22/05/14

Auparishtaka Slow Blues


I vicini litigano. Urla, improperi, rivendicazioni con tono di voce strozzata. La mia nemesi. La mia piccola e insopportabile condanna a partecipare alle vite altrui.
Non c'è niente, ma davvero niente, che mi dia più fastidio dei rumori molesti provocati dalle persone. Dovrei vivere in una casa al centro del deserto, sorvegliata da unicorni e mercenari. Solo così starei bene.
Non ho mai sopportato la voce alta, chiedo sempre di abbassarla, non ho mai sopportato le liti condominiali, lo stereo ad alto volume, le persone che ridono sonoramente, le telefonate rese pubbliche grazie ai decibel.
Sono condannato a trovarmi male un po' ovunque; pur essendone consapevole, continuo a cercare la mia tana ideale, dove poter andare in letargo, poter cacciare di notte e tornare all'alba senza essere visto o sentito. Dove poter scrivere e leggere senza essere disturbato dal rumoroso menefreghismo altrui. In questo sono peggio di un vecchio incazzoso: non intendo essere disturbato. La mia quiete, almeno quella esteriore e ambientale, prima di tutto.
Tanto, non ho un bisogno di un garage. Non ho la necessità di fraternizzare, è troppo impegnativo e poi mi scoccio presto. Non ricevo gente a casa perché dopo poco più di un'ora ho di nuovo voglia di restare solo. Le feste di compleanno mi deprimono. I film in casa con gli amici mi fanno pensare all'impotenza e alla noia. Come il frequentare persone con gli stessi interessi: la maggior parte delle volte non si fa che duplicarsi. Non c'è nessun arricchimento, è sterile. Diventi genitore e ti senti costretto a frequentare solo persone con figli; intendo questo tipo di prigionia. Oppure quando per dimostrare di amare qualcuno devi violentarti e accettare i suoi amici, che magari sono solo schizzi di nulla sulle tue pareti. Uno stronzo resta uno stronzo a tutte le latitudini.

Mi sono sentito prigioniero in famiglia, al lavoro, nelle domeniche parentali, tra i banchi di scuola, quando sono stato costretto ad introdurmi per essere odorato e forse accettato, mi sono sentito prigioniero e anche condannato tra gli amori voluti e involontari, nella stretta delle cosce, nelle immote e strutturali tenerezze del doposesso.
Quando la morsa delle costrizioni si faceva insopportabile, regredivo proprio come persona. Mi venivano spontanee solo risposte paradossali o provocatorie.
Come negli ultimi anni di lavoro, quando le sconce insensatezze che mi venivano riferite generavano solo brevi repliche come “prendimelo in bocca” o “crepa, microbo”.
Non ho nessun problema a riconoscere che questa dinamica da quindicenne, naturalmente da me avversata, è rimasta lì dov'era, immutabile e rabbiosa. Quando qualcuno mi mostra tutta la sua patinata ipocrisia, il mio primo pensiero è davvero che quella persona debba andare a fare un po' di pompini.
Come quando quel cliente, quel mezzo fascio maleducato e lampadato con la camicia bianca, mi diede del maleducato solo perché non lo facevo passare avanti, lui aveva la macchina in seconda fila. Gli risposi fermo ma educato due o tre volte, poi gli dissi tranquillamente in faccia “Leccalo” e finimmo a mille e una notte.
E quell'altro, sfondato di soldi, che pensava di avere la precedenza garantita sugli altri perché “altospendente”. Altospendente? Capitalista d'accatto, arricchito cafone, non basterebbero duemila libri letti di fretta per individui del genere. Per me è solo gente che deve andare a farsi inculare da qualche altra parte.
La mia esigenza è peggiorata, e cioè pochi ma buoni. Pochissimi ma buoni. Senza pazienza. Nessuno mi stipendia per portare pazienza.
Neanche l'amore, o quello che gli somigliava, in passato meritava la pazienza che ha poi ricevuto. Niente e nessuno ti obbliga ad ascoltare tutti i passaggi salienti e non del passato che ti vengono vomitati addosso con la scusa della conoscenza.
Non giudico le persone dal passato, ma allo stesso tempo ho pochissimo interesse ad intrufolarmici dentro per fare psicologia e trovare paradigmi e teoremi utili.

Dal tabaccaio entra una ragazza praticamente nuda. Pantaloncini cortissimi e svolazzanti, sembra non indossare slip o costume, si ha l’impressione concreta che la sua fica sia lì, all’aria aperta. Mi giro a guardarle il culo più per capire che per eccitazione. Dall’altra parte del marciapiede, il droghiere che conosco bene mi fa segno con la mano sinistra che la merce esposta dev’essere di prima qualità. Ciò detto, si porta la destra sul pacco e si soppesa a lungo palle e cazzo, con un movimento dall’alto verso il basso. Quando la ragazza esce dalla tabaccheria e sale nell’auto di un’amica un po’ meno nuda di lei, il droghiere emette un risucchio e da sopra i pantaloni si carezza il cazzo en plein air. È eccitato, tantissimo, gli piacerebbe farsi fare un lavoro di bocca un po’ voyeuristico, come piace a tutti noi uomini, così scontati e così prevedibili. È lampante come andrà il suo pomeriggio. Mentre la moglie dormirà sul divano con Rai Due e le ricettine per non fare la panza, lui si sputerà nel palmo della mano, in bagno, e tirerà il collo all’anatra. Probabile che se ne venga sul pavimento, me lo figuro goffo e frettoloso a pulire le tracce. Ma non si sentirà affatto meglio. Proprio no. Perché non avrà avuto vera carne, si tratterà solo di una sborrata nervosa. Non è vero che sborrare fa sentire meglio. Dipende da come e dove vieni, e per quale motivo. Ma il menage matrimoniale del droghiere è di merda, è solo vecchiaia unita che si divide una casa; impossibile per lui, ormai, tentare un approccio con la moglie, magari baciarla alla francese e infilarle un dito tra le cosce. Lei non sapeva fare bene i pompini, forse troppo poco religiosa o comunque priva di fantasia, e poi lui non è né ben dotato né tantomeno un amante spericolato.
Requiem per il droghiere, buon diavolo con l’ardua incognita di erezioni impreviste. Requiem e spumante per la ragazza del pantaloncino, che sarà andata al mare e avrà puntato qualche ragazzone con il tatuaggio sull’avambraccio e innocue passioni di riconoscimento sociale, un bonaccione con un lingam arzillo, niente che possa commuovere Dio. Quanto a me, non me ne frega un cazzo. Ho solo assistito ad una scena. Ne scrivo. Non la condisco, non la svilisco. Scena vera, scena poco edificante, protagonista indiscusso un cazzo che non può fare centro e tutto il potere di quell’odore acre e ferroso che il sesso femminile lascia nell’aria. Io sono il cronista di questo mancato incontro tra organi sessuali.
Mi avvicino al droghiere, gli guardo i pantaloni. Il suo sesso medio e un po’ invecchiato in effetti è in tiro, diciamo due battute sull’imminente finale di Champions League e poi scompariamo dalle rispettive vite.
Non inseguirei mai una donna in pantaloncini che è diretta a mare. Mi sembra troppo lo spot di una compagnia aerea tropicale o di un sostitutivo del Vagisil. E non mi menerei mai il cazzo mentre mia moglie dorme, venendo a terra come facevo da ragazzo, quando adoravo farmi delle seghe nei contesti più improbabili, seghe rubate che poi sono diventate scopate rubate con nessuna poesia attorno.
Non c’è più niente da rubare, se non minuti, giorni, ore, settimane. Senza andare oltre. Senza rischiare il collasso dei rimpianti. Respirando.

Desidero una casa nel deserto. Fortemente. Smanio, persino. Me ne intendo di case nel deserto, anche se non sono mai andato oltre la Svizzera francofona e non ho postato su facebook foto di villaggi turistici, shark snorkeling e altre nefandezze del genere. Me ne intendo perché sono io stesso un edificio, anche se mobile, nel deserto.
E questa casa nel deserto pensa, quando gli va di pensare, che non è detto che la retta via sia chiara. Che i risarcimenti sono una tentazione della speranza, ma nessuno ne ha firmato l’ineluttabilità. Se è vero che tutti i miei eroi hanno dovuto pagare conti magari ingiusti e sproporzionati, chi mi garantisce la riuscita?
Nessuno. Ed è forse questo il sale della vita, non avere certezze di sorta. Essere un trapezista al tramonto, con un tavolino che aspetta il tuo ritorno, ritorno di cui non c’è certezza e proiezione.
Sul tavolino, la tua musica, i tuoi libri, il necessario per mangiare, fumare e sognare, forse per dissetarsi.
Nessuna cornice e nessun altare.

LdP, 22 maggio 2014

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