05/08/20

La commozione di Lucifero


“The mascara'd blonde from the Berliner bar

Rises at twilight, gets dressed in a daze

Black leather crackles and cold water runs

As she touches the walls of memory maze”

Marillion - Berlin

Dall’abitacolo del SUV viene fuori una bossa sporcata di lounge da slinguazzate in barca, c’è anche un solo di trombone che suona erotico come una richiesta di eutanasia sessuale, ma questo il guidatore non lo sa. Naso enorme, gomma in bocca, una sessantina d’anni portati a panza espansa, ha uno sguardo arrogante e vuoto, uno squalo che non ispirerebbe mai un film. L’orrendo SUV impatta su fiumi d’acqua, schizza le persone, me compreso, scompare in un auspicabile mai più. Quel tizio ascoltava bossanova sotto la tempesta. Con una pioggia del genere, io me ne starei in una 127 azzurra, fermo e nascosto ad ascoltare “Berlin” dei Marillion. Aspettando la notte e forse qualcuno, di certo non sfrecciando per una strada stretta con un macchinone e lo stereo a palla. Questione di stile.

Napoli è sotto un temporale violentissimo, grandina, sono zuppo e i pantaloni all’altezza dei polpacci hanno quasi cambiato colore. Ho sognato un quattro di picche ai miei piedi. Ho sognato l’uscita dall’Inferno attraverso un altro Inferno. Senza apparente motivo, ricordo a memoria il discorso che fece il prete al funerale di mia madre. Io che mi appunto il discorso di un prete è da tramandare ai posteri, i posteri sordi che busseranno al mio citofono guasto. Ricordo il mio composto dolore, quel giorno. Ricordo che il dolore era poco in confronto alla rabbia che contenevo con un garbo desueto. C’erano i migliori, le persone migliori della mia vita. Il resto era fuori, latitava o non sapeva. Non l’avevo detto quasi a nessuno. Non sono uno che mette manifesti. La morte di mia madre ha sancito il mio definitivo ingresso nel mondo oscuro delle mie capacità, senza più protezioni, alibi, difese.

Mia madre soffriva molto del fatto che non avessi fede e che anzi criticassi duramente la “sua” religione e il “suo” Dio, al quale so che si rivolgeva continuamente per evitarmi il male peggiore che lei potesse contemplare, i tormenti interiori di cui mi trovava capace, se non addirittura generatore, alfiere, cupo custode. Inoltre, negli anni del liceo si era allarmata perché parlavo spesso del demonio, dell’avversario, del ribelle, e aveva capito quanto fossi affascinato dall’idea estetica ed estetizzante di un angelo scacciato.

Io e mia madre abbiamo parlato negli anni, ci siamo confrontati, e ricordo con grande dolcezza quando mi portava da leggere delle piccole riviste prese in chiesa, nella speranza, se non altro, di farmi riflettere. Quando mi consegnava certi ritagli, scritti con enorme ingenuità e incrollabile fiducia nel divino, a me veniva da piangere. L’umiltà di mia madre mi ha sempre dato un fiero dolore, che ho difeso strenuamente dalla volgarità del mondo.

Però non capivo. Restituendole i fogli, le dicevo “grazie per avermi fatto leggere”, le davo un bacio e mi allontanavo, in preda ai miei demoni, i miei, quelli incondivisibili, quelli che mi portano a scrivere, ad amare, a fuggire, a smembrarmi crudelmente nel sogno di cambiare regni come fossero vestiti.

Con mio padre non si parlava di religione. Ateo dubbioso, si è convertito quando ha capito che stava morendo e non lo giudico per questo. Non giudico nessuno in punto di morte. Semmai prima e dopo. Una volta, dopo una partita della nostra amata Fiorentina, papà mi chiese come mi sarei definito, se ateo o agnostico. Rimasi interdetto, accesi una sigaretta e presi tempo.

Alla fine, gli risposi solo che tutto quello che mi interessava era nei bassifondi, nei margini, nei luoghi abbandonati, e che mi sarebbe piaciuto dare voce agli spettri, agli sconfitti, ai disillusi.

“Che attinenza ha questo con la religione?”

“Penso che c’entri parecchio, papà”

“Tu dici?”

“”Io dico che vado per mari bui e cieli ostruiti, dico che sono nascosto nel buio a contare i sogni di chi non ricorda niente”

“Sei una sorta di francescano tenebroso?”

“Mettila pure così”

Spensi la sigaretta, gli diedi un bacio in fronte, un gesto che facevo sempre, e me ne tornai nella mia stanza, con i miei demoni, i miei amori zitti e muti, la curiosità per il prossimo abbandono da rendere progetto di vita, da saturare di colore, senza preoccuparmi della labile sfumatura tra il sogno reale a tinte pastello del tempo restante e le labbra deformi e sovraccariche della puttana dentro.

Senza demoni mi annoierei. Senza demoni non capirei tante cose in anticipo e non sarei sprezzante verso la fissazione comune sulla riuscita sociale e il conseguente benessere. Private del dolore, le persone iniziano a girare a vuoto, finendo per inventarne di fittizi. Prive di domande persistenti ed esistenziali, le persone vanno incontro allo stordimento, alla consolazione da dépliant, idealizzando a casaccio figuranti e strumenti di piacere con la persona attaccata dietro. Il mondo borghese abbonda di filosofie consolatorie che non smetterò mai di avversare, insolentire e sabotare. Sono triste quando la mia sensibilità deve abdicare, per difesa dei contenuti differenti della persona, e tramutarsi in oltraggio anarchico apparentemente orbo e ferino.

Con mia madre mi ero confidato. Non una volta, non in una sola età.

Spesso le dicevo, “per non farmi uccidere devo rendere i miei demoni visibili ai peggiori”.

“E loro, si spaventano?”

“Sì. Anche se spesso fanno finta di nulla. Tutto deve funzionare, nel mondo del lieto fine contrattuale”

E lei mi guardava. Donna di fede, madre, occhi verdi, grande bontà, preghiera, supplica, pazienza e metodo di asciutta, sincera consolazione verso i tormentati come me. Il Lucifero che curavo nel mio specchio non poteva evitare la lacrima di contenimento. Questo mi resta dentro, un ricordo dolce e violento, una sconfitta del mio tempo qui sopra. Una vittoria della mia sensibilità che non smetterò mai di pagare in tempo reale.

©Luca De Pasquale 2020

03/08/20

Il bacio alle streghe


“Non so se andiamo o meno in gommone a Capri” urla il debordante e calvo nostromo plutocrate sulla terrazza di fronte, “hai capito, eh? Bravo, bravo, bravo”.

Questo tizio parla continuamente al telefono. Continuamente. E ha questo intercalare insopportabile, dire “bravo/a” a ogni interlocutore. La sua parlata è un misto al burro tra la parlata strascicata di Chiaia, quella borghese impostata del Vomero e quella, generica e devastante, del finto giovane che vuole darsi un tono parlando di viaggi, sesso e disagio giovanile. Dall’altra parte della città, un ex giornalaio disoccupato si lancia dal balcone, frantumandosi le ossa e schiattandosi l’anima, nell’indifferenza fatalista di questi tempi. Giudichiamo il suicidio come atto di codardia e solo quando ci fa comodo ci indigniamo per l’indifferenza esibita come schermo per proteggersi. Solo quando lo fa qualcun altro. Noi non ci sentiamo mai indifferenti, ed è in quei casi che possiamo ben dire di essere solo merda.

Ascoltare le telefonate del calvaredo da gommone è uno strazio, ma non posso evitarlo, perché è bene sapere che in un bilocale è difficile cambiare stanza e anche diagonale sonora. Con il passare del tempo, il chiacchiericcio delle persone è diventato insostenibile. Da anni ho smesso di fingere interesse per cose di cui non me ne chiava un cazzo, ma è solo da un anno che ho rotto ogni argine e freno inibitorio, mostrandomi chiaramente per l’animale che sono e che sono sempre stato, anche quando leggevo delicate parole per guadagnarmi piacere e consensi.

 

Il consenso. L’attenzione. Questa roba ti porta alla pazzia, alla rovina. Essere riconosciuti è un pre-morte, a ben pensarci. Certi complimenti ti fanno venire i brividi, e non godi neanche. La spedizione della merce all’ego fallisce a prescindere, e neanche ti puoi godere la scossa che da sotto ai testicoli va a liberarti endorfine, cazzo e parlantina. I complimenti puzzano di pesce andato a male.

E l’attenzione che ti dispensano?

Sei un vibratore, un dildo, un imbecille. Devi solo indurirti, simulare senso pratico e charme, inventare una poesia sgrammaticata e procedere, tanto il risultato cambia di poco.

Nel locale accanto alla vecchia darsena puoi baciare con la lingua quelle che un tempo sono state belle e ambite. Le loro bocche sanno di tabacco, di disperazione e di un’antica incomprensibile bellezza. Sono fate travestite da streghe, e tu non sei altro che un suicida scampato alla ragione delle rinunce. Sei vitalista, la tua disperazione chiede espressione e non morte, ti si indurisce il cazzo anche quando vorresti crepare sputando le maledizioni sulla città dormiente. Credere alla vita ti ha fottuto, quando volevi sognare intensamente. Baci le donne che ti sono piaciute e non avrebbe più senso, invece è la meraviglia del sortilegio che invecchia con te.

Nel locale accanto alla darsena trovano pace le persone che si sono fatte molto male nel corso del tempo, quelle che si sono incattivite, incarognite. Quelle che delle belle parole e delle pozioni magiche non sanno più cosa farci.

A pochi metri di distanza, in quel caffè pretenzioso con incenso acceso e candele anerotiche sul bancone si tengono delle presentazioni di libri alle quali bisognerebbe partecipare solo per sparare alla cieca. Ci vanno degli scrittorucoli del cazzo, inconsistenti e munifici di sorrisi, con il loro ego carico di stipsi e le loro autoproduzioni oscene. Alcune donne si turbano per loro, altre carampane si allagano per racconti privi di ogni rigore logico, e certi amanti dello stecco ducale scattano foto dei loro amici di penna, gridando al miracolo. In quei momenti, in quei momenti precisi desidero più di ogni altra cosa essere un demone e nascondermi negli specchi dei veri dolori, quelli che le marionette letterarie e non si ostinano a negare.

Come un rapace notturno, in quello che scrivo e vedo sono costretto a planare su questa merda e artigliare brandelli di senso, speranze vaghe, dissipandomi in baci scaduti, richiami ridotti a rigor mortis, entusiasmi buoni solo per vedove e militari indecisi.

Io credo che in quella darsena si sia suicidato qualcuno, tanti anni fa. Qualcuno infelice di troppa vita, qualcuno che non reggeva la bellezza breve dell’amore, qualcuno che non sapeva scrivere e aspettare i fantasmi. Qualcuno che non ha mai baciato le streghe nelle notti di temporale.

Il suicidio di uno solo è sempre la morte momentanea del cielo di tutti.

©Luca De Pasquale 2020

01/08/20

Il ricatto borghese


Parlarmi dei libri scritti da psicologi, psicanalisti, divulgatori del salvaculo morale, scrittori brandizzati Napoli e presunti vanti patri non serve a nulla, è olio di girasole su deiezioni canine, nessuno può giovarsi di gesti inutili. Come proporre a un impotente una variante paesana del Kamasutra. Leggo solo scrittori svedesi dannati. No, non è vero. Ma il concetto è quello. Non ti piace andare al mare il sabato e la domenica?, mi chiedevano quando ero bambino.

E io “no, del mare non me ne frega nulla, preferisco l’inverno, il vento, il temporale”

“Ma come è strano questo bambino”, obiettavano a turno, rivolgendosi alternativamente a mio padre o mia madre.

E all’incontro successivo ricominciavano le stesse domande stupide. Con le stesse risposte piccate. L’Inferno è ripetizione, lo sappiamo tutti. Chi finge di essere scampato è condannato a viverlo amplificato all’improvviso e forse per sempre.

Queste giornate di caldo schifoso e di sole orrendo rendono le persone più nervose e più brutte del solito. Affrontare un dialogo cercando di farsi capire e capendoci qualcosa è un’utopia. Si parla come pesci agonizzanti in boccia, le banalità alla coque sono ovunque, e nel mio caso la noia mi rende insofferente fino alla scortesia.

A un semaforo, rischio quasi di finire a terra per colpa di tre vecchi scuffati senza mascherina che fanno a gara di enunciazione di seconde case: Pisciotta, Palinuro, Praia a Mare, Trebisacce, Ascea Marina e via così. Parlano delle seconde case come se fossero delle palafitte di sterco. Ne parlano come di “cosette e casette” senza importanza. Guardo i vecchi borghesi e non mento, non mi mento, penso che se queste persone crepassero nessuno potrebbe realmente dolersene. Rabbia sociale? Lascio queste definizioni ai psicologi da raspetta che popolano l’intera cinta cittadina. Poco lontani da queste merde avvizzite, degli operai portano, caricate sulle spalle, enormi lastre di ferro. No, nessuna retorica operaista del cazzo, non mi faccio incastrare. Però, diamine, rispetto loro, li considero, invece i vecchi borghesi sono il vomito che devo sopportare da quasi cinquant’anni.

Mi dominano i bassi istinti, eppure sono tranquillo. C’è una contraddizione che non mi dispiace, a conti fatti. Odio senza odiare, guardo senza desiderare, mi prenoto la mia eternità sin d’ora, non scegliendo le distese di sabbia, i best seller, i modi borghesi e le sfogliatelle la domenica. E questa città è una prigione quando vuoi evitare i rituali. Ti accerchia, ti ricorda il passato a ogni angolo, ti ripropone le stesse facce, le stesse dinamiche, spingendo l’incompatibilità nel minato campo della cortesia. Sì, mi capita di tremare quando anche gli amici iniziano a girare vorticosamente su concetti più vecchi di loro, su manie, su ossessioni non guarite e su quel pericoloso, osceno desiderio di farsi finalmente notare dalla famiglia o da presunte masse. Chi cazzo se ne frega del riscatto in questa società? Solo gli imbecilli possono ancora credere nell’inventato sentimento del riscatto, che invece è ricatto borghese senza appelli. Un ricatto merdoso, perché presuppone il giudizio altrui, riscattarsi agli occhi di altri e anche propri. Riabilitarsi. Da cosa? Bisogna invece sfuggire proprio all’indegno meccanismo che ci vuole giusti o sbagliati a seconda dei risultati sociali. Dimostrare qualcosa? Buona volontà? Voglia di asservirsi? Saper “campare”? Dire stronzate sulla spiritualità e poi comportarsi da massoni e magnaccia?

Chi cerca il riscatto ossessivamente non può essere mio amico. Non può capire cosa mi frulla per la testa, i miei piani, la mia curva lunga e il gusto sfrenato per la fine del gioco in maschera. Che io sia un pezzente o un intellettuale fortunato, o magari entrambe le cose, il riscatto non è una materia su cui si discute. La società non è da giudicare, bensì da rovesciare. La bella tavolata finisce a cosce all’aria, forse con la morte. Si vedrà.

Conosco melanzane marce e finocchi fritti che verrebbero a baciarmi l’ano, se le mie fortune letterarie fossero evidenti. Che cambierebbero opinione se incidessi un bel disco di canzoni o facessi i soldi. Gente che mi inviterebbe a casa loro per dei bei pranzi pieni di dolci parole e convenevoli. Potrei anche sborrare in faccia alle loro mogli, mi darebbero il permesso. Se io fossi utile. Se io fossi riconosciuto, ruffiano, se potessi piazzargli un libro, una recensione, se potessi essere un minimo vanto. Potrei anche essere il diavolo, sul quale scherzano troppo e fanno male. Conosco ipocriti che con manovre mielose mi direbbero che ora finalmente sono io, ora che ho saputo prendermi il successo che mi era destinato. Conosco troie che mi farebbero il servizio, prima e dopo. E che mi scriverebbero delle mail penose per dirmi che le faccio sognare con la mia sensibilità a fior di prepuzio.

Se pubblicassi per un grande editore, potrei andare casa per casa a dire “te lo avevo detto che ero uno buono, ora girati, prendi il burro e fammi fare, borghese di merda”; oppure potrei prendermi un’altra rivincita, andare in vacanza con loro, fare bella vita, viaggiare sui loro mezzi. Non mi interessa nessuna delle due soluzioni.

È la rivolta che mi eccita, che mi fa ribollire il sangue, che mi fa sentire autentico anche quando non lo sono, anche quando sono una farsa dolente in giro per le notti in cui mancavo. Anche a me stesso.

È distruggere che mi fa andare in orbita, perché implica la ricostruzione su macerie, la mia specialità. Desidero che si cerchi di corrompermi con i privilegi, con le case pulite e grandi, con la possibilità di tornare fiero al mio collezionismo musicale, desidero ardentemente che si cerchi di corrompermi, allo scopo di diventare la tempesta che mi sono sempre sentito. Prima, durante e dopo.

Qualche mese fa intercettai un tizio, che io chiamo l’Abate Diarrea. Tale tizio mi disse che i miei temi antiborghesi lo disturbavano e si meravigliava che tendessi a ripetermi.

Tutti si ripetono. Soprattutto quelli che vogliono far vedere e credere di compiere mille azioni al giorno. Anche tu, Abate Diarrea, ti scopi tua moglie sempre nello stesso modo, anche se cambi posizione di arrembaggio. Quel che non cambia è il risultato: lei non viene mai, e quando cerca di compiacerti fingendo l’orgasmo, sei tu che crolli e sbrodi sulle pantofole ai bordi del letto. Perché non reggi il piacere femminile, borghese. Nessun borghese squallido regge la potenza delle donne. Nessuno di loro e di voi.

Tu dici che sono ossessionato dalla mia lotta?

Io sono la tranquillità dell’Inferno, borghese. E tu questo, anche se leggi tremila libri al mese, non lo accetterai mai.

©Luca De Pasquale 2020

29/07/20

L'anima a cosce aperte e il vilipendio spirituale


Tra le bancarelle di via Luca Giordano alcuni stronzi senza mascherina parlano di libri esorbitando saliva. Si interrogano su chi abbia vinto il premio Strega, al fine di capire chi possa meritare la loro attenzione. Gli uomini hanno le camicie pezzate sotto le ascelle, poco oltre la cinquantina, situazione economica gratificante, ignoranza condita da curiosità sporadiche, sono i tipici credenti della domenica, quelli che pregano per confermarsi una fede necessaria al casato. Odiano i comunisti, ma non sanno nemmeno cosa cazzo sia un comunista. O, aggiungo io, un anarchico reale. Le donne che pensano di portarsi dietro sono dei pezzi di carne invecchiata, l’anima l’hanno persa appresso ai loro stupidi compagni; sorridono come anatre, hanno ancora voglie, tante, troppe. Sono coppie che fottono due volte all’anno. Ridono e fanno saliva.

L’impulso di fronte a queste scene è la nausea, da sempre. La nausea e l’insofferenza sovrana, vera e propria chiamata alla guerra. Provavo le stesse cose quando alcuni colleghi andavano in processione dai responsabili della baracca con lacrime e lista di richieste, leccando forte come zoccole.

E ancora, lo stesso indicibile orrore dei pranzi festivi con la famiglia allargata, ma di certo allargata male. Il parente ricco che ti fa le prediche, tu che vorresti solo cacciare il cazzo sulla sua accorsata tavola e pisciargli addosso, aggiungendo quieto “posa i soldi, vecchio di merda, e poi crepa invocando i tuoi miracoli di merda”. E invece ti si chiede il sorriso, il raccontino, la pazienza, la cortesia, l’ipocrisia massima. E tu lo fai, perché sei cresciuto in una famiglia per bene, anche se la bestia dentro ti urla e ti ronza nel mal di testa e non ti basta chiavare o fumare per stare meglio. Hai fame di rotture, di oltraggi, di ribellione che non si compiace, hai voglia che la desolazione entri di prepotenza nelle vite degli speranzosi più stupidi e banali.

Mi fanno ridere quando mi chiedono perché scrivo.

Potrei rispondere in tremila modi diversi, prendermi e prenderli per il culo.

Ho un intero continente dentro che è una gemma di oscurità, un pezzo di tenebra assoluta che qualche volta mi ha dominato e oggi è l’olfatto, il dolore del bello, l’assurdità dei desideri.

Scrivo per calmare l’animale, per non uccidere, scrivo perché non mi tessererò mai per nessun fottuto partito, scrivo perché amo i lupi e il loro richiamo, scrivo per una nostalgia devastante di deja vu troppo realistici, scrivo anche per non volere troppo e per non essere rotto i coglioni dalle smanie costruttive della gente. Scrivo per anarchia, per vocazione a rimestare tra i vizi miei e altrui, il sordido mi interessa, la sozzura mi incuriosisce, giudico meglio un uomo che ciuccia uccelli nei cessi degli autogrill per cinque euro che un dirigente con la scrivania personalizzata. Per anni sono stato incapace di farmi domande su una donna senza passarmi prima la mano sul cazzo e senza fare schiuma su ridicole manie di seduzione decadente, da angelo caduto e non da uomo solido. L’ho detto, l’ho ammesso, sono stato messo alla porta e me ne sono strafottuto.

Non capisco perché dovrei frequentare altri scrittori. Non capisco perché dovrei perdere tempo con i problemi inventati che tante persone amano costruire pur di pianificare un percorso rinascimentale fatto di irrigazioni concettuali, lavande per sgonfiare la pancia, una bella vacanza e magari un uomo muscoloso con il culo sodo che ti precipita tra le cosce con una lingua porosa e lunghissima. Alla fine è tutto lì, le poesie sono il lusso del prima e del dopo.

Le “cose sconvenienti” che scrivo hanno allontanato, nel tempo, diverse persone che si erano incuriosite di me. Ne ho preso atto. Come prendo atto del fatto che passino per provocazioni se non per “infantile gusto di dire parolacce”. Qualche cretino mi ha anche detto “belli i tuoi sfoghi, hanno una grande carica”. Sfoghi? Ma io non ti ho detto di essermi fatto praticare un pompino lateral view con il rossetto. Non sono sfoghi. Ti sfoghi quando eiaculi, certo, ma dura poco la quiete se dentro Fenrir ti maciulla l’anima a ogni singulto di bellezza percepita.

Qualche mese fa ho incontrato una gentile signora salviniana e frigida, con la quale mi sono lasciato andare alle mie vere idee in tema di esseri umani. E dunque un pessimismo motivato, selvaggio, portato avanti con un linguaggio non certo per educande. Perché io sono un pessimista e non ho mai avuto problemi a dirlo. A differenza di molti miei amici e sodali, non credo affatto nella bontà primigenia dell’essere umano e neanche nel recupero. Sono a tutti gli effetti un comminatore di pene dall’animo gentile, la caduta perpetua dell’uomo è il motore del mio sentire pubblico e spesso privato.

La signora si è scandalizzata a morte, si è indignata. Mi ha detto che la mia rabbia mi sta devastando, che dovrei trovare “finalmente” qualcosa che mi faccia star bene, eccetera eccetera. Io la guardavo desolato e con battito cardiaco quasi assente. Avevo la netta sensazione, mentre si scaldava a manetta con tanto di scialorrea, di stare molto meglio di lei. Mi ha parlato di qualche pratica meditativa regionale con contorni oleografico/orientali che nulla aveva a che fare con la suzione, semmai con una pacificazione che, le ho ribadito con cortesia, non mi interessa neanche un po’.

Ci siamo salutati male, lei mi ha guardato con infastidita pena, io con i coglioni a terra, stufo dei soliti atteggiamenti da santoni scesi in assemblea condominiale. Hai la casa di proprietà, un conto congruo, un marito che porta il granone a casa e non pretende guizzi di lingua perché è mezzo impotente, che cazzo altro vuoi dalla tua vita e dalla tua mente?

E da uno che è diverso chilometri e chilometri di dolore da te?

Ti piacciono, lo so, le avventure dell’appuntato Veneruso, quello che ancora pensa alla sua bella Maruzzella, incontrata nel 1934 in un tram alla Riviera di Chiaia. Ti masturbi per quello che ti manda i messaggi la sera; a volte vieni, lo hai conosciuto in quel circolo di ayurveda fasullo dove vai tre volte alla settimana. Ti piacciono le canzoni alla radio dei giovani con la barbetta finta intelligente e vorresti avere dieci anni in meno per recuperare sesso e speranze. Che cazzo vuoi da uno come me?

Quanto disturbo ti arreca la mia presunta violenza esistenziale, il mio perpetuo vilipendio spirituale? Riflettici.

Per quelli come te io sono un perdente, uno zero, uno che ha mancato le occasioni, uno che non è stato furbo. Allora cosa cerchi? Sverna altrove con i tuoi vizi, i tuoi vezzi acerbi, le tue stupide moine e i tuoi gusti di merda.

Tutti i desideri che sussurro finiscono nello specchio, lo specchio confina con l’acqua scurissima della mia nascita, la mia nascita e crescita spezzano un bastoncino di cera fluorescente in una notte lunghissima, spesso crudele, talvolta meravigliosa. La notte degli incontri che finiscono sempre.

Io non ho mai chiesto niente. Non ho mai chiesto un segno di pace a chi voleva analizzare la mia guerra.

Ogni giorno il lupo mi sbrana e mi riporta sulla strada, a volte ho le ali, altre neanche la bocca. Mi capita, sia pur raramente, di essere bellissimo e di disperarmi per questo. Il tempo passa e si impara ogni cosa. Anche a tenere la debita distanza con i giudicanti e gli imbecilli.

©Luca De Pasquale 2020

27/07/20

Il club dei punitori


 

Tutte quelle sere invernali tra il 1987 e il 1988 con “Clutching at straws” dei Marillion nel walkman hanno lasciato il segno. La pioggia notturna, il basso di Pete Trewavas che percorreva chilometri di sogni a mia insaputa, il bisogno di scrivere per controllare i fantasmi e prenotare gli amori, tutte le incredibili curiosità che mi davano fuoco e che preferivo non svendere alla prima chiacchierata. Tutte quelle notti di temporale passate con gli occhi aperti e regalate alla vocazione a indagare il buio, tutta quella roba è ancora qui. Con altre sembianze, altra gittata, altri obiettivi.

Chissà perché, ho la sensazione che piova sempre meno. Sì, lo so che siamo in estate; non mi riferisco solo alla stagione in corso. Le luci stradali di notte sono meno affascinanti di un tempo. Questo quartiere è un dormitorio borghese noioso, ritualistico, scontato. Non mi appassiono.

Esco sul balcone che sono le quattro. La donna anziana che vive in quel catino anodizzato ha dimenticato per l’ennesima volta il televisore acceso a volume indecente. Mi torna in mente lo sguardo di mia madre, mi prendo la pugnalata e strizzo gli occhi per separare la notte interiore da quella esterna.

La vista notturna non è a perdita d’occhio. È cemento che le tenebre nobilitano solo in parte. Sospiro. Mi dico che perderò di nuovo la pazienza, e che facilmente mi disgusterò per dei comportamenti, scegliendo al momento se fare lo gnorri o il punitore. Quale sarebbe il gesto più naturale adesso? Estrarre una sigaretta dal padiglione del mio orecchio destro e godermela, tra mille dubbi, canzoni ricordate a morsi, prospettive che si confondono nel fatalismo a fari spenti praticato in presenza dei cretini.

Non ho molto da rimproverarmi, e questo mi rende più forte di ogni notte interiore in corso. I rimpianti sono quelli d’ordinanza a quasi cinquant’anni. I miei vagano in un ambito sospeso tra arte e comportamento quotidiano, ma sono rimpianti educati, se chiedo permesso si spostano e mi lasciano vivere tranquillamente.

Semmai, quello che non mi perdono è aver sopravvalutato alcune sensazioni, che stupidamente e romanticamente ho cercato di seguire in quei pochi inferni che non suscitano la mia ammirazione.

Semmai al quadrato, non mi perdono di aver finto la normalità e la tracciabilità con chi la esigeva per darmi il permesso di qualcosa: di corteggiarla o scoparla da dietro, il permesso di entrare in qualche gabbia sociale, un lavoro, un’elemosina merdosa e compagnia cantante. Non mi perdono, semmai al cubo, l’aver simulato che mi interessasse l’agiatezza, la tranquillità, il familismo malato, la riconoscibilità artistica pagata a caro prezzo, vendendo le molecole al primo mollusco con la bava alla bocca.

Non mi perdono le bugie bianche, molto meno dignitose per un uomo rispetto al dare lo scettro logico al cazzo in erezione. Non mi perdono di aver moderato per timidezza la potenza della mia ribellione e aver nascosto gli effetti delle prime cadute alle porte della notte, con i Marillion nel walkman e un tatuatore nel vuoto del cuore a fumarmi veleno negli occhi.

Mi concedo invece il perdono per le continue tentazioni, per i desideri trattenuti a stento, per gli impeti titanici che arrivavano a destinazione mutilati ma sinceri. No, non sono quello che ti aprirà gli sportelli, ma saprò portarti attraverso l’Inferno senza la mania del fuoco e il sostegno ambiguo della paura.

La notte è lì, ferma nel sonno degli ingiusti, nelle moine dei disperati protetti economicamente, dalla notte entro e esco come un erotomane dalle cosce di una puttana, non ammetto interruzioni, spendo Radio Sermone, distruggo il televisore durante i programmi di Tele Rimpianto, e alla fine non ce l’ho fatta a entrare in chiesa per dedicare una preghiera a mia madre, pur sapendo che l’aspetta, ovunque sia adesso.

Quando non sono convinto, amore compreso, mi vesto di notte con la grazia che solo i caduti riservano al silenzio e mai alla platea. Vestirsi della notte è per pochi, siamo un club che non vuole tessere e donazioni, non abbiamo la piscina, da noi si muore in continuazione ma qualche nome ai sogni lo trovi.

Anche se fa male da morire.

©Luca De Pasquale 2020

 

26/07/20

In culo e via (con simpatia)


Ognuno di noi, chiunque, avrebbe e ha motivi abbastanza validi per mandare a fare in culo l’ottanta/novanta per cento delle persone che conosce, al netto di calcoli di convenienza e terrore dell’isolamento. Variabili che cambiano il comportamento delle persone più di quanto il vento influenzi il garrire delle bandiere. Tento di fare una pulizia su facebook perché è tutto così dispersivo. Guardo i volti, gli avatar, i tramonti. Persino gli avatar, proprio come le persone in carne e ossa, mi segnalano che è un alternarsi devastante di pregi e difetti, di avvicinamenti e delusioni, di finte affinità elettive che diventano sudore acido tra le cosce, di amicizie basate su antichi totem impotenti, anche se la categoria che trovo più infame è quella dei finti profondi, i peggiori conformisti. Alla fine taglio 23 persone innocue, perché almeno con loro il gioco è chiaro: nessuna interazione reale o presunta, in culo e via.

Molte persone mi danno ai nervi, alimentano la mia naturale insofferenza. I loro hobby, le loro passioni mostrate come collezioni di Gronchi rosa mi sventrano i testicoli fino quasi al soffocamento. C’è un esibizionismo che fa paura, un continuo tessere le lodi di se stessi, un continuo masturbarsi leggendo qualche manuale di autostima. L’esibizionismo da autostima indotta è una delle peggiori calamità della storia umana. Quell’affannarsi grottesco a urlare “io sto bene e ve lo dico”, “io quando ho avuto difficoltà ho reagito come un leone, io sono tosto, eh”. Una patetica abbuffata di qualunquismo, di volgare epicureismo da sveltina nelle cabine del lido, il succo di karkadè bevuto al tramonto, la passione per i libri, l’odore della carta, l’odore della fica, la menzogna della cultura che redime l’ignoranza. In culo e via.

Viviamo in una società che è decadenza, orrore, culto del successo, culto della furbizia da due talleri, i borghesi giocano a fare gli illuminati, i proletari di una volta fingono l’imprenditoria, ci si improvvisa scrittori, competenti di musica, editori, mediatori culturali, registi, poeti, pianisti che suonano come se avessero la contraerea nel culo tutto il giorno.

Nei miei pensieri vige l’anarchia più sfrenata e pratico qualche volta il silenzioso vaffanculismo dei saggi, altro che il Movimento e i grilli. Non mando affanculo anche perché è faticoso, sciocco, nevrotico, queste sono cose che non depongono bene. Meglio sgusciare via come un’anguilla, farsi un bidet, ascoltare un disco, non credere nelle puttanate new age, mantenere la sagola nella carne per far zampillare la ferita migliore. In culo e via.

Osservazioni.

Consigli.

Ammonimenti.

Critiche gratuite e dunque velleitarismo.

Propensione al fallimento e alla dissimulazione più sciocca.

Sentimentalismo post-coitale e puttanismo tenuto a freno dalla parola anima recitata a lingua asciutta.

Consigli, paternalismo, pietismo, senso della competizione portato alle più alte sfere dell’utopia.

Finta fenomenologia dello sfruttamento a fin di bene, amicizie uomo-donna che non decollano perché non si è sinceri. Soldi buttati in fitness, in panini unti, in viaggi della speranza, in steward e troie sociali, in corsi di agopuntura nell’entroterra pugliese, corsi di chitarra e cover band che hanno scassato il cazzo dal 1982. Scrittori. Scrittori napoletani. Scrittrici da chiavare con la saliva profumata e la citazione nei bermuda. Scrittori da bestseller con belle case e cazzo non funzionante. Avvocati e medici che scrivono libri, psicologi che suonano la chitarra nelle foreste di Fregnachiusa, speaker radiofonici con mocassini color merda e senza calzini, mezzibusti di provincia con le palle depilate e pile di finti libri in camera da mostrare durante i collegamenti.

Finti negozi di dischi con dentro tipi che non fottono da anni o non ammettono perversioni sessuali e dipendenze familiari. Librai che si riciclano alla velocità dello sgorgo da bagno turco. Aprono bar e ristoranti, al bancone ragazzoni con pizzetto e tatuaggi e donne mesciate che ti vorresti mangiare in piedi dicendo cose che neanche nei film di Salieri. In culo e via, ancora e ancora.

Nel buon condominio borghese gli appartamenti fittati in nero, i vecchi plutocrati con la colf stupida, il portiere traffichino che non sa neanche come si chiama, conversazioni in punto di morte civile, l’atto di passare alle armi potrebbe essere veloce, se non si fosse ragionevoli.

Tutto improvvisato, tutto stanco e sventrato, tutto piccolo e faticoso come l’entusiasmo piccolo e banale dei depressi, come le prediche di chi nella vita non ha combinato un’ostia di buono e fa le prove di voce. In culo, fino a piangere per la nostalgia dei sogni buoni.

La società ti incula e tu provi a migliorarti, con addosso il senso di colpa dei cretini, tipico dei cretini. Errore colossale. Bisogna opporsi, non dare permessi, non concedere spazio a chi parla e predica, a chi consiglia e misura, a chi cuce e straparla.

In culo e via, con simpatia, con allegria, gentilmente, piano, con il condom del buonsenso anche quando si dice addio.

©Luca De Pasquale 2020

22/07/20

Nostalgia repellente e malinconia carnivora


Il caldo non concede tregua, così come il tempo che si sedimenta tra le persone sotto forma di silenzio e disabitudine. Da un bar del Vomero esce un tizio al quale consigliavo ascolti e letture; faccio di tutto per non incrociare il suo sguardo, perché gli dovrei dire con gentilezza che non abbiamo niente da dirci ed è inutile anche procedere per tentativi. La cosa è acuita dal fatto che si tratta di un collezionista; se c’è una cosa che non reggo più in assoluto è l’esibizione del possesso. Lo trovo volgare e anche particolarmente stupido.

E non voglio salutarlo anche per un altro motivo: trovo la nostalgia, anche quella solo formale, una pratica disgustosa per riavvicinare fantasmi. Quel che ci ha separato resta, per fortuna resta. Non si prevede il lieto fine.

Tremo sempre, quando mi si presenta qualcuno con il conto della nostalgia a buon mercato. Ho già molte nostalgie accese per tutta la notte, luci destinate all’eternità, per potermi permettere deviazioni.

Bisognerebbe essere sinceri. Quasi sempre. E dire, senza vergogna, che per certi affari è troppo tardi. Per scoprirsi amici, vicini, simili, per ritrovarsi, per riaccendere fiammelle sepolte da litri di nonsense, da colate di contraddizioni e paure o dalla semplice energia disgregante dell’esistere.

Se c’è qualcosa che trovo davvero detestabile nella vita sono le manifestazioni di entusiasmo idiota, l’ampolloso trasporto per un passato vissuto più nelle fantasie che nei fatti, e quanto alla solennità sentimentale e parentale, si tratta di chincaglieria per fragili e nevrotici. Nessuno può permettersi di giudicare l’autenticità o meno di un’altra persona, nemmeno io, ovviamente. Mi limito a giudicare la pessima abitudine di voler sembrare carichi di pathos e buone intenzioni.

Ma se nessun passato ci accomuna veramente, allora dobbiamo separarci, anche le poche molliche rimaste su quel vecchio tavolo. Sono un fautore dei tagli, delle cesure nette, preferisco chiudere piuttosto che restare in un limbo a mandarsi paroline dolci o ermetiche. Non sono un tifoso dell’amicizia a tutti i costi. I lieto fine hanno rovinato la letteratura, il cinema, la qualità della vita. Credo nel libero arbitrio, nell’indipendenza da vincoli di sangue o vino sciacquato. Evito sistematicamente le persone che sciupano più di metà della loro esistenza a ravanare concetti dozzinali sull’amore ideale, quest’orribile folletto che rende le notti delle ridicole gite nella fiacca potenza delle vere voglie.

Non voglio salutare il mio vecchio cliente, lui e il suo alito frammisto di stipsi pervicace, tartaro ematico secolare e scaglie di parmigiano dimenticate. Non voglio le sue battute sulle tette delle donne, sulle “chiavatone” che girano per via Luca Giordano, non voglio che metta in mezzo la sua collezione di dischi per l’ennesima volta, ripetendo ossessivamente la cifra del possesso: ventiduemila, ventiduemila, ventiduemila tra vinili e cd. Non sono i centimetri del tuo uccello. A chi lasci la tua roba? Ai figli, alla compagna, agli amici? Ti vanterai del possesso anche al cospetto del Silenzio?

Non intendo parlare di che fine abbiano fatto le nostre conoscenze comuni. Non voglio chiedere notizie, perché so che ci posso cadere anche io, di brutto per giunta. E poi quasi tutte le notizie hanno un odore nauseante, di passato decomposto, sono voci seppellite, sono malinconie che fanno un male cane oppure ti sporcano la camicia. In entrambi i casi, crepi.

Non bisogna esagerare nel rimestare il passato. Perché poi si arriva alle pagine scure, che non tutti vogliono disseppellire. E allora si mente, si omette, si dissimula.

Io credo nel libero arbitrio. Credo nelle sculture di Rodin, nella malinconia devastante che ti prende allo stomaco all’uscita delle pizzerie, agli imbarchi, al risveglio, dopo pranzo, dopo aver fatto l’amore, e a mio modo, cercando di non precipitare, so bene cosa è la dannazione. Scrivere non guarisce, lo dicono solo gli scrittori mediocri o i finti amici.

In fondo, posso dire di conoscere ben poche persone capaci di non schivare il coraggio dell’amarezza. Sarei felice se finalmente qualcuno iniziasse a porsi delle domande sull’utilità poetica della disillusione. La disillusione è uno stato di grazia che regala fiori scuri, solo all’apparenza marci. In realtà sono sogni ancora vivi sotto mentite spoglie. In fondo, l’assurdo dolore che comporta il sognare è un rischio che tanti esseri umani, nonostante le banali esortazioni e il romanticismo da souvenir, evitano sistematicamente di prendere.

Credo nel libero arbitrio, nella grande potenza rigeneratrice delle spine, degli specchi incrinati dalla bellezza che passa, credo nel dolore come pretesto per separare l’essenza dalla stagnazione, dalla condanna sociale, dall’obbligo, credo che non tutti siamo nati e noti per aspirare alla grazia di Dio senza dare nulla in cambio.

Credo in quella malinconia carnivora che mi prende a calci nelle strade affollate, quando mi sembra di riconoscere in uno sguardo le parole mai ascoltate da chi è andato via troppo presto. Non scambierei quella malinconia che ti fa sbandare e digrignare per una collezione di dischi da ventiduemila unità. E detto da me fa un certo effetto.

 ©Luca De Pasquale 2020

20/07/20

Aperitivo Catabasi


Saranno anni che non mi invitano a un aperitivo.
È pur vero che io l’aperitivo non l’ho mai concepito. Non so, l’ho sempre considerato come essere invitato a casa da una bella donna che non puoi scoparti. Di che si parla durante un aperitivo? Spero di roba più brillante rispetto a ciò che si dice a pranzo e cena.
“Sai, ho sempre sognato di diventare una wedding planner acrobatica”
Okay, impiccati.
“Hai saputo di cosa è accaduto a Ecate?”
“No, cosa?”
“Il suo compagno è diventato sterile e ora ogni sera fanno dei falò meditativi e catartici sulla spiaggia per ritrovare la fertilità smarrita”
“Davvero interessantissimo”

Davvero, di cosa si parla durante un aperitivo?
Se sono aperitivi in comitiva, che devi fare, traccheggiare, aspettare il momento giusto, e per caso ti è vietato di mostrare interesse sessuale per le amiche? Devi tenere lingua, anima e cazzo nel fodero?
Forse l’aperitivo è un buon momento per dire che hai scritto un libro e chiedere che sia letto. Con l’alito speziato di menta e odio bisbigliare un “e mi farebbe piacere conoscere il tuo parere”
Prima di uscire, meglio sempre menarselo con violenza, senza modi gentili, cercando di venire poco e subito, alleggerisce la tensione ed evita spiacevoli equivoci. Non c’entra se sei sposato, con figli o fidanzato felice: usare il cazzo come uno sgorgatore di insofferenza può evitare conseguenze irreparabili.

Vado a dormire tardi, dopo essere stato sul balcone. Certe vite viste dall’esterno sembrano solo roba di telefono e WhatsApp. Su una terrazza attigua una giovane donna parlava con un’amica del fatto che sta per tradire il fidanzato. Gli vuole bene, ma lui non la arrapa a dovere, è un debole tanto gentile, un Big Jim quartierale. Mio padre lo avrebbe semplicemente definito come “un cazzo pieno d’acqua”. La cosa che ascolto va a titillare curiosità morbose che ogni uomo si porta dentro, da sempre. Com’è che lo vuole tradire? Lui scopa male, allora questo vuol dire che lei è passionale e repressa? Sarà brava con il sesso orale? Tutti noi uomini nati negli anni settanta siamo fissati con il sesso orale, in particolare quello ricevuto. Siamo deboli, disidentificati, non abbiamo credi politici davvero a prova di bomba, non abbiamo vissuto il ’68 e neanche il ’77, non siamo un cazzo di sensato, sovversivo e davvero rivoluzionario. A noi basta che ce lo prendete in bocca e cambiamo bandiera, famiglia, religione, scarpe e pure collezione di dischi.
Noi del sud nati tra il 1972 e il 1979 lo chiamiamo chionzo, Crodino, calippo e pure doppia ferrochina. Se un uomo somiglia a una donna e sa nascondere la sua virilità, potremmo consentirgli di prendercelo in bocca, perché abbiamo un disperato bisogno di quel crudo e veloce senso di dominio e di gratificazione. Ci restituisce la dignità storica che ci manca per definizione.
Se scriviamo, se bazzichiamo, siamo dei narcisisti malati di noi stessi, della nostra strada maestra e pure delle deviazioni, se giochiamo con l’arte ci sembra che la distanza tra noi e ciò che si evoca nell’alto dei cieli sia tutto sommato colmabile. Ci piace dichiarare di aver composto e ultimato qualcosa, meglio ancora se poi qualcuno, che sia un cinedo o una fata, ce lo prende in bocca e ci butta a ritorno il senso di nascita, scoperta e superiorità.

Quella coppia che era tanto gentile con me, quelli che ci siamo anche mandati le cartoline a Natale, quelli, Ittiolatte e Canca, quelli hanno smesso di salutare dopo avermi avvisato con ipocrisia: “Sei un po’ sboccato quando scrivi, e c’è molta violenza nel tuo modo di raccontare a volte”. Quello era un avviso. Se vuoi somigliare a un demone, mi avevano detto, non avrai mai più i nostri confetti e la nostra cortesia.
Me li vedo, i confettini, a commentare uno scritto come questo: “È sicuramente un bravo ragazzo, di buona famiglia, ma ha tanta rabbia e violenza dentro. Non ha ancora incontrato realmente ciò che può riappacificarlo con la sua grave perdita”.
I confettini. Recuperate voi un po’ di libido, e anche di credibilità. Le vite dei confettini sono a pezzi, ma loro hanno tanta voce per predicare.
Pedicabo ego vos et irrumabo, confettini.

Un’insegnante di altri tempi disse a mia madre, credo nel 1991, che ero avviato al satanismo. Mia madre, una donna dalla fede incrollabile, rispettabile e umile, si allarmò un po’, ma a casa riuscii a spiegarle che quanto scrivevo nei temi era ribellione, non satanismo in embrione. Se avessi potuto, le avrei detto che usavo pretesti “luciferiani” per smuovere le acque, non luciferini. Le rivelai che i codardi mi facevano schifo, come i saggi, i predicatori, gli empatisti, gli escapisti dal soldo caldo, quelli dell’ammonimento Dio-Patria-Famiglia, quelli di “tutte puttane tranne mia madre e mia sorella”. Conclusi promettendole che avrei fatto di tutto per percorrere strade non illuminate dalle stupidità umane sul saper vivere e godersi la vita, sempre pronunciate da falliti, magari falliti con i soldi ma pur sempre falliti, rifiutati, insicuri, ipocriti, incoerenti e fulminati.
Non mi sembrò particolarmente tranquilla, ma in questo modo io riuscii a non essere falso con lei. Le bugie bianche sono roba iperborghese e penosa.

Se oggi mi invitassero a un aperitivo, non so di cosa parlerei.
Non fumando più, non saprei dove mettere le mani. Sul cazzo non mi sarebbe consentito, allora nei capelli. Ho tutte le capacità dialettiche per risultare brillante e persino ottimista, so recitare e so come eludere e illudere le persone. Se voglio, so essere un abile mentitore e anche un pezzo di merda sotto mentite spoglie. La parola non mi manca e ho sofferto molto, quindi incularmi il prossimo, incularlo biecamente potrebbe anche interessarmi.
Non ho famiglie cui dare conto, nessuno. Dispongo di me nel bene e nel male, sento responsabilità solo verso chi amo. Non verso chi avrei potuto amare. E non ho nessun debito, neanche di memoria, con chi niente mi ha dimostrato, niente mi ha comunicato, ma ha solo presunto e si è tenuto laterale. Che i laterali escano di scena, con le buone o le cattive. Si sceglie se esserci o meno, non si aspetta. Altrimenti scatta la punizione. E la punizione, credete a questo sboccato scrittore nostromo, non è la vostra comoda, inerziale indifferenza. La punizione ha il colore che non avete, ha la voce che cercate negli amori e non trovate, la punizione ha il vizio dell’eternità dolorosa nel primo movimento di spalla verso la rovina.
La punizione mi ha trovato molto prima delle vostre parole, per fortuna.

©Luca De Pasquale 2020

19/07/20

I competenti improvvisati, i competenziali, i competitors


Sempre di più faccio i conti (facciamo, facciamo) i conti con l’improvvisazione. Dove, almeno per una volta nella mia vita, questa parola non è in accezione positiva, non si riferisce al mondo del teatro o del jazz. Allude, semmai, al velleitarismo dilagante e a quel mostruoso equivoco che sembra essere diventata la “competenza”.
Una volta si diceva che tutti gli italiani sono commissari tecnici della nazionale di calcio. Magari. Si tratta di un’ironia sagace, ma superata. Oggi tutti sanno tutto, tutti sostengono di aver compreso come funziona la società, oggi l’ossessione più congrua è vendere bene quel poco che si conosce, cercando di farlo apparire di dimensioni enormi. Come ingrandire il pene alla fotocopiatrice (cit.)

Cosa è la cultura?
Come funziona la società italiana?
In quale posizione si scopa meglio sugli scogli? Carriola strabica o stutacandela senza vento?
Come si suona l’ukulele a cinque corde nel pop gaelico?
Come si organizzano matrimoni in Cornovaglia?
Come si scrivono gialli andando a titillare la parte più oleografica e cafona della coscienza campanilista?
Tutti sanno tutto, tutti possono tutto, tutti pontificano e tutti si sentono in grado di spiegare qualcosa, magari anche con quel sussiego deteriore che tanti mal di pancia mi ha provocato in passato.

Sono troppi e sono ovunque, impossibile affrontarli tutti insieme. Anche la persona più brillante, simpatica e affettuosa può assumere, in momenti di tuttismo proditorio, sembianze orrende. Magari, alla fine di una piacevolissima conversazione arriva il momento MERDA, quello in cui il tuo interlocutore si mette a pontificare di qualcosa che conosce parzialmente, e lo fa nel modo peggiore. Ti spiega quello che tu probabilmente conosci meglio di lui, ti porta in territori di altissima improbabilità, e sull’onda di un narcisismo malato e controproducente si produce in immaginari corpo a corpo con entità di un irraggiungibile altrove. Quel tipo di persona che vagheggia qualità immani che non hanno trovato il giusto sbocco per una scalogna tremenda o peggio per l’invidia altrui.

In genere, cerco di evitare questi campioni del contorsionismo. E cerco pure di tenere a bada il narcisismo pericoloso di quelli che invecchiano con la fretta di recedere dal primigenio contratto di morte obbligata.
Cerco di sfuggire agli agguati insidiosi dei chiacchieroni, dei faccio tutto io, del “sono un genio e prima o poi ve lo metterò in culo a tutti”.
Ma, ripeto, si tratta di un esercito di zombie che non ferma niente e nessuno, te li ritrovi ovunque, al bancomat come alla posta, in ascensore come nella sala d’attesa del medico di base. Spesso te li ritrovi anche nei letti e negli alberi genealogici, lì la cosa si fa atroce e durissima. Provi a farli ragionare, ma dopo aver testato che il loro grado di umiltà è solo una farsa retorica che anticipa la valanga di cazzate senza nesso che verranno, rinunci, te ne vai.
E ti ripeti, seriamente preoccupato, che dovrai stare attento a non fare danni in giro, danni di questo genere.

Ieri sera, su una terrazza del Grande Vomero c’era una festa di compleanno con DJ annesso. Casino, vociare, house commerciale, luci stroboscopiche, volume altissimo. A un certo punto, riconosco l’attacco di basso di “Not too shabby” di Cerrone e parte la versione Jamie Lewis Mix, quella che devi solo iniziare a muoverti, possibilmente in mezzo a una legione di donne, sfoggiando pantaloni pieni di ovatta indurita. Mi alzo dalla sedia girevole, esco sul balcone in pantaloncini corti, inizio a battere il piede sulla parte bassa della ringhiera e mi chiedo perché si parli così tanto. Di tutto e di più, in continuazione. Sì, è vero, il confronto è bello. Bello un par di palle, quando ti seppelliscono di luoghi comuni. Non sarebbe mille volte meglio ballare Cerrone con l’asta di ghisa pronta all’uso?
Tra la superficialità bolsa e insapore di certi borghesi e l’analismo logorroico dei complessati e degli inculati dalla nascita sembra non esserci una via di mezzo.
O forse sì?
O forse nel mezzo si mettono quelli che pensano ancora di poter scrivere per cambiare le cose? Le cose. Ma cosa? La coscienza degli ignavi? Un sogno da seppellire. L’ignoranza a tinte fascistoidi e rozzamente epicuree dei vitalisti individualisti? Giammai. Allora si deve scrivere per la collettività, per la lotta, per dare voce a chi non ne ha? Ecco, quello già mi interessa di più.

Ma c’è un equivoco: il mondo “culturale” lì fuori è talmente una latrina che solo i privilegiati possono parlare degli esclusi. Solo il privilegiato può fare le smorfiette di compatimento e ipointelligenza per chi se la passa male. Solo il borghese vacanziero ha ancora lo stomaco di vagheggiare istanze egualitarie, perché i poveri sono stati corrosi e ricoperti di merda, vale a dire la voglia di diventare benestanti. Storture della società, feccia consacrata dell’animo umano, tutto palpiti dopo il bel pranzo e la beneficenza esibita. Tuttisti, mettetevi dunque al lavoro con la vostra competenzialità senza freni, scrivete libri, dipingete quadri, fate psicologia mentre vi fate infilare, parlate di eternità durante lo yogurt, nominate l’anima mentre chiamate il commercialista, continuate pure ad acquistare i libri dei truffatori.

©Luca De Pasquale 2020

17/07/20

L'animale ancora intrecciato alla bellezza


La bellezza non ha causa: esiste. Inseguila e sparisce. Non inseguirla e rimane.
Emily Dickinson

Quando ero ragazzo mi piaceva da morire andare a via Caracciolo nelle giornate di temporale e mare agitato, non mi importava nulla di bagnarmi, di farmi travolgere dal vento, quello spettacolo oscuro e minaccioso mi emozionava come pochissime altre cose. Valeva lo stesso per le notti di tempesta, trascorse a contare future promesse d’amore, distanze incolmabili, utopie dolorose, passioni sconvenienti.

La tempesta è sempre stata un valore aggiunto nella mia vita. Che noia il sole, le giornate pigre e piane, la sveglia a mezzogiorno, i cappelli di paglia e i sandali da camera d’albergo. Che noia montarsi nudi e promettersi amore in stanze bianche con l’incenso acceso e tutte i dettagli curati in maniera maniacale, insopportabile.

Era una sera di tuoni e fulmini quando salii nell’auto di M.A. e cercammo di dirci che non avremmo potuto proseguire. Mi proibì di fumare e nel dirmi che “lui” avrebbe sofferto troppo fece quel gesto suo, solo suo, mordersi le labbra sulla destra e poi esplodere in un sorriso imbarazzato. Forse quello fu l’unico istante in cui la amai in modo puro, superando la scorza da antieroe ben evidente negli specchi rotti del mio Narciso distrutto.
“Non posso farglielo, non possiamo farglielo”, disse M.A.
“Tu non puoi farglielo, lo capisco. Non ho nulla da dirti, non ti giudico”, risposi, e non vedevo l’ora di fumare.
Fu allora che via Medina fu illuminata da una delle più belle folgori che io abbia mai visto di notte e non solo, lei sobbalzò e mi rifiutò dolcemente con quella smorfia irresistibile. Il suo sorriso mi fece a pezzi, le feci una carezza, accesi finalmente la sigaretta e richiusi lo sportello del passeggero con dolcezza.
Non avevo l’ombrello. Tornai a casa a piedi, in piena notte, l’animale ferito mi stuzzicava l’ego, la voglia di distruggere si mescolava alla nostalgia per un domani interrotto causa dolori in corso altrui. Quella era la vita, quella era la notte, quello ero io.

E qualche anno dopo, su quella terrazza all’alba, il sapore di fumo e tradimento in bocca, l’incapacità di capire, di avventarsi, di avvinghiare la vita, forse di rischiare lo schianto. In alcune situazioni il coraggio mi è venuto meno, nonostante la sana, benedetta disperazione di fondo. Ho sempre detto impunemente che una delle mie migliori doti è la disperazione infinita che muove la mia voglia di vivere. Non è una di quelle merdose verità new age ripetute a mo’ di canzoncina risolutrice, è un modo di affrontare la giungla, di trovare il senso anche quando rischi di affogare.
Vidi una bellissima alba e non seppi rispondere alle parole di una donna. Mi confinai nel mutismo. Nell’attendismo. Non ero sicuro di voler perdere per guadagnare, non ero sicuro della riuscita. Mi giudicai vile, ma non volli smuovermi da quell’atteggiamento circospetto, inusuale. Riuscii ad ammettere, forse una delle ultime volte, che amare era un continuo morire caldo per vivere meglio, per non farsi ferire troppo dal tempo. Ero uno stronzo, un piccolo principe delle tenebre con la camicia non stirata. Non ero uno dei miei eroi romantici preferiti.

Quel giorno tornai a casa senza aver dormito e senza aver amato. Non recuperai il sonno. A ogni sigaretta mi pareva di crepare e di star pagando per colpe non necessariamente mie. Ricordo che mangiai pasta in bianco e quando sistemai il piatto in tavola mi venne da ridere per la sigaretta che bruciava accanto al fornelletto da campeggio. Accendevo sigarette senza accorgermene, stanavo il dolore per non renderlo idiota, mi occupavo di innescare scintille su desideri dei quali era stato frettolosamente già celebrato il funerale.
La sera arrivò una tempesta su Napoli che io e Stella osservammo dietro i vetri, guardandoci distrattamente.

Oggi, il mio corpo, la mia vita, le mie geografie affettive e emozionali, tutto è cambiato. Se soffro d’insonnia, significa che qualcosa bolle in pentola, non che sono un romantico tenebroso ancora imbevuto di giovinezza. La notte mi vengono a trovare sensi di colpa, vecchie manie, cose insolute che urlano, beffe che ho mal sopportato, antipatie che non ho reso atti di ribellione, bugie che non sono state piacevoli nonostante il profumo e il rossetto carico.
Se piove, se il vento trova la voce sotto le finestre e nelle strade, io sono felice. Se il mare ruggisce dietro i lampioni e nell’abisso delle scalinate collinari, io ritrovo tutta la forza che mi muove, che domina i miei regni, che gestisce l’impazienza dei miei demoni, faticosamente distolti dai loro propositi di caos grazie alla scrittura, alla curiosità, al senso amaro del tempo ancora intrecciato alla bellezza.

Ciò che ho perso mi ha formato. La dolcezza estinta, se non dimenticata, è sempre il pretesto per nuove forme di amore. Quello che doveva uccidermi è diventato il miglior sistema di sicurezza per evitare le insolazioni, perché non è il sole che cerco.
I conti tonano solo durante le tempeste, nelle mareggiate che smezzano il respiro abituato al rallentamento, i conti tornano solo quando l’animale blu notte che si cela dietro le mie fattezze ritrova gli odori, i luoghi della sconfitta da ripopolare, le stazioni della perdita da colorare con fiori e tentativi.
Sono chiaramente finito. Per questo ricomincio sempre.
La grande fortuna della vera visuale notturna è lo spazio che ancora si piega al desiderio.

©Luca De Pasquale 2020