28/04/14

La chiesa del vento


“Strappa all'uomo medio le illusioni di cui vive, e con lo stesso colpo gli strappi la felicità”
Henrik Ibsen

Il cielo della sera sulla tangenziale sembra un incrocio tra una copertina dell'Ecm e un film di Carpenter: nebbia dappertutto, nebbia leggera con lampi.
A rendere tutto ancora più cupo è proprio un disco dell'Ecm, Ralph Towner e John Abercrombie in “Late night passenger”, dove è la chitarra elettrica di Abercrombie, pennellata e vaga, a rendere il tutto fondo e colmo di riverbero.
I lampioni tremano sotto il vento, le insegne dei negozi esaltano l'effetto bagnato sulla strada sottostante. Tutto sembra annidarsi in una quiete irreale, che è quella di ora, ma non è quella dello spirito.
La sensazione di una forza trattenuta e dai movimenti imprevedibili è incombente. Le distanze, è l'immagine di uno spaventapasseri con le braccia sfilacciate, senza mani.

“Lament”, nell'interpretazione del grande Mark Murphy, potrebbe descrivere questa serata più di qualsiasi nota da blog, perché in quella camera notturna sul lago che considero la mia anima adesso c'è solo la luce dell'abat-jour e ogni forma di piccola e svogliata comunicazione è abolita. Mi è necessario non essere rintracciato o rintracciabile. Non c'è nulla che desidero mi venga spiegato, e io stesso non ho che da rivelare il mio asciutto atteggiamento.
La buona volontà di spacciarsi bene è un tedio devastante, fare colpo è una mossa fessa, dare credito è un'inutile e straripante carità da riporto.
Vuoi spiegarmi per forza com'è bella la tua vita?
Non mi opporrò. Sono educato e so ascoltare, ma non ti aspetti che ricambi.
Chiunque tu sia, non resisterai e se solo parlerò un po' cercherai di capire. Non c'è nulla da capire e ancor meno da indagare. Potrei inventarmi traumi mai guariti, fasi negative non affrontate, sofferenze amorose che invece trovo fuori tempo massimo e di breve suggestione, potrei regalarti mille pretesti, per quanti sono i tuoi dubbi.
Potrei darti un passatempo di quindici minuti a notte. Potrei, ma sfango, sfango e svolto, sparisco e divento elettricità in questa notte di lampi.

È chiaro che sono belli i palloncini, i bambini, il mare calmo, la luce dell'estate, i grandi amori, i sinceri ritorni all'amicizia, una fede che resista alle domande più ovvie, è bello avere affetti ancora in vita e gestire un'attività avviata. È tutto molto bello e molto necessario. Nessuno ha il diritto di gettare pece su questo materiale insostituibile, anche se di breve durata e con la beffa nascosta nello stesso accorgersi di queste forze. Non sarò certo io ad interpretare l'uomo nero. O il pirata con gli occhi feriti. Bastano a me, queste mattane. Io mi limito ad osservare e non entrare nelle fotografie.

Il party amicale non decolla. Nessuno ha un cazzo da dirsi, se non aggiornamenti pletorici e ridondanti. Che fai, cosa faccio, chi mi chiavo, chi ti sopporta, ti ricordi quando, mi dispiace che hai perso il posto, coraggio e fede, porte e portoni, come sta tua madre, bella questa sciarpa e vaffanculo.
Il desiderio sessuale non basta più. Merda. Ha una gittata piccolissima, perché poi subentra l'orrore puro dell'incastonamento in vite regolari. Finisce che poi il desiderio sessuale è cattiveria, è crudeltà grezza: seduci senza nessuna intenzione, sei perplesso anche se carezzi e ti fai strada, poi dopo rinculi e ti trasformi in un gigantesco polipo del diavolo, un succhiasperanze orbo.
Il desiderio sessuale, morboso e annoiato, ferito e proverbiale, cerca allora prede facili, facilissime: persone disgustate dalla monotonia del rinnovare una promessa che era stata scritta con sperma e lacrime secche di altri amori. Ti addentri nel dolore di un'altra persona, le togli le mutande, le sbavi in bocca, la penetri, la usi, la violenti in quel residuo di speranze ancora umide e con qualche traccia di Dio ai lati. Un autentico abuso che porta solo peste e rimorsi, che non ha nessuna eleganza e che tradisce una completa mancanza di coglioni.
Seduto in questo divano rosso del cazzo, con attorno gente che fuma e che invecchia male, simulando entusiasmi invece sopiti e manie di persecuzione girate a stile eccentrico, mi sento una chiesa giocattolo nelle mani di un bambino viziato, c'è vento ovunque e avrò freddo all'incrocio degli amori altrui, sotto le loro lingue grasse e adoranti, alla proiezione irrichiesta dei loro vizi polverosi, tra le cosce sporche dei loro tradimenti.
In più, in questa casa sento la presenza di persone morte, che mi inseguono in bagno nascondendosi dietro lo specchio, e che mi aspettano accanto alle finestre quando mi isolo per ritrovarmi. Nella mia chiesa c'è tanto di quel vento che non ho mai più scritto una lettera personale, perché non saprei da dove cominciare e dove andare a parare.

C'è troppo vento. Non riesco a tenere fermi i ricordi e le intenzioni. Il rumore del vento copre anche il jazz e la mia buona educazione da ex ragazzo borghese un po' decaduto. La donna con quel rossetto blu e le sue buone maniere un po' stucchevoli mi viene a stanare ed io muoio per quattro secondi, perché non so di cosa parlare con lei. No, non so.
“Tu sei Luca”, esordisce.
Certo, sono Luca. Certo, così sembra. Dicono. Desideri? Posso esserti utile in qualcosa? Vuoi farti conoscere a poco a poco o vuoi parlarmi di un tuo grande dolore e poi stupirti di averlo fatto?
Vuoi che ti parli di musica e di libri? Vuoi che mi cali in un personaggio dolente che ben si attaglia a quel che scrivo? Vuoi che ti stupisca con una strana allegria e qualche abitudine in comune?
O preferiresti vedermi morire, con calma, forzando i miei istinti verso l'abisso della coerenza, spingendomi a giurarti che il corpo muore e l'anima no?
Le offro una sigaretta, apprendo che Keith Jarrett è il suo musicista preferito, capisco che sta con un tizio sociofanico che mangia patatine e pizzette più in là, poi mi ritiro nella mia caverna di vento e il suo rossetto blu diventa uno sbavo abortito di mistica della conoscenza.
Penso alla notte. Dormirò a destra o a sinistra? Sono un bambino corrucciato che passa il tempo con i suoi musicisti scandinavi, invece di contare le pecore.
Eppure. Eppure, mai sentito tanto vivo, tanto nascosto, tanto illuminato dall'ombra e tanto propenso all'attimo per quello che vale.
Senza onori e non a lungo, quando ci si sente così si è come quell'eroe involontario che prende per mano la vita nel giardino più buio, dove le raccomandazioni altrui sono solo biascicamenti farneticanti, paura, egoismo mal riposto e dipinto in cornice ma senza firma.
Nelle notti di lampi io sento tutto. Tutto. E poi non dormo. E poi scrivo. E poi scompaio e poi torno a scrivere. E non chiedo niente. E questa è la mia droga di oggi e domani, prima della lobotomia dei limiti.


LdP, 28 aprile 2014

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