15/03/14

Puntunera, varvajanne e rinale


“I politici hanno rubato per cento anni, ora è venuta la resa dei conti, non possono più truffare... saranno messi alla gogna... è finita l'impunità per quei maiali... è ora di cambiare, Luca, spero tu te ne sia accorto, è importante, è importante...”
Il mio conoscente Piccone continua a farneticare, nel solito sciamante sabato del quartiere di Napoli con il culo alla camomilla, con mariti ammorbati che portano paste e donne che hanno fatto lo shampoo nuovo suggerito dall'amica frigida che ha abbandonato Dio per lo yoga.
Piccone non capisce, proprio non afferra, che non me ne chiava un cazzo di quel che sta accadendo sulla scena politica, guardo le trasmissioni dedicate solo quando so che c'è Luisella Costamagna o Mia Ceran, piccoli ed impotenti piaceri della vista. Punto.
Piccone schiuma, e si formano piccole pozzette salivari agli angoli della sua bocca quadrata mentre inveisce contro Renzi e il Pd, mentre augura la morte al cavaliere e mette in discussione la serietà (ma stiamo ancora a parlarne?) di Formigoni. Piccone ha cinquantaquattro anni ed è separato dalla moglie da una decina; da quell'epoca non avrà dato trastullo al suo usignolo, cosa che lo rende ancora più nervoso.
Infatti mi fa notare una rossa a metà tra il palestrato e l'estatico, e sussurra rabbioso “oh, che pezzo di fica saltata... oddio, che fica”.
Forse sceglierà, intorno alle 16, un sito di porno amatoriale italiano e si farà un servizio, supportato da rotoloni regina. Ma non starà meglio, perché tra qualche anno morirà da solo e lui questo lo sa.
Io, lavoratore cassintegrato e ora in mobilità, estremista nelle idee e strafottente nelle ritualità, mancino e più a sinistra della mia imprudenza, non sbarbato e annoiato da questo transito di plutocrati a culo nettato, io non rispondo a Piccone e mi annoio. Mi annoio di lui e della mia noia.
Preferisco metterla su Lucio Battisti, che a Piccone piace, e gli faccio anche tutta la cronologia dei bassisti che hanno suonato con Pino Daniele. Il basso nei primi dieci dischi di Pino Daniele è molto utile quando si inizia ad amare lo strumento, ti fai la bocca e quelli erano dei professionisti con i controcazzi. Rino Zurzolo aveva un suono di contrabbasso spaventoso, Gigi De Rienzo aveva feeling, Alphonso Johnson era Alphonso Johnson, Jeremy Meek faceva i buchi a terra, Pino Palladino in “Bonne soirée” è stato magnifico. Lui mi ascolta attento, e dimentica i suoi istinti forcaioli per qualche minuto. Mi esalto, pur rendendomi conto che riesco sempre a comunicare male le mie passioni, forse perché non voglio condividerle più di tanto: comunque gli suggerisco di approfondire altri grandi bassisti italiani, Gigi Cappellotto, Dino D'Autorio, Davide Romani. Ma mi stanco e la conversazione ci cade ai piedi come un uccello morto.
“Ti piace Luisella Costamagna?”, gli domando.
Deglutisce: “Bella femmina, ma preferisco Lilli Gruber e Geppy Cucciari che è bonissima, guardala bene”
Dio santissimo. La conversazione ci cade ai piedi, stavolta come un pellicano morto, l'enorme imbarazzo di un incontro strascicato.
È quasi mezzogiorno e il Vomero brulica di gente che non ha un cazzo da fare e vuole distrarsi a tutti i costi, di blandi democratici che sorridono a se stessi e vedono nei figli la realizzazione della loro vita, è umano. Ma a me brucia 'o mazzo. Sempre e anche in senso molto esistenziale.
Prima di salutarci, Piccone mi chiede per chi voterò.
Dio sacrale. “Per il partito comunista”, gli dico.
“Non esiste più”, sghignazza.
“Si è riformato”
“Sai benissimo che è un voto disperso, è un atto inutile”
“Di atti inutili in giro ce ne sono tanti, Piccone. Voto comunista perché sono comunista, come sai benissimo”
“Non ha senso essere comunisti oggi”
“Può essere, ma oggi non ha senso quasi nulla”
“Sei disfattista, Luca”
“Ti ringrazio infinitamente”
“Sei un ragazzo intelligente, da te mi aspetto di più”
Ragazzo? Ho quarantadue anni, tra poco inizierò a provare nostalgia per ogni cosa, e tu mi dai del ragazzo. Vai Piccone, che è iniziato il countdown per la tua disperata sega del pomeriggio.

Per strada c'è anche Idro Maria Sausig, consulente letterario famoso per i ricci ocra e il suo giudizio tagliente su ogni cosa che venga scritta nel raggio di due nazioni. Sausig è un noto chiaveur, ogni volta lo vedo con una donna diversa, lui è una via di mezzo tra Brad Pitt e Llorente, fa un certo effetto alle vomeresi. Ci salutiamo con ostilità, tanto per cambiare. Una volta Sausig mi diede un parere sul mio primo libro, sostenendo che molte cose presenti nel libriccino non le avrebbe scritte, ma io non gli avevo chiesto alcun parere.
Liquidai tutto con un perentorio “ormai l'ho scritto, va bene così” e lui non gradì. Voleva che il suo giudizio mi mandasse in confusione e mi facesse riflettere. Voleva esercitare il suo carisma anche sul mio povero libro, ma non glielo consentii. Il suo carisma va bene, l'ho sempre pensato, per delle perlustrazioni vaginali, per me lui è il Rocco Siffredi degli editori più bolsi, il pornocritico della porta accanto, che tra zaffate di pino silvestre e citazioni di Garcia Marquez per principianti sa come irretire la dolce creatura in via di sviluppo che gli passa per le mani.
Dev'essere anche un aziendalista del cazzo, uno di quelli che “tutto per chi mi dà il pane”, mentre io sono visceralmente insofferente ad ogni momentaneo padrone, e l'ho dimostrato.
Discetta amabilmente con la sua fenomeride da passeggio, mentre il Vomero crasso e pingue si autoriproduce con acquisti inutili, foulard lavati e senza saliva, volgari negozi dove si cerca di chiamare le persone al bisogno del vuoto, coppiette che hanno reso contenti i loro genitori ed ogni tanto anche i loro genitali.

“È il compleanno di Mariella... che cazzo le compriamo? Uff...”
Parole di una ragazza dall'aria spagnoleggiante, che mi passa accanto mentre tiene banco con la sua comitiva. Mi arriva un profumo d'alcova, un richiamo primitivo al sesso, un suggerimento di titilllamenti e orgasmi che non mi lascia indifferente. Mi giro a guardare la ragazza, che ha il codino e mi sembra adattissima a quelli che io chiamo “gli orgasmi solenni”, e cioè quelli vissuti guardando bene negli occhi il partner, senza urlare contumelie o volgarità abusate, quegli orgasmi silenziosi che contengono l'estetica dell'elevazione degli istinti sulla normalità.
Non so che cosa vuoi regalare a quella stronza di Mariella, ma so cosa ti regalerei io. Solo che l'eco del piacere dura solo un giorno di benessere e di ottimismo cianotico, poi si riparte. Alla mia età il piacere sessuale è solo piacere sessuale, le altre stronzate di contorno hanno perso smalto e furia interventista.
Willy, il ragazzo del Gabon che vende braccialetti e mi conosce, mi mette in mano una collanina ed un elastico e vuole due euro. Non inizio proprio la consueta ed allegra trattativa, glieli passo direttamente e gli sfodero un sorriso. Ne ho molti di questi braccialetti, ed ognuno è dedicato ad una rivincita particolare o, peggio, ad una vendetta. Ho uno strano concetto del benessere: deve partire dalla ribellione, dall'ammutinamento, persino dalla ritorsione. Solo così posso arrivare al benessere. Lottando e sovvertendo, altrimenti non è benessere. Mi sto rimbecillendo sempre di più e ne sono consapevole, il Terminator da monovano che non si arrende anche se è già in galera.

Stasera eseguirete del sesso con i vostri partner? Li guarderete negli occhi e conterete tutte le gocce da cacciare o contenere? Due ore dopo telefonerete alle vostre madri e vivrete il rituale dell'affetto a distanza, tiepido, sincero, ben temperato. Domani caffè e cornetto, domani sarete religiosi ma non andrete a messa, domani mangerete di più e avrete sonno nel primo pomeriggio.
Mi sembra tutto opportuno, ragionevole, giusto, sapido.
Ma a me, purtroppo, mi brucia 'o mazzo e poco posso farci.

LdP, 15 marzo 2014

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