20/02/18

Tardivo requiem per Mark E. Smith



Il 24 gennaio se n'è andato Mark E. Smith, leader dei Fall, agitatore sociale e politico, personalità controversa del rock, senza dubbio alcuno un uomo contro a tutti gli effetti.
Carattere spigoloso se non dittatoriale, follia come metodo creativo, angolosità mai limate, faccia sorniona da provocatore ammansito solo per gioco con se stesso, Mark E. Smith è stato, fieramente e senza compromessi, un “minore” con il peso specifico di una star, un meraviglioso perdente del rock. La sua musica e i suoi testi mi hanno insegnato molto.
Principalmente, Mark E. Smith mi ha insegnato, insieme a pochi altri tra cui Lenny Bruce, a fottermene del sistema in ogni sua declinazione. Guardando Mark E. Smith non potevi non ammirare la sua ostinazione a sbattersene delle regole del mainstream, la sua rognosa testardaggine nel non concedere -nemmeno ai tanti fan dei Fall- una strizzatina d'occhio, una tregua concettuale, una performance vocale più canonica rispetto ai suoi celebri ed irresistibili biascicamenti/vaniloqui imbevuti di consonanze post-punk, lontanissimi da ogni forma di arrendevolezza artistica.

Il mio tributo a Mark non si perpetra, proprio per omaggiarlo fino in fondo, con una tediosa disamina dei lavori della sua band, che pure ho adorato, nella sua sterminata e faticosa discografia. Cerco di omaggiarlo usando non troppe parole, non chiamando a raccolta gli angeli di desolazione che pure cantava, trascinando la voce oltre la noia, la sua visione da deraciné, da buon combattente anti-thatcheriano sempre in prima fila tra i guastatori sonori d'Albione.

Mettere un disco dei Fall nei negozi dove lavoravo significava vaffanculo. L'ho fatto abbastanza spesso. I tre che preferivo erano “Perverted by language”, “Grotesque” e “The Unutterable”, che mi faceva impazzire perché la voce di Mark sembrava essere maturata e andava a stanare, con modalità sprezzanti, ogni forma di bolsa quiete sparsa nel giro di chilometri.
In particolare, il pezzo che mandavo più frequentemente in airplay era “WB”, cadenzata e farneticante litania in onore del grande William Blake. Posavo dischi e servivo clienti con quella musica scomoda e insolente che invadeva tutto il reparto, contribuendo a stralunare l'umore dei clienti più classicheggianti e a gasare i movimenti del sottoscritto, il commesso scazzato che non vedeva l'ora di tornare a casa a scrivere e fumare. A scrivere cose taglienti che dovevano un bel po' al signor Smith.

Mettere un disco dei Fall significava davvero sostituire un vaffanculo verbale che sarebbe stato troppo esteso e sconveniente. I motivi per cui finivo per mettere ad alto volume “The Unutterable” erano molteplici; il vaffanculo villano e proletario si direzionava verso i dirigenti e gli scopamolliche aziendali, verso i clienti più assedianti e sciocchi, e in assoluto nei confronti di chiunque mi sembrava preoccuparsi un po' troppo delle apparenze, della gloria, dei riscontri e naturalmente della pagnotta. Ed era anche un modo per ricordarmi che sì, avrei tanto voluto vivere in qualche città industriale inglese durante gli anni della Thatcher, e fare opposizione creativa proprio come The Fall, Gang Of Four, 23 Skidoo, A Certain Ratio, The Pop Group e tanti altri.
La musica dei Fall è per me legata a doppio filo con i giovani arrabbiati, dai quali ha certamente mutuato l'insolenza e la spietata lucidità sociale; è ancora oggi uno degli ultimi avamposti decenti nei quali fare quadrato prima di essere costretti a dare il culo.

Amare la musica di Mark E. Smith e dei suoi The Fall non era solamente una scelta “sonica”, era una sorta di patto (biascicato, delirante ma fedele) con un'istituzione del pensiero libero e acido, era affratellarsi ad una compagine di perdenti dotati di un buon tiro e di un leader fuori da ogni grazia di qualsiasi Dio, e per questo potentissimo nelle sue arringhe.
Mi mancherà molto. Sono tempi, caro Mark, in cui è diventato ancora più difficile mandare affanculo quello che ti sporca, ti smorza, ti demoralizza e ti mangia vivo pur senza calcolarti il minimo sindacale.
Credimi, però: la lotta non è finita. È una delle tante cose che ti dobbiamo, alla resa dei conti.
Tuo.

©Luca De Pasquale 2018







19/02/18

Qualcosa di vuoto nell'aria bianca



We lay in each other's arms
But the room is just an empty space
David Bowie – Something In The Air

C'è qualcosa di ossessionante, di assurdo, che intravedo nelle vite di chi mi circonda. Il mio non è un giudizio. Non potrebbe esserlo.
Resto spaesato nell'osservare involontariamente la ciclicità di vite che si ripetono all'infinito secondo schemi fissi. Alzarsi la mattina, accompagnare i figli a scuola, andare al lavoro, intrattenere buone relazioni generiche, organizzare svaghi per sé e per i figli, fare sesso ogni tanto, collezionare qualcosa, pregare qualcosa o qualcuno che tenga lontano il Demonio, fare di tutto per non beccarsi un tumore o un male invalidante, e infine compiacersi di vivere.

Non sono in grado di capire tutto questo. Lo dico e lo penso con umiltà. Qualcosa mi sfugge, molto non mi piace. Occorre, per una vita come quella che ho descritto, un tipo di attitudine che io non posseggo; ne ho altre, non necessariamente migliori, anzi.
Accade ancora che io mi chieda come sono riuscito a non combinare guai maggiori di quelli che ho compiuto. Accade anche che io possa chiedermi come mai sono riuscito a sottrarmi alla macchina dell'odio, della contrapposizione, io che per un breve periodo ho sperato di poter entrare in polizia pur di darmi delle regole, che comunque non avrei trovato e non mi sarebbero andate giù.
Accade che io mi stupisca ancora del perché mia madre e mio padre ci tenessero tanto che io nascessi; si tratta di una forza bianca, pulita, che non sempre mi appartiene. Ho sviluppato un'altra forza, di cui ho spesso abusato: quella di rendere fantasmi le persone che non mi piacevano o che mi avevano tradito. Sono un enorme generatore di spettri, lo so, qualche volte me ne compiaccio nella luce nera, altre volte ne scrivo, quasi sempre ne taccio per decenza.

La verità è che fatico tantissimo a condividere i comportamenti e le posizioni di tante persone che conosco anche bene; non comprendo le liturgie della fede, trovo disgustosi i tentativi di salvarsi che si perpetrano in continuazione attraverso rituali a pagamento, detesto ogni mania che finisca per riguardare la salvezza dell'anima. Mi sembra sempre roba da mercato delle pulci o, al meglio, da illusionisti truffaldini.

Ieri sera, quando finalmente è sceso il buio, ho ascoltato almeno una decina di volte “Something in the air” di David Bowie, una canzone che per me significa quasi un mondo intero. Ho aperto la finestra, freddo e pioggia. Lontananze ovunque, quasi da contare. I miei genitori come angeli custodi, forse, ma sempre si tratta di fantasmi. Ho acceso una sigaretta per contare tutte le solitudini che non conosco, come faccio sempre. Mi sono detto “e ora fottiti”, giusto per familiarizzare con il mio modo di pensare classico, secondo il quale -so di risultare inaccettabile per questo- siamo tutti un po' fottuti, chi più chi meno. Mi è apparso chiaro, per l'ennesima volta, che mi servono più scariche di adrenalina che rassicurazioni, che sono proprio cresciuto in quel modo sbagliato, alla continua ricerca di emozioni di rottura. Tutte le volte che il calore sembrava prevalere sul gelo, ho fatto in modo di demolire le mie residenze, ho irriso i miei buoni propositi, ho fatto l'appello degli amici per scegliere con cura chi rendere fantasma per sempre. Senza lacrime, senza nodi in gola. Chiudere mi è sempre piaciuto: mi faceva pensare al rinnovamento, mica all'abbandono.

Ascoltando “Something in the air” mi viene da ripensare a Valeria. Chissà che fine ha fatto. Un altro fantasma. Non l'ho mai cercata dopo la fine del nostro rapporto. Sono passati anni e anni, non mi ricordo nemmeno quanti. Valeria diceva di volermi, eppure mi ammorbava con una storia che non ho mai mandato giù: si lamentava che non le infondessi la sicurezza necessaria per credere nel domani. Con lei, le concioni e le quaresimali erano all'ordine del giorno, non se ne scappava. Io le ripetevo continuamente che aveva scelto la persona sbagliata. Non sono mai stato il tipo d'uomo da selezionare per trovare una qualche sicurezza. Divorato da dubbi, innamorato delle strade deserte, delle mattine seguenti a qualcosa di non definito, in eterna fuga da ogni forma di vincolo organizzato, come aveva potuto scegliermi per cercare rassicurazioni? Una dissociazione mentale senza pari, e pensare che l'avevo avvertita.
Mentre mi stavo innamorando di lei, mi accorsi di quanto mi annoiavano le sue orazioni, le sue sollecitazioni, i suoi maledetti amici benpensanti e pieni di buon senso liofilizzato. Valeria si stupiva di come non riuscissi proprio a mantenere le relazioni in bilico tra cortesia e convenienza, come invece faceva lei alla perfezione. Non capiva, nel suo elementare scandalizzarsi, che la mia non era una scelta, ma una questione di sopravvivenza. Non sarei mai riuscito a diventare il tipico mentecatto che ti tratta bene in attesa di chiederti un favore alla bisogna.
Una volta mi chiese se mi piaceva il mio mestiere, vendere dischi.
Mi piace la musica, quindi i dischi; venderli molto meno”.
Quindi non sei veramente innamorato del tuo lavoro”
Non sarò mai innamorato di transazioni commerciali, qualcosa di vero si perde sempre, in quelle maglie”
Emerge di nuovo la tua vena disfattista, un po' impratica”
Puoi pensarla come vuoi. Sei libera, completamente libera”
Stai per caso dicendo che il mio pensiero non ti interessa?”
Sei libera di pensare anche questo”
Sei solo uno stronzo”
Liberissima di pensarlo”

Valeria ora avrà tre figli almeno e un marito trattore che guadagna duro e provvede a tutto. Non mi farebbe piacere incontrarla per strada. Non saprei che dirle. Capita con almeno il novanta per cento delle persone che ho conosciuto negli ultimi quindici anni. Dopo un po' devo mandare tutto a fare in culo, perché quel giochino “come stai e ora che fai?” lo trovo indegno, di preoccupante vuotezza, totalmente ipocrita. Se non ci chiamiamo da anni, perché fingere che l'affetto sia rimasto integro? Che puerilità, che mancanza di spessore. Quindi finisco per fuggire per due, per me e per il mentitore di turno. Sono io a prendermi la responsabilità di non essere socievole.

Come diceva Valeria?
Sei spoetizzante, sei nichilista”
Ma le parole di Valeria si basavano sul suo pieno continuo, di emozioni indotte, di persone, di appuntamenti, di chiacchierate ai limiti dello spam mentale, di corsi di qualcosa, di viaggi programmati sei mesi prima, di iniziative di beneficenza e di qualche chiavata riuscita meglio. Non capiva la mia provenienza, non si sforzava nemmeno. Le mie vitalistiche traiettorie nel vuoto la spaventavano prima e la indignavano poi. Lei, che sovrastimava scrittori, chitarristi pensosi, ballerini vanesi e sceneggiatori verbosi, dei quali si innamorava a rotazione senza mai mettersi realmente in discussione.
Non poteva funzionare, e io non facevo che ripeterglielo. Poi mi sono scocciato e ho iniziato a fuggire anche da lei. Gioco scontato.

Ieri sera ho ascoltato David Bowie, mi sentivo bene, un miracolato, un reduce, un caotico individuo passato per mille esami, molti dei quali falliti. Quando ne ho passati alcuni a pieni voti, magari con plauso, non me ne sono neanche accorto, tutto compreso dal prossimo ostacolo da smembrare.
Siamo sconfitti, non riusciamo ad amarci davvero, ci amiamo perché ci hanno insegnato che dobbiamo trovare qualcuno che ci accetti e ci esalti pure, e che ci dia sicurezza. Non a caso, scegliamo di cadere nelle braccia di chi ci ascolta senza interromperci troppo, di chi ci somiglia, di chi riempie il vuoto con un sorriso, con un abbraccio, di chi scaccia i nostri fantasmi come zanzare in una notte d'estate. Ci innamoriamo di libri che sembra parlino di noi, ma è davvero una cazzata, mettiamo tutto al servizio delle nostre ossessioni, è una propensione lurida e irreale. Idealizziamo scrittori, musicisti, poeti, artisti, eventuali spiriti liberi. Ci compariamo a loro e poi ce li scopiamo in stanze sempre piene di qualcosa. Abbiamo paura dei fantasmi, abbiamo paura della nostra provenienza e anche del nostro destino, che cerchiamo di esorcizzare con pietre portafortuna, oroscopi, Dei pescati in una tombolata di paure, infine ci addormentiamo e lasciamo che i sogni ci eccitino e ci facciano anche a pezzi.

Ieri sera, niente angeli custodi. Solo David Bowie, la pioggia, la strada deserta. Mi è bastato. La prossima battaglia è a portata di mano, cercherò riparo dietro fratelli silenziosi, persone che come me provengono da storie poco dicibili, poco popolari, mai best seller, piuttosto preghiere senza lingua.

©Luca De Pasquale 2018

17/02/18

Il prosseneta



Giro per la città, sono giornate gelide, impersonali, la maggior parte delle persone mi sembrano dei pesci in un sacchetto. Muovono le labbra, ma non mi illudo che mi mandino baci.
Guardo con disgusto i manifesti elettorali disseminati ovunque. Non riconosco un solo simbolo rappresentato come sensato e portatore di un qualche significato anche pratico, quotidiano, sociale. Ha più senso il manifesto del sexy shop che sembra invitarti a giocare di mano e di fantasia, magari con qualche oggetto arrotondato o con una bambola tutta bocca del colore che preferisci.
Quand'ero ragazzo, lo ricordo bene, in tempi di elezioni avevo l'imbarazzo della scelta, con tutti i simboli dai quali si veniva invasi. Si trovavano ancora manifesti anarchici -che in genere vertevano sull'astensionismo- e c'era poi da capirci qualcosa tra le tante sigle della sinistra non allineata, una galassia minoritaria che almeno ti dava l'idea di poterti rifugiare in qualche utopia minore. Non ci capivo un granché, com'era ovvio; però conoscevo molte persone che votavano Democrazia Cristiana e questo mi bastava a darmi il voltastomaco. Quanto a pulsioni destrorse, non le consideravo nemmeno, ma senza disprezzo. Le persone di destra erano per me dei marziani.

Da diversi mesi, quando su facebook o su twitter mi capita di incappare in qualche reclutatore dei partiti/movimenti che non apprezzo e anzi combatto, mi vedo costretto ad oscurare la persona per qualche tempo, senza cancellarla. Poi mi dimentico, finita la buriana, di riattivare la funzione “segui” e questo diventa dunque un altro modo per dimenticare l'esistenza di molti. È crudo, squadrato, ma reale.
Sono convinto di subire la stessa legge del taglione, considerato quante persone di ideologia diametralmente opposta alla mia sono nei miei contatti. Io, al posto loro, non mi terrei. Pluralismo d'idee, confronto? Basta con questa ipocrisia, cazzo.

Non ho più l'età e la pazienza per fingere di andare d'accordo con tutti. A furia di provarci, ho forzato la mia natura fino all'esasperazione. Non sono stato creato per comportarmi come un prosseneta, un lenone, una specie di mediatore emozionale di pulsioni e di sentimenti. Ho già i miei piccoli psicodrammi emozionali ed ideologici da fronteggiare. Come, ad esempio, il fatto che finisco per preferire scrittori di destra a quelli di sinistra. Sono anni che è così e proprio non riesco a capire come sia possibile. Credo si tratti di una questione di coraggio, in certi casi; nel senso che apprezzo più un “avversario” con le idee chiare che un coglione qualificatosi come facente parte della mia stessa fazione. E di coglioni, dalla mia parte, ce ne sono ancora troppi. Coglioni che non hanno saputo fare quadrato. Coglioni imborghesiti, venduti per uno stipendio, figuranti senza palle di qualche arte.

È fin troppo semplice prendere posizioni fintamente “corrette” quando i propri libri si vendono. Ci sono in giro dei buffoni che fingono di essere democratici (???), dalla parte dei deboli (???), ma che per un loro merdoso articolo sono capaci di chiederti un compenso da calciatore. È una farsa, mica è libero mercato. Piantatela anche con questa storia della “libera prestazione senza coscienza”, è un alibi con i vermi. Mica quelli sono scrittori di sinistra, fate attenzione; sono solo dei vigliacchi che sputano fiato dalla parte che reputano più conveniente.

Io, piccolo scrittore, blogger dal consenso ondivago e sempre a rischio di editti bulgari, retromarce vittoriane e levate di scudi di qualche prosseneta, mi sono più volte posto in minoranza della mia stessa minoranza e quindi mi sono fatto inculare, cancellare dalle liste, dalle buone amicizie, dalle simpatie semplici, che come è notorio sono il miglior veicolo per ottenere quel “word of mouth” che pure mi servirebbe assai.
Ma proprio non ce la facevo -e non ce la faccio, ancor di meno ora- a muovermi in un mondo già definito, tutto pulito all'apparenza, popolato da stereotipi ambulanti: il predicatore con la scialorrea, lo scrittore affermato affetto da satiriasi, l'ex sessantottino ormai rincoglionito e contraddittorio, il blogger ruspante che parla di comunismo a Scampia e tutti lo applaudono senza fottersene un cazzo se sia vero o meno quel che dice, e ancora quei finti intellettuali gusto “centro storico” che girano attorno alla retorica zapatista che sembra aver travolto le migliori intelligenze (sulla carta) della mia città. Un oceano di cose che non condivido, cui non intendo dare credito, e che scarto senza più dubbi, preferendo spesso una ruggente solitudine che forse contribuirà a sommergere la mia voce in tempi più rapidi.

C'è ancora chi si stupisce di questa mia scelta di campo, vista come un suicidio fattuale, una vocazione masochista, e c'è stato addirittura chi ha voluto scorgere in questo mio atteggiamento una sorta di volontà di auto-punirmi per non si sa quali peccati atavici. Interpretazioni fantasiose, destituite di ogni logica. La mia, alla fine, è solo insofferenza che non ho voglia di tenere a freno. Sono un maniaco dell'insofferenza da non trattenere. I maniaci sessuali cacciano il cazzo dall'impermeabile e si fanno l'encoxada sull'autobus, io mi limito a cacciare la mia insofferenza in silenzio e allontanarmi dai luoghi dove dovrei invece trovare lavoro e affermarmi.
Conosco alla perfezione il muto giudizio di conoscenti e meteore esistenziali, quella tacita e “compatiscente” disapprovazione che poi si tramuta in pettegolezzo anche poco lubrificato. Je m'en fous, ça va sans dire.

Voglio essere sincero fino in fondo.
Sono davvero felice quando qualcuno mi dice che apprezza ciò che scrivo e soprattutto mi riconosce di non simulare e scrivere roba a tavolino, magari per stupire. Più che piacere, mi interessa arrivare nel “dentro” di certe persone. Arrivare e non dover fuggire subito dopo, o essere scacciato in malo modo per i soliti inguardabili equivoci del caso.
Poi ci sono quelli che mi consigliano di scrivere i casi del commissario Fottonio e del suo assistente Cuccumello, e quelli per me non contano come lettori e neanche come persone, lo ammetto. Ci sono quelli che mi chiedono di monetizzare la mia scrittura, arruffianarmi, rendermi commerciale, e io a queste persone non ho nulla da rispondere e da dire in genere.
Non mi metto ad imitare il mainstream e a passarmi il culo per la faccia. Della “Napoli in giallo” non me ne frega un cazzo ed è la mia ultima parola.
Non ho gusti borghesi. Non ho aspirazioni borghesi. Non spanteco pur di permettermi un bel viaggio e una bella casa. Non gioco a fare il progressista che intanto mira all'agiatezza. Mi basta campare con poco e non essere rotto i coglioni.
Sono di sinistra, certo. Si dice ancora? Se sì, di certo non sono della sinistra che può piacere o che tira più o meno come la fica. Non sono della sinistra sponsorizzata dal comune o da qualche locale di tendenza. Nel mio essere di sinistra, se si può ancora dire, conservo ancora delle parti anarchiche consapevoli e non rinnegabili con le quali convivo a fatica e che devo armonizzare. La “mia” sinistra è divorata dal dubbio, è spesso perdente, non fa numero, ma non per questo non sa lottare.
Certe volte non sono piacevole. Del resto, non posso sempre scrivere di ambientazioni notturne e di amori che non vanno in porto, perché sono anche un uomo, e come uomo rivendico le mie idee e il mio assurdo tentativo di libertà.
Se mai dovessi iniziare a scrivere le storie del capitano Crescenzio Cunnilinguo dopo questa sparata, siete autorizzati a bannarmi per l'eternità. Di editti bulgari, alla fine, me ne intendo. Cordialmente, il vostro prosseneta mancato.

©Luca De Pasquale 2018







16/02/18

Mondi incomunicabili, principi di sottrazione, ricordi in frantumi



Rosauro e Clara sono andati in Marocco ad innamorarsi.
Quello era il loro scopo e ci sono riusciti alla perfezione; del resto come si può negare che la scenografia aiuti la causa, in tema di passione?
Tutto ha un costo, tutto ha un prezzo. Tutto si compra al mercato dell'emotività.
Rosauro e Clara si sono guardati profondamente negli occhi, hanno scattato milioni di foto, si sono taggati a vicenda, hanno cenato a lume di candela in un ristorante italiano di Casablanca, hanno dormito sotto le stelle usufruendo del metodo emozionale chiamato comunemente “starbed”.
Hanno fatto molto all'amore. Si sono leccati a vicenda per ore; Rosauro non faceva che ripetere “oddio signore ti amo tanto sei una meraviglia”, Clara invece si è limitata a stringere forte la stoffa elegante delle lenzuola. Poi, quando Rosauro si è arrampicato su di lei per un missionario sotto gli occhi degli dei, si sono sentiti entrambi nel segreto stesso dell'amore, che a conti fatti è roba molto sopravvalutata.
Purtroppo Rosauro dopo pochi colpi si è emozionato troppo ed è venuto, ma Clara non si è adombrata per questo; troppo innamorata e poi che incanto la scenografia!
Il giorno dopo il coito in miniatura, stupenda escursione tra le dune, senza neanche la guida. Quando si è innamorati, tutto va bene. È stabilito.
La notte, sempre sotto le stelle, Clara ha morso la pancia di Rosauro, gli ha passato la lingua attorno l'ombelico, lui si è eccitato da morire. Mentre lei gli faceva quei giochi da geisha napoletana in trasferta, lui ha pure pensato di recitarle una poesia di Camus. Peccato non ne conoscesse nemmeno una. Allora si è ricordato di quelle di Hikmet e Salinas, ma niente, neanche quelle ricordava esattamente. Gli venivano in mente solo battute del film “The dark knight” e l'ultimo libro che aveva letto era un'avventura di Montalbano che neanche riusciva a focalizzare. Così, ha rinunciato a fare il poeta e si è augurato di riuscire meglio al secondo tentativo. Rosauro, muscoli guizzanti, passati regolarmente con olio, molto sportivo, pizzetto curatissimo, è salito su Clara e l'ha penetrata con una solennità ridicola ma tutto sommato giustificabile. Anche stavolta, poca cosa. Quattordici inarcate e poi ha dovuto rallentare per ritardare l'orgasmo; ma è bastata una piccola torsione a destra della sua partner perché crollasse di nuovo. È rotolato su un fianco, indeciso se scusarsi o meno. Clara gli è sembrata leggermente irritata, ma si trattava di un sospetto.
Rosauro si è ricordato di aver letto in un libro che un uomo deve anche pensare al piacere della donna, quindi si è armato di tatto e sussiego e ha chiesto a Clara se poteva condurla al climax con le dita o la lingua.
No, no, non c'è bisogno di questo, tranquillo. Ti amo”
Ti amo anche io, bambina mia. Sei una persona stupenda e una donna fenomenale”. Lui opera sempre distinzioni tra donne e persone; davvero un individuo profondo, ne converrete.
È che mi emozioni tanto, non riesco a trattenermi, quando sono dentro di te mi sembra di ritrovare le ragioni per cui sono nato, credimi, amore mio”
Chissà, pensa Rosauro, magari questa frase potrebbe averla pronunciata Camus, o addirittura Hesse. E se fosse invece la battuta di un film con Fabio Volo? Meglio non rischiare.

Tornati a Napoli, Rosauro e Clara sono innamorati in un modo che rasenta quasi la stupidità, anzi la oltrepassa abbondantemente. Di sicuro, se fossero andati in un motel dietro la stazione non sarebbero così presi l'uno dall'altra. Il problema è che non sono consapevoli di questo, non si rendono nemmeno conto che il buon settanta per cento del loro entusiasmo deriva dalle abitudini che hanno, dai diversivi che possono ideare per ubriacare e disperdere la monotonia, dalla “comunicabilità” dei loro spostamenti in termini di bellezza da condividere con gli altri e con la loro stessa memoria.
Quanto al sottovalutato problema di Rosauro con l'eiaculatio praecox, lui confida sempre e ancora sulla palestra, sul movimento fisico generico e anche sulla meditazione del Ceylon che pratica regolarmente da due anni, spendendo l'anima dei soldi in un centro che profuma di gelsomini e incenso.
Sa comunque che Clara è molto innamorata e non è una delle stronze esigenti che ha conosciuto in precedenza; lei non gli chiederà mai ragione della sua attitudine da scheggia d'alcova. L'importante è amarsi, viaggiare e magari imparare una bella poesia da declamare sotto il mantello di Apollo, che lui evidentemente confonde con Batman.

Quando Rosauro al bar mi racconta del loro viaggio in Marocco con un entusiasmo che trovo da subito esecrabile, mi sforzo di non essere sarcastico, cinico, respingente. Non gli faccio capire che non mi interessa nulla di dove sono andati e neppure di vedere le loro ripetitive foto. Mi rendo conto che proprio non capisce con chi ha a che fare. Con uno che mentre lui parla di Casablanca e di scenari di diuturna bellezza non si stacca dai suoi ricordi migliori, un piccolo albergo a Lastra a Signa, una pensione scrostata a Vico Equense, un bivani alla periferia di Rho, e tutto il randagismo a tasche vuote perpetrato per anni, alla faccia delle difficoltà. Proprio non si rende conto, Rosauro, che non posso capire il suo mondo, e che sono al contempo consapevole che lui non potrà mai calarsi nel mio.
Vorrei semplicemente dirgli, senza astio: “Ma si può sapere chi cazzo ti ha messo in testa che tutto possa essere comunicabile e condivisibile? Ci sono mondi che non possono parlarsi, la cui interazione è minata dal principio, ma perché non lo capisci?”
La sua Clara, per esempio, non sceglierebbe me come compagno nemmeno se la facessi venire ogni volta che si mette mano al sesso; non le basterebbe mai, inizierebbe a dare i numeri. La cosa sarebbe reciproca, perché io non potrei mai capire e condividere le passioni dispendiose, le abitudini, la cerchia di amici benestanti e quant'altro. Certi mondi non possono comunicare: il massimo che può accadere, alla fine, è proprio strapparsi di dosso i vestiti e incontrarsi in una terra di nessuno che è destinata a durare tragicamente poco.
Rosauro parla, racconta, colora i resoconti degli spostamenti, descrive i luoghi ed io penso pure che come agente immobiliare sarebbe comunque una monnezza, perché è confuso, velleitario, nevrotico nell'esposizione. E lui, il Rosauro, che magari mi considera triste e sfortunato perché non conduco una vita come la sua. Oppure pensa che io mi sia incattivito, come la volpe che non può arrivare all'uva e chi disprezza vuol comprare et similia. Io però credo che la vita delle persone segua una direzione che non si può decidere a prescindere: era destino che diventassi randagio. Forse lo sono sempre stato. Come è destino che lui viva tra palestre, fulminazioni salvifiche, bei posti, aerei, navi, cunnilingus di riserva e fondi finanziari solidi. A ognuno il suo e vaffanculo.

Con le stronzate ho iniziato molto presto. Stronzate di demolizione. Da ragazzo ho iniziato un'assurda relazione con una donna sposata che annunciava continuamente il suo prossimo divorzio. Era una relazione squilibrata di dipendenza emozionale e di reciproca autodistruzione. Diciotto anni di differenza e due mondi incomunicabili che cercavamo stupidamente di fondere in notti rubate che terminavano sempre con aghi di dolore addosso per il resto dei giorni.
Tornavo a casa alle cinque di mattina con le scarpe in mano, come un ladro. Trovavo mio padre ad accogliermi, accigliato e anche scandalizzato. Quelle poche volte che mi domandava qualcosa al riguardo, evitavo di dirgli l'unica verità che potevo produrre come consapevolezza: il desiderio di autodistruzione, di scacco, di disfatta.
Ce ne sono state varie, di storie/non storie di quella risma. Come cazzo posso apprezzare lo starbed in Marocco? La vita mi ha insegnato a rubare per godere a modo mio, non a godere per affermare la mia anima in qualche modo. Ho vissuto nelle stanze e negli angoli dei cattivi studenti, delle pecore nere, ho iniziato ad apprezzare la sottrazione come unico setaccio valido per trovare oro nel letame. La pienezza non mi appartiene, il consenso mi insozza, le belle storie di facciata mi ricordano che sono un demone che non ha mai chiesto di essere scacciato dal paradiso, peraltro mai messo a fuoco per davvero.
Il segno meno sorride nelle notti più ventose, la ferita della nascita non è altro che sordida allegria venduta per pochi baci, Rosauro non mi appartiene e nemmeno le sue storie. Per il problema sessuale che ha, poi, posso solo consigliargli un andrologo che non gli gonfi troppo le fatture. Ma non se ne accorgerebbe, penserebbe magari di aver conosciuto un Camus bravo nella scienza del cazzo. Capacissimo di pensarlo.

©Luca De Pasquale 2018


15/02/18

La sinistra glamour ha rovinato tutto


Vado ad acquistare delle custodie vuote di cd per sostituire alcune rotte che ho a casa. Il commesso della cartoleria non capisce un cazzo di quello che gli chiedo. Mi presenta una scatola di custodie di dvd e me le annuncia come “cd lunghi”. È scorbutico, assente, infastidito, insolente. Mi piacerebbe che si infilasse le custodie nel culo ma resto gentile. Ormai faccio sempre così: resto calmo, mantengo un tono di voce basso, non rendo i miei pensieri carta copiativa. Non ho voglia di menarlo per la sua insolenza. Qualcuno mi direbbe che sono profondamente cambiato.

Uscito dalla cartoleria, dimentico lo stronzo rapidamente.
Sto dimenticando tante di quelle cose che quasi ho paura di questo meccanismo di cancellazione. Dimentico e non ripesco nemmeno. Una cosa inaudita.
Cammino e mi viene un pensiero fastidioso: la sinistra glamour in Italia ha rovinato ogni cosa. Ogni cosa. Come si noterà, non uso l'abusata definizione “radical chic”, che mi provoca nausea. Uso la definizione, secondo me più calzante, di “sinistra glamour”. Volgarmente parlando, si tratta della sinistra economicamente ingrassata a privilegi, viziata, smidollata, raziocinante solo per estenuazione e trattenuto snobismo, sinistra di alto lignaggio sociale, sinistra con i soldi. Sinistra che si guarda allo specchio e allora non può essere sinistra, ma solo l'ultimo bel libro tanto umano, il film sensibile, i vezzi culturali più utili semmai a lubrificarsi il sotto, le sottane, l'ego. La sinistra glamour mi fa schifo dall'eternità della mia nascita fino ad oggi. La sinistra glamour è un mio nemico e la rovina di tutto.
Considerato che non mi piace neanche la sinistra dei centri sociali -che è spesso caricatura di antagonismo, purtroppo-, allora significa che politicamente ed elettoralmente sono fottuto, sono un cane zoppo, un lupo solitario o come preferite voi. Penso anche che la sinistra parli troppo e si indigni male, con poca convinzione reale. Lasciando me e tanti altri sinistri sperduti con il culo a terra. Poi dice che uno va a farsi spiumare l'anima martoriata nelle città anarchiche; a volte è l'unico rimedio. Non un rimedio definitivo, ma a volte ha funzionato.
Ieri mi hanno chiesto per chi voto. Ho iniziato a dire tutta una serie di cose giuste alla base ma assurde funzionalmente, perché in realtà non ho risposto affatto. Ho rischiato di offendermi quando qualcuno mi ha fatto intuire che poteva considerarmi uno vicino a “nuovi movimenti”. Nuovi movimenti sono quelli di pancia: finisce tutto nel cesso, non mi interessa. Grazie.

Ieri sera ho riletto “Compagno di sbronze” di Bukowski. Non lo leggevo da almeno quindici anni. Quel libro è di una potenza imbarazzante, ed è stato frainteso in toto. Si è guardato solo ai cazzi che volavano, al turpiloquio, agli scenari grotteschi, non alla disperazione del narratore e dei suoi personaggi. È quasi sempre così, si tende a fraintendere, a mal interpretare. Ho riso di gusto fino a notte alta con il vecchio Hank, ma le sue storie erano così devastanti che c'è poco da ridere e anche da mitizzare, come invece è stato fatto.
Il biglietto per tornare a casa costa due euro e settanta. Dalla città al paese. Un ladrocinio. Ma non sono tipo che si mette a urlare per strada contro i politici ladroni e per giunta i forcaioli mi fanno ribrezzo. Sono disoccupato, pago due euro e settanta per un percorso accidentato in mezzi poco funzionanti, sporchi come un lupanare dismesso, ma pago e mi faccio il mio viaggetto della speranza. Continuo a pensare, durante lo spostamento, che la sinistra glamour ha mandato tutto in mona.

Non sopporto più quelli che parlano male della polizia per partito preso. Mi sembra un'abitudine sciocca e pure invecchiata. Un cliché del cazzo, a giochi fatti. Ho “rischiato” in passato di diventare un celerino. Lo sanno in pochi. Lo ammetto, lo avrei fatto. Il dubbio mi era venuto. E dirò di più: sono stato attratto da lavori di polizia. Ciò detto, sono sempre stato un uomo di (oltre)sinistra, dunque sono un mostro? Un ambiguo? Un indeciso? Un incoerente? Manco per niente. Prendersela con la polizia come “male della società” non è altro che l'ennesimo vizio borghese senza costrutto, è snobismo senza mutande. La sinistra glamour punta il dito alla luna e intanto se lo fa succhiare dalle puttane gratis.

Quando arrivo a destinazione, ci sono delle persone che parlano fuori la stazione della partita del Napoli e di pesce fresco da comprare. Li guardo e sorrido come un ebete. Il pesce non mi interessa, le partite del Napoli sicuramente un po' di più anche se la mia fede è viola. Anche fuori questa stazione, le donne indossano il Narciso Rodriguez rosa come una seconda pelle. Sembra si siano messe tutte d'accordo per inflazionare questa fragranza. Su alcune, l'effetto è erotizzante fino al mal di testa, su altre è ridicolo e controproducente. Credo valga lo stesso per le idee politiche. E anche per le inclinazioni presuntamente artistiche. Difficilmente le fusioni riescono fino a sedurti completamente. C'è sempre qualcosa che va storto e poi quel che resta è un gelato mezzo sciolto al gusto nausea e rabbia. Si parla tanto di belle idee e bei sentimenti, ma la sgommata di catrame sulle preziose tele è di tutti noi, me compreso. Le cose più belle che mi sono capitate, diavolo, ho finito per schizzarle spesso di merda. La mia merda personale, merda vecchia, ossessiva, paraocchi, urla di bambino, proteste ripetitive, voglia di stupire, voglia di uscire da uno schema comune per entrare in uno personale che rischiava di essere anche peggio.

Vado via, torno, tolgo di nuovo le tende, torno, magari non mi annuncio. È così la vita in questi anni, l'equilibrio trovato si basa sul senso di precarietà, il bilico in equilibrio e viceversa. Nessuno sembra più essere l'attore principale, la sedia del regista non è ad appannaggio dei soliti noti, il primo dei quali sono stato io, per troppo tempo. Tutte le idee fisse hanno mostrato le loro crepe, la rabbia ha perso colpi, la tristezza si è rivelata una donna fatua, tanto charme e poi, in fondo, non si fa altro con lei che chiagnere e fottere. Non può funzionare per sempre. E la vanità? La vanità è il sentimento più doloroso che esista, perché nasconde mondi non compiuti, scelte non seguite, inclinazioni vituperate, umiliate; la vanità sono lacrime che ti ballano in grembo, che ti spruzzano profumo, che ti baciano e ti mordono le labbra, ti ecciti per disperazione, per condanna, per sentore di morte e per cabala incomprensibile. L'unica idea che non sembra perdere terreno, in questi giorni bastardi, sporchi, dove il cuore prende l'ascensore per il cazzo e l'anima prenota inutili viaggi culturali, è che la sinistra glamour ha mandato tutto in malora. Con i suoi falsi miti, con la sua tolleranza simile ai riportini dei calvi, laddove la parola “accoglienza” tradisce la sopportazione e l'esibizione. Non dovrebbe essere così. Non è vero che destra e sinistra non esistono. Non è vero che nella merda si deve scegliere il meno peggio. Esiste l'ammutinamento, esiste la dignità. Che brutti giorni, questi. Giorni in cui anche l'orrore indossa il profumo e ti fa ricordare la vita che non avrai mai, quella di chi guarda solo il suo giardino, sperando di proteggerlo con le armi. Che orrore, e noi che fingiamo di sopportarlo per evitare lo scontro sociale.
Naufraghi, disoccupati, fottuti dalla vita, bruciati nelle speranze, quello che dovremmo imparare è che non è mai troppo tardi per cominciare a ragionare lontani dagli schemi fissi dei nostri credi colabrodo.

©Luca De Pasquale 2018



13/02/18

La fame sbagliata



La giovane coppia si scatta foto sul lungomare di Pozzuoli. In tutte le posizioni e combinazioni. Una sorta di kamasutra della celebrazione iconografica. Ridono, schiamazzano, sono manifestamente innamorati. C'è in loro qualcosa di disgustoso che non riesco ad ignorare del tutto. So che è un concetto scomodo, opinabile, ma nelle persone innamorate c'è sempre qualcosa di nauseante.

Su questo stesso lungomare, due giorni fa, un uomo si è suicidato schiantandosi al suolo dopo un volo dal balcone. Il contrasto, per quello che sento dentro, è talmente evidente che devo faticare a non far diventare la coppia tutta foto dei nemici, degli ostacoli sulla mia strada. Tutto questo amore ostentato, la vita che prosegue, il corso delle cose, è roba difficile. Il mestiere di vivere è costellato da insidie e chi le nega è solo uno sciocco bastardo.

Ieri scrivevo di Sergio Caputo con tono leggero e autoironico, oggi la mia scena interiore è radicalmente mutata. Funziono così, a capriccio delle maree, raccolgo, interiorizzo e poi distruggo. Allungo le mani e poi me le amputo, in attesa che ricrescano per qualcosa di nuovo, o di vecchio che sembri nuovo. Ho sempre avuto enormi difficoltà con la retorica dell'amore. Con il prosodico saltello della felicità esibita, o perlomeno non nascosta. Così come non ho accettato la retorica della felicità, della liberazione, dell'essere umano come creatura sempre da giustificare, e anche la retorica del buon vino, del buon cibo, del buon sesso, dei fantastici viaggi, del karma da sprigionare e quant'altro. Ci sono attimi in cui un uomo è solo, magnificamente e assurdamente solo, proprio come ora, stamattina, involontariamente accanto alla coppietta che scatta melense foto di devozione a pochi metri da dove hanno dovuto gettare segatura per coprire il sangue di un suicida.
Mentre li guardo con una severità che mi fa ancora più orrore dei loro banali gesti di fusione pubblica, finisco con il chiedermi che diavolo scriverò oggi, oggi che la Luna in Acquario, così ho sentito, somiglia a un pugnale conficcato dietro il collo, come un cartellino di prezzo su un manichino silenzioso.

Non mi sono mai voluto mostrare innamorato. Ho sempre cercato di avere un contegno. Chissà perché. L'amore troppo vagheggiato diventa schiuma. L'amore che viene cacciato fuori con poesie e tonitruanti dichiarazioni di dipendenza reciproca ai miei occhi non vale più di un coito veloce in un motel con un'altra anima in ginocchio. Sempre di disperazione si tratta, alla fine. Solo che nel primo caso la finzione riesce a risuonare in più orecchie e pance, mentre nel secondo caso si tratta di penetrazione, accoglienza forse svogliata, qualche singulto trattenuto e poi la fine, mentre fuori fa notte e tutti ci dimentichiamo degli altri come in una salvezza impresentabile.

Che faccio? Infilo le mani in tasca e vado via?
L'aria è ferma, c'è umidità, vedo persone che entrano ed escono dai negozi della strada. Io devo andare in farmacia e sono stanco come se avessi percorso una distanza incalcolabile su una strada sterrata, a piedi nudi. So che entrerò in farmacia e mi sarà impossibile estrarre un sorriso dalla stanchezza viva che mi tiene sveglio nonostante la notte insonne. Oggi mi sento solo, ma non somiglia all'infelicità. Per niente. Solo nel senso di non accompagnato da nessuno, anche dentro. Solo. Oggi sono il deserto che si qualifica alla porta e che in genere si fa passare senza troppi saluti. Persino la musica sembra avermi abbandonato, e in più non sento l'eredità di mio padre, quella spirituale e mnemonica, nei miei movimenti. Mi muovo come una ferita che drena fame e lo accetto. Mio padre oggi è assente. Che riposi in pace, finalmente, lui che di pace non ne ha mai avuta e la gente attorno non ha mai capito il cazzo di niente, tutti persi in slogan di sopportazione e resistenza che mi facevano semplicemente vomitare. Oggi non c'è la musica dentro, anche se sto ascoltando “Matrix Noise” di Sanasol, che è musica ideale per guardare le onde senza farsi domande.
Oggi semaforo giallo, guasto. Resterà giallo. Incertezza tra l'agire e il rinculare. Movimenti come ferite laterali, occhi stretti per il sonno conservato. L'ansia di amare ed essere amati ha qualcosa di respingente, quasi di malato. Ci dicono che è libertà, ma noi in nome di questa fottuta, urlante libertà travolgiamo tutto quello che ci capita attorno. E se tutta questa smania di amore fosse malessere, schiuma nera su un mare altrimenti pulito? Non cerco la risposta in questo cielo grigio, il vestito di una comare che non parla e che ti cerca come il vento, solo per scuoterti e lasciarti cadere qualcosa da dosso.

Quante volte mi sono fatto fotografare su questo lungomare?
E quante volte la mia faccia non mi è piaciuta? Quasi sempre. Forse perché si intravedeva l'anima, o la smania, o addirittura il disgusto. E poi ho ricominciato a piacermi quel giusto che bastava per scrivere, per propormi, per darmi in pasto a me stesso e agli altri.
Mi hanno chiesto tante volte di scrivere di amore. Senza capire che io scrivo sempre riguardo l'amore e le sue conseguenze, per non dire di ciò che lo genera, o genera il suo fantasma indegno. Mi hanno chiesto di apparire ottimista. È una richiesta di vergognosa superficialità, perché non sono affatto un pessimista. Per me è amore anche non dimenticare che qui, due giorni fa, un uomo si è sfracellato al suolo perché non credeva più nel giorno dopo.
È amore anche prendersi a morsi e scoparsi in una stanza d'albergo, sotto un crocifisso impolverato, attorniati da oggetti asettici, un comodino di legno dozzinale, un tavolo riciclato, con tutti i lutti che ti ridono alle spalle mentre cerchi di dare piacere ad un'altra persona e di ritrovare il tuo, per quell'attimo in cui il mondo si ferma e dopo devi raccattare il niente per renderlo continuazione. Vieni, vieni, vieni, si ferma la doglia, si ferma la volontà, si blocca la percezione di se stessi, e poi devi rassettare il vuoto e convertirlo in nuovo respiro calmo. Anche questa roba è amore: non c'è bisogno di belle stanze sul mare, di stelle complici, di lusso che fa da tappezzeria mentre cacci fuori i genitali e ti giochi il giocabile, il resto della pazienza, il resto del rischio che non ti sei già fottuto. L'amor cortese è zavorra, è farsa. L'amore è un morso che non fa ricrescere la pelle strappata e dilaniata. E basta, per favore.

Molto dolce la nota che hai scritto”, mi disse una volta una ragazza, pensando di farmi un complimento. Quella, invece, era una nota disperata, disgustata per troppo amore e richiesta dei suoi servigi, era fame che si divorava da sola e moriva, lontana persino da una lurida stanza d'albergo.
Mi piace quando mi sento così, solo, raso al suolo per passione di ogni zona del vivere, anche quelle vuote, abbandonate. Non posso trascurarle. Non voglio trascurarle.
Alla fine so che entrerò a comprare quel medicinale, e mi gusterò il mare grigio che si ripete sotto i miei piedi, senza messaggi da recapitarmi, senza consolazioni infiocchettate. La vita è fame. La fame può essere anche sbagliata, per sottrazioni, per depistaggi, per scempio del raccolto annunciato, usando la scrittura come una spugna dentata, come un amore che è rimasto a lamentarsi in una stanza, senza che nessuno lo lavasse via una volta per tutte.
Oggi è fame, la fame sbagliata. E dunque sono vivo più che mai.

©Luca De Pasquale 2018

12/02/18

Vita dromedaria (con un bouquet di rose tattiche)



Anni, anni e anni del mio spirito nell'affrontare la vita, i suoi spaventosi alti e bassi, le disillusioni, gli equivoci, i flirt assurdi e spinti oltre ogni livello di logica (di conservazione), l'inaffidabilità delle speranze, le notti insonni giocate tra tabacco e carta, ebbene tutti questi elementi hanno avuto un grande cantore in Sergio Caputo.

Se è vero che la mia canzone bandiera è stata per anni e anni “Spicchio di luna”, è anche vero che tantissime altre mi hanno tenuto compagnia in modo avvolgente, descrivendo delle vere e proprie traiettorie del mio karma, e non solo del mio.
La musica di Sergio Caputo era adattissima ad uno spiantato che cambiava più monolocali che pullover; musica adatta per il mio maledetto tabagismo, per le notti sveglio alla macchina per scrivere con l'insegna al neon del supermercato a illuminare malamente la stanza, per le infatuazioni elette ad ultima spiaggia, per esaltare (e ridicolizzare) quel ciclo che non sembrava avere mai fine: incontri sbagliati, flirt emotivi, ancora incontri sbagliati, sguardi da non dimenticare e poi l'oblio, lettere spedite o stracciate, veglie d'amore non ricambiato, veglie d'amore da distruggere, confessioni poi rimasticate in piccole Waterloo, romanticismo male in arnese, maree di chiodi e petali finite in pagine ingloriose di scrittura rifiutata o non presentata.

Una manciata di dischi di Sergio Caputo assolvevano al loro compito, e cioè quello di illanguidire la materia dei tormenti e allo stesso tempo a metterla in circolo ancora di più, come una maledizione agrodolce senza lieto fine, ma non per questo meno vera del resto.
E insomma sto andando a vomitare nel retro di un pessimo locale”, da “Ai confini della realtà”, spiegava molto meglio di mille altre parole l'atmosfera di quegli anni di caos, di amori da fachiro, di esperimenti destinati a rivelarsi presto o tardi degli errori colossali da non dimenticare.
E che dire di “Sarò più frequentabile, sfuggirmi non dovrai”?
E ancora, “frenesia di rivederti subito”, “io e te braccati dall'effimero”, cosa poteva esserci di meglio per credersi al centro di un grande quanto sterile gioco ad amarsi sotto le insegne dell'impossibile?
Le canzoni di Caputo avevano un altro enorme pregio: riuscivano a evitare il lato oscuro della sofferenza, rendendo quest'ultima quasi come un vezzo, un passatempo eccentrico, una conseguenza stralunata delle idiosincrasie di un'anima votata agli “abissi imperscrutabili”. E poi, tutta la musica di Sergio Caputo, eccettuata una piccolissima tranche della sua produzione, è ascrivibile a un filone nobile, quello del pop jazzato, elegante, colmo di richiami imperscrutabili e imprevedibili (in “Spicchio di luna” la citazione di Ahmad Jamal è palese).
L'aria notturna, da disfatta sentimentale in papillon e contrabbasso, tra Fred Buscaglione e lo swing, delle sue canzoni è una cifra che è stata rarissima nella musica italiana a seguire.

Qualche anno fa mi sono imbattuto in un topic in cui si diceva dei trascorsi di Sergio con movimenti di destra, all'alba degli anni ottanta se non prima. Ebbene, sorprenderà, ma questa “notizia” trascurabile non ha cambiato proprio nulla, rispetto alla devozione che portavo alle sue canzoni. Secondo questa logica infame, con paraocchi polifemici perennemente in funzione, non dovrei leggere Céline e Hamsun, che invece adoro, e non avrei dovuto passare metà della mia vita a perdermi nei film di Chabrol e di Melville, che per chiarezza era un anarchico di destra. Non dovrei guardare film con Alain Delon, che invece è uno dei miei attori feticcio. I dischi di Sergio Caputo sono come una categoria a parte, nella mia esistenza. A quelle canzoni ho affidato alcuni momenti topici, tante ossessioni e una parte consistente del mio spirito preferito, quello del “niente da perdere, buttiamoci”.

Il primo verso di “Spicchio di luna”, dove si allude a “piccoli sogni in abito blu” e spicca la poesia incredibile e gaglioffa di “mentre tu mi proponi discoteche inquietanti e amici naif... io speravo in un incontro galante cheek to cheek” non ha prezzo. Nella stessa canzone si fa riferimento anche ad una condizione mutata: “Spicchio di luna, ormai non navigo più da molto tempo in quelle stesse acque tempestose dove tu mi trovasti tanto male in arnese da scappare via”. Questo verso si sposa alla perfezione alla mia condizione attuale; non sono più le stesse acque, certo, se possibile il maremoto è anche aumentato e le onde sono altissime, ma io sono sempre al centro della tempesta, naturalmente in piedi. Ed allora significa che il cuore non è finito sotto i piedi e che la musica di Sergio Caputo è ancora attualissima e icastica, per quanto mi riguarda.

Se le canzoni all'idrofobina vegetale di Caputo non sono invecchiate, è purtroppo vero che quel che mi attornia sente il peso degli anni e delle maratone per niente decoubertiniane che hanno portato più retrocessioni che trofei. Molti amici si sono imbolsiti, ridotti a contraddizioni viventi che non fanno altro che interpretare il mondo secondo i loro vecchi crismi; salvati dai figli e da un nome presentabile, ormai si spaventano di tutto quello che sfugge alle loro antenne emotive. È molto triste, per non dire penoso. Io sono invecchiato in alcune parti di me. Mi fido poco delle persone e pochissimo di me stesso. Se sogno, lo faccio di nascosto; principalmente di nascosto dai miei occhi, compreso il terzo. Sono politicamente disilluso, in aperta e dichiarata crisi non di idee, ma di applicazione delle stesse. Sono un ibrido pericoloso tra un individualista sfrenato (in quanto a pulsioni, mai a beni e privilegi) e un combattente mezzo suonato, perché “la notte è un pazzo con le mèches”.
Non sono più il giovane virgulto che immagina la scrittura come una donna da sedurre nella notte più blu che esista. Sono diventato malinconico, lo scrivo sempre: non è facile accettarlo. Tutte le volte che mi concedo dei languori finisco con lo sputarmi in faccia come un teppista, apostrofandomi oscenamente, punendomi con una logica squadrista da reduce. Mi pongo domande inquietanti: non è che preferisco la marginalità a proclami di rivoluzione? Non è che dalle posizioni defilate si guarda meglio tutto, e dico tutto? E ancora: perché mi piace tanto quel che non accade? Perché credo di riservarlo per un secondo momento come un qualsiasi vigliacco? E se è vero che sono intelligente, perché dormo così poco? Perché odio discutere? E a cosa devo attribuire la tendenza ad annoiarmi a morte quando si parla di politica, di religione, di calcio e persino di sesso? Forse mi piacerebbe parlare di Protagora o Hume? Nemmeno per idea. Forse mi piace il silenzio, più di ogni altra cosa. Perché odio il telefono? Non certo per le bollette troppo care.
Perché detesto i social e poi sono presente con almeno un account su ogni piattaforma simile? Perché continuo ad avere un blog personale, a chi voglio arrivare e per quale motivo?
Ho davvero rinunciato a scrivere fuori da quest'isola deserta?
Perché mi sento braccato ogni volta che qualcuno vuole annettermi a qualcosa che mi presenti un'organizzazione già stabilita in precedenza? Ed è vero, come sosteneva quel professore di italiano che votava Democrazia Cristiana, che sono uno senza ambizione?
E, per concludere, perché questa smaniosa preoccupazione di essere amato in un modo che non potrei gestire? Forse ho sognato per troppi anni che nessuno si accorgesse di me, di modo che potessi incazzarmi per qualche motivo tangibile.

Sono roso dai dubbi ogni giorno, è il mio modo per non essere un pulcino spaurito. Mi sottopongo a dei veri propri interrogatori emotivi per migliorare la percezione emozionale dei fatti, delle idee, dei richiami silenziosi, persino dei sogni di nascosto.
Non vivo di certezze come tutti quelli che appassiscono, alla mia sinistra e alla mia destra. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a captare quel sogno quasi erotico che mi voleva protagonista di una vita dromedaria, naufrago da snack bar, affabulatore in una mecca degli estranei.
Sono certo e felice di una cosa sola: uno spicchio di luna basta ancora ad un lupo per ululare mesi e mesi, e forse di più. Le piccole (e uniche) facilitazioni di una vita dromedaria.

©Luca De Pasquale 2018





11/02/18

Fuorlovado - omaggio a Rino Zurzolo



Ho incontrato Rino Zurzolo negli ultimi mesi del 2016. È stato il coronamento di un sogno di bambino, ma non aveva solo quella valenza puerile della fantasticheria che si fa realtà improvvisamente. Era altro. Perché volevo davvero incontrarlo, Rino. Sentire la sua voce, le sue storie, guardarlo negli occhi e anche ringraziarlo per tutta la musica, chilometri e chilometri di musica, che mi aveva regalato.
Rino era comparso alla presentazione del mio secondo libro, in una libreria di Napoli, coinvolto da amici comuni che lo avevano informato del fatto che gli avevo dedicato un racconto. Quando lo vidi, un imbarazzo infantile e fecondo mi prese alla gola, ma seppi contenermi e iniziammo a parlare. E intravidi subito in lui il colore della sua musica, del suo linguaggio sonoro, un percorso lungo, sfaccettato, denso di sapori, rimandi, rischi e passione.

Non ho mai amato il rumore degli incontri affollati, o sotto l'egida di qualcun altro, così proposi a Rino di incontrarci presto di nuovo, soli. Io e lui. Incontrarlo ancora con altre presenze intorno non ci avrebbe consentito di conoscerci davvero, confermando l'errore psicologico del muto confronto con un mito degli anni giovanili. Rino non era un divo, nessun suo atteggiamento aveva le stimmate del privilegio esibito, era modesto, era umano, parlava a bassa voce come tutte le persone che pensano per davvero.
Mi disse che era d'accordo, dovevamo rivederci da soli e parlare. Ci sentimmo un mese dopo e ci accordammo per prendere un caffè pomeridiano.

Ci incontrammo in un sabato pomeriggio di novembre 2016 in un Vomero affollatissimo, ricordo come se fosse adesso il suo sorriso abbagliante e franco da uomo del Sud, il suo lungo cappotto nero sopra una t-shirt nera altrettanto, il suo passo leggero, i suoi modi gentili. Non potei esimermi dal fargli firmare una copia di “Fuorlovado”, il suo primo disco solista. Rino si stupì del fatto che io possedessi una copia del cd.
È più facile trovare il vinile”, disse sorpreso, “come fai ad averlo?”
L'ho acquistato in un negozio olandese molti anni fa, perché avevo la cassetta, ma l'ho ascoltata tante di quelle volte che si è smagnetizzata”
Cose da pazzi”. E sorrise di nuovo, quel sorriso che non poteva non comunicare calore.

Parlammo a lungo della sua discografia solista, e lui si sorprese ancora che la conoscessi (e possedessi) tutta; dei suoi inizi con Pino Daniele, delle differenze tra basso elettrico e contrabbasso, dello “slang” di questi due strumenti dell'anima.
Che strana cosa che non suoni, parli come un musicista”, mi disse all'improvviso.
Mi mancò un po' il fiato.
Ho preferito scrivere. Per me scrivere è come suonare, significa dare tutto, davvero tutto, non importa con quali risultati”, risposi.
È espressione. L'espressione è un dono”
Hai ragione Rino...”
E comunque, Luca, l'importante è fare le cose con il cuore, e non sto parlando di bontà, sto parlando di coraggio. E tu questo coraggio ce l'hai, si vede subito”
Mi fu difficile non andare in confusione, perché certe cose assumono o perdono importanza a seconda di chi te le dice. Rino Zurzolo per me non era solamente un magnifico musicista, ma anche un uomo che stimavo profondamente e il cui percorso artistico andava di pari passo con l'anima. E questa è arte di pochi, di pochissimi, in un mondo dove si indorano le marchette, si simula profondità ad ogni passo ben studiato, si dissimulano aperture mentali inesistenti e dove la vendita conta più della sostanza che pure si deve “vendere” per vivere e continuare.

Ogni tanto qualcuno si fermava accanto al tavolino del bar dove ci eravamo fermati e gli rivolgeva la parola chiamandolo “maestro” o semplicemente Rino. Lui si schermiva, si rifugiava in quel sorriso bellissimo e breve che sostituiva il grazie di prassi. Quelli che si fermavano, dopo aver riconosciuto Rino, finivano con il concentrarsi su di me per qualche istante, tutti invariabilmente con un'aria che significava “e questo chi cazzo è? Sarà un suo allievo...”
Alla fine del nostro incontro, ci abbracciammo. Fu davvero un momento molto intenso. Rimanemmo che ci saremmo rivisti di nuovo dopo Natale. Quella è stata la seconda e ultima volta che ho incontrato Rino. Lo immaginai impegnato, per cui nei mesi seguenti non lo cercai, del resto mi aveva detto che mi avrebbe chiamato lui.
E poi, in quell'orrendo giorno di aprile, seppi la notizia della sua scomparsa. Non sapevo nulla della sua malattia; non so se al tempo del nostro incontro già sapeva oppure no.

Per me è stato un colpo tremendo. Di botte nella mia vita ne ho prese tante, e tante inutili ne ho date, ma la morte di Rino mi ha tolto smalto, speranza, mi ha incupito e addolorato enormemente, perché pur conoscendoci pochissimo avevamo trovato un nostro linguaggio, solo nostro, un modo di comunicare che sembrava promettere un confronto vivido, vero, profondamente umano.
Per giorni e giorni ho avuto negli occhi, in quel maledetto mese di aprile, l'immagine di Rino che dopo avermi salutato scompariva nella folla brulicante di Via Scarlatti al Vomero, con quel suo passo educato, elegante, e il suo lungo cappotto nero.

Solo oggi ritrovo il coraggio, perché di coraggio si tratta, di scrivere e “parlare” di lui e del nostro incontro.
Quel giorno passammo due ore insieme parlando di tante cose, anche personali, che rimarranno per sempre tra me e lui. Sono convinto che quando due anime si incontrano, anche per poco, quello che si sono dette -anche senza parole- deve rimanere tra loro, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio condiviso, perché più che di semplice incontro si tratta di un piccolo volo che deve rimanere senza testimoni.
Nonostante questo fermo intento, sono felice oggi di poter rievocare quel pomeriggio invernale in compagnia di una persona vera, un grande artista che ha lasciato un vuoto incolmabile in tutti noi, anche a chi non ne è consapevole. Gli anni del “neapolitan power” sono indimenticabili, una pietra angolare dell'arte nella nostra città e nel mondo, una lezione, un monito che serva a restare veri anche quando la realtà vorrebbe quasi reprimere la spinta motrice della creatività, trasformandola in un basso rigurgito di rassegnazione.
Gli uomini veri devono credere nell'espressione. Rino lo era, un uomo vero. Fino in fondo. Io me lo auguro, ma di esami ce ne sono ancora tanti prima che io possa sorridermi in un giorno invernale come questo, come quel 26 novembre 2016 che non dimenticherò mai.

©Luca De Pasquale 2018