28/12/12

L'aulica dicotomia tra cazzo e candelabro


Oh! Caro Cazzo duro, | Siben, che ti stà al scuro, | Ti è el corpo più glorioso | Del Mondo universal”
Giorgio Baffo

Chi c'ha fica sta a casa, non si immette nel marasma”
Giovan Maria Catalan Belmonte

Quella ragazza sembrava piuttosto intelligente, ma io non avevo voglia di conversazioni intelligenti. Mi piaceva molto la sua voce dolce, la sua sollecitudine così cattolica e discreta, il movimento delle sue labbra quando parlava; doveva avere una bocca calda, ospitale, pronta a inghiottire lo sperma di un vero amico. “È stato bello, oggi...” riuscii finalmente a dire, disperato. Mi ero troppo allontanato dalla gente, avevo vissuto da solo per troppo tempo, non avevo più la minima idea di come cavarmela”
Michel Houellebecq, “Piattaforma”

Spider: “Perché la morte è la prima notte di quiete?”
Daniele: “Perché finalmente si dorme senza sogni”
Valerio Zurlini, “La prima notte di quiete”, inqq. 546-547

Piazza Bellini è già strapiena. C'è un negro che rappa in un microfono cinese, venditori slavi di rose, ragazze e ragazzi che non conosco e non conoscerò.
Il dottore mi ha detto che mi sono preso il ceppo influenzale di stagione; guarda caso a Natale, aggiungo, quando la mia sopportazione giunge al limite. Non mi sono mai riappacificato con il Natale, così come con alcune persone e certe abitudini.
Quando accadrà forse sarò anziano e rassegnato.
Con una temperatura che si è stabilizzata tra i 37 e 38 gradi, ho riletto con una certa insofferenza cose che ho scritto in questi ultimi anni.
Non una sola cosa rispecchia quel che sento e sono oggi. Le mie parole erano sincere, ma sono invecchiate male. E questo non certo perché io sia immerso in chissà quale new deal. La mia irrequietezza è in continuo spostamento da un punto all'altro, ho le mie tane da sempre, ma spesso devo cambiare anche quelle.
Ho scritto diverse lettere d'amore, ora mi sembrano pan di merda in salsa decadente, con mutazioni di nomi e di scenari, nient'altro che suoni familiare.
Del resto, sono pochissime le cose che mi sembrano familiari.
Pochissime persone sono state la mia casa.
Chi ci ha provato, ad accogliermi, ha il mio rispetto e il mio affetto, anche se non sono ferrato in dimostrazioni. Mi sembra di continuare ad aggirarmi in un albergo dei poveri, inutilmente armato fino ai denti.
Convivo con elementi quotidiani che non mi piacciono affatto, ad iniziare dal mio lavoro. Che è solo una schiavitù accettata per senso della sopravvivenza.
Non potrei vivere senza il mio lavoro. Nella mia famiglia, nelle mie case, si è sempre lavorato. Ho visto mio nonno, mio padre, i miei zii, i miei cugini, lavorare per pagare un fitto e farsi andare bene una qualsiasi pizza del cazzo con amici, come fosse una grande festa dello spirito.
In nessuno dei miei parenti ho visto la stessa irrequietezza, la stessa ribellione così impotente e mutilante che mi ha portato ad essere quel che sono. E mi sono sempre detto che hanno fatto meglio di me.
Qualsiasi cosa io mi senta costretto a fare, il pensiero primario resta sempre “non può finire così”. Ad ognuno il suo sangue. Sermoni e moniti sono solo un bolo rimasticato che nasconde profonde insicurezze e ferite mai risolte.
Mio padre, che al lavoro era mostruosamente competente, è stato inculato senza riguardi per più di trentacinque anni.
Era un uomo gentile e profondamente onesto, scrupoloso, timido, mai collerico, mai aggressivo. Quante volte da bambino ho pianto, e quante volte da adolescente ho sferrato pugni al vuoto, per la vilipesa pazienza di mio padre con gli altri.
Quando sono diventato adulto, ho mandato affanculo quei parenti indegni che lui trattava con gentilezza, quelli dei santini di S. Rita e delle messe la domenica, a morte voi e la vostra fottuta paura della morte.
Non ho un lavoro brillante, ho fatto peggio di lui. Anche a me lo hanno messo in culo senza permesso, con qualche pacca sulla spalla. Non ho avuto gli strumenti per uscire di scena e non li ho nemmeno adesso; ma il coraggio non mi è mai mancato, anche di dire la verità, anche di insistere con il “non può finire così”.
Non sento l'obbligo alla familiarità con il prossimo mio, non sento più di tanto i vincoli parentali, le donne sono davvero l'unica meraviglia della vita ma non si lotta a vuoto.
Nella mia vita ho conosciuto molte teste di cazzo senza la benché minima qualità, e parecchie zoccole vanitose, involontarie negatrici della bellezza femminile più pura e reale.
Ho incontrato, contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, anche parecchie persone valide, spesso molto più di me, e ho cercato logicamente di annetterle al mio mondo laddove possibile. Ma non sono bravo a lusingare le persone, a frequentare le possibilità, ad imporre la mia presenza. Con alcuni si è instaurata un'amicizia, con altri, se non altro, il rispetto.
Sono nato a Napoli nel quartiere Chiaia. Gente per bene. Ho attitudine a non sentirmi a disagio in contesti raffinati. Ma di quel quartiere e di quelle persone non me ne fregava un cazzo. Perché ho sempre saputo che dovevo vendicarmi di qualcosa. Sono figlio di operai, di impiegati, sono un proletario meticcio, bastardo, e dai modi evoluti, a disagio sia con gli altolocati che con il “popolo”, del quale non apprezzo affatto il disprezzo della buona educazione e l'esaltazione idiota della rozzezza come semplicità di pensiero.
Insomma, né carne né pesce.

Dopo aver riletto tante parole inutili e ripetitive, penso che nei pochi momenti di realtà ci sia il piacere fisico. Carezzarsi, eccitarsi, incrociarsi, dov'è la menzogna? Forse, solamente, in quella mefitica ossessione per la serenità e il profondo sentire.
Il chiodo fisso per l'autenticità è una follia che trascina mondi quieti in mareggiate schiumose, per nulla portatrici di nuove verità.
Una compagna occasionale che sfoggi per te un corpetto sexy forse vale più di una lettera di menzogne incipriate, ha meno conseguenze, anzi ti stabilizza come uomo, e niente chiede alle tue forze oscure, è il fluire del vivere.

“Donna Luna tu sofisticata sei, bianca è la tua pelle, d'argento tu colori i sogni miei”, canta Alan Sorrenti. Il negozio di biancheria intima è affollato, si scelgono corredini e si sbrigliano voglie. Aspetto fuori l'amico che deve acquistare qualcosa di hot per la sua ragazza. Squadro qualche cliente, fumo con riserbo. Ci è rimasto il cazzo. Quel gioco un po' comico che si indurisce, piscia, schizza, riporta sulla terra, veglia sulla totale impossibilità dell'eterno.
Ho un rapporto in definitiva migliore con il mio cazzo che con il mio cervello.
Quella braciola grezza e senza troppi occhi non fa digressioni, non fa scaturire insonnie e repentine velleità, è un cazzo e sa quel che deve fare e con chi.
Mi piace avere il cazzo. Quando sono ai verbi difettivi con la memoria e lo spirito, mi affido al cazzo. Quando le poesie, le albe, i giuramenti d'amore, le oscenità della fiducia latitano, ecco che è bene dare un concreto senso al proprio cazzo.
Il cazzo non riconosce divieti perché è ignorante e losco, superficiale. Il cazzo gioca sulle altalene della morale e non mi disturba con il cibo della mente da sparpagliare su altro guano rinsecchito.
Il cazzo va in euforia per le nuove conoscenze. Io quasi mai.
Malerba ha scritto un libro sul cazzo, come Moravia, Giorgio Baffo ci ha messo le ali, io lo tengo a sinistra, rigorosamente, nella sua custodia, e mi piace averlo.

Se molti degli uomini che conosco la smettessero di cercare dignità per la loro anima e ammettessero di volersi avvalere solo del cazzo, si ascolterebbero meno discorsi stupidi. Però immagino ci sia qualche controindicazione, come che non si rizzi e che si faccia fontanella dopo tre colpi. Allora chiedo scusa.
Se molte delle donne che conosco ammettessero che hanno una gran voglia del cazzo e che la maggior parte dei loro compagni di facciata non se le scopano bene, beh, eviteremmo dei pessimi libri e un femminismo analfabeta, stizzito, neanche eccentrico.
Toni grevi, imperdonabili, vuoti concettualmente e moralmente. Chiedo scusa con un bel candelabro in mano, il cazzo rimane lì dov'è.

La televisione mi riserva la bella sorpresa di Svezia-Italia del 19 giugno 1971, telecronaca di Nando Martellini.
La vedo tutta.
E poi vecchie domeniche sportive con Tito Stagno. Gran bel portiere, Pietro Pianta del Lanerossi Vicenza.
Ci sono anche le facce di culo del PDL o come si chiama adesso, c'è il telegiornale papalino che mi mette i brividi, così come questa smania di fare denuncia anche quando si rutta. Posticcio, tante volte, il più delle volte in italiano stentato.
Sono davvero rozzo. Rozzissimo, di grana grossa. Quando tra qualche anno rileggerò questa breve nota, proverò disgusto. Magari mi sarò arreso, calmato, o qualcuno mi avrà convinto che davvero ero nato sotto la stella sbagliata.
E che tutto in me sa di errore di arroganza. Può anche darsi che io mi penta, candelabro alla mano e aria reietta da salvato vivo.
Ma il cazzo, almeno quello, rimanga pure al suo posto, con le sue funzioni.

LDP

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