07/11/12

Canes do murallo


Dal letto mi arrivano le notizie del telegiornale. Direttamente dalla garbata e seducente scollatura di Alessandra Carli. Passano in rapida successione la Camusso, Alfano, Grillo, Manganelli, ma quel che resta è la scollatura di Alessandra Carli.
Poi Alessandra Carli saluta e passo su una rete privata per un'inutile carrellata sul calcio campano. Fumo. Mi fa male la spalla, sono coricato su un fianco. Ondeggio tra la voglia di ascoltare musica e il sonno.
Non ricordo più niente. I'm an empty box.

Metropolitana. Stazione di Cavalleggeri Aosta.


Una russa mi chiede se siamo a Pozzuoli.


“No, è l'ultima fermata”


“L'ultima fermata?”


“Sì”


Mi supera. Pantaloni bianchi. Io neri. Tutto il vagone di estrazione maschile le fissa il culo, piuttosto bombato, invitante. Guardo altrove. Non ho mai amato desiderare cose evidenti. E non mi piace condividere. Mai.


Mi affosso nella lettura del Corriere Della Sera. E arriva, trafelata, una ragazza che parla al cellulare. Dice al suo interlocutore che ha corso talmente per prendere la metro che ora non ha cognizione di dove si trovi.


La ragazza indossa un profumo mai sentito prima, di una freschezza incredibile. Passandomi accanto, la scia mi avvolge completamente. E mi stordisce. All'istante. Ripiego subitaneamente il giornale, me lo mangio il profumo, me ne cospargo. Un profumo che mi induce a pensare di trovarmi addirittura in un non luogo.


Si determina in me la certezza che certe brezze femminili sono irresistibili, dolorose, che potrei senza troppi scrupoli compiere qualsiasi azione per entrare in quella dimensione di vizio e di dipendenza. Quel profumo mi rende naufrago, maggiordomo di un cosa senza volontà, presenza in transito e in credito di follia, tutto in pochi secondi.


Scorre di nuovo veloce il panorama, arriva Bagnoli, arriva il mare. Sono stato trasportato in un incantesimo senza continuità. Non mi giro a guardarla o cercarla, quel tempo è finito, quella sfortuna non è più moneta corrente. Non è importante lei. Me ne fotto di conoscere il suo nome.


Certo, mi chiedo scopandola che odori sprigionerebbe, se confermerebbe quella meraviglia di copertura, ma passa presto. Passa tutto, quando non ti aspetti più niente.


Sorceress.


Quando esco dallo studio del medico, c'è una donna appoggiata al portoncino della scala. Anche lei dovrà entrare. Nel momento in cui apro per uscire, lei si gira e ci guardiamo. Noto gli occhi verdi, di un verde vendetta, e un rossetto scurissimo, quasi nero.


Non sorrido. Neanche lei. Ma io sono gentile. E anche lei, di rimando.


Allontanandomi, estraggo il telefono dalla tasca. Devo avvisare qualcuno che no, per adesso non mi aspetta un infarto. Così credevo. C'era di che preoccuparsi.


Mi accorgo che lei, occhi verdi vendetta, mi segue con lo sguardo. Chissà perché, ho delle movenze così stanche, e la vedo bella reale la mia puzza di miseria, di disincanto, di cinismo non più a buon mercato. Non che mi trascini, ma certo non sono un mangiavita. Il fuoco nell'anima è ancora spaventoso, ma da qui ad incuriosire ce ne passa.


Fatto sta che il suo sguardo lo sento, e raggiunge presto la mia spalla dolorante, quel finto infarto, tutta la rabbia che scende dal collo fino alle gambe, come una doccia di schegge. Quando sono sotto la doccia mi fermo sempre a convertire l'acqua calda in calma di vita. Appoggio le mani al muro, mi allargo, come per farmi prendere dall'acqua calda, per farmi violentare da una nuova calma, una consapevolezza spietata ma non aggressiva.


Non mi sono mai piaciute le docce in due. Ti rubano qualcosa, in effetti. La mia privacy del riordinamento desideri, per esempio.


Mi allontano sempre più, scompaio dal campo visivo di Vendetta.


Le sirene, le sirene le riconosco tutte, forse ad ognuna associo un profumo, un attimo, un percorso, un particolare giro di basso.


Perché, a dispetto della notorietà dei gusti e delle inclinazioni, non sono piano, sax e chitarra a cantare, bensì il basso.

Appoggiato spesso ad un prim'attore, in chiaroscuro e qualche volta misterioso sodale di grandi imprese, è il basso a puntellare il mondo con il suo sostegno e la sua forza.


Il basso mi risarcisce ogni giorno con una colonna sonora adeguata, finché durerà, finche udito, mente e corpo saranno presenti e liberi di associare.


La notte.


Una notte così scura che ho bisogno di ascoltare i suoni del Fender Rhodes, liquidi e dilatati, per pensare di poterla abitare. Sono figlio di un uomo da pianobar e sigarette, e adesso che ho quarant'anni mi riconosco. In televisione c'è un film con Laura Efrikian, piuttosto melenso. C'è anche Caterina Caselli. No, non mi piacerebbe trovarmi ai tavoli di un ristorante raffinato con qualche improbabile compagna. No, nemmeno mi piacerebbe scoprire Macao o qualche lontano stato, alla fine sono -in potenza- solo un pigro vitellone di provincia. Non volo alto. Non sono minimamente attratto da mete esotiche, e i maniaci del viaggio mi annoiano. C'è qualcosa di patologico nelle persone che non vogliono accettare la concretezza dei limiti. Preferirei invece giocare a carte con quattro sbandati dediti al poco, alle donne, alle ore piccole. E probabilmente sono molto più legato al vizio che alla scoperta, i percorsi di scoperta hanno molte controindicazioni, una delle quali è la retorica del paradiso lontano.


Mi può accendere l'idea di sedurre la moglie dell'amministratore, portarla nel blu della notte pur non elemosinando una sola stilla d'amore. L'ovvio compromesso di un qualsiasi Principe delle Rovine, niente retorica e niente stronzate sui fuochi artificiali.


In fondo la fissazione dell'amore non è che una dipendenza imperdonabile; e tutto quel che ne consegue, canzoni, ideali di libertà e di fusione, emozioni già vissute e bruciate, l'avviluppante mania delle concordanze e delle affinità, un continuo spalare in cerca di pietre di rimpianto.


Senza cani e senza padroni, senza monili e senza disadorni funerali del peggio ormai passato, mi sento un punto di calore in questa notte nera, un cocchiere di carrozze scure dove sono bandite le poesie, le confidenze, le confessioni, le calde digressioni sull'amicizia e l'umanità da accorpare, dove il viaggio non è salvezza e i baci non sono promesse di nessun genere.


Avverto solo i profumi, capto le menzogne più comode, non mi piacciono i giochi di seduzione, è roba da pervertiti, è come masturbarsi di nascosto e bagnare una divisa regale da pazzo. Non tollero le donne che giocano su più tavoli, disprezzo la malattia che porta a chiedere continuamente conferme di geometrie, tenetevi un corpo che vi riscaldi fianchi e libido, chiudete quella cazzo di bocca.


Preferisco chi non sa chiedere. Chi non sa scegliere continuamente. Chi conserva una forma di timidezza. Preferisco il silenzio.


Laura Efrikian era molto carina, aveva tutte le caratteristiche per essere la fidanzata ideale. Dolce, orgogliosa ma ragionevole, apparentemente fedele. Iconografia di cinquant'anni fa. Gonne piuttosto corte, il tocco di malizia che serve. Mi viene da ridere mentre mi accorgo di aver fumato una quindicina di sigarette in poche ore.


È molto tardi. Mi affaccio. Continua a sciamare gente verso i gastropub e il ristorante biologico in punta di sandalo. Le donne ridono, eccitate, complesse, scortate quasi sempre da qualche volenteroso idiota da compagnia. Le comitive di miei pari età, seduti a raggranellare la serenità che il giorno ha lesinato. Ognuno con un fagotto colmo di tentativi. Si impegnano per avere il meno tempo libero possibile; non sia mai che si resti soli con se stessi, quello è l'atroce momento degli spettri, vero?


Non capisco. I treni li abbiamo persi tutti. Ognuno di noi, arrivati a questa età, sa che ce lo hanno messo in culo e che tra non tanto tempo potremo forse permetterci il lusso di essere pianti e rimpianti. I più fortunati saranno continuati dai figli. I più esaltati continueranno con tutte quelle puttanate sull'arte come salvazione. I banali, i tanti che conosco, tutti presi dalla scheda Premium, dall'investimento giusto, dalla macchina da cambiare e dal ridicolo punto focale di cambiare look in tempi di magra. O cullati dall'illusione che una chiavata poetica, il ritorno della passione nella vita, significhi un cambiamento.


Con questa maledetta sigaretta in bocca, a notte alta, e la serenità stinta di chi non deve segnalare la sua presenza a nessuno, sono consapevole di non aver capito nulla, di aver fallito il traguardo più rilevante, quello della leggerezza, che pure mi appartiene.


Perché sono un uomo molto superficiale, al punto che la cultura “alta”, soprattutto quando esibita in continuazione e con frode, mi annoia da impazzire. Il classicismo mi fa venire gli spasmi allo stomaco, non si può pensare continuamente al jazz, ai grandi scrittori, agli spiriti ribelli, all'emozione dell'arte.


Forse stiamo solo cercando di salvarci la pelle. Qualche volta è degradante, malinconico; altre volte è appassionante, soprattutto se qualcuno decide di berci e di amarci. Ma le presunte dolcezze dei sentimenti hanno come contraltare il tornare sui propri passi, il confondersi per altre presenze, il grottesco idealizzare l'assenza e l'annunciazione del nuovo. Ed è allora che quello storpio cameriere dell'esistenza ci porta un lungo conto: e ti ricordi le notti di febbre e gioia ingestibile, ti ricordi dei gesti più amorevoli e concreti, dei tragitti che hai intrapreso per raggiungere qualcuno, dell'ostinazione fiera e folle nel continuare una melodia che pure ti strideva dentro.


Da bambino ho letto tantissimo e giocato niente. Ero molto serio, e volutamente isolato. La gente non mi è mai piaciuta. Mi interessava solo l'amore, ma non volevo aspettarlo giocando. C'è stato qualcosa di profondamente animalesco nella mia formazione, qualcosa di violentemente istintivo, un codice scarno e asciutto, l'idolo brutale del qui e ora, e basta. Da adolescente mi preoccupavo della lunga durata a letto ma non nella vita. Errore madornale, in tutta probabilità. È fondamentale avere una lunga gittata nel quotidiano, nei discorsi, nello scambio con gli altri, nei progetti, elementi dei quali sono totalmente sprovvisto, ed è troppo tardi.


Ma questa considerazione non ha parentele con una blanda e lagnosa autocommiserazione, tutt'altro. Va bene così. L'uomo di oggi è comunque il risultato di scelte, contingenze, humus familiare, inclinazioni, amori, molto degli amori vissuti.


Miccia corta, occhi che si abituano a case nuove, nuove e già vecchie forme di cortesia e di interesse.


È impossibile continuare a credere nei tormenti come moneta corrente del tempo che passa, i tormenti sono solo alibi. Il più delle volte sono banali risonanze di tuffi mancati, e non c'è altro da dire al riguardo.


Gli ultimi clienti del ristorante vegetariano se ne vanno alla spicciolata, i bar ritirano i tavolini, non è elegante insistere con la didattica del dissidio interiore.


Qui c'è solo da rendere l'istinto un alunno presentabile, procedere, ottenere qualcosa, mettersi il cuore in pace, senza la variante degli altri si rischia di declinarsi all'infinito in un lamento senza musica, un flebile filo di voce che prega fuori tempo, “ci sono anch'io, ci sono anch'io”.


Luca De Pasquale, 7 novembre 2012

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