23/04/14

Per Jean-François Jenny-Clark


Per Jean François Jenny Clark

Tanti anni fa scrissi a Jean-François Jenny-Clark.
La sua gentile risposta arrivò dopo solo due settimane; allegava la sua discografia, come gli avevo chiesto, e spendeva per me parole gentili, sincere, di incoraggiamento. “È bello che tu scriva ispirato dal contrabbasso”, mi scrisse, e mi colpì la sua grande umiltà. Non mi fece percepire in nessun modo l'evidente differenza di statura tra me e lui. Io ero agli inizi, stavo cercando di unire la mia smodata passione per il contrabbasso con la scrittura e la creatività. Lui era nell'olimpo dei musicisti da tantissimo, ma non sentii nessuna distanza nelle sue parole. Musicisti estremamente meno dotati di lui erano stati più scortesi e faciloni. Oggi che sono passati tanti anni, ho un riscontro ancora maggiore di quel che dico: spesso atteggiamenti da primedonne e maleducazione imperversano, dietro l'apparente disponibilità. Tutto si riduce ad un rapporto commerciale e veloce, più veloce di una sveltina, anche se in mezzo c'è la musica, che è qualcosa di realmente prossimo all'eternità e alla verità interiore.

Ma lui era Jean-François Jenny-Clark, uno dei più grandi contrabbassisti di tutti i tempi. Scuola francese, jazz, free jazz, avanguardie, suono colossale, magnifica fusione di sperimentazione e virtuosismo. Quando aprii la busta, sentii le emozioni montare come una marea notturna che non lascia scampo. JF mi aveva risposto, considerandomi, contattandomi. Ero incredulo. Misi su un suo disco in trio con Joachim Kuhn e spensi gli occhi e il cervello per qualche ora. Pensai seriamente di incorniciare quella lettera. Come nuovo punto di partenza, come sprone, come lezione, anche come portafortuna.
Ad oggi, credo sia l'oggetto che più mi manca, quello che pagherei oro per riavere. E sono stato proprio io a distruggerlo. Per un fatale errore di distrazione. Rileggevo spesso quella lettera, che, molto banalmente, in un giorno che maledico, finì tra la corrispondenza indesiderata, pubblicità, proposte di Sky e Cepu, eccetera.
Sì, quella lettera l'ho stracciata io, con le mie mani, per sbaglio e senza la minima possibilità di recuperarla.
Era la lettera di Jean-Francois Jenny-Clark.
Che, frattanto, ci aveva lasciati.
La distruzione involontaria di quella lettera è uno di quegli episodi che, in un certo modo, rappresentano la crudeltà della vita. Conserviamo tante cose inutili, ad iniziare da rapporti deteriorati, svuotati e mai decollati, conserviamo fotografie e nostalgie ma non siamo capaci di custodire quello che davvero ci ha emozionato. Riusciamo ad essere distratti quando non dovremmo, e ci applichiamo a facezie con una concentrazione sproporzionata.

Mi sono dannato tante volte per aver distrutto quella lettera, mi sono dato del coglione, mi sono venuto a nausea più di una volta.
E probabilmente ce l'ho con me stesso per non aver fatto a tempo. Perché sognavo di andare a conoscerlo di persona, farmi raccontare storie di jazz, storie di contrabbasso, cercare di apprendere e fare tesoro. Ma, all'epoca della lettera, Jean-François era già malato. Se ne andò poco dopo.
La gentilezza quasi paterna, l'elegante indulgenza di quelle poche righe mi hanno insegnato che non si è mai realmente arrivati, e che spocchia e divismi sono degli stupidi.

Ma quelle poche righe, scritte con una grafia minuta, flessuosa e mai invadente, mi sono rimaste. Come tutta la sua musica, che mi porto dietro sempre dietro, sui vestiti, sulla pelle, nel ritmo dei movimenti. Un ritmo che è quasi sempre improvvisazione con ferree regole, come dovrebbe essere in ogni situazione.

Chiuso in una sequenza di gesti taciturni, osservo la sera che scende quieta e un po' fredda, l'amore è lì, tutto nelle assenze e nelle successioni, in quello che non è accaduto e che si è accumulato come spazzatura ai cancelli dei sogni.
In queste ore scure la mia anima, quella su cui ho costruito e che forse ho sopravvalutato, sembra sostanzialmente un gioco temporaneo, accompagnata dal contrabbasso del mio gigante gentile.
È una di quelle sere in cui ci si può chiedere “sono stato amato?” e la risposta questa volta è pronta, “sì, ma non è bastato”. La risposta è uguale per l'altra ovvia domanda, “ho amato?”.
Certo, ma non è bastato.
Febbre distratta e fatalismo ubriaco, non ammetto più niente, io. Nego. Nego tutto. Nego tutto e sempre. Non c'ero. Non amavo. Non desideravo. Negare serve a costruire. Sono un prigioniero politico, anche se non mi hanno mai arrestato. No, non ho nessun centurione che mi faccia da controfigura brillante durante la notte. Non ero io, ti sbagli, non ho mai tentato di baciarti. Non ti ho mai detto che ti amavo, e non l'ho mai sentito dire da te. Non ho mai tentato di disporre i sogni come fiori o di brillare come una stella. Stavo lì, invece, in una stanza rossa e blu, o forse nera con vista sul mare, ed ascoltavo un trio con Jean-François Jenny-Clark. Scavavo, svuotavo, riempivo, lottavo, cercavo di non illudermi e soprattutto di non vendermi. Anche il dolore era compreso nel pacchetto, grazie anche a quella musica e a quel contrabbasso.
Non tutto ha un lieto finale. Infatti, sul muro è rimasta impressa l'ombra del mio bacio con un'ombra mille volte più grande di te.

LdP, senza data





















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