02/03/14

Lumaca nera


Rileggere le mie vecchie cose è un supplizio. Sono abituato a distaccarmi velocemente da quel che faccio, molto velocemente. Non ufficialmente, ma prendo le distanze e guardo avanti.
E dunque rileggermi è una tortura, anche perché vengo preso dalla smania di correggere e cancellare le ingenuità, che sono sempre in numero intollerabile.
Mi costa ancora di più andare a ritrovare quel che ho scritto (e pensato, sentito) durante periodi duri, aridi, o periodi di distacco e vendetta. Venendo a mancare l'oggetto che dava frenesia alle viscere, le parole, per me che le ho scritte, sembrano svuotate di ogni senso.
Mi appare chiaro, rileggendomi, che io abbia speso parte degli ultimi anni a consolidare una visione del mondo piuttosto cupa, ma non poteva essere altrimenti. Una visione cinica, a tratti ruvida, di certo non basata sulla speranza. Mi è parso quasi di leggere delle memorie di un vecchio, in certi tratti; altrove ho ritrovato il furore indisciplinato e un po' scentrato dell'adolescenza. Ma sono quadri del momento, e come tali vanno presi.
In questi giorni, invece, mi sento fermo su una zattera in mezzo ad un mare fin troppo aperto, un mare così sconfinato che mi ha fatto perdere di vista i nemici e persino le affiliazioni, le fratellanze. Non sento afflizione, non sento disarmo, e la rabbia pare essersi travestita da inquietudine liquida, sfuggente, come dopo un temporale o un addio.
Niente mi risulta più lontano e fuori luogo di una grinta declamatoria, o di una ribellione diretta, torrenziale, senza mediazioni e retromarce. Insomma, la rabbia somiglia al silenzio, ai giorni che sul calendario segno con note personali, note che a volte posso capire solo io, perché non cercavo la complicità e adesso ne comprendo appieno l'orrore concettuale, complicità a tutti i costi, somiglianze per sopravvivere.

Negli ultimi tre anni è stata proprio la smania di complicità e di vicinanza a farmi risultare indigeste le persone. Sentirsi vicini pur di non crollare mi sembra una forma di debolezza. Quando sono nella merda mi piace affrontare la questione di solo, non mi metto a telefonare a mezzo mondo, e certi occhiolini di circostanza mi fanno pensare ad orribili lumache nere che strisciano sulle lenzuola pulite.
Provo stima per chi rimane da solo, senza troppo panico, ad affrontare la caduta delle statue, lo sbriciolamento dei giardini di quiete, apprezzo molto chi non cerca di rallentare la comparsa di rughe e cicatrici.
Dopo essermi riletto per motivi di lavoro che non ho potuto differire, ho la nausea di me stesso e di quel che provavo. Non riesco ad arginare l'insofferenza per l'emotività che mi guidava in quei momenti. L'emotività guardata in lontananza è ridicola.

Continua a sfuggirmi il senso delle cose a metà. Delle cose e delle emozioni che non siano verità ben distinguibili.
Che poi non siano verità, basta non dirselo.
Continuo a sentire il bisogno di invertire la rotta continuamente, di effettuare deviazioni, e ancor di più di non essere intercettato, trovato, collocato. Collocarmi in un'idea, in un sentimento definito, in un luogo, in un mood, è un'offesa che non perdono.
Ho trovato circa duecento frammenti di scrittura che si assomigliavano pericolosamente. Evidentemente stavo ragionando su quello che sentivo e come uscirne, o come fottermi: alla fine è più o meno la stessa cosa.
Nella scrittura che mi è invecchiata addosso ritrovo il bisogno spasmodico e grottesco di darmi una disciplina della vita che non è alla mia portata e forse nemmeno desidero.
Sono invecchiato e ancora me la sto a menare con questa storia della disciplina, dell'ordine nei desideri, nei progetti, nei rapporti. Non ne sono minimamente capace, come non sono capace di fare tutta quella pantomima comportamentale che mi qualifichi come affidabile. Chi se ne fotte se sono affidabile o no. Quanto alla concretezza, che tanti di noi vogliono dissimulare, mi sembra quasi una cosa sconcia, un goniometro passato su tracce di anima e di sogni, un tentativo assurdo di rendersi popolari al giudizio degli altri.
Se davvero mi importasse molto del giudizio degli altri, non riuscirei a vivere. Perché si dicono e si pensano tante cazzate arroganti, partorite dal basso maleodorante delle inadeguatezze e delle terminazioni nervose.
Io stesso, nonostante le apparenze polemiche e intolleranti, non amo giudicare: preferisco levarmi dai piedi persone, cose e comportamenti che non approvo, punto. Sono contrario alle seconde e alle terze possibilità. Quando si sperpera un'occasione bisogna pagare. Pagare senza sconti di pena. Pagare perdendo.
Non si torna indietro. Non si vive in giochi da tavolo dove stai fermo un giro e intanto ti vai a bere una birra.

Si deve scegliere. Se restare e credere o andare lontano e darsi scompiglio e rimpianti. Non credo in terze vie. L'attendismo è codardia.
Bisogna mettersi in testa che innamorarsi è difficile, molto spesso è una proiezione, una smania di attaccamento alla vita da sancire, la bieca persuasione di dover essere compresi per forza è un colabrodo senza manico.
Vedo queste tristi foto, sui social e anche altrove, di chi cerca disperatamente di interessare. Lo trovo così triste. Persone che si fanno autoscatti, che fingono di emozionarsi per stralci di libri, che scrivono presunte emozioni per emozionare altri. Il teatrino del cuore latrina, cuore che si vorrebbe intarsiato di perle e di cielo, cuore raro in cui tutti finiscono per andare a pisciare o farsi una sveltina.
Dunque, io non prezioso e riflessivo scrittore, ma semplice pitale a cielo aperto, con la sola variante della sorveglianza armata. Meglio pensarla così, meglio mostrare lo spazio vuoto in bocca che il dente d'oro.

Sono mesi e mesi che io e i miei incubi ci inseguiamo, ci prendiamo in giro e giochiamo con i segni, con gli avvertimenti, con gli appostamenti. Se si è consapevoli di essere complessi, contraddittori, uomini con fattezze rassicuranti ma con coda di angelo ustionato, l'interesse delle persone circostanti può diventare un imbarazzo e una scintilla ingestibile.
Quando mi sento ingestibile, nego parte della mia presenza al mondo, per quel che possa interessare; mi preservo e preservo gli ospiti.
Quando mi sento ingestibile, scrivo. Non mi rileggo mai perché distruggerei tutto dopo due minuti. Del resto, non mi guarderei mai in un filmato in cui faccio sesso e non passerei il tempo a guardare le mie stesse foto. Ricuso e nuoto nel punto zero, quando sono ferito non posso che ferire, quando aggiusto la tana a seconda della stagione non invito e non organizzo cerimonie in cui mi vedrei solo dall'esterno.
Brutta tegola, il terzo occhio. La maggior parte della volte è una crudeltà da organizzare in fasce orarie, concedendosi dei diversivi. E puoi cadere facilmente nella grande trappola di voler dormire per sognare, ritrovandoti cosciente ed infreddolito ai piedi di una suggestione troppo ingombrante, la possibilità di essere altro e molto di più. Per te stesso e per chi ti incontra. Tutto troppo ingombrante, soprattutto quando la primavera è ancora lontana, imprigionata in una cartolina melliflua che il parente sbagliato continua ad inviarti, sbagliando date, tempi e grafia.

Luca De Pasquale, 2 marzo 2014

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