25/04/18

Umano, prima che vero



Dovrei tacere, dimenticare e tacere. Ma l'affascinante fiamma mi attira sino a che non mi precipiterò e perirò in essa, come la mosca”
Friedrich Hölderlin, “Iperione”

Per ritrovare parte del benessere, io devo dimenticare.
Dimenticare, non rimuovere. Sono due cose ben diverse.
Devo dimenticare parte della mia provenienza. Una larga parte. Devo dimenticare molto di ciò che desideravo e che ho desiderato, non importa per quanto tempo.
Devo dimenticare quello che avevo deciso tanto tempo fa circa le mie emozioni, e cioè che dovessero essere sempre pure, assolute e consequenziali. Devo dimenticare l'utopia della libertà, del cielo sgombro anche quando c'è tempesta, devo persino dimenticare quell'elementare assioma che facevo tra l'amore per la vita e quello per le persone.
Devo, e questo perché me lo devo sul serio, dimenticare la volontà di autodistruzione che mi ha guidato per anni e anni, quell'amante che ha sempre trovato troppo spazio nel mio cuore e nel mio modo di osservare l'orizzonte e il mondo che mi circondava.
Ho giocato così a lungo -e così bene- con l'autodistruzione al punto da averle conferito il ruolo di sirena e la valenza di riscatto. Il che è semplicemente mostruoso, anche se profondamente spiegabile.

Per affrontare la realtà ogni giorno devo anche dimenticare il significato di certe notti, troppo grandi per essere razionalizzate, troppo estreme nella loro bellezza per poter trovare continuità. Devo dimenticare l'arroganza di certe rivolte che nascevano solo per essere definite come tali. Nessuna rivolta ha senso, se non è orientata ad un progetto che non escluda le emozioni. Nessuna opposizione ha senso se è un atto solitario, muto e non comunicante con l'esterno. Nessun sogno ha senso se non c'è in ballo qualcosa che poi, è inevitabile, finisce per fare anche male.
La vita mi ha insegnato che amare, sognare, provare, riconoscere non sono solo verbi con valenza semantica costruttiva, sono azioni correlate all'esistenza proprio perché non escludono il dolore: lo contemplano, riuscendo addirittura a costruirci qualcosa sopra e a fianco.

Devo dimenticare la svogliatezza di lottare che mi ha preso alla gola in certe occasioni, lasciandomi ai margini della strada a guardare il cielo senza più parole, aspettando non si sa bene cosa.
Devo dimenticare tutto il tempo che ho perso contrastando la mia stessa natura, la mia voglia di smettere di fuggire; devo dimenticare tutti i rifiuti che ho imposto e mi sono imposto solo per quella malia contraddittoria di avvicinarmi a una condizione innaturale, quella di uno sciocco demone nostalgico, e tanto, della bellezza perduta.

Per andare avanti, devo dimenticare le illusioni che mi sono fatto suggerire.
Devo dimenticare le persone che ho creduto di amare solo per la paura di restare solo e di non poter sedurre il mondo dal basso, quell'emozione immensa e sporca che mi dava adrenalina, fermandosi sempre a metà del mio cuore come una freccia avvelenata. Devo dimenticare le consolazioni che mi sono costruito con la palta della sconfitta perenne. Devo dimenticare quella roba strana che mi sono detto quando sentivo di cadere, quella frase azzardata e parziale, “almeno tu sei autentico”.
Mica sono il solo a cercare di essere autentico. L'ho sempre saputo. A volte è stato rinfrancante pensarlo, ma che stolta arroganza mi prendeva per i capelli.
Chissà, forse mi piaceva pensare che l'autenticità si potesse misurare con la volontà di autodistruzione espressa. E che l'amore migliore, quello più emozionante, fosse misurabile con le pene, con il raccapriccio dell'addio, fermo sotto una luna ferita a pregare i colori per improbabili ritorni, colpi di scena, per un lieto fine che non avevo letto nemmeno nei migliori libri.

Come tutti coloro che per i più disparati motivi soffrono praticamente da sempre, mi accorgo che in potenza la mia fragilità è impressionante, un mondo inesplorato che per lunghi intervalli ho usato come cartina di tornasole per simulare forza di retromarcia e autonomia di percorso.
La mia non è autocritica, adesso. Per niente. Non c'è niente da esecrare e da rinnegare, anzi. È solo visione chiara, chiara di dolore in movimento, quindi atto di passione per il restante, l'inespresso ed il possibile.

Che fare?
Smettere di mandare corvi a profanare le chiese interiori degli altri, smetterla di attaccare quello che fa tremare solo perché diverso, smettere di darsi corda con questa storia dell'anima tormentata, alla quale tutto è concesso per empatia destinica e presunto libero arbitrio.
Non riuscirò, e forse non voglio, ad uscire del tutto dalla dimensione di uomo scorticato vivo, senza pelle, specchio d'acqua in mezzo al fuoco dei giorni, però è necessario rendersi conto di chi si è e che cammino si è scelto di fare.
Capisco che il tempo non è molto. Capisco che i sentimenti e le emozioni non sono momenti immoti ma sangue, fiumi, stelle notturne in movimento. Capisco che non ci si può accordare con la bellezza perché resti ferma ad aspettarti. Capisco anche che non si possono regalare fiori e parole a qualcosa che va oltre, che è remoto e indistruttibile, e cioè quell'arte difficile, dolente e più larga di ogni possibile addio che è il sogno associato al vivere.

Minuscolo, impolverato, in cambiamento, fragile e sveglio, scrivo queste note senza pensare mai a me stesso nell'atto di scrivere. Pagherei pedaggio mille volte nella stessa notte per evitare le strade del dolore, ma è un pensiero troppo puerile e consolatorio quello basato sugli stratagemmi per non soffrire.
Non mi resta che dimenticare quello che devo dimenticare per crescere senza un'ombra andata via, senza il mio sorriso indulgente allo specchio, senza la vanità indegna della scrittura, in cui pure sono cascato tante volte per confermarmi in vita e non in morte.
Non mi importa nulla di chi io sia e cosa otterrò interpretandomi fedelmente. Non mi importa del mio nome, non devo studiare quali labbra lo pronunceranno e chi vorrà tenerlo a mente, non importa la percezione che ho di me stesso. Mi importa essere umano. Se sono umano, non c'è bisogno che io mi preoccupi di essere vero.
Mi importa, e molto, dismettere i panni usati e comodi dello spirito inquieto, che mi servivano per attrarre falene e maledizioni a tempo. Mi importa conservare gli occhi, non perdere la capacità di sguardo, non smarrire il desiderio del giorno dopo, non insultarmi con l'impazienza e la commozione facile per le sventure annunciate. Mi importa scrivere e non morire. Mi importa amare, per non oltraggiare troppo quello che ho dentro.
Mi importa, infine, distruggere tutti quei sogni sbagliati che scambiavo per culle, per indistruttibile origine del vivere contro senza il senso dell'umanità.

©Luca De Pasquale 2018

23/04/18

Mi leggi ancora? Forse non dovresti leggermi più.


Quando ho deciso di aprire questo blog, alla fine del 2009, mi trovavo in una fase difficile della mia vita, fatta di rivoluzioni, abitudini stravolte, nuove consapevolezze. Dati importanti per quanto affermo, nel 2009 avevo trentasette anni e da sei lavoravo nella grande distribuzione. Avevo pubblicato il mio primo libro nel 2004 e avevo partecipato a tre antologie collettive (o collettanee, come diceva un mio collega scrittore di rara antipatia).

Mi si diceva, allora, che avrei potuto spiccare un notevole balzo in avanti nella mia carriera letteraria, che m aveva visto bazzicare dignitosamente tra le retrovie della notorietà. Solo che io non ci credevo affatto e mi sembrava pure che non mi andasse per niente. Lo so, è quasi incredibile, assurdo a spiegarsi.
Perché provenivo da un mondo interiore -e anche pragmatico- che con le squisitezze letterarie in salsa commerciale aveva poco a che spartire.
Non mi andava di diventare, questo vedevo in nuce tra le altre ipotesi papabili, il solito scrittore di sinistra/coscienza critica/grillo parlante/riscopritore di emozioni civili e lotte. E nemmeno un qualsiasi giallista epigono di chi non volevo assolutamente epigonare. Neanche per sbaglio. Per non parlare dei brillanti nuovi scrittori, all'incirca dieci anni fissi meno di me, che pure mi erano sembrati simpatici all'inizio per poi risultarmi indigesti e insopportabili nella loro smodata ed arrogante ambizione.
Insomma, senza girarci attorno, il mondo editoriale iniziava a farmi piuttosto schifo: almeno quello che conoscevo io, quello cittadino. Tra editori, scrittori e addetti ai lavori a stento ne salvavo due o tre. A dire tanto.

Oltretutto, il lavoro mi assorbiva molto più di metà giornata e mi sembrava assurdo continuare a scrivere di notte, occhiaie da onanista in pectore e asma da tabagista kamikaze, per scrivere dei libri a bassa tiratura che avrei dovuto propalare in prima persona come un maledetto piazzista. Ho sempre detestato l'autopromozione e sapevo di non possedere il minimo talento per quella bisogna. Quando mi parlavano di “sogno della scrittura” o di “progetto di costruzione del personaggio” mi veniva la nausea e non capivo neanche cosa di preciso mi stessero consigliando. Vedevo invece sbattersi e osare la maggior parte dei miei colleghi di penna. Si badi, non li stigmatizzavo affatto, ad ognuno le sue scelte: solo che non intendevo procedere in quel modo.
Il mio improvviso abbandono delle scene cittadine di creatività mi procurò il vuoto attorno e forse anche una parziale derisione. La mia riluttanza a presentare materiale nuovo a editori ed agenti venne interpretata come arroganza da torre d'avorio; e io non mi affannai a convincere nessuno del contrario.
Scrivi un libro su Napoli o ambientato a Napoli”.
Col cazzo.
Scrivi una storia divertente, hai dimostrato di esserne capace”.
Lo so che ne sono capace, ma non mi interessa. Non mi metto a scrivere roba che non sento per qualche copia in più e per intrecciare relazioni utili.
Sei poco furbo”
Esatto, sono sempre stato poco furbo. E allora? Per chi è un problema, se non per me stesso? Ho sempre pagato tutto in prima persona e senza sconti.

E così, nei primi mesi del 2010 iniziai a far filare il mio blog verso quelle che ritenevo zone di assoluta libertà espressiva e personale. Nient'altro. Nessuna affiliazione con altri scrittori, collettivi. Sempre stato una bestia solitaria.
Qualcuno, tra i miei amici e conoscenti, pensò che la mia decisione di gestire un blog “intimo” (???) dipendesse dalla voglia di conoscere e sedurre donne. Stimo molto l'intelligenza femminile e non da ora, non ho mai pensato che un blog potesse funzionare come fluffer emozionale e come afrodisiaco decadente; erano pazzi quelli che formulavano quest'ipotesi strisciante e plebea. E poi, seppure, l'entusiasmo per un solitario a mezza strada tra fantasmi, incazzature e abissi dura meno di una serata intima, questo è più che noto. Esistono tanti altri modi per scaldare il cuore a un'utopia, non c'è bisogno di gestire un blog.

Qualcuno arrivò anche a dirmi che non credevo davvero nei miei mezzi, prendendo una cantonata colossale cui, come mio costume, mi opposi solo debolmente, più che altro per inerzia.
La mia era nausea allo stato puro. Mi accorgevo, e soffrivo per questo, di non tenerci per niente a diventare uno scrittore di un qualche successo. E quindi mi chiedevo: “Ma in cosa vuoi avere successo, allora?”
Escludendo la mia folle passione per il basso, la risposta era semplice e devastante: in niente, grazie lo stesso.
Desideravo i bassifondi. Desideravo le austere emozioni delle rinunce, l'estenuante gioco dell'amore a fisarmonica destinato ad esplodermi nelle mani e nell'esatto centro di tutte le restanti notti della mia vita.

Gestire autarchicamente un blog virato al nero mi consentiva di non avere addosso pressioni di alcun tipo e di non rischiare di fare, per giunta malissimo, il piazzista di me stesso e delle mie parole.
Stamattina ho pensato che sono otto anni che questo blog va avanti. Mi è venuta spesso voglia di chiuderlo. Ci ho pensato seriamente e con quella severità inoppugnabile e stralunata che contraddistingue tutto quello che mi muove dentro, espugnandomi puntualmente.
Qualche volta l'ho anche disprezzato, questo “Fumo, inchiostro e basso”. Mi dicevo che non andava da nessuna parte. Che non mi offriva la possibilità di emergere. Erano appunti controproducenti, perché ero conscio che lo avevo aperto proprio (e anche) per evitare una parziale emersione, e per mettere alla prova la mia voglia di fare a modo mio, beninteso senza masturbarmi troppo.
Un'amica mi disse qualche anno fa: “La tua scelta di confinarti in un blog è controproducente e poco fruttuosa”.
Io le sorrisi dolcemente e le dissi che non mi confinavo affatto, anzi mi allargavo. E che questo blog mi sarebbe servito a smetterla di cercare confini, amori confinanti ai miei confini, dogane esistenziali, dazi atavici, limitazioni di convenienza spirituale, eccetera.
La mia era umiltà personale che finiva per risultare spocchia e alterigia intellettuale. Comico e tragicamente grottesco, ma non riuscivo in alcun modo ad evitarlo.

Sono tornato alla carta rilegata nel 2016, e ho provato un altro tipo di disgusto e di insaziabile fastidio. E pensare che non avevo neanche tanta voglia di farlo. Certamente non avevo la minima voglia di andare in giro con il mio libro in mano e con una gran faccia da cazzo semi-eretto a citare brani di me stesso, lo spezzatino della mia rabbia, il Bignami scompaginato della mia marginale provvisorietà.
Non capisco proprio quelli che sono felici di trovare il loro nome sulla copertina di un libro, senza guadagnarci niente, dovendo pure farsi il culo per far arricchire gli editori o i simil tali. Non appartengo a questa fazione esistenziale. Non solo non pago un centesimo per contribuire alla stampa, quando poi non mi assoggetto alle regole più insulse della piacioneria “pro domo mia”.
Quello che scrivo può anche non piacere, è legittimo ed anche opportuno ideologicamente per le tanti parti avverse, ma non può essere trattato come un giochetto di autostima che porti il mio volto annoiato in salette di librerie, a minimizzare la rabbia che mi guida, l'ammutinamento che mi domina, il fuoco immenso ed inutile del troppo amore non riconosciuto che continua a non farmi dormire di notte.

Non giocherò mai allo scrittore comunista con reddito borghese. Quella è roba per allegri e venduti. Non giocherò nemmeno allo scrittore dannato, che oggi è mercimonio tanto aristocratico quanto impraticabile, perché sono pure astemio, non mi drogo e non vado a farmelo succhiare da gente disperata nei cessi della stazione. Soprattutto, cerco di non succhiarmelo da solo, perché non mi piacerebbe e non mi porterebbe alcun arricchimento interiore.

Otto anni di questo blog. È tanto.
Potrei distruggerlo domani. Di me non resterebbe traccia on line, se non come intervistatore di bassisti e recensore. Sarebbe una scelta violenta, non sarebbe la prima della mia vita. Ma, in verità, non ne ho nessuna voglia, di ucciderlo. Alcune note non le rileggerei mai neanche sotto olio di ricino, perché mi ricordano quello che provavo per persone, emozioni e contesti che sono stati smembrati e ridicolizzati dal tempo e dalla crudeltà del giorno dopo.

Molti dei miei vecchi lettori non mi leggono più. Ed è giusto. C'è stato un ricambio e questo vuol dire vita che sconfigge la morte e anche certe mie asperità tenebrose che non ricuso. Sono convinto che alcuni non dovrebbero più leggermi, per tutta una serie di motivi. Il più rilevante è legato al fatto che alcuni lettori vedono in quel che scrivo la volontà di un percorso che mi porti a dei risultati concreti, foss'anche dopo mille tormenti. Profondamente sbagliato. Questo blog non è la Tachipirina e neanche un santone vestito di viola che dirige le mie emozioni verso una rinascita. Questo blog non sono nemmeno io, anzi. So che questo blog è sottosuolo che sogna solo di diventare onde, che cerca di sconfiggere, con armi spesso spuntate e inefficaci, il senso di morte che mutila e dilania tutti coloro che, nel loro piccolo, hanno giocato a fare Prometeo e hanno tentato di rubare il fuoco a una distesa di tenebre senza redenzione.

Mi sono arreso ai miei infiniti sbagli. Ai miei errori di valutazione. Alle mie passioni equivoche e basate su specchi rotti. Al puerile e scartato sogno di essere l'avamposto di me stesso al cospetto di demoni abili con le ombre cinesi. Mi sono arreso all'amore che non ho saputo dare, a quello che non ho saputo leggere ed identificare, mi sono arreso anche ai libri che non ho scritto e ultimamente ho alzato bandiera bianca alle frontiere di una pace che si annuncia da decenni e non arriva mai.
Mi sono arreso ad emozioni incoerenti, che non ero pronto ad accogliere, pur desiderandole fortemente. Mi sono arreso alla volgare discrepanza tra i miei sogni romantici e una realtà in cui se non ti muovi e non fai non conti nemmeno per il tuo respiro di notte.
Però mi sono arreso anche alla scrittura, come mi arrenderei ad un amore non trascrivibile, ed allora non chiudo il blog, continuo a scrivere.
Torneranno le fiere, le streghe, le fate distanti, le madri di porcellana, le mani del vuoto sul mio poco, tutto torna e tutto è marea per un uomo che scrive.
Torneranno e mi troveranno, fuori moda e titanico per gioco, a leggere Lermontov. Meglio di una corazza, meglio di una vera resa senza coraggio.

©Luca De Pasquale 2018

22/04/18

Cronache di possibili assenze


Decido di sbagliare apposta pantaloni e scarpe, stamattina.
Quindi non mi piaccio, come desideravo.
Non li indosso, ma è come se avessi addosso occhiali di sole giganteschi.
Percorro la strada che mi divide dal bar pensando a quante altre volte la farò: duecento? No, forse centoventi.
Mi accorgo sempre più che proprio non riesco a sacralizzare i luoghi, non fa parte del mio modo di sentirmi presente al mondo. Sono altre le percezioni che mi prendono al collo e al cuore.
È puntuale che io resti interdetto quando mi parlano con trasporto di luoghi del cuore, di mete che in qualche modo rappresentano un ponte, una boa, un punto fisso. Non che questa cosa mi faccia soffrire troppo: so che dipende dal mio sentirmi sempre e comunque in transito, mai fermo. La sindrome del commesso viaggiatore con tre sorrisi conservati nel portafogli e nessuna voglia di parlare del prima, dell'antico.
I luoghi sono per me come camere d'albergo; a volte non mi accorgo nemmeno di esserci già stato. Però sono capace di riconoscere un profumo, un'idea, un patto silente, il lampo di uno sguardo, meglio ancora se di delusione e di impossibilità. Così sono fatto e non starò lì a criminalizzarmi per non aver aggiornato il sistema sul bello fisso.

Nel bar si parla di calcio. C'è una bambina molto piccola e gli adulti cacciano fuori voci stupide e vezzeggiativi ridicoli. Non partecipo e non riesco ad intenerirmi. Potrei farlo per la bambina, ma gli adulti mi nauseano abbastanza. La radio manda una canzone de Le Vibrazioni che si intitola “Apri gli occhi”, tratta dal loro ultimo album. Il pezzo è bello e il giro di basso è importante. Mica ho la puzza sotto il naso e anche alcune vecchie canzoni della band mi erano piaciute. Qui Francesco Sarcina canta tra l'altro “Si sa che esser nudi a letto è più facile dell'esser sinceri”, sarà pure un'affermazione ovvia ma proprio per questo è verissima.
Non vedo l'ora di uscire dal locale, perché gli strilletti per le piroette della bambina sono diventati insopportabili, c'è una caciara tremenda. Mi mancano quei caffè alle sei del mattino in mezzo a gente assonnata e silenziosa, avventori complici accomunati dal principio di gentile non conoscenza. Qui fanno troppe domande e anche troppi commenti. E io non riesco a celare il mio educato disappunto, rispondendo vagamente, a morsi vuoti, strizzando gli occhi come un miope svogliato.

È una vita che fatico a rispondere a domande inerziali e oziose.
Quando non rispondo, sembra che io stia commettendo un delitto sociale.
Quando lo faccio, allora la mia risposta non basta mai e si finisce per costruirle addosso un mondo di servizio che non comunica con quanto appena spiegato. L'effetto è spesso comico e spiazzante.

Stanotte ho sognato che gestivo un'edicola notturna accanto ad un lago. Sono passate di moda le edicole notturne e sono passato di moda anche io, per fortuna. Non sento più addosso quell'obbligo di seduzione e compiacimento che mi ha imprigionato per più di mezza vita. Se pure mi capita di limarmi e modificarmi per un risultato veloce di consenso, finisco poi con l'ignorarmi e prendermi in giro. Non ci avrei mai sperato: il problema semmai è che ci sono arrivato attraverso il dolore e non con quell'esplosione di saggezza adulta che in molti mi preconizzavano per puro buon senso generico.

È vero, non mi affeziono mai troppo ai luoghi e alle strade. Però di ogni strada catturo un momento, uno scorcio, l'attimo mancante tra l'istante e il possibile. Quando capisco cosa una strada conserva e nasconde, sono già altrove e allora scatta l'istinto del ricordo da costruire e della narrazione di ciò che in quella strada non è avvenuto e non avverrà. O forse è avvenuto dentro di me. Cronache di possibili assenze. Questa roba mi piace molto e finisco con l'ubriacarmene spesso. Un vizio, un vezzo, una necessità? Nessuna delle tre ipotesi.
Forse, mi piace pensare, è solo la risacca delle onde che si avvicinano inconsapevoli, si uniscono senza troppo clamore nella conclusione di un percorso eterno e sempre differente, non hanno un nome da confessarsi e un futuro da promettersi. Onde che incontrandosi si sussurrano la prossima, possibile assenza.
C'è tanta inutile bellezza nel girarsi con quel lievissimo ritardo che innesca il sommovimento creativo del rimpianto controllato. Ma è vita, e come tale ha un suo preciso senso, pur contenendo il no come dolce saluto, sobrio inchino notturno all'imprecisione chirurgica del futuro.

©Luca De Pasquale 2018

20/04/18

Blu comando stellare


Da bambino parlavo molto ed ero disinvolto, un po' con tutti.
I miei genitori ricevevano molti complimenti per la mia precoce proprietà di linguaggio, che poi non era affatto precoce. È che leggevo tantissimo, tutto qui.
Parlavo, interloquivo, certo: però non esprimevo mai un desiderio. Mai.
Conservavo ogni desiderio dentro, ignoto a tutti fuorché a me, e compilavo idealmente la lista di tutte le voglie da realizzare con il tempo e la forza di volontà.
Non esprimevo i miei desideri perché pensavo che comunicandoli li avrei prima rovinati e poi definitivamente invalidati. In parte è così ancora oggi. Solo su carta riesco a far balenare tracce degli istinti reali, degli impulsi non trattenuti, delle carte nautiche ancora non sabotate. So di essere più a mio agio con le rovine che con le poche cattedrali che giocoforza gestisco nella distesa deserta di quella materia ambigua nomenclata esperienza.
Tra le rovine ho lo scettro, sono il viandante che domina la scena.
Di fronte ai desideri, invece, sono condannato ad essere uno dei tanti, timido, assediato dalla paura del naufragio, dalla stramba sensazione che volendo troppo mi costringerò a guardare il mio destino di spalle.

Taccio i miei desideri per riserbo, silenzio le mie sicurezze acquisite per decenza. Umile, ferito nei punti strategici e bello per breve scommessa, mi siedo e scrivo. Osservo, ascolto, analizzo quello che trattengo e anche quello che vedo chiaramente fuggire.
Sono sicuro di non aver utilizzato la parola “vorrei” per molto tempo, non ho comunicato sinceramente desideri in giro, solo supposizioni, solo frammenti con un odore, che comunque hanno inciso -e non poco- sullo svolgimento recente della mia vita.

Thomas Bernhard scriveva lucidamente: “La mia vita è fatta di tentativi per non essere scoperto”. So cosa significa. Parzialmente, solo parzialmente, so cosa riesco a nascondere e cosa no. Associo da sempre a ogni mio desiderio un colore, ma mi ostino a comunicare e scrivere quelli che virano verso le tinte che realmente padroneggio, il blu elettrico, il blu notte, il viola, l'ametista, l'antracite, il blu comando stellare, il blu oltremare, l'indaco, l'avio.
Gli altri colori sono presenti tanto nei miei occhi che nella mia coscienza, ma quando devo legarli ai desideri li rendo muti. In questo modo, per ovvio paradosso, diventano ancora più affascinanti e dolorosi, ma non riesco a comunicarli. Preferisco forse viverli negli occhi degli altri. Preferisco che me ne parlino, che me li raccontino. Come se fossi cieco.
Il ricordo dei miei lutti, delle persone che ho perso, è di color fuliggine stemperata, bistro.
La mia idea dell'amore è color fiore di granturco. È un colore bellissimo, che chiaramente non padroneggio.
Il desiderio di pace che ho e che mi massacra a giorni alterni è color rosso Falun. Un colore che osservo e che non riesco a conoscere sul serio.
Le emozioni che mi spaventano perché promettono troppo, quelle sono color terra d'ombra bruciata. Non ho mai scritto di quello che sento per i desideri color terra d'ombra bruciata. Quindi so essere un vigliacco quando serve. Vigliacco per mantenere il controllo: è un vecchio alibi che funziona bene al risveglio e quando vuoi sussurrarti di essere cresciuto.
I giorni che sto vivendo sono color uovo di pettirosso, un colore di cui non conoscevo l'esistenza e che non è ancora entrato nel mio linguaggio emotivo, per cui sono silenzioso e osservo, studiando in quali zone libere del mio petto spingere le nuove nozioni.
Una cosa è certa: posso controllare poco, posso tentare molto.

Non capirò mai quelli che credono di aver capito tutto. Non capirò mai come si possa concludere un discorso sostenendo di avere il pieno controllo di quanto detto, analizzato, ascoltato. Ogni incontro comunicativo è un ponte tra ombre e false rifrazioni, ci vuole coraggio per pensare di aver compreso e di sapere per giunta come muoversi poi.
Chi cerca definizioni per l'amore e per la libertà è, a mio avviso, completamente pazzo e fuori strada.
Devo continuare a rubare colori in giro e anche dentro di me, nel mio stagno in affitto con le finestre di fulmini, devo acquisire il coraggio necessario a dare voce anche all'inammissibile.

Taccio i miei desideri perché devo ancora imparare. Del resto, mi sembra di non aver mai parlato davanti al mare. Mai. Il mare mi chiede sempre di stare zitto e per convincermi mi bacia, quel bacio velocissimo che è un'informazione necessaria per me, “io sono quello da cui provieni e solo dentro di me imparerai a parlare di quel che vuoi”.
Anche quest'anno, quindi, non scriverò un giallo metropolitano. Del resto, le coordinate sarebbero troppo prevedibili: il mio poliziotto dolente sarebbe un uomo della notte, innamorato di una donna che non lo sa, amante di musica che non si trova e di libri che non si stampano, perso dietro la stella cometa di una felicità che sin da bambino sembrava disegnata nel cielo degli adulti solo per farmi dormire.

©Luca De Pasquale 2018

19/04/18

Il silenzio della notte è un suono liquido. Lo segui e sbagli.


Mi ritrovo, non so come, di fronte alle vetrine di un negozio che vende abiti maschili per matrimoni. Mi sento immediatamente a disagio, in presenza di qualcosa che non comprendo, che non fa parte della mia vita. Eppure, in quel negozio io ci entrai e comprai pure, qualche anno fa. Quando mi misurai quel vestito blu lavagna mi sentii un povero stronzo e quando uscii dal negozio la definizione si trasformò subitaneamente in testa di cazzo.
Sono a disagio quando non riconosco le cose. Non parliamo poi delle persone. Mi adatto, ma non riconosco e allora vado via. Sempre. Senza annunci.

Poi entro in un bar e mi guardo nei vetri sporchi, appena sotto la mensola dei liquori. Non mi riconosco. Mi vedo troppo piccolo, faccia da ragazzo. Lo trovo improbabile, visto quante rughe interiori ho da gestire ogni giorno.
Dovrei avere un viso segnato, inciso da rughe d'espressione, rientranze di pelle, dovrei essere vecchio quel che serve per potermi riconoscere in giornate come queste.
Due ragazzotti con camicie a righe grosse parlano accanto a me con due donne piuttosto attraenti circa una gita fuori porta. Mi astraggo completamente. Il caffè sembra bruciato, lascio mancia di dieci centesimi.

Il silenzio della notte è un suono liquido. Lo segui e sbagli tutto.
Dipendo quasi interamente dai suoni della notte. Esterni e interni. La notte è tanto un microscopio che un telescopio. Hai la sensazione di poter incastonare le stelle veloci nel petto e ricaricarti di energia pulita. Con il silenzio della notte mi sono innamorato di tutto. E ho frainteso anche parecchio, che poi è una cosa stupida. Con il silenzio della notte ci ho giocato all'alchimista, fino ad iniziare a credere che le mie labbra non mi appartenessero più, che fossero una sorta di ente autonomo di rivincita perpetua. Baciare per ripulirsi la fedina emotiva, che idea peregrina.
Cambiare abitudini per convincersi di abitare nel cambiamento, che farsa ben orchestrata. E il silenzio della notte, lì, complice, colposo, strutturato in terrazze illuminate, angoli dove confessarsi, spazi dove esporsi, cantucci dove darsi dell'imbecille e poi polverizzarsi increduli, riprendendosi la storia diurna del cognome, della professione, delle bugie relazionali.

Il silenzio della notte è un suono liquido. Ti aiuterà a fingere solo per poco. Per anni ho creduto di divertirmi, spostandomi continuamente su un triplice asse, cambiando punto di osservazione e di dominio dello sguardo. Un triplice, banalissimo asse: cuore-cazzo-anima. Sembrava divertente e quasi mi seducevo da solo come un cretino.
Giocavo di sponda alternando visuali e posizioni, mi perdonavo sempre tutto secondo una stolta considerazione, che chi scrive è sempre maggiormente consapevole di quel che fa rispetto a tanti altri. Giustificandomi per il solo fatto di scrivere, mi autorizzavo a ferirmi sempre di più con giochi e distrazioni dai giochi. Titano in luoghi deserti e aperti sotto il cielo, troppo facile. Perché poi non ero altrettanto titanico e giusto con chi restava, con chi c'era sempre, con chi mi seguiva sul serio e non si muoveva solo spinto da curiosità e smania di sperimentare.
Gli stupidi preferiscono l'attimo, gli esseri umani dovrebbero sempre preferire la presenza reale. Sono stato stupido ad oltranza, ma ero bravissimo a trovare alibi e giustificazioni. Ci mettevo dentro anche il silenzio della notte, quel suono liquido senza re e senza padroni, verità magnifica e momentanea di anarchia e liberazione.

In una notte di marzo del 2010, tornato dal lavoro da qualche ora, decisi di mettere a tutto volume, fregandomene dei vicini, un brano di Terry Lee Brown Jr., “Bohemian Life”. Spensi le luci, restai in t-shirt e pantaloni della tuta, scalzo. Mi infilai una sigaretta accesa in bocca e ballai da solo quel pezzo per almeno una ventina di minuti. Seguivo il battito e i suoni liquidi che sembravano rumore ed invece erano il silenzio della mia vita, il silenzio colpevole della non tutela del cuore, della confusione, del sesso inteso come un fiammifero e nulla più e di quella maledizione della sensibilità che credevo appartenesse solo a me. Che arrogante approssimativo.
Iniziando a ballare dinoccolato e fesso, ricordo che mi bisbigliai un “vaffanculo, Luca” che significava tutto, davvero tutto. Ero stanco della contabilità fredda delle passioni, degli amori, delle sconfitte. Ero stanco dei muri di casa e della strada da percorrere ogni giorno per raggiungere la mia routine, le mie piccole soddisfazioni di carisma tascabile e mistero buffo e tenebroso. Ero stanco del mio nome, della mia storia, dovevo solo ballare e mandarmi a fare in culo con dolcezza, quasi seducendomi.

In questo periodo della mia vita mi sento leggero come il vaffanculo di quella notte, accompagnato da quei suoni liquidi, silenziosi, erotici. Mi trovo in dei posti, incrocio sguardi, catturo odori e anche, purtroppo, l'immaginazione che ogni sguardo ed ogni odore hanno in dotazione. La fantasia che si fa sovrana crudele e schiocca la frusta per richiamare i peggiori fantasmi direttamente dal futuro anteriore. Non credo di essere un giusto. Un riuscito. Uno che ha compreso sul serio. Uno che ha indagato fino a strapparsi le viscere e uscire lo stesso di casa. Non credo di essere profondo. Sono fondo, non profondo.
Mi piace sempre di più il silenzio della notte, quel suono liquido che ti chiede ragione degli errori, degli equivoci pilotati, delle parole veloci mormorate nelle feritoie del buio, con l'alibi che non saranno comprese del tutto.

La strada è ancora lunghissima. Più notti che giorni. Più errori che conquiste reali. L'agguato è non riconoscersi, l'oscenità è giustificare il ritardo di sé alle porte del cuore. Non ci scriverò un libro. Posso scrivere su tutto il silenzio che ho dentro, un silenzio che non si pettina mai e si vergogna tremendamente dell'azzardo di non dimenticare mai il senso dell'amore.

©Luca De Pasquale 2018

17/04/18

N.C.C.S. Notte Chiara Cuore Scuro


Alberta mi parla diffusamente del giovane/vecchio scrittore napoletano Rondinino Torre. Lo fa con enfasi. Troppa enfasi. Mi dice che è un giornalista e giallista e io dovrei fare come lui. Solo che io non so affatto come fa lui.
E neanche mi interessa.
Però lei insiste e mi informa che Rondinino Torre è molto bravo, “è uno psicologo della narrativa”, e che piace molto alle donne anche se non è poi tanto avvenente. Buon per lui, ognuno si arrangia come può.
Alberta cerca disperatamente di capire cosa non ha funzionato nel mio presunto percorso verso il successo e la notorietà. Cosa mi manca. Quale tara mi disorienta. Quale passaggio non so interpretare e quindi applicare.
Quali fantasmi albergano nel mio cuore e nella mia anima. Alberta vuole capire, parafrasando Buffon, se al posto del cuore ho un bidone dell'immondizia o un demone sumero che determina la mia continua recalcitrazione, il mio sottrarmi agli angioletti della buona sorte.
Per farlo, usa l'esempio suasivo di questo Rondinino Torre, che non conosco e mai vorrò conoscere; questo Rondinino Torre che sembra l'abitante di un'altra galassia mentale, un altro universo narrativo ed espressivo, un altro che altro resterà per sempre.

Alberta mi dice che ho talento e che non faccio altro che sabotarlo. Ma lei non sa nulla di me, come buona parte delle persone che mi conoscono e anche quelle che mi leggono. Credono di sapere e invece non sanno, intuiscono qualcosa che è di comodo, veloce, incorporeo, senza sangue, senza sofferenza, senza storia che continui.
La verità scarna, scabra, è che non sono un mistero. Nemmeno per me stesso.
La mia storia personale è un filo che si interrompe continuamente, tra abissi e resurrezioni che non fanno più notizia neanche nella mia redazione della notte. Sono un individuo così tormentato da riuscire a nausearmi del mio stesso background, un'ora sì e l'altra pure. Sono un mosaico di tormenti autonomi, anarchici, senza fil rouge, senza editori di riferimento, senza templi e chiese da frequentare per darmi sollievo.
Sono il risultato di una storia familiare tribolata e anche deforme, fraintesa, usata per pulire il culo alla coscienza a scadenze annuali, come le assicurazioni.
Mentre Alberta continua a raccontarmi aneddoti su questo Rondinino Torre che ora è al quinto libro ed è molto acclamato in città, io mi rendo conto che con Alberta non ci siamo mai neanche baciati. Anche se un tempo fossimo stati a letto, come ama dire lei, non mi conoscerebbe comunque. E io non saprei niente lo stesso dei suoi più intimi desideri, che non collimano in alcun modo con i miei. Perché lei vuole credere, credere e disperatamente credere: credere in qualcosa che la faccia stare meglio, che la faccia sentire in pace con i suoi fantasmi, con le sue paure, con la sua storia personale e familiare.
Lei vuole il sole, la pace, l'abbraccio amoroso, le parole che commuovono, l'uomo che l'ami e che la faccia anche godere e liberare/librare sessualmente, lei vuole fare pace con i suoi nemici di incomprensione, vuole recuperare le amiche più cattive, ritrovare i suoi luoghi d'infanzia e pacificarli, lei vuole essere convinta dalla vita che vivere vale la pena.

Ai suoi occhi, e a quelli di molti altri, io sono solo un negatore. Uno che, non si sa per quale arcano motivo, sembra preferire la dissoluzione alle certezze, la caduta lunare all'arrampicata piena di forza di volontà. Per lei dopo il sesso c'è la felicità, il suggello, la coppia che si fa sigla, simbolo, piccolo paradiso da tasca. Per me, dopo il sesso ci sono le sirene del vuoto, la derapata, la sconosciuta che mi promette la morte in cambio di due baci, dopo il sesso c'è il sospetto che la vita sia altra, lontana e ancora da costruire.
Ecco perché Alberta riesce a parlarmi a lungo di codesto Rondinino Torre senza chiedersi quanto posso realmente recepire e quanta siderale distanza c'è tra il mio cuore nero e la sua bocca palestrata, piena di parole sagge, costruttive e formalmente ineccepibili.
Potrei darle ancora più fastidio se le dicessi che non conosco famiglia, non conosco Dio, non conosco scrittori che mi facciano reale simpatia, non conosco desideri di riscatto. Se le dicessi, anche, che le sue comitive di amici amanti del bon vivre mi fanno orrore, che sono la mia nemesi, loro ed i loro soldi usati con senso artistico del cazzo, le loro speranze standard con frasi ad effetto d'accompagnamento, usate come gemelli per la camicia giusta.
Un tempo sarei andato molto oltre. Le avrei detto che al suo Rondinino Torre mi piacerebbe sodomizzarlo con un fallo di ghisa nel cesso di una libreria per bene, tenendolo per i capelli e chiedendogli al contempo di cantare una canzone sdolcinata di Amedeo Minghi. Costringerlo ad un rapporto anale fasullo, come fasulla è la sua scrittura, trattandolo da puttana di classe, da valvassore dei borghesi annoiati, imbolsiti e pecorecci beoti da illuminazione.
Non arrivo più a questi eccessi. Sono diventato una smorfia quando mi parlano di questi personaggi. Una smorfia che non vuole specchi.

La luce mi interessa, penso mentre lei continua a parlare, mi interessa anche molto. Ma voglio arrivarci dal buio. Vorrei essere un'installazione di François Morellet o James Turrell. Chi mi chiede luce per poi potersi complimentare con me del mio talento finalmente sbocciato, che acquisti una lampadina con buona pace di tutti.

Sono gentile con Alberta, però; le lascio finire tutta la comunicazione agiografica della vita e delle gesta di Rondinino Torre. Non le dirò che non mi interessa perdonare chi ha partecipato alla mia storia familiare e personale. Non detesto e non perdono. Sono marmo a decorare fontane mute, dai tempi in cui una madre mi portava al parco pubblico per piangere all'aria aperta.
Non le racconterò che persino la mia storia politica è controversa, coerente e tormentata e ora zittita in una silenziosa guerra in cui la mia arma migliore è non perdonare chi si vende per una ciotola di cibo o per un appartamento.
Non le dirò che mi piacciono per paradosso le notti chiare, in cui il mio cuore scuro riprende a scalciare per stingersi, potersi presentare senza cavalli neri e levarsi il cappello per qualcosa che non sia sfizio o calcolo. Amo le notti chiare che sanno di legna bruciata, in cui l'odore prevalente è la pelle umana e non la rabbia delle idee, amo il caldo contrasto del nero d'uomo sulle scie illuminate delle strade e delle persone.
Non credo nei rimedi, ma negli incontri. Non credo nelle dottrine, ma riesco a credere al giorno seguente e alla verità, magari sommessamente bisbigliata e mai urlata come un pessimo slogan.
Come tutte le creature che credono in qualcosa loro malgrado, sono condannato a dannarmi per ogni momento di bellezza che non trattengo e che non percorro a testa alta.
Questo è. Non c'è posto per Rondinino Torre e i suoi libri, nella mia vita.

©Luca De Pasquale 2018

16/04/18

Il desiderio come geometria di tempeste


Qualche anno fa, una donna mi propose di scambiarci dei racconti erotici e anche pornografici, in un secondo momento. Mi disse di essere un po' perversa e io non le credetti, neanche un po'.
E in ogni caso non ero convinto né allettato dall'idea. A cosa cazzo sarebbe servito? Lei si sarebbe masturbata e poi me lo avrebbe confidato con parole ardite, portandomi quasi alla pazzia?
E io? E io avrei eiaculato su dei fogli di carta, magari dopo essermi massaggiato il petto con un guanto di crine, infilandomi il medio in bocca e mugolando?
Questa roba non ha mai fatto al caso mio. Mi annoia profondamente e non mi stimola nessuna zona, nessun anfratto, non ha alcuna valenza che mi smuova sul serio.
Conosco l'estenuazione del desiderio, conosco il caos della voglia, ma deve esserci un elemento che trovo il più corposo e sensuale: il silenzio. Il non dirselo. Persino l'assenza, ma non queste stronzate da giornaletto anni ottanta, piume, reggicalze e vibratore al posto del cuore.
Rêverie in punta di precipizio, non bocche aperte e ansimanti, non scene patinate.

Quella donna mi raccontava che il suo uomo non la faceva godere. Che spingeva e spingeva con tanta buona volontà, che usava il turpiloquio, che aveva comprato delle rose, che si erano leccati la marmellata sulle cosce e sui piedi. Durante questi racconti non mi era venuto neanche duro.
E poi lei sosteneva che la letteratura, e parlare di letteratura faceva parte del pacchetto, era un fatto molto erotico. Per me non lo è mai stato. Non vedo il collegamento tra Proust e il mio pene. Parlare del Kamasutra oggi vale come grattare un biglietto della lotteria. L'erotismo è di colore scuro, tra la notte e il blu tramonto, tutti i trucchetti da maghi del coito lasciano il tempo che trovano.

Non stimerei una donna, se mi trovasse eccitante mentre le nomino uno scrittore svedese o un pianista jazz. Non mi stimerei se pensassi che di una donna può erotizzarmi ciò che legge e ciò che insegue come piaceri culturali. Penso di essere complicato, anche nebbioso, volendo. Forse perché mi paleso a stesso mai subito e sempre dopo che una coltre di nebbia e fumo abbia fatto il suo.

Non credo, poi, che gli scrittori siano particolarmente erotici. I loro desideri sessuali sono sempre mediati e lavorati grezzamente dalle traiettorie dell'ego e delle fissazioni. Gli scrittori sono quasi sempre dei codardi che si sanno vendere in un certo modo. Anche io sono un codardo, perché a una vita lineare e a una socialità che mi sarebbe stata anche agevole ho finito per preferire un Granducato Dell'Ombra, la continua caccia al margine, all'erba alta, la barriera di pioggia, il vetro appannato tra il passato e il futuro, senza presente. Il presente per me è un mostro da aggirare. Devo partire dal passato per osare il futuro, e questa scelta radicale comporta una buona dose di vigliaccheria inspiegabile.
Su carta mi sono specializzato a scrivere quel che cazzo mi pare, anche gli impulsi più laidi e vergognosi. Su carta sono capace di scrivere senza alcun problema che ho avuto desideri indegni, contraddittori, che ho desiderato la donna d'altri, che avevo voglia di picchiare ed eliminare i miei nemici, ma nella realtà sono continuamente condizionato dalla paura di far soffrire persone che non lo meritano. Per addio o per desiderio, che importa chiarire? L'egoismo azzera la distinzione e potrebbe distruggermi una volta per tutte.

Non sono coraggioso e rompicollo come avrei sempre desiderato.
Sono invece stranamente calmo. Ponderante, riflessivo, addirittura corretto e pure consequenziale. Non mi perdono quando ferisco qualcuno, anche involontariamente. Sono un corto circuito che non si fa sconti.
E poi penso che il desiderio non debba mai essere qualcosa di aguzzo, di autocentrato, un'arma di egoismo usata con superficialità, con finto disincanto. Il desiderio non è un gioco. Magari una dannazione, ma un gioco no. Il desiderio mette in campo elementi che non dipendono esclusivamente da noi, dal nostro stile, anche dalle nostre necessità.
Da ragazzo mi piaceva pensare al desiderio, non solo sessuale, come a una geometria di tempeste, un superamento del livello di realtà e di assuefazione. Mi dicevo che non avrei mai banalizzato il desiderio e invece l'ho fatto tante volte, soprattutto quando mi accorgevo di trovare la realtà quotidiano come un contenitore miserrimo ed equivoco di prigionie da accettare.

I miei errori mi sono invecchiati addosso. Non sono diventati nemmeno cicatrici. Troppo lusso, esibire cicatrici. Non sopravvaluto e non sottovaluto i miei errori. Li conosco, li viviseziono, li rimonto a modo mio e li lascio disperdere nella notte, insieme a tutte le pulsioni che mi passano a lato come distrazioni non richieste, come porzioni di bellezza da fraintendere fino a diventare poi idee, ricordi, qualche volta rimorsi.
Sono complicato e rigoroso, passionale e gelido come ogni percorso di vita finisce per provocare. Non mi stordisco, non mi illudo.
Nonostante questo, non mi arrendo. Nel senso che sono convinto dell'esistenza del blu notte, e finirò per padroneggiarlo come un domatore ostinato, sorridente a fronte di mille ferite.
No. Non scriverò mai racconti dove si scopa sul serio e il tempo passa guardando il muro e la propria veloce adrenalina in compimento. Troppo facile. Troppo da scrittori che, inneggiando al panteismo emotivo, finiscono per eiacularsi in bocca da soli mentre i figuranti applaudono e gridano al miracolo vergognoso del tramonto che appassiona.
Perderò ogni pelle, ogni sogno, ma quel blu notte lo troverò. Anche cadendo.

©Luca De Pasquale 2018



15/04/18

Take hold of the flame (L'effetto DeGarmo)


Non ho più l'età e la voglia di andare a caccia di nuove sensazioni musicali. Ci sono certi generi che non mi sono mai piaciuti particolarmente e che non inizieranno certo a piacermi adesso.
Ammetto di non aver mai amato la musica etnica in genere, il reggae, il cantautorato italiano, il pop alternativo “napol-italiano”, il country, oppure quella che ho sempre definito come “elettronica abbronzata da petting”.
Io sono quello degli estremi, dall'heavy metal al jazz a/r, passando per scelte sconcertanti come la deep house e la minimal house di notte, con una matrice di fondo prevalentemente rock.

Da molti mesi sto andando a ritroso e ascoltando tanta della musica che colorava i miei giorni di adolescente. Qualche volta mi capita di trovare ripugnante quello che un tempo mi appassionava, ma più spesso si tratta invece di riscoperte annunciate e graditissime. Così, dedico magari un mese ai contrabbassisti e quello successivo all'hard rock e all'heavy metal old school.
Passo da Scott LaFaro agli Iron Maiden, da Jaco Pastorius agli Accept, ma è tutto regolare, c'è il marchio di fabbrica del mio gusto. Non c'è dubbio.

Dall'inizio dell'anno la musica a casa è quella con cui mi sono formato il gusto e anche l'involucro tre decenni fa: Blue Öyster Cult, Deep Purple, Rainbow, Rush, Saga, Judas Priest, Scorpions, Slayer e via dicendo. Mi sembra di tornare a casa. Mi sembra di ritrovare ogni volta dei vecchi amici. Mi accorgo che conosco a memoria i testi e la musica ancor di più; naturalmente conosco a perfezione, a volte anche con qualche abbellimento fantasioso, i giri di basso delle canzoni.

Le ultime due settimane le ho dedicate ai Queensrÿche, dei quali ho scritto più e più volte. Con loro il discorso è diverso, perché hanno davvero rappresentato un mondo interiore, carico di significati occulti, di speranze, dandomi in un certo senso un'impronta esistenziale. Gli arpeggi di chitarra dei pezzi più drammatici sono un icastico esempio di quello che sostengo, tant'è che per molti anni ho definito un certo tipo di arpeggi decadenti e suggestivi come “effetto DeGarmo”, da Chris DeGarmo, uno dei due chitarristi della band di Seattle. Per anni e anni ho inseguito gruppi che avessero tra le loro fila un'ugola melodrammatica come quella di Geoff Tate. E quanto al bassista Eddie Jackson, lui è stato responsabile di un vero e proprio modo di percepire il basso da parte mia; la performance in “I don't believe in love” è stata un punto fermo per la mia ricerca del suono nel basso metal.

Le strane e creative ballate dei Queensrÿche hanno segnato tanti eventi della mia vita, al punto che non saprei nemmeno dire quanti eventi siano stati poi influenzati da quell'accompagnamento musicale, innamoramenti in primis.
Massimo rispetto per chi mi dice che la sua vita è stata decisa dagli U2 e da Springsteen, da Bowie o De Andrè, nel mio caso la mia vita non sarebbe stata la stessa senza i Queensrÿche, i primi quattro lavori su tutti e “Rage For Order” una spanna su tutto.

Negli anni mi sono equamente diviso tra la ricerca musicale in senso stretto, la conoscenza, e la ricerca di musica che mi accompagnasse con una valenza emotiva.
E allora, giocando con quest'ultima tipologia, mi sono divertito a scrivere su un foglio i “momenti” clou della mia gioventù emotiva in musica. Li trascrivo, senza alcuna censura, in questa nota.

  • The lady wore black” dei Queensrÿche per misurare la mia distanza dalle stelle;
  • gli ultimi venti secondi di “I dream in infrared”, sempre Queensrÿche, come simbolo della disperazione di amare;
  • e ancora Queensrÿche con “Take hold the flame” per lo stupore degli sguardi tra due persone destinate a non potersi amare;
  • Revelations” degli Iron Maiden, sia nella versione studio di “Peace Of Mind” che in quella live, magnifica, di “Live After Death” a rappresentare la passione per tutto quello che è ignoto e non prevedibile;
  • In Trance” degli Scorpions per la bellezza delle notti passate a camminare da solo;
  • Cries In The Night” degli W.A.S.P. come simbolo della ribellione a scuola e in famiglia;
  • Here Comes The Tears” dei Judas Priest per l'idea di come amare un'altra persona;
  • I still love you” dei Kiss per lo struggimento in assenza;
  • Lonely days, lonely nights” degli Whitesnake per lo stile di vita dopo i vent'anni;
  • Is this love” e “Looking for love”, ancora Whitesnake, per i primi amori;
  • Broken heroes” dei Saxon per i viaggi in sacco a pelo e tenda nei primi anni '90;
  • Retribution drive” di Greg Lake per i primi attacchi di gelosia;
  • Middletown dreams” dei Rush come manifesto della voglia di conoscere ed esplorare tutto e anche di più;
  • Showdown” dei Thin Lizzy per tutte le volte che ho mandato a fare in culo le cose troppo facili da fare e da seguire;
  • Suitcase Blues” dei Triumph per la scelta di evitare il lusso anche quando me lo potevo permettere;
  • Nightmare” dei Venom per simboleggiare la brevità della quiete e anche della bellezza, considerato quanto poco dura uno degli arpeggi più suggestivi del metal;
  • Aftermath” degli Armored Saint per sfidare la complessità della vita e degli eventi, che non andrebbero mai valutati in una sola ottica.

Tenero, no? Tessere di un mosaico che fa parte della mia crescita. E sì, per buona parte della mia vita non ho fatto altro che inseguire il famigerato effetto spirituale “DeGarmo”, la ballata romantica e disperata che non ti aspetti, l'arpeggio elettrico e magniloquente in un'atmosfera un po' gotica e un po' sensuale, che all'epoca avevo definito in un tema “avellare”, avendo letto per curiosità un vecchissimo dizionario di parole in disuso.

Oggi sono estraneo all'effetto DeGarmo o ci sono ancora dentro fino al collo?
Propendo per quest'ultima ipotesi, visto che qualche giorno fa mi sono involontariamente smarrito in un brano dei Primal Fear, “The Healer”, che mi ha ricordato qualcosa dei Queensrÿche, quella grande band che raccontava di donne vestite di nero e di ombra, del vento come avvertimento, di stanze vuote dove contemplare la grande utopia dell'amore per poi poter urlare al mondo “io non credo all'amore ma lo voglio, fosse l'ultima cosa che faccio”.
Una volta tanto è bello poterlo dire: signori, che nostalgia.

©Luca De Pasquale 2018