22/04/14

Tela nera, ferita bianca


Dopo il piacere l'uomo è una tela nera tagliata da un inghiottitoio bianco, che risucchia tutto quel che è visibile e invisibile. Nella feritoia bianca precipitano i fantasmi, le storie senza lieto fine, le attese che saranno malattie e viceversa, i nomi che non dicono più niente, i fuochi fatui che hanno acceso l'amarezza e gli scompensi più comodi, i sogni troppo pubblicizzati e finiti a fare da scatolame in cene dove gli aneddoti non hanno più un senso.
Dopo il piacere la storia personale non significa nulla, non ricorda e non riporta a galla, non evoca forze che erano sopite già allora, non c'è nemmeno la mistica del destino e gli errori conseguenti.
Dopo il piacere sono disturbato da ogni gesto di avvicinamento alla mia persona e alla mia vita, dopo il piacere me la cavo da solo con quelle mandibole bianche e non voglio che mi si guardi, che mi si parli, che si voglia qualcosa da me, anche un piccolo segno, un piccolo gesto.
Tela nera e ferita bianca, silenzio che si trasferisce in un piccolo albergo senza ospiti, che vuole i suoi rituali e il gusto caldo della porta chiusa.

Dopo le abboffate pasquali, le gite fuori porta e le sessioni deiettive in bagno, le strade sono sonnolente, le persone pigre e grassocce, deludenti a prescindere, non ho piacere a fermarmi e meno ancora a rispondere a domande inerziali.
La molesta allegria del tran-tran mi disorienta, mi spinge negli angoli, a pisciarmi sulle scarpe e ad evitare zuccherosi collage di quotidianità tollerata. Gli uomini sono figuranti rumorosi e le donne sono passioni già passate, spesso superate dalla fantasia iniziale e poi trasformate in assenza prima ancora che aprano bocca.
Non siamo simili se ci piacciono le stesse cose. Non siamo simili se abbiamo vissuto dolori che si accordano. Non siamo simili se abbiamo voglia di mollare tutto. Non siamo simili se siamo parenti, potremmo non essere simili anche se ci mescoliamo nel sesso, anche se siamo fratelli della stessa grande assenza. Non cerco mai somiglianze, mi fanno orrore.
La ragazza che mi veniva a trovare al lavoro diceva che le sembrava di conoscermi da sempre per quello che scrivevo. Quell'idea sconcia e irrazionale mi spegneva. No che non sai un cazzo, pensavo. Ed io niente di te. È così penoso cercare l'amore in giro, pensavo anche. È così massacrante cercare di tirare dentro qualcuno alla nostra storia, è un confuso ragliare e scolorire la parola “cuore” ad ogni pensiero di consolazione. Non sappiamo niente l'uno dell'altra ed è giusto che non accada proprio nulla, le nostre vite non sono fiction e i nostri album di morti possono somigliarsi ma è solo tempo che è passato e noi non potevamo farci niente.

L'edicolante è sempre gentile. Credo che sia omosessuale e credo di aver anche capito chi è il suo compagno, un ragazzo tracagnotto che deve essere molto dolce e inguaribilmente accomodante. Ma poi che cazzo me ne frega. Però l'edicolante mi è simpatico anche quando sono dominato dai miei demoni e sopporto pochissimo la visione degli altri.
Anche a Pasqua tutti hanno avuto il buonsenso di non farmi auguri. Non mi piacciono gli auguri. Starnazzare affetto dimostrato tre giorni l'anno e sbavare per pastiere e lasagne non fa per me. Come non fanno per me le famiglie e nemmeno Dio. Vecchie ruggini, inutile parlarne.

Dalle finestre adiacenti vengo a sapere che tale Mauro fa una stupenda pasta al forno. Mauro, prendi la tua pasta al forno e torna nel buco di culo della tua buona volontà di esistere. Sto leggendo, Mauro, non disturbarmi, sto leggendo e tengo a bada streghe in menopausa e misere lolite in sovrappeso, Mauro tu sei uno schifo di uomo che spera sempre gli vada tutto bene. Muori Mauro, almeno oggi pomeriggio.

Passo sotto le finestre del vecchio ufficio di mio padre. Quelle stanze sentiranno la sua mancanza come la sento io? I vecchi colleghi di mio padre sono tutti morti e questo non ha senso; avrei voluto parlare con loro di lui e di quei tempi dove ero bambino e triste, irrimediabilmente triste. Mi accendo una sigaretta sotto le finestre del vecchio ufficio di mio padre e mi sento come dei pipistrelli nello stomaco, e un generatore di incubi posizionato nelle orbite della mia stanchezza. Mi accendo una sigaretta e ho bisogno del mio jazz, di tantissimo silenzio da non distinguere nemmeno, ho bisogno di essere trapassato dallo sguardo della gente, anche se per un attimo mi prendo lo sguardo della donna ambra con la gonna a fiori, che però trova un muro di fango nel mio giubbotto nero e nella distanza che mi porto nello sguardo.
Per anni ho inseguito donne per strada. Fantasticavo, desideravo, volevo rompere tutti gli equilibri. Da qualche tempo non riesco ad andare oltre l'attimo della curiosità e questo è un segnale che i tempi sono cambiati.
Non mi piace pensare di cambiare continuamente lenzuola ed abituarmi all'ospitalità dell'animo altrui. Trovo ripugnanti tutte le meccaniche in funzione per il recupero di una pace che non è mai esistita, almeno in questi cieli. Tela nera con ferita bianca.

In questi giorni ascolto free jazz. Ho bisogno di caos organizzato, ho bisogno di roba che superi i limiti e con precise regole si prenda beffe delle altre. Il free jazz mi regala coscienza ed energia. Il costante bisogno di melodrammi di certi idioti mi spinge a parlare con onesta crudezza, senza menare il can per l'aia.
Lo faccio maggiormente con chi si ostina a voler guardare il lato edificante di ogni cosa. In passato, quando sono stato sincero, magari dicendo ad uno che mi invitava alla tolleranza “quello è una testa di cazzo”, mi sono sentito dire anche “si vedeva che eri nervoso, ti ho lasciato sfogare”. Interpretazioni criminali di una decisa calma.
Qui non c'è proprio niente da sfogare. La parola “sfogo” ha più senso per quelli che non hanno un'attività sessuale decente da anni.
Quando Miss Vene Varicose Atque Melodramma mi dice “sono tanto costernata per la perdita del tuo lavoro”, io rispondo onestamente: “Era un lavoro di merda, che comunque non avrei voluto continuare. Era solo necessità alimentare, non c'era una sola scintilla di passione, era come scopare un cadavere per non farsi venire i crampi”.
Ma, forse, scopare un cadavere mi avrebbe divertito maggiormente. Chiaro che poi Miss Vene Varicose&Melodramma si disturba, mi classifica nei sociopatici rabbiosi e smette di pregare per la mia salvezza. Ed ha le sue buone ragioni, perché le persone che sbraitano nel deserto non possono piacere per più di un'ora. Ed è una fortuna.
So che il suo cervello non goniometrico non può formulare altro che “poveretto, gli è andata male, come sta incazzato e acido”. Va benissimo così. Ti ringrazio per i santini che ho rifiutato, per le cure che ho frainteso, e mi scuso anche la folla di diavoli che hai trovato sulla mia lingua. Ma meglio i diavoli che tracce di sperma e di resa, mia cara Miss.
Poi torno a casa e mi spiace essere stato disturbante. Ma sono stanco di8 esitazioni e di “lati migliori” da mostrare. Cercando di mostrare i lati migliori si invecchia e poi si muore, e poi un figlio finisce per passare sotto le finestre dove lavoravi, trattenendo una rabbia a croce nascosta dalla musica e dalle parole, un figlio/deserto che fuma nella pigrizia della strada e che non sa pregare, e che per far durare poco le cose si è inventato una passione incombente tra stomaco e scarpe.
Tutte le lacrime che si trattenevano in decenza sono diventate vento, sono diventate addii continui, ad una scena di passaggio, ad un treno in corso, a persone eluse e deluse, addirittura a quel che si scrive senza l'arroganza del vero.
Tela nera, ferita bianca. Con calma, con misura, negli angoli della città e dell'orologio impietoso che riporta a domani le paure di ieri.

Luca De Pasquale, 22 aprile 2014

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