28/02/14

B.J. Writer


Mentre il barbiere mi acconcia un taglio militare, che gli ho chiesto per simboleggiare la fase di cambiamento, Pino Daniele intrattiene clienti e lavoranti dalla radio.
Attraverso la porta a vetri osservo un vecchio perdersi in un culo ocra, fingere di guardare l'ora per scrutare meglio, simulare di aspettare qualcuno per poterne studiare anche le fattezze facciali. Gli uomini hanno sempre gli stessi meccanismi.
Sono uomo anche io. Anzi, sono maschio.
Mi piacerebbe che tu me lo prendessi in bocca davanti ad uno specchio... vuoi?”
Metti molto rossetto, rossetto scuro, e accenditi una sigaretta mentre me lo fai. Grazie”
Oppure, durante, all'orecchio: “Mi piacerebbe tanto che ora ci fosse qui anche quella tua amica... che vi metteste la lingua in bocca mentre ti faccio godere... dimmi che lo vorresti anche tu...”
Mi piace pensare al tuo vicino che si masturba guardandoti alla finestra mentre ti spogli... dimmi che lo vedi quando si tocca, dimmelo, dimmelo adesso che sto per venire...”
Ti scongiuro, ti prego, godi in francese... in francese, sì”

Vivo senza particolari freni inibitori. Mi annoiano, li trovo deprimenti. Già è tutto abbastanza paludato e mortificante, a partire dalla stessa esistenza di certi soggetti.
Non riesco proprio a rassegnarmi che il cammino sia a tappe, che ci si debba fermare continuamente a guardare il punto più alto, l'oasi, il mare vero, e che si debba mangiare un panino mescolandolo a delle preghiere di seconda mano.
Senza fulmini la vita sa di rancido.
Il vecchio continua a seguire la ragazza ocra, che è ferma e si trastulla con qualche applicazione del cellulare. Il vecchio avrà concluso la sua attività sessuale da qualche anno. Che invereconda tristezza.
No, al suo punto non ci voglio arrivare. Proprio no. Sparirò in una sera di pioggia. Farò in modo che per quel momento tutti i conti siano stati chiusi. Non lascerò pendenze e fiori marci sui davanzali degli affetti. Scomparirò semplicemente. Non darò più notizie.
Il barbiere continua a tagliare. Vai, vai taglia. Taglia, cazzo. Taglia questi cazzo di capelli, che faccio ancora troppi incubi.
Questa notte l'incubo dorato, l'incubo insopportabile mi ha raggiunto alle 5e07 del mattino. Ho aperto gli occhi aggiungendo una maledizione al bagaglio. Faccio sogni troppo intensi, troppo veridici, persino belli, e dunque li considero incubi. Assillanti incubi di mancata rassegnazione. Ho già pochi limiti durante il giorno, di notte davvero esagero. Per questo è meglio che io tagli i capelli, è capace che con una faccia squadrata e i capelli grigi io possa dormire meglio, senza desideri e senza follie possibili.

Guardo i miei capelli sul pavimento, i boccolotti da ragazzo, negli occhi ho una luce diversa, decisa, vogliosa di strade alternative e poco battute, di colpi di coda, e ho la solita voglia di sporcarmi, di sporcarmi in modo serio, senza sconti, senza accomodamenti, senza caracollare da una sala d'attesa all'altra. Dinamite ovunque, tra le dita, nei sogni, nel disgusto di ogni resa, nella religione della dignità, l'unica religione che possa smuovermi.
Benedetto sia questo istinto di autodistruzione, che mi tiene sveglio.

Qualsiasi coglione dovrebbe considerare il suo piacere come l'ultima necessità della scala. Il proprio piacere passa velocemente, a volte è solo un passaggio di liquidi e un'accelerazione del battito, il piacere altrui può farti sognare. La maggior parte degli uomini parla di sogni, di ideali, di coerenza, di costruzione, di amicizie e familiarità, ma in realtà sa solo eiaculare, e senza neanche tanta gloria.
La religione ci ha voluto convincere che eiaculare per far nascere una vita sia il massimo, ma spesso quell'eiaculazione è stato solo un compitino familiare, un gradino da percorrere per infilare un altro tassello al presunto posto giusto. Io se vengo voglio morirci, nel mio piacere, e sempre dopo un giusto scambio, sempre dopo una devozione non enfatica ma concreta. Senza passione sembra di star solo rispettando il decalogo pletorico di un aziendalista idiota.
Faccio queste riflessioni mentre i miei capelli continuano ad accumularsi sul pavimento bianco della barberia, sembrano fili di canapa carbonizzati, e probabilmente conservano qualche residuato di sogni andati a puttane.
Taglia, taglia. Taglia, maledizione. Taglia tutto quel che puoi.

A casa dei miei genitori, fredda e antica come un ricordo confuso, sento i vicini che scopano mentre fumo sul letto e sfoglio un libro. Sembra una prova da sforzo, o le flessioni di un obeso su un canotto. La cosa si consuma in circa quattro minuti. Ci hanno messo meno tempo della mia sigaretta. Magari il tipo ci mette otto o nove minuti con l'amante, e solo perché è una novità che non vuole perdere troppo velocemente. Ora lei starà procedendo con un'irrigazione e lui avrà acceso una sigaretta.
Sono certo che il tizio non si renderà proprio conto che entrare in una persona che ci accoglie è un miracolo. Un miracolo che spesso si concede più facilmente ai peggiori e ai più superficiali, o a quelli che al momento sembrano i più adatti.
Sono sempre stato riconoscente a questo miracolo, perché in coscienza sento di capire quanto siamo limitati e di passaggio. Non mi sembra un atto dovuto essere ricevuto e magari amato. Non farei mai flessioni su un altro essere umano, con la bocca spalancata, il filo di saliva e le foto di famiglia e dei santi attivate come portafortuna e garanzia.
Sono riconoscente anche se certi giorni i demoni sono come girini in una fontana vietata ai bambini e agli estranei. Sono riconoscente perché sono un cercatore di fulmini che si è perso troppe volte e ora si sta abbastanza sul cazzo da solo, senza il bisogno della riprovazione altrui, tipico sport ricreativo senza costrutto.
Questa casa è molto fredda e ripenso alle 5e07 del mattino. Verrà una mattina, e magari saranno proprio le 5e07, in cui dovrò dare conto di tutto quanto cercato, voluto, preso e restituito.
Per quella data, per quel momento, vorrò essere in regola con una sola consapevolezza, quella di non essermi mai tirato indietro di fronte alle emozioni. Mi basta, mi uccide e mi basta.

Luca De Pasquale, 28 febbraio 2014

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