06/04/14

Aggressività in sala riunioni e dildo ideologici


Stazione di Modena, ore 5e52 AM

Cambiare.
Luoghi, persone, cose.
Spegnere la rabbia, lasciare che il colore blu si allarghi fino ad inghiottire.
Comprendere. Che non è possibile trovarsi in più luoghi e in più corpi, e vivere tutto. Rassegnarsi al momento che è uno e al corpo che è uno.
Quei vestiti di bambino conservati, hanno un odore nauseante ogni volta che mi è capitato di mostrarli. L'intenzione poteva essere mettere a parte di un qualche passato, il risultato è un'estraneità sgradevole, che vorrebbe essere tenerezza e si mostra disarmo.
Napoli-Modena di notte. Il walkman e l'adattissima compilation dei La Crus, la voglia di fumare, le piccole vecchie fedi come braccialetti di spago ai polsi, neanche te ne accorgi più di averli.
Con la faccia appoggiata al finestrino, mentre il vecchio a fianco dorme e la signora di fronte legge “Gente”, l'Italia della notte mi passa nello sguardo tra foschia ed allontanamento che è ritmo di rotaia e avvisaglia di stanchezza.
A Bologna sono sceso e ho fumato. A Bologna non ricordavo quasi più nulla. O meglio, non ricordavo cosa avrei mai dovuto ricordare, con misura. A Bologna ho avuto freddo e mi facevano male i piedi.
Lasciare le persone nell'equivoco invecchiato della serenità, in quella buona volontà marcia e corrotta che è solo filiazione del dolore e non reale convincimento.
Trarre il meglio degli altri per non provare brividi di schifo. Il rimedio della nonna. Il rimedio della nonna morta. Non parlare mai di delusioni, parlare di esperienze.
D'accordo. Va bene. D'accordo e quindi vaffanculo. Vaffanculo sul serio.
Stasera per cena farfallette con brodo di consolazioni e l'amico innocuo che vi porta la bottiglia di vino e la sua alitosi da disfunzione ormonale.
E domani mattina shopping con l'amica che è rifiorita perché ha trovato un nuovo amore e ha ripreso a sperare in un figlio, vero miracolo perché si sentiva vecchia, acida, dimenticata. E che rifiorisce per dimenticare quella spia accesa che parla di declino comunque non interrotto.
Tutta questa marmellata di speranza mi ha buttato su questo treno, che ad ogni buon conto non mi porterà alla salvezza, solo ad un cambio di scena.
Mi sorpasso. Sorpasso fantasma. Non è importante sapere se la nuova auto e la nuova strada mi porteranno allo schianto prima o dopo quel che avevo previsto. So che non potevo rimanere fermo.

“Il tempo è un fortilizio di diamanti che sa parlare all'utero dell'Infinito”, scrive l'autoproclamato scrittore sul social network, e sotto ci sono 62 “mi piace” e 36 commenti, tutti idolatranti ed entusiastici.
Decido di seguire il fenomeno, per quanto so che non reggerò. Non posso reggere. Ma ci provo.
Tre ore dopo l'Autoproclamato verga: “Eri tu, era tua l'anima che vagolava nel desiderio che credevo invenzione dei miei sogni. Grazie della tua aura e non del tuo miracolo, Amore”.
79 mi piace e 49 commenti.
“Poeta”, dice una Miss Clito, “tu mi fai sognare”. Jesus Christi.
Il mattino dopo l'energumeno colpisce ancora, con rinnovato sussiego: “Ad attrarre il tempo non c'è che la clessidra immanente dei nostri corpi”.
121 mi piace e 78 commenti. La gente sta a pezzi. Sta davvero a pezzi.
Cancello l'Autoproclamato dai miei contatti, non ce la posso fare, e ancor meno ce la faccio con la disperata idiozia di chi vuole sognare per forza.
Ma, proprio mentre lo sto rimuovendo, l'uomo chiude in bellezza:
“Volevi la musica e hai avuto il mio respiro. Volevi il mio respiro e ora sono qui, a inseguire quel che volevo dirti aspirando alle tue lacrime”.
No, stavolta non voglio vedere che effetto fa. Mio gentile Autoproclamato, infilati un bel Dildo negro in bocca e fai chupa-chup, che sei anche un reazionario di merda, uno scissionista ambrosiano o quel che cazzo è. Ma a te hanno scisso il cervello dalla nascita. Muori.

Questo linguaggio parapoetico, che di suo non significa un cazzo, mi ricorda pericolosamente il linguaggio aziendale, che in diverso modo ha la stessa totale mancanza di senso. I vari formatori che ho incrociato nella mia vita lavorativa mi sembravano degli ebeti che avevano imparato la pappardella a memoria. Usavano terminologie anglofile per sensazionalizzare povere info-women e pedissequi salivatori da scrivania, oppure iniettavano di falsa considerazione i più vaniloquenti ed autoreferenziali della pattuglia, ma non dicevano una cosa una che avesse un senso, dentro e al di fuori di quelle asettiche stanze.
“Colloquio motivazionale”
No, grazie. Preferisco “l'interferenza palatoidale” o “l'ossescenza buongiornistica”.
Tu sei okay? Lieto per te.
Io sono okay? E che cazzo vuoi che ne sappia?
Tu sei okay con me? Non so, vuoi provare?
Io sono okay con te? E vuoi saperlo da me?
Non so.
Tu sei okay se io credo di poter essere okay con te e tu mi metti in condizione di essere okay con la tua propensione a percepirmi okay?
D'accordo. Hai ragione. Ti stimo, ti apprezzo, Brambilla anale.
Apprezzami anche tu, te ne prego. Io sono okay e voglio sette euro di aumento in busta paga perché potrei essere un padre di famiglia e io poi lavoro, io sono un punto di riferimento, me lo ha anche detto quel cliente vecchio amico di mio padre che è tanto gentile, lui viene solo per me.
Apprezzami e dillo al responsabile, fammi una scheda. Vuoi un bocchino? O ti posso portare a mangiare una pizza? Apprezzami, che altrimenti tra dodici anni faccio debiti per l'auto nuova e poi mi uccido invocando Dio. Aiutami ad essere un buon padre e un buon marito, fammi essere okay. Ti supplico.
“Mi sono ripreso dopo una cupa diaspora sentimentale. Voglio farlo sapere a tutti. Ogni giovedì sera leggo dei miei versi, sapidi e profondi, in un locale del centro. C'è scappato anche un po' di pelo di fica, ma era ovvio. Però stavo fermo da un po' e forse ho schizzato un po' dentro. Lei si è incazzata, ma ha detto che sono così sensibile che mi si può perdonare tutto. Ha capito che scrivendo io guarisco e guarisco anche gli altri. Sono come un rabdomante. Vuoi venire ad una delle mie sedute, Luca? Sei sempre così cupo, hai puntato tutto sulla disperazione e questo non è bene”
Grazie. Sì, grazie. Posso però darti un consiglio? Quando stai per venire, pensa ai morti, funziona. O alle bollette. O a tutte le corna che hai avuto negli ultimi venti anni. E non guardare mai la bocca, perché poi ti scappa quel po' di anima vestita di bianca gelatina che si caccia per non stare nervosi e per recuperare dell'autostima.
Ovviamente parlo di quelli come te e di te precisamente, che nelle donne -a volte ingenue e troppo generose- ti fai delle seghe dove la poesia è solo l'immagine finale della tua sterile e annacquata soddisfazione.

Sono tentato di scrivere su facebook o su twitter la seguente frase: “All'alba ho acceso la tua assenza e mi sono sentito piccolissimo, la nostalgia di te è la grande umiliazione del mio cielo”.
No, non avrei molti “mi piace”. Non mi crederebbe nessuno. Non ho una buona credibilità emotiva con il segno più, io sono quello che si indigna sproporzionatamente, che si incazza e che demolisce tutto quel che gli capita a tiro. Una persona davvero disturbata.
Io sono quello “che non si vuole bene”, io sono la guerra, io sono la mancanza di Dio e si dice che io abbia un ego incommensurabile. Che poi non è niente vero, sono docile come un agnellino.
Lo giuro, sono gentile, morbido, sono un peluche di 42 anni che gioca a fare James Dean per poter accedere al paradiso da repente, da repentito, da repetita iuvant, da giovanotto tutto matto, da scaccomatto in farfalla e da pentito narratore di genitalia e di vendette. Io faccio il cattivo perché poi sarà bello espiare pubblicamente, e urlare “recupero!”, “gioia!”, “affetto per tutti!” in qualche stanza dove potrò leggere, spiegare, dispiegare le mie credenziali con una bella giacchetta da scrittore ancora giovane.
Sarò democratico, cordiale, misurato, plurireligioso dopo l'agnosticismo, sarò popolare dopo lo snobismo frainteso, sarò tollerante tanto con il mio vicino di casa che con tutti i vecchi imbecilli della vecchia lotteria. Non vedo l'ora di espiare, non vedo l'ora di guadagnare quei 50 “mi piace” per il paradiso, la fine dei rancori con vecchie compagnie femminili senza contagiri, e non vedo l'ora, lo giuro, di recuperare quei bellissimi amici che sono rimasti senza parole e che a furia di stare zitti ho scambiato per degli scopettini del cesso.
Espierò.
Perché sono una stella al ragù in questo silenzio di lancette che mi avvicina al fuoco fatuo dell'incendio inconfessato.
I'm a poet, lo giuro, I'm okay, I'm a good boy in bad dressing. Significa, no?
Thank you and fuck up.

LdP, 6 aprile 2014

Nessun commento:

Posta un commento