06/03/14

Un passo a sinistra e uno nel vuoto


Qualche anno fa, su una spiaggia che sembrava uscita da una pubblicità di gelati, ho avuto molta voglia di morire.
Una voglia concreta, reale, annichilente e molto stupida. Tant'è che adesso sono qui e scrivo, e quella sensazione disperante è finita, la ricordo solo perché dotato di buona memoria.
Sono in salute. Sono ingrassato. Sono il solito stronzo a metà strada tra grandi sogni e monolocali umidi. Niente di nuovo, ma la voglia di morire a stento me la ricordo.
Ventidue anni fa ebbi una relazione con una donna sposata. Non la ricordo con acrimonia. Più che altro, sembra che sia accaduto a qualcun altro. Come buona parte delle sventatezze che ho cercato come funghi in anni di totale dispiegamento di forze emotive, quasi sempre sproporzionate.
Ricordo quella relazione, durata un anno, perché la clandestinità mi eccitava e mi infuocava ancor di più il fatto che io fossi più piccolo, il baby amante.
Non ero tanto piccolo. Nel senso che mi sentivo già fregato, e quindi sentivo consistenti molecole di vecchiaia precoce nella veemenza delle sensazioni che inseguivo.
Quando la relazione finì, così com'era iniziata, per desiderio di altro, ci rimasi male una settimana e mi strappai la promessa di cercare solo sentimenti veri, passioni profonde. Ho contravvenuto spesso a questa promessa, irretito da stravaganze momentanee e da una mai sopita vocazione all'errore da trasformare in passione. Stronzate.
Ricordo che con P. parlavamo di libri, di musica, di vita e di sentimenti. Ero ingenuo e credevo di essere un combattente che avrebbe accresciuto il suo fascino irregolare nel corso degli anni. Non mi rendevo conto che P. mi aveva scelto per altro, perché a venti anni sei più o meno un cazzone giocoforza.
Di quell'eroismo sentimentale non ricordo quasi niente. Tutto è relativo. Ricordo attimi, immagini. L'abat-jour arancione, una paniera verde con coperchio bianco, ricordo che fumavo Chesterfield e che indossai un maglione nero per tutto l'inverno. Va detto che non avevo ancora visto “La prima notte di quiete”, quindi niente plagio letterario e cinefilo.
Quella storia, è come se l'avesse vissuta uno dei tizi che butto nelle mie note, ed invece ero io. Sono passati ventidue anni. Gesù cristo.

Stamattina ho riletto le mail che mi sono arrivate da quando ho aperto il blog, nel 2010. Ho sempre risposto, ci manca pure che mi metto a fare la star.
Sono per la gentilezza, e al contempo per la riservatezza. È dunque difficile trovare un equilibrio quando si risponde, perché si parte con lo svantaggio di essere uno che fa libera autofiction, e per questo sembra già parlare molto di sé, cosa tutta da dimostrare.
Non mi ha mai scritto un uomo. Non che la cosa mi manchi. Meglio le donne, al di là di ogni ambiguità. Con le donne mi trovo meglio e forse le conosco meglio.
Tutto il furore che metto nella scrittura, un furore che non accenna a scemare e che anzi diventa più fluido afflusso di sangue e sincerità, si trasforma in timidezza educata quando entro in contatto con qualcuno. Perché non potrei mantenere lo stesso registro con chi non conosco, sarebbe irrispettoso.
Due anni fa, la lettrice V. mi rimproverava per il troppo sesso spiattellato qua e là. Mi confessava di preferire il lato romantico, oscuro, notturno della mia scrittura. Ricordo di averle risposto che anche quando scrivo di sesso, con toni certo non da educanda, sono vittima della stessa malinconia e della stessa propensione all'assoluto e alla caduta. Per me le cose non sono in contraddizione. Se pensassi solo alla notte, alle riflessioni, ai rimpianti e ai grandi amori dispersi, sarei ad un passo dall'autoeliminazione.
Le mie violente pulsioni sono al servizio della vita, invece. Amo profondamente questa vita che mi sfugge ad ogni risveglio di più, che qualche volta mi ha umiliato come per forgiarmi, che ad ogni mio insulto risponde con un tramonto incantevole e un nuovo inferno da descrivere e sondare.
C'è troppa morte in giro, troppa nelle mie vecchie foto, troppi dispiaceri ancora da scartare per fermarsi ad una resa che di poetico non avrebbe nulla.

Tre anni fa, invece, tale Mata, fake pazzesco, mi scrisse che le sembrava di conoscermi da sempre, che eravamo uguali. Che a lei piaceva la notte e la scrittura. Che non credeva più nell'amore. A metà della mail ero già cotto, mi deprimeva. Idealizzare è una forma di totale idiozia. Soprattutto, le risposi, uno che nel quotidiano risponde ad impulsi disordinati, imprevedibili e spesso sciocchi, uno che non ti porterebbe mai in un bel posto di vacanza e che non farebbe nulla per risultare gradito alle cose e alle persone acclarate della tua vita.
Le risposi una cosa che pensavo e forse penso ancora, che la mia parte sinistra è affidata ai demoni e quella destra a Dio, in un continuo alternarsi e combattersi, malinconia e violenza, aggressività ed esilio, dolcezza e miasmi di fogna, voglia di costruire sul serio ma anche voglia di costruire per distruggere nel migliore dei modi.
Ci sono tanti altri uomini migliori di me da idealizzare. Persone buone, coerenti, tutte comprese da una o due grandi cause, persone “accoglienti”.
Persone concave, il cui cuore è un grande appartamento su un bel mare primaverile.
Io invece sono una rotativa al veleno, sono l'angelo sprovveduto finito nel motel del caos, sono il reduce che riproduce le sue parole perché è sempre curioso dell'effetto. Altro che uguali. Ma lascia perdere, cazzo, mia cara fake.

Torniamo all'inizio, no?
La voglia di morire di quella spiaggia da calippo e melone che fine ha fatto? L'avrò esaurita nelle cose che scrivo, l'avrò convertita, l'avrò fumata, come riesco a fumare tanta altra roba indigesta.
Mi sono fumato degli stronzi interi e la loro inutile presenza, roba che dovrebbero ammalarsi loro al posto mio, un giorno. Mi sono fumato amori massacrati, inventati di sana pianta, amori che finivano ad annaspare nel mio sperma dopo premesse di eternità e prose sentite.
Mi sono fumato parte della scomparsa dei miei affetti.
Mi sono fumato il rancore altrui, gli embarghi vendicativi e le sbracate contumelie da delusione, mi sono fumato le facce di rabarbaro e merda che con le quattro letterine “pace” cercavano di risolvermi.
Mi sono fumato persino il Dio che non ho trovato, la riconoscibilità sociale che ho più sventato che perso, mi sono fumato gli scrittori e paraintellettuali che si atteggiavano a senior e si comportavano da baby.
Fumare per me è una questione metafisica, come scrivere.
Amare no: amare deve essere reale. Come naturalmente essere amati.
Non c'è spazio per poesiole di avvicinamento, somiglianze da terza di copertina, e continuo a pensare che spargere petali di rosa sulla meccanica del sesso sia una forma di fetida impotenza.
Il sesso è concreto, devi avere qualcosa di duro e devi finire in qualcosa di umido; non ci si riscatta fottendo in modo professionale e godendo bene, a favore di telecamera e di rimpianto.

Luca De Pasquale, 6 marzo 2014

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