facciata.
Ci passo sopra spesso per non rovinarmi il fegato. Tralascio, ma noto. Tralascio, ma metto sul conto.
Essere raffinati e fighetti non è proprio la stessa cosa. Proprio no. Non ci passo sopra, ma comunque tralascio. Detesto qualsiasi forma di ostentazione. E, decidendo di essere sincero, devo ammettere che forse detesto ogni regola sperimentata del vivere civile. Non ho mai sopportato le regole, dalla culla in poi. Non ho mai accettato la scelta del buonsenso. Ho sempre mal tollerato le mollezze della reciprocità di favori e gentilezze, il do ut des in punta di culo, l'opaca brillantezza di quelli che non hanno mai dovuto sudare, i modi affettati ed estenuati degli ossessionati dal benessere.
Il loro benessere non mi appassiona e non mi interessa. Lo rifiuto. Lo rispedisco al mittente, quando mi arriva sotto forma di briciole ed amicizia a mezzo servizio. Se la tranquillità e i gesti lenti dei buoni arrivi è davvero così noiosa, allora voglio fottermi, voglio crepare a modo mio.
Ostentazione, la diarrea perpetua delle anime in vetrina.

Il paese del “me la canto e me la suono”.
Il paese dell'aiuto in cambio dell'aiuto. Il paese del “c'ero anch'io, non mi si vede in foto?”
Il paese del “non so fare un cazzo, ma sono stato bravo ed ora eccomi qui”. Il paese dove bastano dieci libri letti per poter avere la sventatezza di qualificarsi come colti, il paese dove i giovani scrittori si vantano di non avere le basi e di fottersene pure.
Il paese dove un qualsiasi negozio che abbia dei libri in una cesta e venti cd a muro viene scambiato per un “punto di riferimento culturale”. Un paese dove certi agenti letterari sembrano dei lenoni in procinto di spiegarti chi te lo può ciucciare meglio. Un paese in cui il primo maggio diventa solo il giorno di un concerto televisivo anche loffio.
Un paese in fondo ancora retrogrado, in cui il fine continua a giustificare i mezzi, e il folklore più deprimente viene spacciato per tradizione.
Un paese dove la sinistra non esiste. Un paese in cui il popolo crede agli eroi in differita, si appassiona ai grandi delitti irrisolti, porta avanti grottesche istanze separatiste, perché in fondo il sud del mondo continua a fare paura agli ignoranti.
La nausea è un formicolio persistente tra gomito e polso, rende legnosi i miei movimenti e accende la spia della fuga annunciata.

Il fighetto che ha letto dodici libri fa il galletto tra una cospicua rappresentanza di donne-infermiere. Incredibile come donne anche intelligenti e sensibili cadano nel noioso inganno dei gesti lenitivi. Il fighetto che ha letto dodici libri io lo conosco. È un cacasotto, se lo è sempre fatto in mano con le sue paure fritte, è un inetto che fa rumore e ha gli occhi di un cerbiatto poco dotato sessualmente. Non vale un cazzo, ma la sua calma -che è frutto solo di terrore di vivere- attrae le stupide e le deluse che hanno deciso di ricominciare in qualche modo.
Quando incontro l'ometto che ha letto dodici libri e ne parla per trentasei, mi viene sempre in testa che sarebbe carino (“carino”) spararsi in bocca davanti a lui, per rendere le sue ansie un incubo, e per fargli capire che il male non si può evitare, e nemmeno rinviare chiudendo gli occhi a comando.
Il fighetto che ha letto dodici libri si scusa con le sue compagne di letto perché dura due minuti e ventiquattro secondi, e le sue erezioni non sono mai soddisfacenti. Ogni volta tira in ballo l'emozione del momento, le difficoltà dell'esordio carnale, poi scompare dalla circolazione per un po', in attesa di essere costretto a donare altri 2'24'' alla prossima.
Il fighetto che ha letto dodici libri non pensa mai alla morte, non pensa mai al fallimento, si attornia di amici per trovare un senso, non è capace di passare una sola serata con se stesso, ascolta quello che secondo lui lo rende elegante ed imita l'amico più brillante del quale è segretamente innamorato, come lo era di suo padre, che però durava qualche minuto in più.
Il fighetto che ha letto dodici libri mi tratta con simpatia, mi trova esotico, il mio “simpatico nichilismo” lo diverte, ma non dividerebbe mai un panino con me. Ed io con lui. Forse avverte la differenza: lui è un uomo, io sono un maschio. Che è sostanzialmente diverso.
Il fighetto che ha letto dodici libri mi presenta la sua nuova ragazza, che dev'essere una rompicoglioni professionista, con la puzza sotto il naso, ricca di famiglia e abituata ad essere riverita. La compiango, mentre le stringo la mano che lei mi porge molle ed annoiata. Sai che non godrai con lui? Non ti farà venire. Non ne è capace. Gli potrai fare pure qualche gioco di bocca particolarmente insolente, ma non servirà. Questo è uno che spruzza, poco e male, solo in case molto pulite e curate dove c'è un buon odore e una buona tradizione da rispettare. Condoglianze, faresti meglio a scegliere un buon libro di qualche scrittore italiano da attico.

Dopo l'incontro con l'improbabile coppia, sento l'esigenza di farmi una doccia calda, con le mani appoggiate al muro, come se dovessi subire un'ispezione rettale. Devo scaricare scorie e tossine. Devo cacciare il polipo d'inchiostro che sta diventando veleno, devo smaltire il profumo stucchevole che ho avvertito attorno al collo dell'uomo da dodici libri.
Molto meglio fare l'amore in case diroccate. Molto meglio prendersi senza pensare a niente. Molto meglio morirsi addosso e avere l'esperienza necessaria per non piangere.
Per anni e anni ho implorato di non affezionarmi a nessuno. Per anni e anni ho chiesto questa grazia, ma era impraticabile. Per anni ho studiato come bruciare le radici e ora me le ritrovo come sciarpe che mi tolgono il respiro e mi fanno sentire stupido.
C'è stato un momento in cui riuscivo a riempire le giornate solo aspettando la sera, e poi entrando in nuove case, le luci, le cene di conoscenza, l'accortezza dei primi approcci, i sogni lanciati in acqua come esche per Loch Ness della felicità, mai visti, mai fotografati.
Mi bastava non affezionarmi per non patire troppo l'eccesso della vita.
Ma ho fallito. Non potevo fare altro. Pagherò a rate, ma gli interessi aumenteranno ad ogni mio respiro di sollievo.

Sono le 6e42 del mattino e nelle maglie della notte è rimasto l'aborto del mio sonno. Anche stavolta, solo tre ore.
Guardo le mie scarpe per terra. I cd sul mobile dello stereo. I miei appunti li ho fatti sparire. C'è ordine nelle mie cose, ma non dentro di me, ed è tipico.
Provo a seguire percorsi lineari di comportamento e di pensiero, ma c'è rumore di ferro e di scintille, perché anche quando il treno fila e spunta il sole io sento che qualcosa deraglia, verso il mare, verso l'acqua gelida e ignota, verso il suono inudibile, verso il richiamo spettrale di un altrove senza colonne portanti. Una piccola maledizione in miniatura.

Come si sveglierà l'uomo da dodici libri, invece?
Almeno tra cinque ore, e certo meno stropicciato di me. Gli profumerà il petto e forse pure il cazzo. Non avrà un capello fuori posto e le sopracciglia saranno impeccabili come quelle di uno shemale d'esperienza.
Non credo che abbia premura di riscattarsi cadendo, come nel mio caso. Non credo che si preoccupi di avere un senso. Beato stucchevole figlio di puttana. Io per lui sono il nichilista aloha, sono il malmostoso, sono il malinconico dalle belle parole. Lui è la mia nemesi e non posso metterci rimedio. Lui e i suoi fottuti 2'24'' di rischio calcolato. Lui e la sua velocità di crociera nell'ondulare in una propaggine della sua stessa vanità.
Io non sento il senso e continuerò a cercarlo. Io non sento il senso e mi ammazzo di scrittura e di insonnia. Io non sento il senso e mi capita di dilaniarmi per la sola idea dell'amore e per la concretezza sfuggente della musica e di altre poche bellezze. Io non sento il senso e per questo sono una scommessa. Una malmostosa scommessa a pelo d'acqua, nelle piccole fontane di giardini troppo grandi.
Mi piace scommettere quando so di perdere. Mi piace estinguere i debiti a modo mio. Mi piace attrezzare l'insonnia secondo il gusto degli assenti.

Ormai è giorno. Mi sdraio sul letto, chiudo gli occhi. Al piano di sopra fanno colazione e qualcuno è al cesso. Metto un brano che mi porta sempre lontano, “Take a pebble” di Emerson, Lake&Palmer. Le note al basso di Greg Lake sono perfette.
Le streghe si rifanno il trucco, diventano le comparse di mezzogiorno e mi sfioreranno per strada, distrattamente.

Luca De Pasquale, 3 maggio 2014

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