19/04/14

L'uovo di armagnac e le parole a cazzo


Fatti sentire, mi raccomando, fatti sentire”
Ma certo, figurati. Dove? Come? Perché?
Io mi faccio sentire, e poi che succede? Si sciolgono i ghiacci, la bontà diventa carta da parati? Io mi faccio sentire, poi diventiamo intimi?
Taluni si “sentono” solo per tenere a bada una coscienza ballerina e un po' leggera, perché perdersi non si fa, non sta bene.
Mi è capitato spesso che quando una donna che si “faceva sentire” ogni tot mesi mi spronasse ad incrementare le occasioni di contatto, io pensassi quindi di scoparla. Portarla sul letto, spingerle le mani all'indietro e farmi sentire. Questo in risposta all'ipocrisia del “fatti sentire”. Se ci si sente ogni sette mesi, tanto vale che io lasci un ricordo migliore, no? Il sesso è certamente un ricordo migliore della buona educazione, al mio paese.
Nella mia piccola città il “caffè rimpianto” non funziona, mettersi un'immagine nuova di una cosa vecchia in testa e continuare. Non funziona. Preferisco degenerare. Preferisco slabbrare i bordi e poi andarmene affanculo. Se mi faccio sentire, e non come dici tu, poi ti convincerai che sono un animale e non mi cercherai mai più. È così che dovrebbe funzionare, non quella fottuta architettura del rimpianto educato da rendere anteprima di un film che nessuno mai girerà.

Faccio tardissimo per rivedere la seconda serie di Braquo, poi ascolto “Fluid rustle” di Eberhard Weber al risveglio, e la mia casa sembra trasformarsi in una camera d'albergo sul lago. Quello che volevo.
Le copertine dei vecchi vinili jazz hanno un odore inconfondibile ed emozionante. Mi piacerebbe tornare indietro a quel periodo in cui come un forsennato mi aggiravo tra i negozi di dischi alla ricerca di musiche sconosciute e per questo forse migliori.
Qualche giorno prima del natale 1989 mi procurai un vinile di Terje Rypdal, “Blue”. Rimasi per giorni avvinghiato al brano “Tanga”, che aveva un basso irresistibile ed inatteso, Bjorn Kjellemyr.
Ora quel vinile non ce l'ho più, sarà finito tra le mani di qualche esaurito quando ho avuto la necessità di realizzare; alla mia destra adesso c'è il cd, piccolo, poco ingombrante e anche triste.
Ma ritrovo anche un vinile dei Bandanà, il gruppo che accompagnava Gino Paoli fino a qualche anno fa, tutti napoletani. Facevano un pop un po' jazzato, e il primo brano del loro unico album ha un bellissimo giro di basso di Aldo Mercurio, altro eccellente turnista. Probabilmente, se decidessi di riascoltare tutti gli album che mi girano in testa, finirei tra due anni. Non ho mai capito come sia possibile non ascoltare musica, oppure farlo distrattamente, solo quando una canzone piace. Senza musica non potrei nemmeno respirare. E di certo non mi servirà una vita sola per soddisfare tutte le mie curiosità.

Quasi tutte le storie di ordinaria sopravvivenza che sento in giro sono indice di un'assoluta mancanza di coglioni sotto. Quarantenni che tornano a vivere con mammina per il piatto caldo e per il risparmio delle bollette, gente triste e sfiduciata che resta in matrimoni grotteschi per non affrontare tutte le conseguenze economiche ed emotive del distacco, mestissime e sciagurate donne che cercano di compiacere il loro stupido boia sentimentale, usando il sesso quando non serve e la tenerezza quando non è gradita. Le ragazze serie si costringono a sembrare delle zoccole disinvolte pur di non apparire obsolete, mentre quelle che ti sbattono in faccia il loro contegno e il loro potere di scelta partono da seminascoste logiche da troia annoiata. Ma non basta sciacquarsi i genitali e fermarsi con qualcuno per dimenticare tutta la merda emotiva sparsa in giro, e per quella frenetica ossessione di gestione che è una pericolosa spia di vuotezza interiore.
Gli uomini della mia età, ancor peggio, mi comunicano qualcosa di ancora più triste. Spesso li riconosci tra le rovine di un rapporto noioso, soprattutto per colpa loro, a farsi sgridare e rispettare allo stesso tempo da sfioriti esemplari di fiori di arancio abbrutiti. Un classico, quello della compagna che rompe il cazzo nel quotidiano e che invece ti continua a sostenere nei momenti difficili. Perché le donne hanno più spirito di sacrificio, è un dato di fatto, finché non si stufano di te; ma a quel punto tu lo saprai già, perché è vero (per quanto banale) che una donna ti lascia ti ha già sostituito, se non altro nella sua testa. Magari sta fantasticando su quel suo vecchio amico e tu sei alla porta, con le tue valigie impolverate. Viceversa, gli uomini sembrano capaci di fottere in giro senza darci troppo peso, tanto tornano sempre dalla moglie-mamma-sorella-accuditrice-puttana per dieci minuti il sabato pomeriggio quando il cazzo tira per inerzia.

Incontro uno stronzo che mi dice “mi dispiace” e intanto guarda la vetrina di un outlet per finti giovani. Non incrocio il suo sguardo, perché il suo sguardo non esiste: è capace solo di soppesare pantaloni che gli tolgano tre anni dal pacco e dalle gambe flaccide, è capace di portare i cioccolatini alla moglie e di fingere affetto per la suocera che è una vecchia cariatide con la mania dell'igiene e delle sciarpette di raso.
Mi dispiace”, ripete, scuotendomi una mano a caso.
Merci very much”, rispondo paradossalmente, e lo mando fuori strada. Fottiti, boy-scout. Fottiti da solo, con i tuoi pantaloni giovanili, e sgrillettaci sopra come una ninfomane di cartapesta. Il tuo Dio non è il mio.

Il tizio che gestisce il negozio di intimo hard all'angolo è un tipo spiritoso, sempre con la battuta pronta. Vende roba assurda: slip invisibili con buco centrale, guêpière rosa con piume, porta-capezzoli argentati, profilattici all'eucalipto per un sesso orale corroborante che non infastidisca gola e palato, telecamere per prepuzio. Le signore della zona si servono da lui e instaurano con questo soggetto un rapporto di bianca ma oscena complicità. Il tizio, Gennaro Azzopardi, deve conoscere tutte le manie dei maschi del circondario, e sono certo che ci rida sopra di gusto.
Entro nel suo store per chiedergli se può procurarmi dei profilattici al gusto armagnac, e anche una crema intima al centerbe, perché nell'universo del do ut des voglio essere originale e contraddistinguermi, ma gli sono finiti, me li farà trovare. Anche se a me tutti questi attrezzi non è che piacciano molto, preferisco una gonna svolazzante e ho attitudini casarecce, da boscaiolo nel giorno libero.
Gli uomini che fanno sesso con telecamere, che si aggrappano ai lampadari, che si fanno mettere un dito in culo mentre recitano le migliori parole di Baricco, che giocano a fare i De Sade del quarto piano, in genere hanno cazzi minuscoli e vanno di panna montata dopo quindici secondi, invocando qualche santo per il miracolo dei sei secondi in più.

Finisce qui il mio zibaldone pasquale con l'utero stampato al posto della bocca, con il trono vuoto di dio a farmi vento nell'anima aquilone, con la musica che mi macina il tempo, che torna a darmi un senso oltre quel grumo di rabbia che protesta e si muove come un mantice o una fisarmonica, allontanando ed avvicinando atomi e persone come un capriccio imbecille.
I miei migliori auguri, tra le decalcomanie di resurrezione e le parole di circostanza e calore emotivo che si riservano alle pecore nere, che però sono in realtà dei montoni travestiti, bravi a simulare ricezione di carezze mentre ti stuprano il dogma di empatia che sei costretto a snocciolare ad ogni passo.

LdP, 20/4/2014

Nessun commento:

Posta un commento