05/04/14

La luce delle sei (e tracce di vomito)


In tutti questi anni ho studiato i dettagli. Senza volerlo.
Delle persone ricordo il colore dei vestiti, gli orologi, le collane, gli anelli, i tagli di capelli, gli sguardi, naturalmente.
E molti di quegli sguardi erano da animali avviati alla macellazione della vita. Ingenui, colanti sogni e desideri, teneri considerando tutte le difficoltà che avrebbero incontrato.
Non posso fare a meno di ricordare che quegli sguardi mi imploravano, tra le righe, un entusiasmo che ho spesso lesinato. Erano sguardi di accoglienza, ma io ero una biglia di rabbia, un cyborg insonne impazzito. Non sono pentito.
Così era e così è stato. Non ci si può pentire sempre.
Non posso però fingere di non provare tristezza per quei tentativi. Non ho mai risolto, e mai risolverò, il senso di colpa per essere accolto, atteso, considerato. Nell'attenzione degli altri c'è qualcosa che stride e ferisce, un'impossibilità che percepisco concreta e di cui sono consapevole. Impossibilità di rispondere a tono al desiderio altrui. Impossibilità di calarsi nel ruolo lasciato vuoto apposta per te, a causa di un'irresistibile tendenza a considerare l'altrove come valida alternativa al qui e ora.
Per questo, continuo a non capire perché ci si lamenti tanto dell'indifferenza, quando può essere una scappatoia, un pretesto, una necessaria e affollata porta di servizio, dalla quale svicolare senza fare troppo male a chi crede, a chi confessa, a chi spera.

Anche stamattina la luce della sei è uno spettacolo.
Sembra che un bambino abbia disegnato il cielo con pennarelli quasi consumati, c'è una luce tenue striata di bianco, nero e grigio. Fumo una sigaretta tra le sbarre, da questo carcere della privacy, da questi sotterranei che non diventeranno di certo teatri, cinema o scenografie per fotoromanzi.
Mi chiedo, in questa luce innaturale, che fine abbiano fatto i miei compagni di follie di tanti anni fa. So che loro si porranno la stessa domanda, ma non ci siamo dati molto spazio di risposta. Ci siamo persi, come era prevedibile, senza rancore, senza discussioni. Crescere, responsabilizzarsi, spesso elimina quella stupenda complicità passeggera che è rischiare di vivere, dove per vivere intendo vivere sul serio.

Nella luce della sei, inizio a mettere ordine, e quindi a distruggere. Cose che ho scritto e non mi piacciono, mi confondono. Con la scusa del poco spazio, elimino capi di vestiario che mi hanno vissuto troppo, cerco di ridurre le mie tracce persino in casa mia. E preparo anche dischi da vendere ai drogati che mi contattano ogni tanto, prendetevi pure un po' di emozioni in musica e manie di accumulo, io ho già dato, io ho poco spazio, io devo liberare interi scaffali di vuoto.
Non sento il sapore del caffè, non sento quello della sigaretta, perdo l'orientamento non potendo gustare i vizi necessari del risveglio.
Mi sento stretto, vorrei liberare gli spazi. Ho bisogno di aria. Ho avuto bisogno di aria e pochi oggetti anche in case enormi. Troppi oggetti mi innervosiscono, non mi aiutano a rappresentare il mio disperato e velleitario bisogno di disciplina. Troppe persone invece sono un invito a nozze per il silenzio e per svignarsela. Non c'è niente da fare, il troppo mi allontana sempre.

Quando qualcuno mi telefona, lascio parlare e raccontare. Mi faccio raccontare cose che io non vivo, preoccupazioni che non posso condividere, manie che non mi sono mai appartenute, e a volte mi capita anche di ascoltare di cose dalle quali sono stato escluso. Difficile che alzi il telefono io per primo, perché è difficilissimo che io abbia voglia di raccontare o aprire i rubinetti. Sarà che racconto alla carta e mi piace molto il silenzio. Sarà che mi innamoro perdutamente della solitudine, perché ci trovo la musica, il ritmo, la cadenza, e anche perché la solitudine non è altro che uno dei tanti nomi del caos e della dignità. Ascolto e intervengo solo quando voglio intervenire. Non accuso cali d'attenzione e non mi perdo in rivendicazioni affettive. Non ti sta bene che io mi ritiri spesso nelle mie stanze? Bene. Rimedierai non chiamandomi più.

Anche oggi piove. Ma è solo un momento. Verrà il sole e verrà il rumore. E il cielo prenderà la brutta abitudine di essere un drappo azzurro senza pieghe, monotono, noioso. Il drappo azzurro sarà agitato da mani invisibili, e verranno a galla le voglie, di mare, di sesso, di vento allegro, di partenze, di affiliazioni, di gentilezza e partecipazione.
Sotto il drappo azzurro e fermo farò lunghe passeggiate vicino al mare, annoterò quel che mi colpisce, scriverò poi a casa, farò il cambio di stagione dei rimorsi e cercherò di trovare la voce vera ogni mattina.
Mi è sempre piaciuto guardare le navi che salpano, i treni che partono, sono scene che mi danno l'idea del movimento e del cambio di habitat, speranza senza la quale tutto diventa oppressivo, contorto, maniacale.

Due mesi fa, durante quella cena, ho provato il desiderio di vedere Mariadele godere. Era una sensazione quasi dolorosa. Lei aveva capito e ci giocava, ed io l'ho apprezzato, perché non sono un moralista. La presenza del suo uomo, un pezzo di merda con camicia bianca e smania d'artista, mi eccitava ancora di più, esaltava un furore di possesso e rapina, una cupa vampa di desiderio e rovina da consumare in piedi, violentemente e senza giustificazioni.
Volevo far godere Mariadele e poi godere io, con quello stronzo incamiciato nell'altra stanza, quel coglione di mezzo artista dai modi affettati. Non sopporto questi tipi convinti, con l'alito di dentifricio, che sanno di doccia mentre parlano di musica o pittura, che si guardano in giro mentre rilasciano un'opinione. Se mi piacessero gli uomini, quelli come lui mi piacerebbe incularli tenendoli per i capelli, senza lubrificazione, a freddo.
Ma a me gli uomini proprio non piacciono. Non ci sarebbero certo problemi, se avessi curiosità di questo genere. Ma non ne ho. Solo i corpi delle donne mi richiamano fuori dalla tana. E qualche volta la loro anima, se si fa riconoscere e non gioca a nascondino.
Ma la cupa vampa era un desiderio egoistico. Riuscii a fermarmi, riuscii a dirmi che non ero disposto a prendermi in gestione parte delle sensazioni di Mariadele, e dunque quel che volevo non era giusto. Rompere gli equilibri per me è una necessità. Agisco per vedere nuove macchie comparire, sempre più larghe, agisco da infiltrato per assistere alla nascita di nuove infiltrazioni. Agisco forte e sporco per confermare dubbi, e per far volare aquiloni a filo corto in cieli neri. Sono quindi rimasto tutta la sera con il desiderio di profanare gli equilibri di Mariadele e del suo stronzo di buona volontà, il desiderio accidentato di farmi sputare in bocca, di venderle parte di me e di essere troie insieme, in un fremito di marea senza memoria e senza luce di prosecuzione.
Voglio essere la tua puttana”, mi andava di dirle, “sputami in faccia mentre il tuo uomo inutile intrattiene gli amici”.
Ho resistito. Ho fatto molta fatica. Volevo sentirmi un pezzo di merda, nel dopo, e annusarmi le mani dopo averla toccata. Volevo e non me lo sono concesso. Ogni volta che Mariadele ed io ci incontriamo va in scena questo rituale di esproprio e autodistruzione in diapositive scongiurate, è un tormento e dunque preferisco non vederla più.

Lasciar riposare la scrittura e confezionarla. Levigarla, direzionarla. In certi momenti della vita è davvero impossibile.
Se avessi scelto il buonsenso, buona parte di questo blog non avrebbe senso. Se questo blog fosse stato impostato come spot, avrei di certo sbagliato tutto.
Ma quando creperò mi sarà d'aiuto pensare che ho avuto una zona franca, che sono stato libero. Mi piacerà pensare che chi mi ha conosciuto si è trovato di fronte uno che cercava di non prendersi in giro. Poi le pubblicazioni sono un'altra cosa. È un aspetto che va armonizzato con la natura selvaggia, è un equilibrismo, neanche il più difficile o spinoso.

Nella mia casella postale trovo dello spam. Santoni del rock che mi invitano a conferenze sull'ambiguità di David Bowie. Rivenditori truffaldini che mi propongono cofanetti giapponesi per segaioli. Poeti autoprodotti che parlando di equilibrio e verità sperano di recuperare terreno con la nevrosi e centimetri per il cazzo.
Ma soprattutto tanta, tanta megalomania. Sembra che per molti il verbo sia tirarsi addosso considerazione e riconoscimento. Un'ossessione.
Soprattutto gli scrittori, che se potessero si succhierebbero il cazzo da soli. Il tutto con un provincialismo iniettato di falsa modestia e di pose alla Masaniello modernizzato, se sono un consulente di case editrici vi scrivo un libro su uno che fa il correttore di bozze, se sono en travesti vi parlo di froci tra scandalo allo yogurt e fellatio nella bassa Campania, se sono una femminista bruciata dalle canne degli anni ottanta appenderò i vostri cazzi da fallocrati nella mia teca di falene morte, se sono un convertito scriverò una parabola, eccetera.
Dunque, secondo questi dettami, dovrei scrivere un romanzo di formazione a botte di conati di vomito sulla perdita del posto e sul conseguente disorientamento. Mi sono già espresso più volte sull'argomento: quando ognuno protegge il suo giardino non c'è da raccontare epopee, quando si leccano culi non c'è profilo spiritoso che valga la pena mettere su carta.
Mi piacerebbe raccontare -dico sul serio- di solidarietà, barricate, battaglie contro l'iniquità, onestà in lacrime, ma avrei solo una delle tante tristissime storie sulla razza umana e sulle sue atroci controfigure. Passo.

Un vecchio professore del mio liceo fece girare una foto un po' sfocata, che raffigurava una ragazza incappucciata nell'atto di avvicinarsi al suo piccolo membro. L'uomo stava per andare in pensione, ed evidentemente se ne strafotteva delle conseguenze. La foto, tra l'altro di pessima fattura, fece il giro dell'istituto e destò un forte scandalo tra i genitori dei miei compagni, quasi tutti facenti parte dell'egemonia economica e destrorsa del quartiere. Il professore fu prima crocifisso verbalmente, poi fu cacciato in silenzio.
Ecco. Quell'uomo era alle prese con una di quelle crisi di megalomania controproducente che rivedo oggi nel delirante bisogno di farsi notare con qualcosa, ignorando il senso del ridicolo.
Se ti sei pagato e stampato sette romanzi mediocrissimi, abbi almeno la compiacenza di non rompere il cazzo spingendoli. Ma dove li spingi? Pensi di sedurre delle sprovvedute, di finire tra le recensioni del vecchio trombone del grande quotidiano, il signor Tony, che da decenni crede di spingere dei poveri cristi alla lettura?
Pensi davvero che io legga il tuo libro di merda? Piuttosto mi masturbo, e senza fantasia. Pur di non leggere il tuo orrendo, raccapricciante e pretenzioso romanzo da valgia dei tavoli di casa.
Così come non distribuisco complimenti a quel tipo “che potrebbe essermi utile tra due anni” e come non fingo di provare simpatia per dei simpatici cabarettisti che presumono di poter spiegare all'uomo medio “l'urgenza della scrittura”.
Non vi sopporto e non vi supporto. Sarò un pessimo scrittore, anche disoccupato nella vita reale, poraccio, ma a casa mia comando io. Quale che sia la casa, quale che sia la mia convenienza.

Luca De Pasquale, 5 aprile 2014

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