02/03/14

The seeds of love


Con il disco dei Tears For Fears “The seeds of love”, che considero bellissimo, nel 1989 ebbi un'insperata svolta pop che non mi ha più lasciato, pur se compressa tra altre correnti e gusti.
Quel disco è stato la mia primavera, ed in un certo senso lo rimarrà. Mi sentivo pronto a tutto, per assecondare i miei desideri, i miei bisogni, per sfidare le difficoltà che avrebbe di certo incontrato il mio cuore.
In parte, ho tenuto fede a quelle premesse: ho dato tutto. Ho preferito credere che non credere, tentare che rinunciare, osare e non arretrare. Come tutti i pugili a guardia bassa, ho subito dei danni. E molti danni permanenti. Il mio cuore in certi giorni è un pugile suonato, che almeno, però, evita di crogiolarsi in quel che è stato, e cioè una stagione lunga di primavera senza orrori, senza ritorsioni e senza le poco guardabili smorfie di delusione, che non risparmiano nessuno.
Non ho difficoltà a ricordare quanto ero deciso ad andare avanti lo stesso, nonostante i colpi, nonostante la concorrenza, alla faccia delle trame segrete e della tentazione costante di una rassegnazione a tinte seppia.
Il mio valore era amare, quali che fossero le condizioni; anzi, più erano avverse più mi esaltavo, e cercavo la soluzione, l'atto di coraggio, l'ostinazione ragionata. Ero giovane. Lo sono ancora, ma adesso somiglio di più ad un veterano che cerca a tutti i costi di praticare una nuova forma di sobrietà.
Oggi ho riascoltato il disco dei Tears For Fears. È ancora un'emozione, è ancora un grande disco pop, elegante, non banale, curatissimo negli aggiornamenti e spontaneo nella trama sonora.
Solo che io non ho più diciassette anni, ne ho venticinque in più, e in questi cinque lustri la scena è cambiata continuamente, che io lo volessi o meno.
Se solo il mio cuore avesse imparato in tempo ad evitare quella sorta di droga stordente che è la cupezza, io sarei un uomo più prolifico, più predisposto alla comunicazione e al confronto, più formalmente attento alla vita degli altri. Ma so bene che il mio cuore, e periferia, ha un doppiofondo in carta nera che spesso non mi risparmia e non risparmia il circostante. Sin da bambino mi piaceva giocare con l'abisso che sentivo dentro e iniziavo a diffamare tutto quello che mi appariva zuccheroso e consolatorio.
Non mi piace per davvero deridere gli amori, e soprattutto gli amori degli altri, quello che mi indigna è la piattezza, la paura della solitudine e dello scarso consenso di sentimenti e di carne, e quello che mi rende un killer è il constatare che più parla di amore e di verità, meno ama. Nella mia vita ho conosciuto tante persone che trovavano conforto nel considerare quasi impossibile trovare vero amore, trovare qualcosa che corrispondesse alla loro presunta autenticità. Persone anaffettive, visionarie d'accatto e furbizia, pronte a rovesciare sugli altri le colpe del disaccordo, della loro scarsa serietà, del prevalere -in loro- di un lato morboso, stucchevolmente vittimistico, decisamente leggero oltre il consentito.
Le delusioni del cuore, raggiunta una certa età ed un certo stato di coscienza, sono come un curriculum criminale, che è difficile dimenticare, far dimenticare a chi spera di sceglierti ed essere scelto, dal quale è quasi impossibile affrancarsi. Si vive nella consapevolezza che vecchi fantasmi d'amore potrebbero sibilare nelle nostre notti come alberi feriti, con lamenti spettrali che ci terrebbero svegli. È un rischio che non si può non correre, pena la totale solitudine, quella non scelta, che è quella che fa male.
Il mio romanticismo totalizzante mi ha portato in dote una serie di sventure anche seriali, ma sono fiero di non essermi mai tirato indietro per davvero. Ho solo evitato l'accanimento terapeutico, che considero maggiormente stupido in questioni emozionali; quando la parola amore diventa solo una bandieruola da afferrare a giorni alterni, è allora che bisogna andare via, senza mai voltarsi indietro.
Conservo una vecchia immagine di me quindicenne, io che ascolto “Careless whisper” di George Michael al buio e sogno il sogno di turno. È un'immagine che custodisco con una strana tenerezza, forse proprio perché ho conosciuto l'asprezza della deriva, il punto interrogativo doloroso del ricominciare, i febbrili e divaganti approdi delle sostituzioni, le menzogne sommesse della disaffezione. Mi sono fatto male il giusto e anche di più.
Sono consapevole che non si guarisce mai per davvero, mai fino in fondo, ma sarebbe davvero criminale e oltraggioso rinunciare all'unico gesto che dovrebbe tenersi lontano da accordi di comodo e sponde di convenienza, ossia amare. In qualche modo che ci può piacere o meno, ma amare.
La mattina mi alzo prestissimo, ho la fortuna di sentirmi uomo e non bambino attaccato ai ricordi e alla farsa della maturità obbligatoria: perché è tipico degli immaturi cercare comportamenti adulti fuori e dentro, cercare quella molle e noiosa etica della responsabilità che è solo una speranza fraintesa.
Mi alzo prestissimo, mi guardo allo specchio e vedo un cumulo di cicatrici nascoste dai capelli, dai movimenti delle labbra, dalle mie stesse idee e di quel che resta del mio coraggio.
Ma preferisco vivere senza medaglie e senza autoscatti celebrativi, preferisco continuare la gavetta che chiedere il congedo.
Mi sento uomo e per questo fallibile, estremamente fallibile: non dimentico la memoria, non nascondo le strade peggiori e così facendo non mi precludo una parziale scelta del mio destino.
E mi permetto, in una domenica di pioggia e di pace trasparente, di riascoltare un vecchio disco che mi lasci intuire quanto ancora è alla portata del mio coraggio e della mia voglia di respirare.
Rimarrò romantico fino alla fine dei miei giorni, mai sentimentale, il doppiofondo nero non me lo ha mai permesso, ed è stato meglio per tutti.

LdP, 2 marzo 2014

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