17/04/14

Zaire-Italia 2-12


La mia prima partita a Subbuteo fu con mio cugino. Lui era già bravo. E voleva vincere a mani basse. Scelse ovviamente l'Italia. Io presi lo Zaire, perché ero innamorato di quella strana nazionale e di quei colori che mi attraevano, il giallo e il verde e quello stemma al centro: “Leopards”.
Come logica voleva, persi malamente, 12a2. Però segnai due gol in contropiede, perché lui attaccava a testa bassa per maramaldeggiare.
Fui molto fiero di quelle due marcature, perché lui non se le aspettava, e perché già amavo oltremodo l'orgoglio di chi perde ma lotta.
Ricordo quella prima partita di Subbuteo come uno degli ultimi momenti davvero spensierati della mia vita. La mia natura presto non mi avrebbe più permesso di godere di quelle piccole distrazioni, e lo Zaire sarebbe stato presto sostituito dal rock, dai dischi, dalla cattiva abitudine delle ore piccole e delle passioni non realizzabili.
A Italia-Zaire 12-2 seguì uno Juventus-Panathinaikos, dove ovviamente avevo scelto i greci, e persi “solo” 3-0. Mio cugino si complimentò, mi disse che avevo già capito come difendere, ma quella seconda partita mi piacque molto meno della prima, perché non avevo segnato, mi ero limitato a fare delle barricate dignitose, non avevo costruito una sola azione decente. Già sentivo gorgogliare dentro quella smania di dare almeno una pennellata di luce alle catastrofi, piuttosto che chiudermi in un grigio fisso e senza impennate. Questioni di carattere.
Poi sono diventato bravo e ho iniziato a vincere, ma del risultato me ne fottevo, volevo lo spettacolo, volevo il rischio, volevo la bellezza. Adoravo il calcio totale degli olandesi e pretendevo di trasferirlo sul tavolo del Subbuteo: in parte ci sono riuscito, ma come gli olandesi ho vinto poco e ho ricevuto tanti elogi.

Anni dopo, assistendo ai primi concerti, mi sono reso conto che ascoltavo principalmente quel che faceva il bassista, se si riusciva a distinguerne il suono. Perché avevo intuito che il basso sosteneva tutto, ricamava, chiudeva, riportava e trascinava, suturava silenzi e voli con la stessa naturalezza. Depositai il mio cuore tra le quattro corde, e lì è rimasto.
Mentre la notte scende e mi trova un po' irrequieto tra finestre, sigarette e silenziose ricerche, la mia anima da bassista ringrazia della discrezione e della poca attenzione, perché in fondo è un lusso sapere in anticipo che altri strumentisti, altre magie cattureranno occhi e curiosità. Che a chi lavora dietro, dietro la linea d'immagine e di emozione semplice, arriva una simpatia di sponda, un brivido forse già attutito.

Ogni movimento che faccio, ogni frase gentile che rilascio senza neanche volerlo, ogni persona alla quale devo dire addio ancor prima di cominciare, sono sacchi di frantumi e di note che la notte eredita dal giorno e viceversa, è un destino che non posso sovvertire, è la smania del musicista di regalare l'eterno e ritrarsi per l'avvento di una generosa stanchezza che lascia comunque un retrogusto di autenticità.
Si tenta di estendere l'urto delle emozioni, di sovrapporsi a qualche briciolo di sogno, e poi ci si arrende, senza rabbia, senza confusione.

Per molti la richiesta di felicità è una pratica da evadere, con l'aiuto di qualcuno, con i buoni uffici di qualcun altro, spesso con un calcolo delle probabilità sommario e anche puerile.
Il bisogno di felicità è un imbarazzante meccanismo che cerco di tenere ai margini dei miei pensieri. Preferisco prendermi quello che capisco, quel che è reale, tutto ciò che non è un lontano richiamo di altre storie, di altre questioni irrisolte, la grana grossa della vendetta o del riscatto, l'aberrante fede nelle manovre di compensazione e di rinnovamento.
Il vuoto c'è sempre stato, ci sarà sempre, niente lo vendica o lo esorcizza. Basta accettare la sua compartecipazione e si può continuare comunque.
Io il vuoto lo trovo tra le sedie, nei letti, nelle vecchie case, nella mia memoria, nella musica che mi piace, nei film che mi ricordano persone che non conosco, nell'amore a zig-zag che sono in grado di dare, pur apparendomi completo e continuo, negli affetti che ho perso senza potermi opporre, nella mia somiglianza con persone che non sono più in nessun luogo che io possa concepire.
Ho trovato tracce di vuoto, bianco e lattiginoso o scuro e denso, nei miei sogni, nei capricci di giornate disordinate, nelle donne che mi sono piaciute, nelle parole educate di commiato o di introduzione, nei viaggi della speranza o di distrazione, nei vestiti che ho scelto, nella leggerezza che ogni tanto mi prende alla gola e mi costringe ad essere sciocco, nella pesantezza che mi rende invece un grumo d'insonnia ansimante e mi fa essere irriconoscibile, a me stesso e a chi mi tiene in osservazione come affetto da non disperdere.
È il vuoto che mi ha guidato verso i film che amo di più, verso quei personaggi inventati ma reali che sento come fratelli di strada, è il vuoto della malinconia quello che ho trovato in Zurlini, è il vuoto di troppe frontiere da valicare quello che ho trovato in Peckinpah, è il vuoto del non essere mai innocenti quello che ho amato in Jean-Pierre Melville.
Quando teniamo qualcuno per mano, l'altra mano libera in realtà stringe o sfiora spazi vuoti, che pure significano tanto, forse anche di più, è una mano libera che probabilmente trova il freddo delle possibilità smarrite, il freddo di quei sentimenti ai quali non abbiamo e non avremo accesso, il freddo di altri luoghi che non ci troveranno, di appuntamenti che non si verificheranno e che comunque avremmo frainteso o saltato.
Per quanto mi riguarda, niente di davvero deprimente, è il gioco, e il gioco non è solo pubblico pagante e applausi, il gioco è anche una spaventosa recita di buona volontà sul vuoto.
La musica e l'amore sono le nostre eternità tascabili, o perlomeno le mie, ma non si può essere così stupidi da pensare di poter controllare tutto, gestire e colorare quello che non ci appartiene e che sopravviverà alla nostra ostinazione a durare e lasciare tracce.

Sarà una notte di musica, di sigarette e di vento, niente di nuovo e niente di clamoroso, sarà una delle mie notti, una di quelle che ho a disposizione, e che non prenderò certo sotto gamba.
Domani si riprenderà a giocare alla luce, nelle piazze, all'ingresso di una nuova idea, illanguiditi da un vecchio sogno travestito o da una smania un po' più realistica che somigli all'idea di benessere.
Tutto in regola, e stavolta non si protesta.

Luca De Pasquale, 17 aprile 2014

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