02/04/14

Il gelo di aprile


Il sassofonista zingaro suona la sua triste melodia.
Mi suona addosso, quando gli passo accanto. Invade per un attimo il mio freddo e poi scompare nelle sue necessità, nel suo tentativo.
Negli appartamenti adiacenti, sospesi in palazzi che mi opprimono sui due lati, ci saranno persone alla fine dei giorni, ci saranno intrallazzi, amori, perdite, cucine illuminate dai neon dopo le sette di sera, gatti, cani, giovani donne sempre sulla giostra delle scelte. Ma fa freddo dentro.
È una mattina di sesso inghiottito, di note della spesa scritte male e in fretta, è una mattina in cui questa città piena di buche, malmessa, sporca, è collana di un'agonia che non si vuole riconoscere e che non nobiliterà nessuno.

Mi arriva un sms di uno stronzo che vorrebbe vendermi dei cd, spacciandoli per dei rari fuori catalogo. Ma io ti fotto in culo, stronzo. Ti fotto in culo. Non mi freghi sui fuori catalogo. Non mi hai mai fregato. Tu sei buono per i polli e per i compulsivi. Ti fotto in culo e ti farò bagnare le labbra di vergogna.
La dottoressa usa i tacchi alti. Alti e disperati. Non finirò tra le sue cosce.
Siamo tutti ammalati. Tutti ammalati di sopravvivenza da colorare. È un supplizio, un recipiente ragnatela, un fondo d'anima da bucherellare, per l'aria, per la breve salvezza, per il respiro sulle labbra di quel che abbiamo già perso.
Compro due penne che non mi servono. Un quaderno che non mi serve.
Ricevo un invito per la presentazione di un romanzo che dicono sia molto divertente e anche un po' provocatorio. Cancello e non rispondo. Se pure ci andassi, non mi porterei mai l'anima e il cazzo. Non più. Tutto da lasciare nel cassetto, insieme alla canzone del momento.
Non ci andrò, perché sento di avere la sensibilità tardiva e confusa di uno che si è appena fatto inculare per noia in una latrina.
Potrei dare piacere senza provare nessuna emozione. Potrei parlare d'amore per contratto, e intanto pensare ai fatti miei. Potrei disconoscere un ricordo per la comodità di un nuovo viaggio notturno. Io stesso sono un mio ricordo.
Potrei sedurre senza nessuna reale intenzione, potrei inserirmi in qualcosa che non mi riguarda, per studiare reazioni, impulsi, debolezze.
Aspiro ad essere un cono d'ombra. Specialmente quando arriva l'estate.
È perfettamente inutile che Laura mi scriva. È troppo tardi, la sua vita non mi riguarda e il suo debole per me mi fa addirittura schifo.
Laura crede di avermi sottovalutato e ora le piace rivalutarmi. Non mi presto a queste operazioni. Mai. Le concederò di venire un giorno al mio funerale, non dirà niente al marito e ai figli, si vestirà da Madame Nostalgia e non avrà mai davvero finito di vivere il suo. Che non è il mio.

Mi sfiora un cane con la pettorina di Hamsik, degli studenti del ginnasio rumoreggiano, cammino piano e nonostante il caldo non ho tolto i guanti tagliati sulle dita, che sono stati l'immagine del mio inverno. Come voler sentire caldo e freddo nello stesso momento.
Ci ho dormito, con i guanti fingerless. Li ho usati per scrivere, per cucinare, per muovere una distanza, per non abbinarli bene al vestiario svogliato dell'occasione obbligatoria. Li ho usati per cercare la traccia giusta del vinile, li ho usati e li ho guardati parlando al telefono, sotto il cielo di mattine nelle quali non guardavo neppure il cielo.
Mi capita anche un esemplare di quelli “non ti sei fatto più sentire! Eppure sai dove trovarmi!”, individui che partono da un errore di fondo. Non mi piace sapere dove trovare le persone, e ancor meno che loro sappiano dove trovare me. È una dinamica che trovo oscena, la certezza del contatto, è un alibi di lentezza, è un vestito di cortesia che non lascia lo spazio giusto al sesso e al silenzio. Tu tenta e non rompere i coglioni. Se mi gira, ci provo io. Non mi sembra il caso di fare la recita dell'amico che se n'è accorto, che non c'eri.
Il tizio sembra voler parlare di tutto e di niente, ma capita male. Oggi sono stordito dall'overdose di dormiveglia della notte, oggi sono sul ciglio della strada chiusa, sono a tavola nel ristorante che osserva il giorno di chiusura, carezzo tutto quello che non mi appartiene e sono consapevole di non volerlo veramente.
Stai scrivendo?”, chiede il tramvai di saliva sociale.
Ma perché, ti interessa davvero?”, gli rispondo serenamente.
Lo mando in crisi. Diventa paonazzo, cacaglia, poi: “Ma che dici... certo!”
Sì, sto scrivendo”
Si solleva: “Oh, bene. Cosa?”
Cose”
Capisco... scaramanzia”, fa una risatina. Ha un brutto sorriso, ma non è cattivo. Mi trova solo nel buio, è sfortunato.
Sì, certo, scaramanzia”, lo assecondo. Buon diavolo gentile. Non merita sarcasmo, non sono così stupido. Addirittura gli mollo una pacca sulla spalla, io che le pacche le detesto più di uno sputo in faccia.
Lo saluto e poco dopo mi passano accanto una mezza dozzina di donne completamente annaffiate da Narciso Rodriguez, che come ormai saprete è un'essenza che mi attrae e mi repelle allo stesso tempo e con la stessa intensità. Perché riesce ad alterare in qualche modo la normale percezione degli odori, perché forza le sensazioni, perché sembra cancellare l'aria pulita attorno, sembra un richiamo da pozzi che sono rimasti incustoditi.
Per un uomo che non si scrive la disciplina addosso, una delle forme di caos più semplice è rappresentato dalle donne. È una scelta naturale, molto ovvia e quasi sempre controproducente. Perché un interscambio di figure attraenti e preziose non lava il dolore a fondo. È quasi sempre solo una mano di vernice, che accentua l'odore penetrante e stomachevole delle tracce cieche di altri amori, altre promesse, altre lacerazioni.
Svegliarsi all'alba lava di più. Restare fermi tutta la notte lava di più. Cadere disorienta l'esercito delle nostalgie mercenarie. Se cadi non ti trovano. Se cadi, non possono più innamorarsi di te. Se cadi, sei libero di sparire e riapparire dove vuoi, e poco importa che la propria folla di affetti ti consideri redivivo, recidivo, capriccioso.
Questi assurdi guanti senza dita sono diventati la mia coperta di Snoopy. Mi ricordano traghetti notturni che non ho preso, mi autorizzano all'anonimato, rendono la mia timidezza eccentrica e la mia rabbia poco visibile. Non sono guanti da sci, da windsurf, non sono nemmeno quei guanti di seta speciali che usano i bassisti moderni. Sono guanti che ho rubato dall'armadio dell'insonnia e ho difficoltà a disfarmene.
Stai scrivendo?”
Sì. Sto scrivendo.


Luca De Pasquale, 2 aprile 2014

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