07/04/14

La quiete, forse, Firenze e le vene lontane


Time is the school in which we learn, time is the fire in which we burn.
Delmore Schwartz

Nella foto di me ragazzino, che ho ritrovato da poco, c'è uno dei pochi sorrisi sinceri che ricordo di aver mostrato ad un obiettivo.
La foto mi intenerisce e mi tormenta. Ma io riesco a tormentarmi quasi sempre, con qualsiasi pensiero, spostandomi in continuazione, sognando, desiderando, continuando a dirmi che una vita solo è troppo poco, e che è ingiusto crescere, amare, parlare dove ci si trova a nascere, senza poter scegliere, senza rischiare cecità e felicità.
Mi addormento e sogno Firenze. Sogno continuamente Firenze. Il richiamo, l'ossessione, il mio guscio lontano, l'astrazione strisciante della mia elettricità e del coraggio residuo.
La mia presenza qui è assenza altrove. La mia assenza altrove è un'idea che non trova il respiro e non ascolta la voce. Perché io sono qui, a fumare e scrivere, e ad aspettare che mi venga sonno quando molti dovranno svegliarsi.
La gatta mi guarda, mentre scrivo. Sguardo devoto e curioso, sguardo abituato alle mie mani che si muovono su questo arnese, sguardo di amore e spazio condiviso tra due animali, dei quali uno placido e l'altro in movimento di sottrazione, confuso dall'alternanza tra notte e mattino, tra dormiveglia e presenza, tra sogno, richiamo e sobrietà.
La febbre è finita. Ci ero finito dentro.
Nella febbre ho ricordato particolari vecchi e slabbrati, citofoni illuminati di notte, cancelli, gli odori delle mie case, elette a nuova vita e destinate invariabilmente al ruolo di tana e ricostituente del silenzio che le precedeva.

Questo violino strappato che mi porto in petto.
Questo violino che mi rende maschio, comparsa, sfondo di una nebbia, amante di pochi giorni, città al confine tra dolore e rivolte, questo violino tra le mani di un arlecchino pigro, che mi rende blackout, erogazione sospesa, infedeltà cristallizzata, questo violino di tarme e passato che mi rende arco e intanto scocca la freccia mentre riposo e mentre cerco quiete.
Quando mi stendo sul letto, il soffitto mi è insopportabile. Come ogni imperfezione dell'amore, che a quelli come me non li conclude mai, non li mette in pace ma li responsabilizza, li accende, li rende rischio e ultimo gesto, li colloca ma non li esorcizza.
L'infelicità è un dozzinale equivoco, che porta con sé spiegazioni farraginose, elementari, stridule, strenue difese di posizioni inesistenti.
Sento il peso di un'infelicità accettata, rumore di fondo, animale notturno metà preda e metà predatore, sento l'imbarazzo frenetico di questo abisso che non si è mai piaciuto mai del tutto, e che non avoca a sé la stravagante giustizia dei rimedi.
Ricordo notti di primavera a fette tra pancia e frenesia, l'odore dei gelsomini e della lontananza, la testa sotto l'acqua fredda per rimandare i sogni e l'ingiustizia di ogni cambiamento, di ogni novità e di ogni scelta.
Più nave che scrittore. Più uomo che storia da raccontare. Più maschio che presentabile. Piccolo organismo in perenne tumulto, setaccio di curiosità irraggiungibili, sabbia lunare per accecarsi e per scrivere, insieme di voci che non si riconoscono e non si conoscono, vetrina di possibilità spaventose in una strada chiusa.

Vene scure mentre scrivo. Vene nere quando amo. Acqua scura quando sogno. Pioggia quando immagino. Dita sulle labbra quando oso troppo.
Figlio dimenticato quando mi penso uomo. Ragazzo folle mentre invecchio. Musica quando mi lascio andare. Prigionia quando sono logico. Crudeltà quando rinuncio o scarto. Passeggero fantasma per Firenze in notti come questa.
Bastardo quando mi accontento o mi rinnovo di poco per darmi uno slancio. Altero e ferito quando non accetto gare e competizioni banali. Cane dell'inferno quando mi voglio padre di qualcosa che si concluda, che non abbia ombra o ripensamento, fuoco vivo senza lingue di spegnimento.

Sbarco e sfocio nella nuova settimana, finisco la sigaretta, la febbre è finita, mi è rimasta nei chiodi che sento tra gambe e piedi, ho sbraitato molto ma l'ho fatto con calma, ho estinto il piccolo sole nero di due pomeriggi e quattro mattine, sono salvo senza averlo chiesto.
“Sono vivo qui, adesso, nel lato storto del mondo”
Troppo poco, sempre troppo poco su quell'altalena che ogni tanto abbandono per dimenticare lo slancio. Perché lo slancio è anche spinta, e la spinta nasce dal vuoto, un vuoto bianco e con troppi nomi.
Sono vivo, qui, adesso. Troppo poco.

Luca De Pasquale, 6/7 aprile 2014

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