30/05/14

Dischi, libri? Meglio tante patatine


Allora pensai e ripensai e poi pensai ancora un po'. E infine presi una decisione. Decisi che non sapevo cosa cavolo fare.
Jim Thompson

Il mio ex cliente Uccello Teucro mi dà la morte. Vuole da me dei cofanetti di John Coltrane, e vuole pagarli cinque euro.
“Non di più”, dice, “perché non sono così fesso da pagarli tanto”.
Mentre lui parla, io occhieggio verso l'alto. C'è una donna su un balcone con un vestitino corto. La donna è intenta a parlare con un probabile tecnico di caldaia. Il vestito è sexy e la postura anche di più. Noi fumatori ci accorgiamo più degli altri di quel che accade in alto, perché quando cacciamo parte del fumo catturiamo anche scaglie di cielo e di vertigine.
Uccello Teucro mi racconta di come è riuscito a conoscere Robert Fripp dei King Crimson dopo un concerto in Belgio; sinceramente non me ne chiava un cazzo, per quanto io ami i King Crimson, ma va benissimo per temporeggiare sotto quel vestitino sexy.
Se fossi il tecnico della caldaia, avrei certo le palpitazioni; ma non avrei la visuale di ora, quindi la cosa è livellata.
Uccello Teucro continua, continua, continua: Genesis, Pink Floyd, Eric Clapton, Neil Young, Rocky Erikson, Scott Walker, Lou Reed. D'accordo, lo so che vuoi dimostrarmi che conosci il rock. Ora però taci, anche perché la tipa è purtroppo rientrata in casa.
“Comprerai il cofanetto americano dei Beatles?”, chiede Uccello Teucro.
“No”
“Come mai?”
“Ho un arretrato spaventoso di discografie da completare, sto comprando titoli di East Of Eden e Gentle Giant, non credo che il cofanetto dei Beatles possa andare fuori catalogo, almeno lo spero”
Vuoi mettere i Beatles ed i Gentle Giant???”, puntualizza lui, saccente.
“Sono solo punti di vista, Uccello. Io preferisco i Gentle Giant, te lo dico
“Bestemmia”
“Okay”
“Stai mandando dei curriculas in giro?”
Curriculas? Sarebbe un buon nome per una band post rock.
“Ho inviato numerosi curriculas in giro, niente”
“Eppure sei qualificato, ne capisci molto di musica e di libri”
Che gentile.
“Ti ringrazio”
“Mi mancano i tuoi consigli”
“Ti ringrazio”
“Ti auguro buona fortuna”
“Ti ringrazio”
Saluto Uccello Teucro ed emigro. La donna con il vestitino è definitivamente rientrata, sono alla seconda Camel in venti minuti, devo stare attento alla salute, me lo hanno detto più volte.
In città, negli ambienti più evoluti, c'è aria di scandalo perché ha chiuso l'ennesima libreria storica e continuano ad aprire a getto interrotto “patatinerie”. Direi che buona parte della gente ha quel che si merita, un mare di patatine, un oceano di maledette, fottute patatine unte e nocive.
Però ci si indigna più per le librerie che per i negozi di dischi. I libri fanno più effetto dei dischi. I libri sembra abbiano più a che fare con fatti di coscienza e cultura, mentre in Italia i dischi danno sempre l'idea di un hobby maniacale o poco più.
Un disco per me è un oggetto prezioso quanto un libro. Tutto questo blaterare di “cultura che viene meno” spesso proviene da persone che non acquisterebbero mai un libro scritto prima del 2000. Come del resto le geremiadi per la fine dei negozi di dischi, spesso condotte con foga da collezionisti di mp3 del cazzo.
Un libraio, anche il più mediocre, oggi può accodarsi alla carovana d'indignazione per la deleteria sparizione delle librerie dal tessuto cittadino; un venditore di dischi è solo carne da macello, un oggetto obsoleto, un ricordo adolescenziale e sbiadito.
Io i libri cerco di scriverli, ma sono un venditore di dischi professionista. E ne vado fiero, anche se non serve. Non mi sono reinventato ragazzotto addetto ai videogiochi, triste consigliori di cavi o dissimulatore di nozioni sulla fotografia sottomarina. Con il multiskilling delle multinazionali mi ci lavo il culo.
Napoli, città anche di patatine fritte, patatine fritte ovunque, e luogo deputato per piagnistei che non devono uscire dallo steccato, il disco è morto perché tanto si può scaricare, “io lo ascolto lo stesso, che me frega?”.
E se proprio devi comprare un disco vero, aspetta che ti preparo un cocktail di scampi e quadrifogli, e guardati quelle quattro fiche che chiacchierano davanti ad una birra, e presentami quel tuo amico scrittore che farà un reading insopportabile sulla forza della solidarietà e sul collettivo di belle teste da far quadrare. Mangiatevi tante patatine, tanto non diventerete come Siffredi, ma questo è risaputo.

Molte persone con me confondono le cose, perché scrivo ed è notorio che amo la musica più di altra cosa. Cercano di capire come la penso al riguardo. Ma io non penso. La priorità è pagare il fitto a fine mese, considerato anche che non percepisco la pensione affettiva di mammà e non c'è zio Chionzo che mi regala tre o quattrocento euro al mese.
Se apre un nuovo locale suggestivo, a me non frega un cazzo. Idem se fanno concerti di musica da camera in un convento o se l'ennesimo scrittore/coraggio scrive quattro menate sulla camorra e sulla sempre troppo sponsorizzata rinascita napoletana. Mi interessa di più il commesso che è sommerso di debiti e sta perdendo i capelli, la cinquantaseienne che gioca a fare la puttana perché non accetta la vecchiaia, l'omosessuale che può fare finalmente coming out perché i suoi genitori sono morti, il padre di famiglia tartassato da suoceri petulanti che si prende la sua ora d'aria andando a farsi succhiare l'uccello dietro lo stadio la domenica sera.
Mi interessano questi casi, non lo sparapose figlio di papà che dopo una doccia e una schidionata di whatsapp scrive qualcosa di prossimo all'indignazione civile sul social network in turno.

A casa, mattina di pioggia. Temo sia una delle ultime, poi il sole ci renderà tutti sovraesposti.
Ascolto i Back Door. Sublimi, con Colin Hodgkinson al basso. I grandi talenti hanno spesso poca fortuna.
Ho acceso la ventola nel bagno e si è spento il televisore. Ho messo il cellulare in carica e il fornello elettrico è andato in tilt. Questa casa è un corto circuito continuo. Come me.
Ho ricevuto la solita telefonata commerciale.
“Dottor De Pasquale! La stavo cercando da giorni...”
“Con chi parlo, scusi?”
“Sono Ettore della banc...”
Banca? Ma dai. E poi non sono il “dottor” De Pasquale. Non sono laureato. Non ci sono andato nemmeno vicino. Non sono laureato anche se riesco ad esprimermi nella mia lingua. Non sono pentito. Per niente. Come non sono pentito di essere uno dei pochi “maschi” senza patente. A quelli che mi hanno massacrato il cervello con la scontata frase “l'auto ti dà una grande libertà”, ho sempre risposto che se quella è la migliore delle libertà allora siamo proprio nella merda.
Valutami per quello che ho nel cuore, nell'anima, in testa, e se ti va anche per quello che ho tra le gambe. È molto più sano e meno ipocrita dell'obbligo di aver compiuto i passi giusti e tradizionali, comunione, festa dei 18 anni, patente, laurea, veglia dei morti di cui non ti frega, preservativo prima del matrimonio e poi tutto dentro per il bambino che tutti salverà, rispettare gli amici, gli amici degli amici, i conoscenti del partner, i parenti dell'amico che ti serve, qualche messa la domenica senza ricordare le parole, non desiderare la donna d'altri, non rubare, vota non per ideologia ma per utilità.

Incontro Clelia, che è una bella ragazza diventata madre qualche anno fa e ora completamente cambiata. In passato, ci siamo piaciuti per mezz'ora. In quella mezz'ora avevo sentito voglia di fare l'amore con lei; una voglia che non è più tornata. Ora ci parlo e non la immagino più godere sotto di me. Questa cosa è atroce. È una di quelle donne la cui forma delle labbra si presta bene al socchiudersi durante il piacere. Ha anche dei bei denti bianchi e regolari; eppure non la immagino più durante l'orgasmo, e questo è il segnale che sono cambiato, che potrei scrivere un maledettissimo libro new age, simulando qualche illuminazione da indigestione.
Mi sento colpevole e stupido a non figurarmi la libertà sfrenata del suo piacere, la sua voglia di un uomo che la faccia sognare per sedici minuti preliminari inclusi, quindi la ascolto con una bonomia impotente che mi fa piuttosto schifo.
Mi dice: “Hai visto, ha chiuso anche...” e mi cita la libreria che ha abbassato le saracinesche in questi giorni.
“Brutta cosa”, rispondo, e mi sento brutto, noioso, ondivago, scarnificato.
Per questa donna, tanti anni fa, ho costruito delle fantasie, magari mi sono anche toccato, e ora eccoci qui a parlare delle diaspore culturali cittadine.
“Si chiama crescita”, mi direbbe uno dei tanti supplenti del savoir vivre in circolazione.
Non si chiama crescita, è modulazione di fiamma, è cambio di spacciatore e nient'altro.
Le dico che sono schifato dall'apertura delle patatinerie, e che questo è ad occhio e croce un paese fottuto. Conveniamo su queste mie affermazioni.
Lei tornerà ai suoi figli, io alla mia andatura da detenuto rimesso in libertà, dopo la parziale riconsegna degli effetti personali.
Non c'è nulla che sia new age in tutto questo, e nulla che mi spinga a mangiare quelle fottute patatine.

Luca De Pasquale, 30 maggio 2014

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