12/04/14

Diario di uno spettro a molla


Una delle facce da cinema che ho amato di più, che ho amato alla follia e ancora adesso, è Warren Oates.
Questa non è una nota su Warren Oates. Mi basta dire e sapere che mi sento la faccia di Warren Oates la maggior parte delle ore in una giornata.
Purtroppo, nella realtà non somiglio affatto a Warren Oates. E neanche a Daniele Dominici. Nella realtà somiglio a me stesso. Peccato.
Warren Oates, con la sua aria da bambino incazzato, da bandito messicano, da maverick sperduto, è una delle immagini che amo di più.

C'è una canzone di Mauro Ermanno Giovanardi che mi piace molto, anche e soprattutto nel testo. Si intitola “Io confesso”, e sembra che abbia partecipato a qualche Sanremo fa. Ma io non guardo Sanremo, perché mi deprime. La ascolto e sì, parla un po' di me, come altre canzoni. Parla di quel che pensavo di me. Parla di qualcosa che non c'è più, ma la riconosco egualmente. È una canzone. E mi piace.

Ho ripreso a leggere Zurlini. Leggo Zurlini quando non mi tornano i conti, quindi quasi sempre. Leggo Zurlini perché mi mette in pace. Una delle poche cose. Leggo Zurlini perché per me è un padre spirituale e nessuno me lo può negare. Leggo Zurlini perché la sua irrimediabile malinconia è la mia, e perché la sua eleganza meravigliosa io me la sogno però l'apprezzo e mi emoziona. Leggo Zurlini perché sapeva parlare di amore e disperazione senza compiacimento, lo leggo perché me lo porto dentro e devo ricordarmene.

Ho venduto buona parte dei miei vecchi dischi. Dovevo cambiare. Le cose non parlano. Le cose non amano. Non esibisco quel che possiedo. Non conto i miei dischi e me ne frego degli “oooh” di meraviglia di chi dovrebbe leggere le costine dei miei cd e dei miei vinili.
L'importante è che io conosca, contenga e vada avanti.
Non mi presto alle gare. Penso a chi si è agitato perché avevo dischi di bassisti che non aveva mai sentito: “Però tu il basso non lo suoni”.
Certo. In compenso, tu lo strimpelli benino e non capisci un cazzo di musica. Preferisco la mia posizione, niente di personale.
Ora sarà contento, perché i dischi dei bassisti li ho venduti e sono andato per l'ennesima volta avanti. Non riesco a stare fermo. Non riesco ad accumulare, perché mi sembra in quel modo di prepararmi alla morte.

Le rassicurazioni mi spaventano.
Mi sembrano dei compromessi. Tutto quel che appare certo mi disorienta. Le azioni necessarie mi deprimono. Se avessi un figlio, non farei comunque amicizia con due stronzi solo per far giocare i nostri bambini. Insegnerei a mio figlio a giocare con l'aria, a far nuotare le dita nell'acqua del lavandino, ma non gli sottoporrei degli stronzi, dei quali ho fatto involontaria incetta e abuso. Se avessi un figlio, cercherei di insegnargli che la vita se ne va, che la vita ci offre delle occasioni per essere degni, per impegnarci in qualcosa, per trasmettere e per colorare. No new age, ma nemmeno pece per forza. Vorrei che mio figlio non dovesse mai vergognarsi di me. Vorrei che pensasse di me che almeno ci ho provato, che ero un involucro di lampi ma ci provavo. Che ho cercato di capire il rumore degli uomini e dei sentimenti, anche se non ho concluso un cazzo. Credo più all'anima che al lusso. Credo che l'anima sia il nostro lusso, credo che in quelle stanze i sogni vadano rispettati, credo che un uomo debba guardare l'alba ogni mattina e provare qualcosa di caotico e stupendo, qualcosa che io chiamo dolore, che bisbiglio come rischio, che suggerisco come musica.
Non mi sono mai davvero innamorato di me stesso. È da coglioni. È da ciechi che vogliono percorrere solo due centimetri di vita. Mi sento il mio stesso strumento e non il fine.
I colori della notte sono troppo per la mia stupida sensibilità, che si scarica come i telefoni. L'amore spesso è stato troppo e ho sentito di suicidarmi anche se non facevo niente. Quando ho dovuto scegliere tra furbizia e anima, ho egoisticamente scelto di non dovermi sputare in faccia al risveglio. Perché io mi sveglio molto presto e sono da solo con l'alba, non avrei potuto giocare la carta della confusione e dell'identità indecisa. Un amante è solo un uomo. Uno scrittore è solo un uomo. Un bambino silenzioso diventa uno che scrive. Un ribelle si retrocede da solo nelle seconde schiere, da dove guarda meglio e dove può soccorrere quelle debolezze da mancanza di senso.

E così va oggi, con me che mi sento perennemente in procinto di prendere l'ultimo treno della sera e il mio corpo che si siede; le mie mani che scrivono, l'immaginazione matematica che somma i fiori di plastica a quelli veri.
La primavera spinge le persone fuori casa, fa tentare la fortuna delle carezze in qualche modo, rende la musica una mera preparazione a speranze tutte uguali, farsi amare, guadagnare tranquillità e stima, convincersi e tramutare una costrizione in scelta.
Penso che anche pregare comporti una dose di autocritica: non sono credente, ma per pregare bisognerebbe sentirsi almeno un po' lontani dal fango, non pregare che il nostro fango sia almeno confortevole.
Le mie mani smettono di scrivere, la sera chiama e la notte si trucca, la musica sarà quella giusta e il rumore del cuore non sarà per tutti.

LdP, 12/4/2014

Nessun commento:

Posta un commento