13/04/14

Il cono d'ombra


Ci sono, poi non ci sono, ci sono di nuovo e infine mi sposto.
Mai fare lo stesso lavoro. Mai dormire nello stesso letto e abituarsi. Mai convincere gli esterni che il carattere sia concluso e definito. Mai far credere che l'amore non viva anche di esami e di prove.
Ho conosciuto molti che avevano tanta voglia di fermarsi. Fermarsi per poi definire il loro mondo, per abbellirlo, per trovare uno spazio che potesse fronteggiare e reggere le invasioni.
Chi si è curato è diventato insopportabile. Chi ha rinnegato è apparso ancora più misero del solito. Chi ha trovato un motivo per vivere si è chiuso in una nuova certezza, cercando di fare proselitismo.
Dopo le delusioni, si offre il proprio corpo piagato di paure, si teme ogni piccola distanza, ogni porta chiusa e ogni tradimento, ma è schifosamente ridicolo.
Si presentano ai vecchi amici le nuove fiammate, con quella giusta dose di vergogna, eccotene un'altra, magari questa volta va bene, non giudicatemi male, vi prego.
Docce prima di scopare, docce dopo, stiamo sempre a lavare scorie, stiamo sempre a prepararci per il momento seguente ma a volte ci prendiamo solo come pezzi di carne scaldata.

Tempo fa un conoscente/amico mi ha presentato la sua nuova compagna. Sembrava che avesse vinto alla lotteria. Era ebbro di gioia ed io ho capito che si sentiva di nuovo degno. Vedi che inutile stronzo, ho pensato. Ha avviato dei panegirici e delle magnificazioni, in presenza della sventurata new entry, ed io mi sono assentato del tutto, ho iniziato a pensare ai dischi da comprare e alla lista della spesa.
Il conoscente/amico si comporta come uno che ha recuperato crediti e valore, uno che è tornato un buon figlio di dio perché vive di nuovo amore, smiela ovunque, e non mi è difficile pensare che il sesso tra loro sarà zucchero filato, roba da vomitare al primo “ti amo” mentre si spinge e si suda. Gli uomini zuccherosi sono un'atrocità. Sono grati alle loro donne per ogni cosa, hanno ricevuto un'educazione che impone loro di essere cavallereschi oltre il senso del patetico, e si sono persuasi di dover essere sempre dimostrativi.
Il vero amore è una cosa meravigliosa”, mi ha detto poi all'orecchio, e io ho avuto voglia di dargli una testata.
Che fai, mi raccomandi il vero amore? Vero, lo conosci di persona. Che fai, mi raccomandi di essere sempre presentabile in società, dobbiamo sempre dimostrare che non si fallisce, e che pure se va male abbiamo la forza di rinnovarci? Ma questo è un tuo problema, non il mio. Io non sono uno che si ripulisce. Non sono uno che deve appianare. E non ho mai scopato come te, come un orsacchiotto, non ci si comporta come Baci Perugina sotto la luce dell'erezione, non si è più intensi se si sussurrano melliflue stronzate alla donna che ci rende degni.

Il lavoro dipendente è un fiume di merda e di rassegnazione. Si passa da un padrone all'altro per sopravvivere e pagarsi qualche sogno. Il lavoro senza passione è schiavitù, la peggiore, perché ci si è imbolsiti e si sopporta. Sono soddisfatto di non dovermi chiedere, almeno al momento, quanto sia intelligente il mio interlocutore e quanto dovrei essere coglione per piacergli.
È stato così negli ultimi dieci anni. Lo stress maggiore era rappresentato dalle contorsioni mentali che ero costretto a fare per comprendere di che razza di questione idiota si stava parlando.
Quando ero poco disponibile e schifato, e dunque pigro, mi venivano portati degli esempi scandalosi di efficienza. Sentirsi dire “devi migliorare” da una persona con coefficiente d'intelligenza pari a zero e qualche sbavo è imbarazzante.
E dunque, si portavano esempi. In genere si parlava di qualche prono donaculo da ufficio. O di qualcuno così ignorante da risultare efficace e dominante sugli altri morti viventi.
Se avevo bisogno di gerarchie, mi dicevo, entravo in polizia, che ci avevo pure pensato. Almeno potevo portarmi dietro il ferro e cercare di far rispettare le regole. Ma nelle ditte private certe gerarchie sono così ridicole che si fa una fatica immane a non ridere durante le riunioni e le feste aziendali.
Ad un certo punto, ho solo desiderato che non mi si rompesse il cazzo. Professionalmente non potevano dirmi niente, ed allora ecco che scattavano annotazioni sul carattere, sul modo di fare, sulla poca disponibilità a dare il mazzo, come hanno fatto altri che oggi continuano a sbarcare il loro infame lunario.
Amicizie al lavoro? Ma per cortesia. Ci si lamava alla schiena per un permesso, per hobby, durante deliranti e squallide pause pranzo, si faceva delazione libera e poi si biascicavano parole di stima. Non ho mai considerato i colleghi degli amici, salvo pochissime eccezioni. Uscito di lì, per me erano dei completi estranei, anche molesti.
Non sono andato a fare lo stronzetto alle feste collettive e non ho mai partecipato alle collette regalo per oliare il culo dei responsabili. Non ho omaggiato l'ospite di turno, che fosse un milanese, un francese o un qualsiasi italiano infarcito di dettami aziendali. Ci pensavano gli altri, a leccare.
Dopo la mia uscita, non ho sentito più nessuno ed è stato un bene. Da questo punto di vista, è come se undici anni di rapporti costrittivi si fossero azzerati, con il sollievo di tutti. Le sorti di persone che sono state delle faticose comparse nella mia vita non mi riguardano, non mi hanno mai riguardato. Di certo non hanno la mia benedizione. Possono tranquillamente andare a farsi fottere e non ho nessun problema a scriverlo o dirlo in faccia. Quando non stimo, non sono una persona gentile e non prendo tempo.

Devo spesso ricordarmi chi sono, da dove vengo, cosa voglio. Per non cadere nella trappola della cordialità e della pazienza. Devo restare sveglio. Non si può fingere di non avere nemici. E, soprattutto, non si può recuperare chiunque. Le occasioni perse non devono diventare santini.
In fondo è una brava persona”, non significa un cazzo. Il mondo è pieno di brave persone, che non per questo si frequentano tra loro. Se sbagli, paghi. Se sbaglio, pago. Basta. Nessun argano e nessun relitto da riverniciare. Le vicinanze si esauriscono, come il corpo muore. La vita è un gioco spietato, non si può passare il tempo a singhiozzare e a cercare il sole come dei cretini.
Aver condiviso delle esperienze non è garanzia di amicizia e correttezza. Essersi cercati e forse amati non significa nulla per il presente e per il futuro, se la distanza è il primo dettaglio dell'immagine ferma.
Ho iniziato a levarmi dai piedi fin da bambino. Mi sono eliminato e ho eliminato. Non nascondo il mio lato negativo. Non sono un codardo e per fortuna non ho problemi di identità e di autostima. Negare il lato negativo dell'esistenza, le mancanze, le sottrazioni, i rifiuti e le morti è da imbecilli. Abbellire il circostante è da pigmei. Concedere e concedersi molte chances è da illusi. Portare rancore in presenza è da stupidi: basta sparire. Rimuovere, rinnovarsi. Portarsi oltre ed essere consapevoli che spesso si è il risultato di vari errori non smaltiti. Non c'è altro da dire e da lacrimare. Le lacrime sono per i lutti, e comunque non ci hanno mai restituito nessuno.

Devo andarmene da qui. Non mi sono affezionato e dunque devo andare via. Appena si è creata una rete attorno alle mie abitudini, l'ho smagliata, sabotata, sono scappato di notte e sono tornato con le mani sporche.
Devo andarmene. Non sono interessato ad una geografia della comodità. Quelli come me hanno una città natia ma non possono fare molto di più.
Di questo posto mi piacciono i gabbiani all'alba; li trovo poggiati sui cornicioni e sulle terrazze costellate da antenne satellitari. Di questo posto mi piace la lingua che parlo, mi piace essere un uomo del sud, ma non ci amiamo. Non ci amiamo per niente. Sono inquieto e il mio posto è altrove. Credo di vivere per l'altrove. Quando non ci si ama, bisogna lasciarsi. Sempre.
Non si deve avere paura. Il cono d'ombra ti cresce dentro, è inevitabile, è un fiore marcio che ti toglie appetito e libertà di movimenti, ma devi starlo a sentire, se ti dice di andare via. Ti cresce dentro e ti rende l'ultima scintilla prima di spegnere il fuoco, l'ultimo sguardo prima di chiudersi la porta dietro, dopo aver restituito le chiavi.
Non andrà a finire come pensiamo. Sarà sempre diverso. Nelle case che abito lascio parte del mio disincanto, e mi dico sempre che chi verrà dopo farà bene ad aprire tutto e far entrare tutto il sole che io invece rifuggivo.
Non so se lascio qualcosa nelle case in cui staziono per qualche stagione, sempre in preda alla tentazione di sparpagliarmi altrove. Non so se lascio qualcosa nel cuore e nella memoria di chi incontro. Non ho questa presunzione, mi considero così di passaggio da non chiedere quasi nulla.
Non capisco proprio quelli che strepitano e richiamano l'attenzione, amami, amami, io sono qui, tu devi, tu hai preso un impegno, tu non puoi prendermi in giro, tu devi essere al mio fianco, tu devi pensare a me e solo a me.
Queste sono solo regole del bisogno, è delimitarsi nel proprio egoismo, è scriversi necessari prima ancora di vivere.
È così difficile amare. E per me, molto di più, essere amati. Si è sempre la preda di qualcuno o qualcosa, anche quando si crede di ricercare la felicità in una battuta di caccia in compagnia dei nostri affetti più consolidati.
La regola è l'ombra, non la luce. Ma nei momenti più freddi, magari appoggiati ad un muro di notte, abbandonati al riposo di tutto quel che ci circonda, allora può succedere che uno squarcio di luci lontane si palesi, senza solennità e senza troppe garanzie, semplici e necessarie avvisaglie di quel che potremmo costruire con un impegno che non prenda troppe pause.

LdP, 13/4/2014

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