04/04/14

Sotto i piedi


È proprio vero quel che cantavano i Bluvertigo, ad ogni nuovo raffreddore si perde un po' di olfatto.
Non c'è primavera, da molti anni a questa parte, che mi raggiunga senza che mi venga la febbre. Forse perché il mio corpo è ancora tarato sull'inverno, come la mia testa.
Ma la febbre frigge le distanze, è un sedativo, è uno scatto d'oblio, e dopo devi ricominciare. Ricominciare a star bene, convincerti che la tua posizione dev'essere eretta e che non sarai costretto ad avere freddo e brividi addosso.

Ieri ho appreso del suicidio di Massimo Scalingi, ex giocatore del Foggia di Zeman. Proprio ieri avevo scritto di un calciatore, Corrado Benedetti. Scalingi aveva cinquantadue anni e si è impiccato in casa. Dalle poche notizie, si legge che era depresso e aveva due matrimoni falliti alle spalle.
Un altro che non ce l'ha fatta. Merda.
Quando la disperazione perde i suoi colori, che possono essere anche molto vividi, è davvero la fine. Non si vede l'ora, immagino, che tutto finisca.
Non c'è più niente che somigli lontanamente ad un appiglio, a un traguardo, ad una mezza tappa, ad un compromesso. Come ho scritto più volte, la parola suicidio non evoca in me terrore, ma familiarità. Il suicidio, la scelta di finire, di terminare, di sparire, è un pezzo della mia vita e continuo a guardarlo in faccia, a distinguerlo, a dargli un preciso valore.
Il suicidio è una porta nera e sbrecciata, porta che è stata presente in ogni casa che ho abitato, in ogni relazione nella quale mi sono dibattuto, in ogni silenzio che ho scelto di estendere.
Conosco bene la suggestione della sparizione, è una marmellata di fango e memoria che non mi abbandona mai, quando scrivo, quando amo, quando fuggo, quando mi declino e quando attacco.
Ma io sono per la resistenza strenua, anche in condizioni di dolore cieco, anzi, è una sfida continuare, è una sfida impari lottare e c'è sempre l'opzione di autodistruggersi con cura senza per questo morire.
Due giorni dopo un suicidio, va a farsi fottere anche la commozione. La gente dimentica in fretta e pensa ai fatti propri senza sensi di colpa e senza scoprire il fianco ad un'eccessiva sensibilità, che pare sia cosa sterile, si dice.
Sono capace di cupezze abissali e mi porto al guinzaglio, come un cane fedele e storpio, una notte interiore non misurabile. Ma è proprio questo il punto. La notte interiore spinge alla presenza e non alla sparizione.
La notte interiore ha bisogno di mangiare, di vita, di attimi, di traiettorie, non si può pretendere di interromperla. Ci sono stati momenti e fasi in cui ho vissuto solo per dare spago e voce a questa notte senza alberghi, senza fontane, senza amori che contenessero la stupida parola “domani”.
Io capisco. Io credo di capire. Perché per me l'autodistruzione è una sirena, una continua tentazione, è una donna bellissima che mi cattura nei sogni e crea ricordi fasulli con i quali sopravvivere di giorno.
Quando ho scritto di questi temi, qualcuno mi ha sinceramente detto “scusami, non sono riuscito a leggerti, ho già una situazione difficile a casa” ed io non ho battuto ciglio, è un diritto del lettore aspettarsi qualcosa di più leggero.
Non faccio intrattenimento, però, e questo tema è parte di me, è parte che non esclude le altre, semmai le rafforza. Quando ingenui e improvvisati critici letterari mi hanno parlato di nichilismo, ho precisato sottovoce che secondo me si tratta piuttosto di vitalismo negativo. Nient'altro che questo.

Stanotte, con la febbre alta, ero sospeso tra sogni faticosi e un dormiveglia ovattato, sentivo il sapore della malattia in bocca, e mi sono detto che ero in compagnia di silenziosi angeli della notte, le ombre della compagnia, corpi di polvere e possibilità, richiami a se stessi, minuscoli punti luce senza altari tra i piedi. Non si finisce mai di smaltire tossine e piccole, disordinate, congiure di fiele quotidiano. Con il vagabondaggio interiore e una dolente libertà si guarisce in parte. Si percorrono nuove strade, si incontrano altre storie, magari storie simili. Ho una violenta repulsione per l'idea fittizia delle guarigioni totali.
Non si guarisce mai completamente.
Anche ristabiliti, di nuovo in piedi e con vestiti nuovi, i piedi sono piantati in zolle di buio e materiale emotivo non smaltito, da ogni nuova forma di vita non è esclusa la visuale della fine e di quello che si è sgretolato. Consapevoli di questo, l'energia è destinata ad aumentare.
I baci, i tanto agognati baci in cicli nuovi, li dai e li ricevi continuando a guardare quella lastra trasparente di solitudine e silenzio che guardavi prima di cambiare registro. In certe notti di pioggia non hai scampo, torna tutto, tutto ti chiede spiegazioni, tutto vorrebbe trattenerti in quella parte di strada che hai già bruciato. In certe giornate di respiro corto, di occhi stanchi e anche di febbre, hai la possibilità di poter osservare tutta la scena che pensavi di aver cancellato. Ma devi avere il coraggio di guardare, e se cerchi le differenze puoi anche scoprire di essere stato coerente, e di essere il giusto risultato dei tuoi respiri, di tutti i tuoi respiri.
La gente ha paura di sensazioni tristi o cupe, ne ha una paura ingiustificata e infantile, edifici strutturati di insicurezza e tabù. C'è chi fa finta di non sapere che ogni edificio, alla fine, è costruito sul vuoto.
Io il vuoto sotto i piedi lo sento tutto. E sotto quel vuoto c'è un pullulare di incognite, di lamenti, di affetti che non si sono trovati o mai ritrovati, sotto c'è la perdita di chi amavamo e forse anche di quelli che ameremo e ci ameranno.
Sotto i piedi c'è quel destino vero, indecifrabile, che si rifiuta di essere cartolina o passatempo. Sotto i piedi sento quella cattedrale di fede mancata, di appuntamenti inventati e falliti, di prigionie non scongiurate, di amore deluso in partenza e di madri che non sono mai tornate, sotto i miei piedi c'è la mia stessa morte, che ogni tanto cerco di convincere a non correre e non tagliarmi la strada con qualche mossa a sorpresa. Sotto i miei piedi c'è tutta la delusione che ho potuto generare con quest'anima innamorata del buio, sotto i miei piedi c'è la mia scrittura, che da gioco senza frontiere per un palco e per la soddisfazione di ritrovarsi sotto forma di carta in libreria si è tramutata in lingua di fuoco nel palazzo di ghiaccio dell'uomo che si affronta ogni giorno, perdendo quasi sempre.
La febbre alta, la sento in bocca e dietro il collo, la sento nel respiro frammentato e imprigionato. Scelgo, con tranquillità, di essere sabbia mobile di me stesso e quindi mi sprofondo in un'attesa senza agitazione, che non rischi di diventare promessa o lamento. Semplicemente, mi stendo dentro, cercando quelle pareti calde che sono l'involucro della mia coscienza, non c'è altro che io possa fare.
Sotto i miei piedi, sentimenti ed idee si incrociano in corridoi di cristallo, scegliendo la porta sbagliata, l'angolo senza panorama, la compagnia meno indicata. Fa parte del gioco: costruiti sul vuoto, in proporzione siamo destinati a raggiungere poco, e anche con difficoltà.
La vera sfida è la presenza, esserci è la migliore maledizione del lotto.


Luca De Pasquale, 4 aprile 2014

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