09/05/14

Chet, Jean-François e la bellezza


A costo di risultare ripetitivo. A costo di.
Oggi vado nell'ultimo negozio di dischi rimasto a Napoli, dove lavora chi ha condiviso con me i primi anni di questo meraviglioso e disgraziato mestiere, e finalmente mi decido a ricomprare “Broken wing” di Chet Baker, inciso il 28 dicembre 1978 a Parigi, con una formazione che includeva Jean-François Jenny-Clark.
Traccia due, “Black eyes” di Wayne Shorter. Non posso aggiungere altro, se non affermare il desiderio di farla andare in mio onore quando non ci sarò più. L'accompagnamento di Jean-François è di una tale profondità che le parole non possono descriverne la portata e gli effetti; in più il suo solo è qualcosa di semplicemente divino. Probabilmente, riascoltare questa traccia è stata la più concreta dimostrazione che posso ancora perdere la testa per l'arte.
In tutto il disco (che in supporto cd costa uno sputo, poco più di sette euro) Jean-François è gigantesco, con una padronanza strumentale sconvolgente ed un feeling magico, ma in particolare in “Black eyes” raggiunge vette di poesia e di canto dello strumento che raramente mi è capitato di ascoltare.
Per uno come me, il massimo: la fusione dell'uomo e del contrabbassista in un solo flusso di suono, in un ricamo di devastante bellezza. Qui non si discute di complessità o fascino di una partitura e di un'escecuzione, si parla piuttosto della trascendenza nell'approcciare lo strumento e il suono. Ci sono quintali di contrabbassisti che mi emozionano molto e mi regalano attimi intensi, ma nessuno ha mai toccato le stesse corde, è proprio il caso di dirlo, di Jean-François. Perché sentirlo suonare è come ritrovare un padre, è come ascoltare una voce che si è sempre conosciuta ma mancava. Forse possiamo parlare di venerazione, e in questo caso ben venga: la musica di JFJC può spiegare molto più di qualsiasi mio libro l'idea che ho della bellezza e probabilmente della passione.
Consiglio questo disco a chiunque non detesti visceralmente il jazz; c'è comunque un sensibilissimo Chet negli anni della maturità, l'incisione è accettabile, ma qui Dio è incontestabilmente Jean-François Jenny-Clark. Punto.
Durante l'assolo di piano di Phil Markovitz la sua cavata leggendaria, il registro grave e volatile allo stesso tempo, è più di un miracolo, è la musica. Poco più di sette euro per questa meraviglia, ma mi raccomando di acquistarlo in un vero negozio di dischi. Ne sono rimasti pochissimi, fanno resistenza, altrimenti si tratta di piccole grandi fogne seriali o stuzzicherie insulse dove comunque non è il jazz che regola.

Anche io sto facendo resistenza. Attiva e passiva. Contro la stupidità, il conformismo diffuso, lo sprezzo della cultura e dell'arte, contro l'istanza manesca di mettere da parte i sogni per pensare alla pagnotta. Mentre mi innamoro continuamente del jazz, del contrabbasso, dei libri che scovo su polverose bancarelle, mentre cerco di non imbruttirmi con inutili modifiche estetiche e decadente puttanismo psicologico, chi si arricchiva continua a farlo e chi non ha arte né parte pubblica libri molto pubblicizzati. Così va. Non bevo olio di ricino per questo. Il mio fegato non si ingrossa per tutto ciò che devo faticare quattro volte la media. Sono in parte responsabile e non vado piangendo. Sono anch'io, nella mia piccola dimensione privata, un individuo discutibile. Come tutti.
Davvero come tutti. Gli eroi sono solo uno sbavo della fantasia terrorizzata dai vuoti.
Ma sono lieto e felice, ed è una delle rare volte in cui mi sentirete usare la parola “felice”, di essere qui a casa con Jean-François nelle orecchie invece che a umettare un culo utile, uno dei culi necessari. Mi sono assunto tutti i rischi del caso. Poi dovrò spegnere la musica e mi sarà difficile dormire. Troppi pensieri, sempre, e troppe divagazioni su temi che magari neanche ho scritto io.
Ci saranno risvegli con la bocca amara e giornate dure in cui mi interrogherò pesantemente su quale sarà il mio destino. Ci saranno giornate che sfoceranno nella rabbia e nella contrapposizione più confusionaria a tutto quello, ed è tanto, che non mi piace e che mi appesantisce il petto ed il respiro.
Ma adesso sono qui, con questo disco da sette euro e rotti e Jean-François che mi ricorda chi sono, cosa voglio davvero e di cosa -forse- sono capace. Mi basta e mi avanza.

Da bambino sognavo insistentemente la libertà. In modo maniacale. Tutto ciò che sembrava già scritto ed obbligato mi faceva stare malissimo. Adorava quando i miei genitori cambiavano programmi all'ultimo minuto, e purtroppo capitava di rado. La domenica odiavo andare a casa di parenti, volevo restare a casa a leggere. Non mi piaceva giocare con i miei coetanei, mi piaceva stare da solo. Leggevo ed ascoltavo, ero instancabile e curiosissimo. Le mie prime fidanzatine probabilmente mi avranno trovato noiosissimo, perché cercavo di coinvolgerle in cose fuori età e magari ero anche pedante nella trasmissione dei dati necessari. Poi la vita me lo ha messo in culo a ripetizione e sono diventato imprevedibile e difficile da lasciare lì dove mi si è trovato. Ma resta che preferisco un buon libro ad una cena di pettegolezzi e stronzate da circoletto. Resta che non mi sento obbligato a vincoli d'amicizia e presenza costante, intesa come reciproca. Resta che alla mia età è pornografia pensare di fare una bella vita di mutanda per allontanare lo spettro della maturità difficile, quella che prelude alla vecchiaia. Penso che l'epoca dei passatempi sia finita. Penso che l'epoca delle promesse non sia mai cominciata, perché si finisce comunque per mentire e svicolare.

Quest'anno festeggio il decennale dalla mia prima pubblicazione da solista. Prima e per ora unica, collaborazioni escluse. Ricordo che all'epoca alcuni colleghi, che non avevano letto il libro e mai ne avrebbero avuto voglia, iniziarono a trattarmi come un privilegiato. Uno che aveva una bella freccia dorata al suo arco. Uno che avrebbe fatto carriera letteraria. Ma io durante i giorni della pubblicazione, della piccola pubblicità e anche del breve tour promozionale, ero dolente, verrebbe da dire come sempre. Non mi sentivo certo realizzato ed il mio ego me lo tenevo comunque tra le chiappe. Era solo un libro. La vita era troppo di più. Le donne si incuriosivano per questo tipo schivo e un po' folle, ma io mi sentivo annoiato. Sapevo che sarebbe finito tutto molto presto, e che non era la vita che luccicava in quel momento.
La mancanza di bellezza in giro, la mia compresa, mi ossessionava e mi feriva, generando un caos nei comportamenti, nelle voglie, nel tedio quotidiano e nelle situazioni coatte sempre imperanti.
Cercavo disperatamente “l'ultima emozione possibile”, mi dilaniavo per poco e aspiravo al tutto, dei complimenti facevo poco uso e non mi proiettavo in un mondo che mi avrebbe poi messo ai margini in un batter d'ali. E così è stato, per qualche mossa poco furba, per un brutto carattere e soprattutto perché non mi andava di scrivere un romanzo. Forse il romanzo non mi appartiene. La trama di un romanzo, anche promettente sulla carta, mi costringe e dunque l'ho evitato accuratamente, precipitando da una buona posizione all'oblio. Ma cosa è l'oblio, se non si aspirava a strizzare l'occhio in qualche asfittica saletta di libreria, se non si sognava banalmente di scopare di rimando, se non era l'ego ad urlare “fai che parlino di me!” come nel caso di altre persone tristi che ho incrociato?
E questo vale ancora di più per il lavoro svolto nell'ultima decade, giusto per mangiare ed essere un po', dico un po', libero.
Sei poco ambizioso”, mi rimproverò uno dei capi del tempo, come se dovesse motivarmi o mettermi di fronte ad una lacuna evidente da me sottovalutata.
No che non ero ambizioso. Si trattava di passare dal ruolo di travet a post-travet decorato da stronzi. Le mansioni migliorative per le quali si lottava coltello tra i denti erano di “caporeparto” o di “responsabile merceologico”, cioè nulla. Il nulla con la voce grossa, il nulla di quartiere, il nulla di un angolo di nulla.
Non me le hanno mai date le stellette. Se le mettevano in petto da soli. Una cosa patetica, di una pochezza immensa. Ci ho mangiato, ci ho pagato l'affitto, non sputo nel vecchio, ci vomito direttamente, ci vomitavo in diretta anche ai tempi, leggere il mio primo ed unico libro solista per controprova. Mi cambiarono pure di reparto dopo l'uscita del libro, e mi misero alle calcagna delle chiocce per “farmi crescere”.
Un'avventura che poteva essere molto mortificante per un debole di spirito, ma per fortuna me ne sbattevo a sufficienza. Un'avventura senza lieto fine, un'infinita parata di persone mediocri che ho avuto tra i coglioni per un tempo, questo sì, troppo lungo.
A me le stellette, in qualsiasi ambito, fanno un po' impressione se non schifo. I complimenti delle persone mi lasciano piuttosto freddo, perché nella maggior parte dei casi si tratta di piccole convenienze e ipocrisie necessarie. Così come non ho mai creduto alle piccole donne che a parole ti ameranno per sempre, perché è la loro cipria spirituale, ma che sono incapaci di provare emozioni che non le vedano sul palco a sfoderare la smorfietta migliore. Così come non ho mai creduto al destino da rotocalco e alle trasmissioni sulle reti private, così come non credetti al catechista o al professore fascista che voleva mettermi in riga.
Così come ora non credo alla mia specchiata onestà, non so bene di cosa si parli, io sono solo un tizio che scrive e che è ossessionato da Jean-François Jenny-Clark e dal contrabbasso, ma chissà come mi comporterei se le cose mi fossero state più facili.

Luca De Pasquale, 9 maggio 2014

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