31/03/14

I guanti rossi e la disfatta costruttiva


Nessuno, nella mia famiglia, ha mai avuto una casa di proprietà.
Nessuno ha potuto cambiare molte auto e permettersi vacanze. Nessuno è mai uscito dall'incubo del salariato precario, e solo pochi di noi hanno avuto a che fare con padroni che fossero anche uomini, che fossero prima uomini e poi padroni. Mio padre e alcuni miei zii, che non amavano entrare in conflitto, proprio con nessuno, cercavano di guardare il bicchiere mezzo pieno.
Io no. Io no, mai. E mai sarà. Io ho sempre reagito, e come mi è stato detto “sono stato poco furbo”.
Io mi sono sempre sentito un operaio, anche quando ho pubblicato quel cazzo di libro, anche durante quelle presentazioni di libri a patta aperta, mentre alcuni “colleghi scrittori” tentavano di celebrare leggerezza, disimpegno, la lettura come ricreazione, come salvezza dalle tante angherie subite nel quotidiano.
Ho sempre sentito il dovere della ribellione, anche quando mi è costata cara. Ho pagato sempre tutto, in prima persona, a testa alta. Senza abbassare la testa, per sentire magari meglio la puzza del mio culo impaurito.
Ho sempre rifiutato quell'atteggiamento di estrema ignoranza che consiste nel sentirsi fortunati perché qualcuno ti ha dato lavoro. Ho sempre rifiutato la gratitudine sproporzionata verso chi ti concedeva un privilegio per ottenerne tre, o solo per soddisfare la sua smodata necessità di sentirsi “uno che decide”.
Ho sempre rifiutato ogni richiesta deferenza verso ruoli che non riconoscevo e che continuerei a non riconoscere. In una piramide di guano è chiaro che l'operaio semplice deve essere deferente verso la struttura in sé e i suoi tristi interpreti, capireparto, capisettore, responsabili, direttori, veline dei direttori, delatori analfabeti. Chiaro per loro, chiaro per gli arresi a prescindere, non per me.
Ricordo ancora con disgusto certe facce di costipazione intestinale di responsabili francesi o milanesi che non salutavano il commesso 1.0 e che invece stringevano altre mani. Ricordo la grottesca recita di responsabili locali che sceglievano la giacca e la camicia migliore per omaggiare l'ospite di riguardo, ricordo le ridicole minigonne, le finte risatine di compiacenza, la vocazione a dare il culo per rimanere tranquilli.
Ricordo, con disgusto ancora maggiore, quelli che all'epoca godevano di buona sorte e buona considerazione, perché magari amici del potentino di turno, e che poi, finendo in disgrazia, hanno cercato di reinventarsi democratici, vittime del sistema, sensibili e solidali facenti parte di un ampio gruppo di vessati. Gruppo di che? Non esisteva alcun gruppo. Dove non c'è coscienza di classe non c'è idea di gruppo, collettivo o accolita. Non c'è nulla, solo un manipolo di singoli che si guardano disperatamente i cazzi loro.
Non sono fatto per certe strutture e certi sistemi. Non sarò mai un aziendalista. Non sarò mai amico del capo, perché per me si deve partire alla pari, sempre, senza soggezione e senza farsi soggiogare.
In questo paese di merda, in cui il capitalismo è il sogno sciancato, zoppo dalla nascita, dove il proprio comodo è l'iniquità per il resto, in questo paese dove sono riusciti ad essere arroccati per decenni alla melmosa ipocrisia della DC e dove si è incredibilmente riuscito a far passare un imprenditore reazionario per un salvatore della patria, non c'è da sperare che la piccola realtà privata possa essere declinazione diversa del paradigma generale.
Io avevo bisogno di soldi. E avevo, come ogni uomo che possa dirsi tale, bisogno di lavorare. E avevo lo stesso diritto di lavorare di chi cacava il cazzo con la storia lacrimosa del “tengo famiglia”, il supremo alibi di ogni imboscato di turno, che spera di arrivare alla morte avendo ottemperato ai doveri che gli scarni e fraintesi valori appresi richiedevano.

Poi c'è stata la parata dei vigliacchi.
È anacronistico essere anticapitalisti, è caduto pure il muro di Berlino”
Ma che cazzo c'entra?, chiedevo sempre. Sempre con questa storia del muro di Berlino, bignami anti-ideologico da tram, somma suprema del qualunquismo conservativo.
Non bisogna disperdere il voto, Luca: smettila di votare per piccoli partiti di estrema sinistra! Ci vuole coscienza!”
Avevate ragione, merluzzi. Beccatevi ora Renzi Gran Mogol e le giovani marmotte toscane, beccatevi le equilibratissime rottamazioni annunciate, beccatevi l'ennesimo governo che se ne strafotte del lavoro e dei lavoratori, beccatevi le alleanze al gusto dissenteria, beccatevi i talk dove si discute delle strategie di comunicazione del leader, beccatevi il tweet ottimistico e demagogico che non vi riguarda e non vi riguarderà mai.
E continuate pure ad occhieggiare al centro e alla destra, o ai santoni da forca di lusso, perché siete un po' cattolici, un po' moralisti, tanto familiari e decisamente poco associativi, anche se non vi costa niente fingere di essere solidali al venditore abusivo del Camerun e saltate in piedi come scherzi quando si parla di Luxottica o Pomigliano.
Tieniti per te le tue idee, che ti conviene”
Conviene a cosa? Ad ottenere tre invece di due, e ad ottenerlo da uno che con il culo a forma di cuscino ha ottenuto direttamente dieci? No.

Al momento sono disoccupato.
Dicono che sono colto e intellettuale, me lo dicono anche per celia, ma fatto sta che sono disoccupato, a quarantadue anni, uno dei figli dimenticati di lavori che non esistono o non tirano più, ingolfato di competenze che appaiono quasi una colpa atavica, con l'aggravante inqualificabile dell'ideologia sociale ed economica “fuori tempo massimo e fuori contesto”.
Mi sono assunto le mie responsabilità. Ho liberato un posto, sai quanti avranno tirato un respiro di sollievo, anche se avevo pochi crediti di rientro perché non ho fatto figli e non ho una moglie da mantenere.
Qualcuno mi ha detto “ma tu sei uno scrittore, di certo troverai” e anche “ne sai troppo di musica, vedrai che...”
Scrittore un cazzo. In Italia la professione di scrittore è impercorribile, semplicemente perché non esiste questo lavoro. Quelli che vedete in televisione e leggete sui giornali sono dei privilegiati, dei fortunati, sono stati abili e forse, in pochi casi, hanno dei meriti reali, sono degli autentici innovatori. Ma solo in pochissimi casi. La maggior parte della nuova letteratura che si produce oggi in Italia è un'abboffata di merda già letta, vale come scacciapensieri, ha meno spessore di una mano a poker, è la filosofia dell'asciugarsi bene sotto l'ombrellone ed esibire una qualche curiosità intellettuale. E chi scrive non si reputa certo un innovatore o un genio.
Sono solo un bastardo piuttosto sincero, non ho pretese di guidare alcunché, non sono un opinion leader, non un icastico del disarmato mondo dei quarantenni come me. Sono un invisibile come tanti. Probabilmente non pubblicherò mai con una major, perché non scrivo romanzi con trame rocambolesche, perché non ho costruito una rete di rapporti, perché il mio è un antagonismo individualistico, sprezzante, rabbioso e poco ruffiano.
E poi non sono Hemingway. Ma, forse, in Finlandia avrei potuto pubblicare più facilmente un saggio sui bassisti elettrici italiani, su Patrick Dewaere, su Stig Dagerman o semplicemente sulla mia insonnia. Non mi chiamo Pentti Arvholati e non vivo ad Helsinki, punto.
Lo scrittore, insisto, è una professione inesistente, in queste latitudini; almeno inteso a livello medio. La professione di uomo, invece, secondo me esiste eccome. Perché occorre rispettare delle regole di buonsenso e coscienza per essere uomini, ed io almeno ci sto provando, seppur con risultati qualche volta alterni e non sempre gratificanti.
Continuo a credere in una coerenza di pensiero e di comportamenti, continuo a pensare che la lotta non dovrebbe mai essere esibizione, ma contenuto, sostanza e non risultato evidente già confezionato. Spesso, chi sostiene di lottare non fa altro che godersi qualche codicillo favorevole di cose che non ha visto e vissuto, e la parola “lotta” gli serve più che altro a movimentare il sangue di qualche emotivo di turno.

Non da genio incompreso e non da vittima del fato o del sistema scrivo queste poche righe, tra una sigaretta ed un sorso di caffè regionale da € 1,50 a busta, non sono pervaso da smanie di eroismo e di estetica barricadera con spezie nostalgiche, non aspiro affatto a sommuovere animi e innescare il gioco dell'oca solidale di moda tra i borghesi che usano carta igienica a quattro strati perché hanno tanta paura di sporcarsi della loro stessa paura.
Mi sento solo il portiere di una squadretta che sta perdendo otto a zero e che rifiuta di essere sostituito per problemi di orgoglio; resto in campo, con la mia fascia da capitano, i guanti sporchi di terreno, aspetto tranquillamente che finisca 0-13 ma penso già alla prossima partita.
Con la stessa divisa, naturalmente.

Luca De Pasquale, 31 marzo 2014


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