30/03/14

Baciare senza la bocca


L'ora legale non frena la mia propensione all'alba.
Mi sveglio alle 5e36, che diventano le 6e36, e niente cambia.
Mi metto subito al lavoro su vecchi racconti che sto man mano limando e ripulendo da alcune insostenibili ingenuità. La sto perdendo completamente, l'ingenuità, era probabilmente qualcosa di cui avevo bisogno ma adesso le cose sono cambiate.
Ho fatto tardi ieri sera. Con gli Smiths e i Church. Avevo bisogno di forti emozioni.
Ho letto fino a notte del materiale sul musicista e compositore Luciano Cilio, che si uccise a trentatrè anni.
Mentre leggevo di Cilio nel letto, tra una sigaretta e un'inquietudine che mi ha spinto ad aumentare a tre il numero dei cuscini, una coppia clandestina si baciava fuori alla mia porta, che fossero clandestini lo avevo intuito e poi ho avuto la conferma dalla voce di lei, che in un sussulto di coscienza colpevole ha detto “gli ho detto che non mi sentivo bene, noi non possiamo continuare così”.
Ho sorriso nel letto, senza formulare giudizi morali e senza farmi venire la candida della curiosità, alzarmi e origliare professionalmente.
Non ho nulla contro il tradimento in sé, che trovo comunque vigliacco: trovo che sia impraticabile, per numerosi motivi. Dipende forse dal valore che si attribuisce ai gesti e allo scambio di gesti. Dipende da quanto si è conservativi e da quanto si ama l'ambiguità come stimolo, cosa che trovo altamente opinabile.
Meglio non promettere niente che fare stronzate in giro, cadendo in quella rete banale e mortificante fatta di amici spugna ai quali ci si confida senza ascoltarli, fatta di sesso svogliato con la “titolare”, fatta di sensi di colpa unti e scivolosi che si trasformano in regali patetici, dichiarazioni di recupero, fatta di mani nei capelli, di unghie rosicchiate, di sigarette succhiate e non aspirate, tutto puntualmente vanificato dal potere orgasmico del proibito, del poco corretto, dell'imprevisto.
Ma un orgasmo è e resta solo un orgasmo. Con tutto un corredo di tristi stronzate di annuncio e di congedo.
Se dobbiamo giustificare anche i fluidi e gli umori che produciamo e che tentiamo di tuffare in altre vite, tanto vale farla finita prima del tempo.
Tutto deve essere giustificato. Ce lo hanno insegnato. O hanno provato a farlo. Ma non ce ne sarebbe bisogno. Lo dico alle stronze che lasciano solo quando hanno la riserva che non ce la fa più a scalpitare; lo dico ai pinocchietti ingenui e mammoni che vogliono accompagnare ai guizzi del cazzo il minuetto del vero sentimento. Non sapete nemmeno rispettare il vostro cazzo, che tipi di uomini siete? Siete oberati da principi caserecci di buon vivere e simpatica cordialità relazionale, ma siete degli sconfitti, anche se le cose vi girano. Forse non avete esplorato quanto dovevate. Forse dovreste provare a mettervi il rossetto, infilare il medio in bocca e guardare la scena allo specchio. Se vi piace, dovete ripassare per la seconda prova, intanto riflettete.
Oppure, forse, siete quel tipo di uomini che non imparerà mai ad amare una donna, ma quanto vi piace immaginarvi dominare, mentre con la mano spingete una testa femminile verso il vostro insulso uccello. O siete uomini di merda che salvate solo madri e sorelle, che mandate i baci alle immagini votive e vi fate il segno della croce quando passate accanto ad un cimitero, e poi funestate la vita di quelle stupide che vi hanno creduto o voluto credere.

La coppia è sempre fuori la mia porta. Scelta saggia, perché qui le scale sono meno illuminate. Si leccano le lingue e si sussurrano idiozie senza storia e senza futuro. Penso che quando scoperanno saranno più ridicoli del consentito. Si è sempre un po' ridicoli quando si scopa, scopare senza l'abisso sotto è come una prima lezione di ballo, nella quale si vince il senso del ridicolo solo fingendo di non prendersi sul serio.
Mi auguro che questa manfrina finisca presto, e che lei smetta altrettanto presto di ridere solo per emozione, che mi snerva. Perché lui è solo un coglione che fa delle battutine davvero pessime e corrive, ho un buon udito e sento tutto.
L'uomo continua a informare la donna delle sue buone intenzioni affettive. Ma piantala. Vuoi per caso entrare qui? Vuoi vedere come si vive in un monolocale ingresso strada? Tu ti sentiresti combattivo e creativo con settecento euro al mese e dormiresti in un letto dal quale puoi vedere il fornello e il cesso? Non credo, sembri uno abituato a certe cose, la vecchia madre che a mezzogiorno della domenica ti scrolla un po' per il caffè, la combriccola di amici che ti considerano uno buono, le foto delle vacanze su facebook, le menzogne nel curriculum su linkedin, il fantacalcio con gli ex compagni di liceo, le due gocce di aceto balsamico che ti escono dal cazzetto quando ti innamori.
No, non entreresti mai qui dentro. Ma la tua donna sì. Tu credi di no, perché sei sostanzialmente stupido e radicalmente ingenuo. Agli uomini come te le rovine fanno paura, ma le donne hanno un'altra magia. Sei solo un uomo sfortunato, la tua anima non ha ombra. Sei solo due gocce di aceto balsamico e sai biascicare “ti amo” solo quando hai paura di morire solo, non vali un cazzo.
Torno a leggere di Luciano Cilio, accendo una sigaretta, non ho sonno. Preferisco. Sì, preferisco.

Dopo l'alba, scendo a comprare il giornale. Cazzo, quanto mi manca Firenze. La sento nello stomaco e nelle vene, Firenze. Mi fa male, Firenze che mi manca. Però crea musica e scrittura.
Quando sarà, voglio morire a Firenze, da dove tutto è cominciato.
Spero che quando sparirò dalla circolazione avrò almeno la sensazione di essermi fatto onore, di non essermi venduto o svenduto, di non aver promesso ciò che non potevo permettermi, spero di morire da uomo e non da estensione di una nascita sbiadita. Spero che potrò guardarmi allo specchio mentre invecchio, di poter vedere ancora negli occhi quel lampo che si traduce in forza di volontà e resistenza, chi si arrende sperpera un patrimonio di lampi, chi vuole solo rifiatare in poltrona ed essere riverito non è un uomo.
Venderò molto cara la pelle. Burocrati del cazzo, affezionati alle sconfitte degli altri per non riconoscere le proprie. Finché ci saranno tanti vigliacchi in giro, cercherò di esserci anch'io, con le mie poche qualità, ma qualità di contrasto.
Tante lotte sono sterili, velleitarie, squilibrate, impari, ma sono energia, ed evitano che lo sguardo dell'uomo raggiunga solo scarpe e terreno.

C'è il sole, c'è la primavera.
La ragazza con le calze arabescate, l'addetto alla funicolare le guarda cosce e culo, lei lo sa e se ne frega, mi passa accanto, è una scia di profumo che mi fa effetto senza farmi veramente effetto. È ormai primavera, mi manca Firenze e molto altro, tutto rigorosamente sistemato in scaffali e scrittura selvaggia, tutto intelligentemente archiviato in un infinito mutilato.
C'è un vecchio cliente del merdaio che mi guarda fisso, al binario della funicolare. Ma che fai, aspetti che io ti saluti, che ti spieghi? Pensi che mi interessi parlare di musica con te? Infilati il cazzo in bocca e guarda i tuoi che si accoppiano, Edipo, Fedro, complessato maledetto.
Mi manca Firenze. Questo desiderio ha eluso il servizio di sorveglianza della lucida violenza che mi trascino dietro tra i reni e gli angoli bagnati della bocca, ogni desiderio è un'elusione di guerra e lo accolgo con benevolenza.
Una persona per me molto importante mi ha detto: “Scrivi anche di musica, che è la tua vita”. Certo, non mancherò. Come diceva Stéphane a Camille in “Un cuore in inverno”, la musica è il sogno.
Penso che si può sognare, e anche amare, pur trovandosi al centro esatto di una tormenta di stimoli, rabbia, desiderio perpetuo di ribellione e di ammutinamento, si può credere senza credere e a volte persino baciare senza più la bocca.
Anche la notte più spietata, più scura e dal respiro tagliato, frammentato in paure e ricordi, può dare luce. È questione di essere uomini, e non manichini che amano per solitudine e schizzano aceto per fare rumore in quel lago di morte che è l'indifferenza altrui.
Tutto qui.

Luca De Pasquale, 30 marzo 2014

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