21/03/14

L'aria non respirata e i pantaloni bianchi


Mi affaccio al balcone per fumare la mia sigaretta notturna.
La tangenziale, rimpicciolita e semideserta, sembra una pista per bambini, percorsa da piccole auto giocattolo, nere e veloci. Indosso guanti con dita tagliate, ripenso ad una canzone di Daryl Hall solista, il fumo della sigaretta sembra inseguire qualcosa di sospeso nel buio, qualcosa che è presenza e suggestione allo stesso tempo.
Ripenso anche al sax di Gianni Oddi in quel vecchio pezzo di Piero Piccioni che piaceva tanto a mio padre, ricordo che all'epoca mi piaceva indossare pantaloni bianchi stretti ed una giacca classica, presa proprio dal suo armadio. Mi piaceva atteggiarmi al Gassman simulato, e speravo di piacere a tutte le donne, sognavo di conoscere e conoscere e di finire nei letti e di morire per un po' di piacere e di riprendere come se nulla fosse accaduto. Pantaloni bianchi ambigui, ma non ero ancora del tutto contaminato da quell'altro tipo di sguardo alla vita che mi ha reso adesso l'uomo che sono, uno che si tiene al guinzaglio da solo e ne scova il sommesso beneficio, le tinte chiare ma calde uguale, il respiro più regolare e la rabbia in bottiglia, in agonia perpetua.
Guardo verso la tangenziale e poi più su, in direzione di colline che non conosco, di luci lontane, fumo e tiro su le sottane alla mia anima, impudica, equivoca, presa a calci in bocca dai miei tirapiedi.
In ogni piccolo gesto, un mare ammalato e il respiro recitato da compagnie sempre diverse, portato in scena e interrotto continuamente da incomprensioni a soggetto: sono un uomo, e come ogni uomo ho a disposizione tutta una serie di tramonti.
Ho vertigini dal basso. Arrangiarmi a vivere è una continua vertigine, dove anche il riposo è soggetto a interruzioni e salutari frammentazioni.

Spengo la sigaretta. Cinque giorni che non scrivo. Astinenza e misura. Non bisogna scrivere troppo, se si vuole mantenere presenza al proprio corpo e al proprio tempo. La gente scrive troppo e soprattutto spera troppo di poter scrivere per mestiere.
Quella donna che venne a prendermi sotto casa dopo le undici di sera, cosa voleva? Cosa poteva mai sperare? Le negai un'emozione che proprio lei -ne sono certo- non avrebbe continuato ad infettare di stimoli.
Certe scintille si degradano nel tentativo di continuità, assumono risvolti patetici, incongrui alla pratica di scambiarsi zolle di incontinenza emotiva, fuori contesto rispetto alla grossa e ingombrante morte del giorno dopo.
Cosa voleva quella donna? L'avevo forse stuzzicata, con la mia disponibilità fredda ed educata, l'avevo forse incoraggiata, lasciandole credere che come ogni mozzo senza gradi avrei accettato non solo la mia confusione, ma anche la sua.
Mi guardava, quella donna, mentre eravamo fermi in auto sotto il mio portone, e non mi piaceva più. Non mi piaceva il suo bisogno d'amore, perché sono stato spesso una merda e sono fuggito in preda al timore di essere controllato, identificato, interpretato.
Non mi è mai piaciuto rispondere alle esigenze altrui. Quando tutte le aspettative mi risultavano troppo palesi e preoccupanti, sceglievo di inguaiarmi con qualche scelta impulsiva, un corpo di serpente con due code e senza nessuna testa, un'ambigua biscia avvezza al suo fango e alla pratica di essere dimenticata dopo le prime curiosità.
Mettevo quei pantaloni bianchi per richiamare l'attenzione, ero tutto anima e cazzo e niente cervello, ero il mio dolore e mi piaceva esibirlo come una tessera del club, che imbecille.
Pensavo che il mio dolore fosse nobile, perché letterario, esistenziale, basato su perdite del passato e menzogne, basato sulla mia completa inadeguatezza alla felicità, ma era solo arroganza pressapochista, che mi finiva puntualmente in punta al cazzo, come una bestia delusa.
Ora non sono meglio. Sono solo diverso. Con la new age mi pulisco il culo. Sono sempre un mozzo senza gradi, quello che lava l'intera nave di notte, come un vampiro, come un musicista senza strumento, come un amante che ha smarrito l'indirizzo della donna scommessa con la quale ha scelto di farsi male.

Nel letto, guardo il soffitto.
Puzzo di fumo. E ho il mio odore, un po' bambino, un po' di profumo femminile scaduto.
Se qualcuno mi trucidasse in questo letto, ora, qui e senza motivo, il mio sangue sgorgherebbe pieno di musica e di aria non respirata. Sono infestato da azioni non compiute e crimini non commessi, sono vivo per sbaglio e per resistenza, sono troppo curioso per ricordarmi di quanto sono suicida e spoglio nei miei programmi. Guardo il soffitto, crosta lunare del mozzo, umidità attaccata alle pareti come aria non respirata.
Scrivo dopo cinque giorni, ricordo i miei pantaloni bianchi da cazzone in finta vendita, disseziono le disillusioni come sempre, sposto i nemici nel nulla e i sogni nella stanza gialla della quiete, sposto me stesso nel sonno e non prego che gli incubi restino nell'altra notte, quella della tangenziale giocattolo.
Sulle panchine di una villa comunale, dove i vecchi lasceranno ai bambini l'eredità fraintesa della vita, io aspetto incubi e baci allo stesso modo, armato, critico con me stesso, deciso a calcolare comunque la scia di magia delle stelle cadenti.

Luca De Pasquale, 21 marzo 2014

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