09/03/14

Fiamma larga


Dall'appartamento a fianco provengono delle risate sgangherate. Come quasi sempre quando si ride in questo modo, si parla e si sparla di assenti.
Mi faccio i cazzi miei e fumo. Non desidero altro.
Laconico, ustionato, vitale.

Il malvezzo di piantare gli occhi nello sguardo di qualcuno e chiedergli tutto quello che non ci è stato dato. Pretendere attenzione, devozione, trasporto. In definitiva, uno spettacolo osceno.
Come si diventa brutti quando si spera che le passioni ci rimettano a posto la vita. Come si diventa fottutamente ridicoli.
Ritinteggiamo casa, compriamo una camicia nuova, buttiamo delle vecchie foto, usiamo un bagnoschiuma più sensuale, ci alleniamo a qualcosa che somigli alla seduzione allo stato ideale. Accantoniamo lutti, funerali a labbra serrate, tutta l'arte dello scambio nel quale ci hanno insegnato a credere sin da bambini. Ci hanno detto che per ricominciare dobbiamo sembrare belli e in forma. Spettacolo in definitiva osceno.
A me piace ricominciare. Mi piace. Sa di sfida e di vita. Ma devo sentire le mie stesse rovine incombermi dietro. Devono esserci. Devo vedermi anche invecchiato. Devo sentire piccole cadute di Lucifero tra collo e gambe, come chiodi di febbre. Devo avere la bocca disidratata di chi è stato in prigione e ha avuto il sole razionato. Non devo dimenticare di aver suonato il pianoforte per notti scomparse e scritto per persone ora svanite. Devo sentire il cemento rappreso nelle mani e qualche mio odore deve sempre ricordarmi piccole morti.
Posso ricominciare solo così. Solo in queste condizioni posso accettarmi e decidere di ricominciare. Le belle scenografie sono per i deboli di lacrima e per gli esagitati.
Per ricominciare, devo giocoforza calpestare fiori secchi e pagine di libri, devo portare un marchio, devo dare profondità al mio codice di irriconoscenza e lontananza, devo rendere conto al calendario delle assenze e non fare troppo lo stronzo.
Per ricominciare, non posso pretendere di cancellare con un bacio i precedenti tentativi; per ricominciare devo ricordare il desiderio continuo di rompere gli specchi che mi ha accompagnato per una vita intera.
Non si ricomincia secondo i crismi altrui, imbevuti di cinematografia fraintesa e reinterpretata, non si ricomincia con l'ingenuità fragile di un tempo, non si ricomincia mai con la fedina emozionale pulita.
Le persone che si considerano pulite sono solo visionari con il naso tappato dalle troppe zaffate personali nel corso degli anni. Non si è puliti ed io non ci tengo proprio ad essere pulito.
Se ricomincio, lo faccio lontano dal dogma della ricostruzione che si mostra e si inorgoglisce, se ricomincio non posso distaccarmi dalla certezza che la maggior parte dei miei angeli sono stati massacrati, anche per mia mano.
Solo così si ricomincia, dal buio della notte e con gli occhi che si feriscono per le luci più impercettibili.
Ma sempre senza farneticare di redenzione. E di pace.

Chiunque mi trasmetta svogliatamente messaggi di rinascita non sa che va a perdere la sua voce in un pozzo millenario e armato. La parola rinascita per me non ha nessun significato. Sono già nato.
Per continuare a vivere devo bruciare in qualche modo. Come una candela al buio, come un rogo crudele, come un'illusione da scomporre, come un camino per gli amanti che continuano ad amarsi anche lasciandosi, come cartastraccia prima di un'inutile perquisizione.
Troppi viaggi da dimenticare, nella logica comune. Troppe cose da mettersi alle spalle. La forza che cerco, e che mi piace cercare, è nella continuazione nonostante, ma senza rimuovere ad arte, perché così non si rimuove nulla, anzi si sedimenta il terrore di soffrire di nuovo allo stesso modo, di cadere in vecchie trappole artigliate da pelle diversa.

L'altro giorno, una donna francese in funicolare mi ha dato da parlare. Mi chiedeva indicazioni approfondite circa il funzionamento della funicolare e le abitudini della gente del posto. Sono stato molto gentile ma evasivo e lei, un po' delusa, è andata poi a sedersi lontana da me. Quel piccolo gesto di delusione mi ha molto colpito. Perché dipendeva da me, e da me dipendono tanti silenzi che non colmo e anzi rendo abissali, perché così sono abituato. Da quando ero piccolo, parlo malvolentieri, quasi sempre. Avere una buona loquela nei momenti di grazia non significa essere loquaci, ma spiegarlo è da coglioni e ci ho rinunciato.
Il silenzio non mi spaventa. Mi riesce anzi sempre più facile restare in silenzio con qualcuno senza trovarlo imbarazzante o pesante. Non ho un granché da dire, tant'è che non mi metto a scrivere storielle stronze piene di colpi di scena. Il moderno salgarismo, che ci vorrebbe scrittori a pancia piena davanti allo schermo del pc mi fa cacare.
“Scrivi una bella storia d'amore, Luca! Dai!”
E tu vivila, e non rompere il cazzo. Pensa a viverla, che per scrivere c'è tempo.
Il silenzio significa, il silenzio spiana, il silenzio spara. Per la sincerità, occorrerebbe essere animaleschi. Sempre. Se io fossi stato davvero sincero con alcune donne, avrei dovuto prima scoparle e poi darmi a gocce, quel poco che mi restava. Invece ho parlato e spiegato. Completamente inutile. Atto barocco ed insensato, atto debole, spiegarsi, introdursi, dare all'altro la sicurezza della gradualità. Atto di merda, atto ipocrita far credere di svelarsi insieme e in contemporanea,
atto borghese e sventato quello di mostrarsi a poco alla volta compresi in una nuova unione salvifica.
Piccola verità sono due bocche saldate, due corpi che si consumano nel silenzio, probabilmente lontanissimi dal concetto vecchio e scemo della giustezza e del rimedio.
Io conosco solo il rimedio del fuoco permanente, dell'ustione come quadro santo da mescolare alla fame di cose edificanti che sembra divorare l'anima al risparmio di certe persone.
Il mio autoritratto è la fiamma, non perdere tempo ad unire i punti, che Dio non lo trovi. E non troverai la coerenza delle azioni, la pulizia del pensiero e il rispetto per ciò che sembra non appartenere.
Non troverai niente di tutto questo, fattene una ragione.
Ognuno viaggia nel buio con gli amuleti che preferisce, il mio è questa temperatura imprevedibile che riempie gli spazi tra coscienza e corpo.
Farò sempre quel che sentirò e non quel che sembrerà necessario e giusto.

LdP, 9 marzo 2014

LA PACE CORROMPE NON MENO DI QUANTO LA GUERRA DISTRUGGE”


John Milton

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