23/03/14

L'hobby del disastro


Scusa”, diceva la mia compagnia del momento e aspirante donna, “scusami, devo mandare un messaggio a Cristina... resta qui, torno subito...”
Ma figurati”
La sua Cristina era in realtà un Fabio, un Antonio o un Massimo, ma anche io avevo la mia Cristina, che poi magari era Fabiana, Flavia o Monica.
E così tentavamo di prenderci per il culo, di affossare il cuore in alibi e mancanze solo preventivate e non ancora vissute, ci tradivamo ancor prima di fare sul serio, come tutti gli imbecilli.
Provavamo distrattamente, come camicie all'outlet, altri sessi e altri appuntamenti, facevamo i confronti, studiavamo i pro e i contro e ce lo mettevamo in culo senza che fosse neanche crudeltà, solo superficialità e manie di protagonismo.
Come mi emozionava irrompere nella vita di donne ignare, mettere tutto a soqquadro e poi rinunciare, il più delle volte senza neanche averne approfittato. Mi bastava la sensazione, quell'aria strana di quando sta per accadere qualcosa che potrebbe rischiarare. Potrebbe.
Lei invece faceva sul serio, e da Fabio accettava un bacio, da Antonio un regalo imbarazzante, da Massimo solo il cazzo e poi diceva che lo trovava cretino e poco interessante.
Io mi accontentavo dell'insonnia di Fabiana, dei dubbi di Flavia e della voce eccitata di Monica mentre il compagno guardava la televisione ed io le sussurravo al telefono roba trascendente che mi rendeva ridicolo, un tentatore in giacca rossa e cravatta nera, uno con l'hobby del disastro.
Poi ci ripescavamo a letto, in quella crociera pacchiana che è darsi piacere senza la forza del tempo e delle idee, ci dicevamo qualcosa di vagamente dannunziano, ci lavavamo i genitali e tornavamo a dormire, io a sinistra e lei a destra, senza darci la mano e senza respirarci.

Quando uscì il mio primo libro, molti si affannarono a dirmi che in me ci avevano sempre creduto. Non mi era sembrato affatto, anzi. Erano le stesse persone che mi avevano suggerito di “cambiare sogno”, che mi invitavano alla concretezza, o che al peggio mi preconizzavano fame e carestia. Si sbracciavano a spiegarmi che sapevano, loro sapevano, il mio momento sarebbe arrivato ed ora era lì, ai piedi della loro ipocrisia e della mia completa strafottenza. Allo stesso modo, c'è chi ci tenne a dirmi che il libro non era piaciuto affatto, detto con una certa eccitazione e un certo trasporto. Mi dovevano mettere a posto, regolarizzare il loro disgusto.
Ricordo una mia pingue collega che fu molto incisiva nel dirmi che il libro le era risultato noiosissimo, e quando me lo disse aveva lo sguardo funesto e sovraccarico di chi non riesce a cacare da giorni.
Era purtroppo chiaro che il suo sforzo nevrotico di dimagrire per far innamorare qualcuno le provocava un certo nervosismo. Risposi “de gustibus” alla stronza, facendole capire con chiarezza che avrei preferito farmi sodomizzare da un honduregno piuttosto che leccarle le labbra, stronza di destra, tutta patria famiglia religione compleanni epilazioni diete cazzi degli altri pettegolezzi e leccate di culo al direttore di turno.
C'è sempre stata una larghissima fascia di donne di un certo tipo che non mi avrebbe scopato neanche se fossi stato l'ultimo uomo sulla faccia della terra. E ci tenevano a farmene accorgere. Non era una questione di aspetto fisico o misure del padre delle creature, era una questione di stile di vita, di modo di pensare, di prestigio sociale, di riconoscibilità, di status economico. Obiettivi, questi, che per un uomo come me erano e sono ancora risibili.
Ma la cosa era scambievole. Solo che io ero più educato e sobrio, nel non mostrare un grosso coinvolgimento.
Ogni tanto, ancora di questi tempi, qualcuno viene da me e mi dice che sono pieno di talento. Da cosa lo deduca io non lo capisco mai. Perché non ci sono prove sociali che io valga qualcosa. Perché alla fine io lascio poche tracce, nel solco degli amanti ben esercitati, dei fantasmi e dei viandanti. Le mie parole sono finite in due o tre libri e in un blog, i miei capelli sul pavimento della barberia, il mio sperma nelle lenzuola o nella carta cucina, la mia rabbia alberga in speciali contenitori tascabili, insomma mi si può eliminare assai facilmente dalla cronologia. Ed è proprio questo che mi rende forte.
Hai talento”
Grazie”
Dico davvero”
Grazie”
Prego”
Ciao”
Ciao”

Dopo una piacevole serata a piazza Bellini, il mio amico Francesco e la sua donna fanno l'amore in un appartamento di Posillipo. I preliminari durano cinque minuti, il tempo necessario a convincere lui che l'erezione sia okay e lei che lui possa entrare senza troppi problemi.
A Francesco piace fare l'amore mettendo su Keith Jarrett: lo trova raffinato, un segno distintivo agli occhi delle sue donne. Il rituale infatti si ripete da anni, non cambia mai, non cambia nemmeno disco: è sempre “Melody at night with you”, e lui sono anni che chiava sempre allo stesso modo, alla stessa velocità, con il cazzo ottimista e morigerato di sempre, con il respiro secco e muschiato, non dice una parolaccia, non chiede saliva, non morde le spalle con convinzione, tutti i suoi movimenti sono in punta di presunta eleganza.
Le sue scopate asettiche mi deprimono. Non è capace di metterlo fino a dentro e ha paura di sentirsi una bestia; ha paura di oltraggiare la sua donna diventando sboccato e osceno, ne fa una questione di rispetto, perché lui è un blando democrat al quale hanno insegnato che il rispetto per la donna è la prima cosa, viene prima pure della festa della mamma.
Francesco scopa per sentirsi meglio e per suggellare, per suggellare continuamente. Come fanno tante persone. Devono creare il clima giusto e rassicurarsi. Hanno paura di accoppiarsi senza la carta parati delle stelle e il curriculum della coppia. Devono dirsi “ti amo” per non sentirsi delle fogne esposte ai capricci del cielo, e alla sorte subdola che sembra sempre in agguato per tutti noi.
Se io e Francesco ci dovessimo incontrare cinque minuti dopo una scopata -naturalmente non tra noi- si potrebbe assistere alla più esibita diversità tra due uomini coetanei, della stessa classe sociale e con la stessa impostazione culturale di fondo. Lui rassicurato, grondante Keith Jarrett, fresco di doccia e intento a dare Gatorade al suo ego, io nel caos, abbracciato ai margini e alla luce del mattino, probabilmente con il cazzo ancora sporco, perché odio lavarmi dopo il sesso, è una cosa da tristi esecutori, fa schifo.
Per lui il bel sesso in provetta da mostrare ai Santi e a mammà, la bandiera in cima alla vetta, lui educato scalatore e guida alpina del suo benessere, io con il diavolo attaccato alla schiena, felice della continuazione del rischio, innamorato del momento e dubbioso del tutto. Sempre.
Stili di vita diversi, modi di pensare e sentire che non hanno nulla da dirsi e che pure finiscono per confrontarsi involontariamente, in pochi grugniti di conoscenza in qualche luogo pubblico.

È l'alba. È ora che io vada a dormire, mentre la gente dabbene prepara le crostatine alla ciliegia e il latte caldo per cercare di andare in bagno, è ora che io scompaia, è ora che io e i miei svogliati talenti ce ne andiamo affanculo, da dove siamo venuti.
Sono sicuro che Francesco starà dormendo. Piuttosto sereno, magari abbracciato alla sua donna perché ha visto la scena in qualche film e gli è sembrata suggellante, garbata, intensa.
Lei pure dorme, e con loro le educate strade che frequentano, il molle privilegio della casta che si autocita e si autoriproduce, lontana da ogni demone che inoculi dubbi o che durante l'atto sessuale chieda saliva per insozzarsi di più e sentirsi libero, libero di tutto, libero per sempre.

Luca De Pasquale, 23 marzo 2014, all'alba

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