25/04/14

Canti di estinzione


“Non si torna a sé, ma a colui che si è abbandonato”

Dimensione onirica mentre sono in metropolitana. Mi distraggo dalla vita, dai pensieri. Da tutto. Dalla metropolitana vedo il mare e mi basta per perdere ogni orientamento. Vorrei stendermi nel mare caldo e dormire. Finalmente dormire. Al binario c'era quella ragazza che cercava di piacermi e che si era messa a favore del mio sguardo. Era estremamente graziosa, le ho dato almeno quindici anni meno di me, ho portato il mio sguardo da un'altra parte. Grazie comunque. Quando però avevo venti anni non mi guardava nessuna. È l'esperienza? Sono le rughe? È il mio sguardo seccato e distante? Ma ha qualche senso pensarci? Da ragazzo mi piacevano troppo le donne e ho sofferto per la loro indifferenza. O, almeno, pensavo fosse così. Adoravo innamorarmi in metropolitana, in funicolare, al bar, dal medico, per strada, al supermercato. Ogni donna era un disco e viceversa. Ogni sguardo una canzone e ogni contatto un miracolo della notte. Ero molto ingenuo e schifosamente romantico. Tutte le donne che non ho potuto avere mi sono rimaste addosso come un tatuaggio per anni.
Mi suggestionavo profondamente con "Gone to earth" di David Sylvian; era la colonna sonora del sangue, con chiodi di fango e ghiaccio, che mi pulsava nelle vene. Uscivo e mi innamoravo. Me ne fottevo bellamente di fidanzati e di mariti, di vincoli e di figli, io ero un sogno selvaggio in mezzo ad una strada e chiedevo, volevo, esigevo.
Nelle case delle donne non potevo rinunciare a scoprire tutte le loro intimità: i saponi, i rossetti, le asciugamani, i pigiami, le gonne, l'ovatta da strucco, il filo interdentale, gli assorbenti. Tutto mi interessava. E i loro corpi liberi. Molto più liberi delle loro anime, il più delle volte.
Io non volevo essere solo un fiotto di sperma caldo. Io non volevo essere solo un cazzo duro in mezzo ad un letto. Volevo essere molto di più, volevo essere tutto e volevo tutto. Volevo oscurare il sole. Volevo essere la musica e la maledizione. Volevo essere l'ossessione e l'oscenità sussurrata nel buio, volevo essere il desiderio e la mania, la lontananza come ampia ferita e la vicinanza come febbre. Volevo, volevo, volevo.
Volevo essere l'assolo di contrabbasso al buio e poi la morte, il pianto, la fine. Dal dolore venivo e nel dolore volevo finire. Mi arrogavo ogni desiderio e ogni brama perché mi sentivo un angelo di carbone e amare era come impiccarmi, come pagare, come consumarmi in un breve senso, un battito d'ali sotto il neon e poi la memoria spenta, per tutti, per la mia pace.
Ogni volta che riuscivo ad amare mi auguravo di restare deluso, di essere respinto, calunniato, allontanato. Pagare e sempre pagare quelle colpe che sapevo non essere mie. Vivere un abbandono per duemila volte, cercare di guarire ripetendo la scena peggiore, la scena scintilla, la colpa non colpa.
Che razza di stronzo, penso oggi. Che illuso del cazzo. Che arroganza e che presunzione di unicità. Sì, ero proprio un cazzo qualunque in mezzo ad un letto, un cazzo propaggine di un uomo impiccato al suo passato, senza scampo.
Forse le canzoni di David Sylvian le percepivo solo io in quel modo, il bravo ragazzo dall'eloquio elegante e dalla faccia un po' triste, chissà chi cazzo mi credevo di essere.
In metropolitana guardo fette di mare lontano e ho in bocca un sapore di ferro che mi ricorda il sangue e la fissazione scolorita dell'amarezza obbligatoria. Vorrei non ricordarmi più di niente, vorrei essere tabula rasa e consumarmi in altro modo, ma c'è un legame profondo tra come sono ora e quello che ho smaltito in perfetta solitudine, senza libretti di preghiera tra i coglioni.
Mentre mi preparo a scendere mi dico che sono quell'angelo di carbone che si è impiccato duemila volte e che non ha risolto il problema principale, la sensibilità. Non mi sono anestetizzato bene e a sufficienza, ho capito ma non ho provveduto, sono un birillo viola nelle bacheche impolverate di vecchi amori che hanno creato uno spazio di svagata commemorazione nelle loro maledette case nuove.
Scendo. Odore di mare. Vento marino alla stazione. Vento di mare e affetti smarriti. Sole profumato e storie di famiglia che mi artigliano lo stomaco e i muscoli del sorriso. Mi piace ancora il contrabbasso, da morire. Mi piace sempre di più il buio. Ne troverò, distillato apposta per me, in casa e mi sentirò più tranquillo.

Entro in casa e sento attorno al collo le braccia di mio padre, che non posso vedere e non posso stringere. È un dolore impossibile da scrivere e da pensare. Mi fermo in corridoio e mi lascio sopraffare. Lui non c'è. Lo sapevo. Ma lo sento addosso, come la mia vera pelle, come un abbraccio d'eternità che niente potrà cancellare, niente e nessuno. Sono sconfitto, mio padre non lo vedo. Mi sento una chiesa abbandonata, sventrata dalla mia stessa incuria, mi sta crescendo erba sul cuore, ogni giorno tramonto per poi ricrescere, sempre più selvaggio, accorato ed inutile. Sarò punito per tutte queste emozioni a testa in giù, sarò punito perché non volto la faccia da un'altra parte, sono già stato punito e dormire in compagnia non mi ha evitato il fondo.
Entro nella mia stanza, le gambe come palafitte, il cuore come una girandola, il figlio torna a casa e misura il vuoto, il figlio soffre ancora ed è diventato uomo, un uomo qualsiasi, dolente il giusto, simile a quel sempre sgretolato che non ha medicina o pozione, è musica precipitata in altri gesti, e quindi canto di estinzione non privo di bellezza. Sono stanco.

Il giorno dopo

L'alba è un piccolo miracolo, oggi. La accolgo con "Talk to the wind" e "Cadence and cascade" dei King Crimson.
Sono indifferente. Alle foto che vorrebbero istigare desideri di libertà. Alle persone che passano ore su internet a cercare parole da citare nei momenti sbagliati, per sembrare sensibili. A chi non è mai uscito dai film di Woody Allen e dalle canzoni degli U2. Ai romanzi che ti chiedono sfacciatamente di identificarti nel loro canovaccio studiato nei minimi dettagli. Alla barbetta di Fabio Volo e ai suoi libri da cappuccino, cornetto e scopata. Al finocchietto che ti arringa sull'inopportunità di perpetrare il senso negativo della vita. Ai sempliciotti che con aria indignata ti fanno l'equazione automobile=libertà. All'amante profumata che ti farebbe passare tutta la vita con l'idea che prima o poi sarebbe diverso, che prima o poi potrebbe anche somigliare al per sempre. Alla vecchia fiamma che, approfittando della distrazione del suo nuovo uomo, ti carezza le guance facendoti risentire lo stesso odore che sprigionava nel letto, e sembrava solo per te. Non era per te, come ora non è per lui. Era la celebrazione della sua vita, non c'era niente altro attorno.
A lei piacerebbe che tu ci ricascassi, che ti facessi sotto con un'ossessione mai smaltita. Le persone piene di sé non accettano che i regni finiscono e che gli ammutinamenti possono diventare nuova condizione fissa.
Sono indifferente ai festeggiamenti di quelli che in una novità pensano di aver svoltato l'angolo, mettendo a posto la loro vita. Sono indifferente alla spiritualità accattona del freak di turno, che rifiuta il miele dell'errore, il sapore salato dello sperma in bocca, e che se vedesse Lucifero cadere penserebbe ad una stella cadente dei desideri. Sono indifferente al moralismo invecchiato della monogamia investigativa, sono indifferente a chi ha cucito il sesso per reinventarsi padre, figlio, predicatore, scrittore di attimi e testa di cazzo.

Poi mi vedo con Roberto e prendiamo un caffè. Parliamo di tutto e di niente sul lungomare. Le mie Camel Lights sanno di Chesterfield e di vecchi orgasmi. Ogni uomo dovrebbe curarsi di non risultare troppo brutto e ridicolo quando gode. Ho gli occhi ancora gonfi di sonno e con Roberto decidiamo di parlare dei mondiali di calcio. Oggi affanculo i grandi temi e le riflessioni accurate.
La ragazza che serve ai tavoli profuma di docciaschiuma e gioventù. Le piacerà certamente l'acid jazz, avrà vissuto una sola grande storia intensa e molte storielle. Farà l'amore con molto trasporto, graffiando leggermente la schiena e guardando negli occhi il partner. Roberto le squadra il culo e io l'anima, per quel poco che posso capirci. Di una cosa sono sicuro: il tipo di uomo che le piace non sono certo io, e la cosa mi fa sorridere. Immagino un bel ragazzo con la barba leggermente incolta, massiccio e sportivo, dai gusti piuttosto popolari, uno che va in moto e viaggia molto, che parla poco d'amore e quando gli capita sembra di sentir recitare i Baci Perugina. Uno che avrà letto Hesse e il gabbiano Jonathan, con una puntatina svagata sulla letteratura di denuncia, ovviamente italiana. Ma è sano che le piaccia un ragazzo ormone che esca bene in foto. Oggi sono quasi belloccio anche io, ma so di essere storto e fottuto, per cui mi prendo il suo sorriso come una forma di distaccata gentilezza da apprezzare senza retropensieri.
Non c'è mai stato un modello di donna che mi piacesse più delle altre. Sono però sempre stato refrattario alle pasionarie, che mi hanno sempre infastidito. Per le pasionarie ero solo un superficiale ed un erotomane. Meglio questo che tutte le stronzate sulla trascendenza e sull'idealità dei comportamenti. Sono uno di principio, ma non mi sono mai sentito uno particolarmente impegnato. Sono attento ad altri aspetti della vita. Mi piace più l'intimità della profondità e certamente avrei fatto la puttana se non avessi tanto disarmo e dignità nei ricordi. Per lungo tempo ho pensato che solo passare da una passione all'altra mi avrebbe accompagnato giustamente e docilmente alla morte.
La radio, all'interno del bar, trasmette “Si tu no vuelves” di Miguel Bosé. Devo dire che il pezzo mi è sempre piaciuto, strano ma vero. La ragazza ronza attorno ai tavolini, che iniziano ad affollarsi. La guardo mentre Roberto parla. Mi piacerebbe annusarle i capelli, piano, senza muovermi. Anche stamattina ho bisogno di qualcosa che mi fotta con calma. Non ho il fisico e la disinvoltura giusti per lei, lei non ha l'anima giusta per me, ma mi piacerebbe annusarle i capelli; mi ritroverei per qualche minuto in un'altra vita, per stordirmi, per drogarmi, per farmi fuori senza troppo sangue.

A casa ricevo un mio cliente storico. Gli offro un caffè e parliamo di musica. Gli spiego che sono al momento tra l'avant, l'armolodico e l'm-base. Mentre gli parlo, mi accorgo che mi sta fissando con un'aria strana. Percepisco il suo desiderio tenuto a freno con qualche difficoltà. Se mi piacessero gli uomini, ora sarebbe il caso che cacciassi fuori il cazzo e glielo sventolassi davanti alla bocca, gli potrei anche chiedere di indossare un rossetto scuro e di mugolare, gli potrei chiedere di tenere con una mano uno specchietto per farmi guardare meglio la scena. Per quel che ne so, sta con uno che sembra un mezzo deficiente e che disporrà di mezzo cazzo e di un'inutile delicatezza spirituale. Se mi piacessero gli uomini, non avrei niente in contrario a farlo divertire un po', perché sono un animale distratto e le circostanze lasciano il tempo che trovano.
Immagino che F. si chieda come è fatto il mio cazzo. Mi ha chiesto se avessi una compagna, e quando gli ho risposto di sì, l'ultima volta, mi ha elargito un sorriso franco e gentile. F. mi è simpatico, il suo desiderio mi lusinga, ma non ne approfitto certo per giocarci.
F. sa di cosa scrivo e certe cose che penso. È rimasto un po' sorpreso quando ha appreso che ho una compagna. Ma io detesto quegli uomini di merda che si castrano in pubblico, che fanno i prototipi di uomini seri e poi si fanno masturbare in un cesso da una vecchia amica andata fuori di testa.
Io sono un animale rispettoso. Non rinnego la mia parte animale, che è parte del mio modo di vivere e di respirare. Mi sento un animale e mi piace abbastanza. Come certi animali, quando sentirò che è l'ora di morire me ne andrò lontano, e lascerò una coperta calda al posto di inutili parole di commiato.
Non c'è giustizia nella traiettoria che mi sento dentro, non c'è elevazione nel cammino che compio, cerco solo di amare per quanto possibile e questo mi rende schifosamente vulnerabile e vulnerato. Non c'è una sola stilla di eroismo in questa inclinazione, è un motore primigenio, è una maledizione di malinconia e desiderio di volo, ci morirò e qualcuno mi piangerà per questo. Punto.

Luca De Pasquale, 24/25 aprile 2014

Nessun commento:

Posta un commento