18/04/14

Bava di neve


La giovane veterinaria si è innamorata di un pezzo di merda. Ne parla con le amiche, scrive lunghe riflessioni per se stessa, pensa a lui quasi tutto il giorno, sogna, fantastica, scongiura.
Anche io finisco nel circo delle confidenze, per interposta persona, ma degli amori della veterinaria me ne sbatto. Anni fa ero anche io uno dei papabili per lei, mi credeva sensibile, mi credeva affidabile e concreto, mi credeva attento alla sensibilità degli altri, mi credeva capace di provare sentimenti per il mondo esterno, sentimenti edificanti.
Ma io all'epoca preferivo le storie di una notte. Perché mi piaceva mortificarmi e godere allo stesso tempo, e non avevo la minima intenzione di dare conto dei miei movimenti.
Gli amori compiuti hanno qualcosa di profondamente osceno, che mi rivolta e mi allontana. Pensare all'amore per sempre è uno stato febbrile che mi crea sempre imbarazzi.
Ne ho di conoscenti che rompono il cazzo con i loro selfie in cornici di cuore, dopo la pasta con le vongole e il vino bianco, dopo il dolce di Pasqua e la parata di parenti inutili, ne ho di stronzi sotto mano che urlano le loro fortune. Ma io sono interessato solo a frammenti di vita, ad attimi che si saziano e poi crepano, sono interessato ad una sedia elettrica emotiva che non conosca interruzione.
La veterinaria ha 43 anni e pensa di essere all'ultima spiaggia, cosa questa che le costa la compagnia vacua del pezzo di merda di turno. Andranno a vivere insieme e acquisteranno degli oggetti inutili, faranno una cena di inaugurazione della casa, si faranno delle foto che finiranno in qualche album su facebook, con tanto di stupidi commenti “come siete belli”, “complimenti”, “ho sempre fatto il tifo per voi”.
In queste maledette situazioni mi sento sempre una troia sfatta, che si annoia e che scambia il desiderio di farsi male per fascino da appioppare alla prima persona di passaggio. Le coppie mi sembrano sempre ridicole e fragili, e il primo pensiero è sempre come farle scoppiare, con quella falsa incredulità che spiana la strada ad ossessioni carnali senza nessuna aderenza con l'anima.
Troppi modelli negativi. Può darsi. Provo un po' di pena per la veterinaria, a pensare che quel pezzo di merda la alternerà con un'altra amante comoda e veloce, e che schizzerà indifferentemente su entrambe, senza passione, pensando solo a se stesso e al suo viscido ego.
“Non l'ho mai vista così innamorata”, mi dice un'amica comune, “guarda cosa le ho comprato per la casa nuova”. E mi mostra un attaccapanni in miniatura per il salottino.
Continuo a fumare accanto alla finestra socchiusa, mugugno, “carino”.
“Verrai alla cena?”
“Non credo. No, direi di no”
“Perché?”
“Perché queste pagliacciate non mi piacciono. Provo solo tristezza”
L'amica si indigna, mi raggiunge, mi guarda negli occhi: “Ma perché fai sempre così? Guarda che così si finisce per restare soli, ed è brutto, te lo garantisco”
Sogghigno. Ma che cazzo ne sai della solitudine. Non sei mai stata da sola per più di due mesi, hai sempre fatto compravendita di compagni finché non sei uscita incinta ed ora sei una donna relitto, sei solo madre e compagna e non hai un desiderio che regga per più di mezz'ora.
La solitudine non è non andare alle feste. La solitudine non è essere sprovvisti dello scaldaletto e del confidente affidabile. La solitudine non è accorgersi che i quattro amici rimasti dopo anni di malintesi non ti cercano più. Vorrei dirti che la solitudine è piuttosto la mancanza di un obiettivo che ti dia sollievo, la solitudine è il vuoto dell'orizzonte e non certo le stanze vuote.
Non le dico niente di tutto questo, striscio diplomaticamente: “Non me la sento, sto attraversando un periodo difficile, non riuscirei proprio a sforzarmi”
Ma sono un bugiardo, è solo che mi scoccio di fare polemiche, tanto so che non cambio idea. Su questa roba, quasi mai. Tanti auguri alla veterinaria e al pezzo di merda, ma non ci sarò. Se ne accorgeranno a stento, perché essenzialmente io sono una presenza esotica e impalpabile, tanto è lampante che non condivido quasi nulla. In genere, se proprio mi notano, concludono che sono un arrogante snob che se ne sta sulle sue e certamente fuma troppo.
Ma i loro amori mi fanno venire il mal di stomaco, le loro case sono di una precisione stucchevole, tutto al posto giusto, i loro libri sono banali ed il loro passato è visto sotto una lente bonaria che trovo ingiustificabile. Quei maschi che sono amici dal liceo si sono scambiati delle fidanzate, hanno suonato insieme e giocato a calcetto, si vogliono bene, passano da un modello di vita all'altro secondo i canoni e le opportunità, mentre io continuo a scrivere le mie parole sulle pareti dei cessi pubblici e sugli specchi di donne che mi hanno lasciato la colazione e un biglietto di ostentato possibilismo.
L'amica riprova sempre a rimettermi in carreggiata, mi considera disordinato e dolorante, ogni tanto subisce la fascinazione delle mie strade bianche e desolate, ma dura poco e torna velocemente al rumore delle sue rassicurazioni. Ed è un bene per tutti, per lei in primis.
Tempo fa mi ha presentato una sua amica che continuava a chiedermi fino alla nausea cosa io scrivessi.
“Diciamo narrativa”, risposi nauseato.
“Fantascienza?”
Ma fantascienza un cazzo, cosa ho appena detto, per la bocca degli Dei?
“Hai pubblicato qualcosa?”
Risposi il giusto, con sottrazioni. Lei ritenne opportuno dirmi che conosceva un amico che aveva pubblicato con la formula dell'e-book e che conosceva un agente letterario. Cos'è, pensai, credi che abbia bisogno di aiuto?
“Con la scrittura è difficile mantenersi”, sentenziò.
Brillante. Oh, quanto. Non esistono più le mezze stagioni, non ci sono più bandiere nel calcio, gli uomini pensano solo alla fica. Era una di quelle frasi.
Non ci piacemmo nemmeno un po'. Io fui gentile per educazione e per rispetto nei confronti della conoscenza comune, ma non vedevo l'ora di scomparire e tornare al mio disordine. Gli appuntamenti procurati sono sempre stati una roba di merda, una mestizia immensa.
E poi non sono viscido perché non ragiono con l'uccello, i cui capricci rendono tolleranti e disponibili oltre ogni livello di idiozia.

Non ho mai insistito. Spesso mi sono augurato di non piacere. Spesso mi sono anche augurato di essere sostituito e quindi di essere esentato dagli accordi di demolizione.
Il bisogno di solitudine mi ha reso spesso una persona spiacevole, con modalità di incostanza davvero sgradevoli.
Non posso farci nulla se non sento vincoli familiari che tengano, sono il primo a patirne e mi sento un bastardo a giorni alterni. Non c'è nulla di più devastante che rifiutare, respingere, rispedire al mittente, invitare ad abbandonare il campo. Non penso che si dovrebbe giocare con i sogni delle persone, è peccato mortale, altro che rubare o desiderare la donna d'altri o altri precetti di questa risma.

Quando qualcuno svanisce, svanisce per sempre, io ritorno a sentirmi un lupo nero nella neve, completamente solo sul sentiero, affamato e disgustato allo stesso tempo, senza branco e senza gerarchie, e ho sempre un po' di paura di scivolare su lacrime non mie, o versate in mia vece.
Mai, nemmeno un giorno, questo vagabondare nella neve si è realmente interrotto. Con la mia bava di neve imposto il muso a sorriso e invece finisce che mi sbrano da solo. Quando decido di minacciare, digrignando, il nemico si è già volatilizzato,
Trovo requie, io e la mia bava di neve, solo appoggiandomi ai vetri dei finestrini, che siano traghetti o treni, solo quando la strada mi scorre veloce negli occhi e non conosco la prossima tappa, trovo una voce da poter riconoscere solo quando mi concedo la debolezza di trovare un po' di spazio nell'animo e nella fantasia di qualcuno, ma è probabile che il mattino seguente io sia già lontano. Io e la mia bava di neve.
“Che scrivi? Che tipo di cose scrivi?”
Bava di neve, scrivo bava di neve, so che non ti piace, ma è così, è bava di neve e non sto cercando un editore o un agente letterario o un amico che mi presenti uno che conosce un editore, scrivo bava di neve e mi fotto.
Certo che ho pubblicato ma non ricordo niente, sono come drogato, sono cambiato e non ho potuto evitarlo, mi piace deragliare, mi piace prendere un traghetto all'alba e non tornare mai più a casa, non tornare mai all'amore-pretesto, non essere aspettativa di nessuno, mi piace essere la pagina strappata nell'album di famiglia, mi piace essere la sedia vuota che non desidera il compiacimento dell'assenza notata.
La bava di neve, il finto veleno del lupo che invece conosce il senso della presenza e per questo la manca così spesso.
Scrivo bava di neve ed è meglio che tu legga altro, perché quando si smette di leggere è il sorriso l'unico combustibile utile della memoria.

Luca De Pasquale, 18 aprile 2014

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