24/03/14

Il magico rosolio


L'inverno torna a Napoli, torna e increspa il mare, rende il cielo un lenzuolo grigio-viola, mi arriva in gola e complica i miei impegni.
Ripasso per luoghi legati a ricordi spiacevoli, le sigarette durano pochissimo a causa delle folate, non me le godo.
Sbaglio anche scarpe per uscire, mi infradicio ma non importa. In funicolare un tizio che si qualifica come “l'avvocato” perora la causa della ribellione popolare, parla ad alta voce e si guarda in giro per vedere che effetto fa. La ragazza con il lettore mp3 e le cosce di fumo nero, la guarda per attrarre la sua attenzione, senza riuscirci. “L'avvocato” avrà settant'anni. Pochi anni e qualche figlio assisterà alla sua deprimente tumulazione. Mi vedo la scena e provo un senso di pena. La rivolta popolare. Povero illuso qualunquista.
La gente è brava ad agitarsi più che a ribellarsi; e molte rivolte o presunte tali sono di stampo fascistoide, sono solo lesi interessi e non reale indignazione. Le persone che promettono guerra sarebbero altrettanto a loro agio nei panni di qualche pappone ben retribuito, e in quella posizione dei disagi della classe media non se ne chiaverebbero un cazzo. L'ho vissuto guardando buona parte dei miei simpaticissimi colleghi, che dalla confessione “mal comune mezzo gaudio” al fiato di hamburger e maggiorana sono passati alla strenua difesa della mutanda sgommata ma sicura.
La solidarietà? Parola chiave per stolte serate badiali di Rai Uno o per esaurimenti nervosi di sciroccati esponenti dell'umanesimo socialista di polistirolo, difendiamo il figlio del camorrista, salviamolo dal destino e facciamo sì che se ne parli.

Spunta il colore del giorno sulle auto bagnate, neanche in questo caso riesco a godermi la sigaretta, che Eolo fuma in mia vece.
La strana donna con il rossetto blu alle poste, me la ricordo chiedermi dei dischi di Fiorella Mannoia e non comprarli mai.
Lo scippatore con il cappello verde scuro allo stazionamento degli autobus, intento a studiare i vecchi e i loro ingenui movimenti, bastardo.
E tutte le ragazze in attesa di spiccare il volo, di essere portate via dalla loro famiglia d'origine, per un po' di amore e per il minimo sindacale di solidità e praticità virile, per quella stranissima legge che vuole le creature più intelligenti terrorizzate dall'idea di una pur lontana solitudine.
Venti anni fa tutte le possibilità erano alla mia portata e forse anche a mia disposizione, potevo quasi scegliere in quali vite fare ingresso e seguire la traccia per essere la novità, il pretesto, l'imprevisto che diventa vita.
Quando una donna si innamorava di me, mi sentivo sempre responsabilizzato, potevo continuare a fare lo stronzo in giro o fermarmi e dare una svolta adulta al tutto, convertire le smanie in passi. Ma avevo dentro troppo jazz, troppi libri, tantissima autoreferenzialità e soprattutto una gran voglia di continuare a sbagliare. Lontani ricordi, che appunto ricordo senza volermene, senza accanirmi. Non riesco più a legare le canzoni alle persone, conoscere qualcuno non mi sembra più un colloquio d'idoneità per qualche ruolo, risultare sgradevole è un solletico senza contorni e non fa più male.
Un ex cliente mi mostra delle immagini sul suo cellulare, dopo un caffè pretesto per parlare di compravendita dischi, c'è lui in camicia azzurra davanti allo specchio del bagno e una tipa con mascherina veneziana che glielo prende in bocca.
“Arrapante, no? Si chiama Tiziana, ha quarantasei anni. Succhia da dio”
“Capisco”
Fa un sospiro: “Mi sono fatto una sciammeria anche con la sua migliore amica, le ho preso il culo e le è piaciuto a pazzi”
“Mmmh, capisco”
Il mio ex cliente si chiama Lamberto Minimoog ed è un bell'uomo, piuttosto statuario, un imprenditore di quelli che si potrebbero definire “illuminati”.
Dopo essere stato sposato con una donna cubana ed aver avuto una turbolenta relazione con una flight attendant a Singapore, è tornato a Napoli dove pare faccia strage di cuori nei locali di Chiaia e del centro storico. La camicia azzurra è un suo preciso topos, lo caratterizza.
Mi parla sempre di sesso, sempre. Davvero sempre. Paventa di avere un grosso uccello, ed io stavolta gli credo, perché è proprio lui ad essere particolarmente massiccio, naso e dita indicano che dev'essere dotato di una notevole contraerea. Ma delle sue forti scopate mi frega assai poco, anzi nulla. E non lo invidio. Avrà cinque o sei centimetri più di me, come minimo, ma posso dire solo prosit.
Ha letto alcune mie cose -solo per gentilezza, chiaro- negli anni scorsi ed ha dedotto che io vivo per la fica. Non più di altri, direi, e comunque non più.
Mi ha spesso chiesto se con la scrittura si scopa potente. Gli ho sempre risposto che la scrittura non è viagra, non è che duri di più, anzi gli scrittori in genere hanno dei piccoli ed inutili cazzi, rivestiti di ego caramellato.
Mi ha proposto tre o quattro volte di uscire con lui, mi ha garantito che lo avrei piazzato tra le cosce di qualche signora raffinata, suo il frasario, ma ho sempre declinato l'invito. Ma lui è ricco, ha il fisico del discobolo e può anche aggiungere la sua fava totemica, sarebbero state uscite squilibrate, le sue “signore raffinate” non avrebbero saputo che farsene di un cassintegrato esistenzialista oberato da svisate luciferine e sensi di colpa millenari, senza patente e senza voglia di spendere per far prendere aria al normale ferro in dotazione tra le gambe.
Lamberto mi chiede, a chiusura di incontro, se mi è venuto il “pesce tosto” alla vista delle sue foto amateur, non gli voglio fare torti e gli dico solo che sono rimasto un po' turbato. Lui mi sovrasta, sarà alto 1,95 e sembra un Apollo della pornocrazia che non mi è mai stata familiare.
Indimenticabile un suo discorso in negozio, qualche anno fa, in cui mi spiegava che decideva quanto far durare le sue relazioni in rapporto al sapore della vagina della sua partner del momento. Aveva classificato sapori caramellosi, dolciastri, acidi, sugosi, freschi, primaverili, speziati, muschiati, chiamava gli umori femminili “il magico rosolio”, mentre mi arrivavano clienti da ogni parte, compresa una signora anziana che cercava Morricone.
Mentre un professore di italiano in pensione mi stava chiedendo Vivaldi e Paesiello, lui se n'era uscito con una raccomandazione molto aulica: “Luca, annusa e prova sempre prima, se il sapore non è buono allora devi lasciare perdere, su quello le donne non possono mentire”
“Bien sûr, aussi”, avevo risposto, facendo il verso ai francesi teste di cazzo con i quali avevo a che fare, stupido io che non avevo capito quanto gli italiani sottoposti fossero infinitamente più pietosi e malfidi.
Il professore Rosacroce era rimasto sconvolto dalle frasi sconcie di Lamberto Minimoog, e aveva preso dalle mie mani i cd senza nemmeno salutarmi.
È una vita che raccolgo involontariamente confidenze sessuali e report di bravate in tema, ho smesso di oppormi, sarebbe ridicolo e poi non indosso il saio. Ascolto, comprendo, elaboro e dimentico.

Quando ami qualcuno, finisci per amarne, tra mille combattimenti, anche il passato e probabilmente il futuro, che con una certa probabilità sarà senza te. Se amassimo veramente e non lo declamassimo in maniera così oscena, altro che il blowjob point of view di Lamberto Minimoog, dovremmo arrivare ad amare dell'altro anche il suo potenziale non volerci più, non contemplarci per tutto il percorso.
Il vero amore è amare anche se non si è ricambiati del tutto. Il vero amore è così raro che si finisce per soffrire quasi sempre, e navigare a vista.
Il vero amore, al contempo, dovrebbe anche consentire di accorgerci di chi davvero ci vuole e regolarci di conseguenza con chi invece fa scoppiare palloncini appena abbiamo trovato un po' di pace.
Purtroppo, noto sempre con disarmo che non essere disponibili crea un interesse differente attorno, siamo scartati quando siamo soli e soffriamo e diventiamo schifosamente più appetitosi quando diamo l'attenzione ad un'altra persona.
Se confessi amore verrai pugnalato, se fai l'indifferente con l'anima in tasca qualcuno ti sussurrerà che sei bello, che ci sei sempre stato, e che starti accanto dev'essere un dono. Un tempo vacillavo. E molto. Mi dilaniavo di perplessità e di stupidi dualismi che poi non portavano a niente.
Oggi sono un uomo insonne, che quasi mi sembra una qualità, una garanzia di
sensi e sentimenti diventati incapaci di dimenticarsi da soli.
Creatura a termine come tutti, mi scopro capace di seguire quelle luci della notte che evitano all'insonnia di degenerare in rabbia, impotenza e rimpianto.

Piove di nuovo. Alla radio c'è una canzone di Pino Daniele che non conoscevo, mood jazzato, piano elettrico e basso denso, “Notte che fai”.
“Lo sai che non ho mai sonno, ormai non dormo più. Amore fuori c'è il giorno, ti prego non cercarmi più”.

Luca De Pasquale, 24 marzo 2014

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