21/03/19

L'assurda scommessa del giorno dopo


Dopo che se ne sono andati tutti, dopo una festa, dopo un incontro.
Al porto, con i ristoranti ormai chiusi, quando è troppo scuro anche per tornare a casa.
Con gli occhi aperti al centro della notte, quando non dormi a casa.
Con gli occhi aperti dopo i sogni che ti rubano l’identità, o te la restituiscono tutta insieme, con troppa veemenza.
Nei bar all’apertura, quando sei il primo caffè della giornata per il barista e anche per l’alba.
Oppure appoggiato contro un muretto, in una stazione di treni, pochi minuti dopo le sei del mattino. Quella luce, la luce di quell’orario, la inseguirò per sempre e non la troverò mai.
Dopo una delusione, quando ricorri ad occhi conosciuti per uscire dalla gabbia.
Quando accarezzi qualcuno per caso e per desiderio, velocemente, senza apparente impegno, sapendo che non vi apparterrete mai.
Anche al cimitero, le pochissime volte che ci sono andato, quando ti accorgi che chi piangi non è li. Magari ce l’hai in tasca, nello sguardo, persino nella musica che ti sposta i silenzi da dietro l’anima.

Queste sono le atmosfere dove sono il maestro di cerimonie, il signore del podere fantasma. Sono il deus ex machina quando la malinconia diventa tentativo e anche resistenza.
Sono a mio agio nella polvere dell’aria umida, prima della notte, sono a mio agio nel silenzio, nell’educata assenza, nel desiderio che si strozza in rispetto frainteso.
Sono il giostraio dell’attimo prima o di quello appena dopo. Nel presente tramonto perché è l’eco che mi suggestiona e mi confonde.

È una strana sensazione, cercare il silenzio nel rumore dei giorni, dei dialoghi abbozzati, delle interazioni gestite con eccesso di senso del limite. Dopo tanti anni di costruzioni, di castelli di carte, ti rendi conto che nessun piano studiato può realmente smantellare le distanze, la diffidenza; niente scalfisce le differenze incapaci di girarsi verso qualcos’altro. La verità è che tutto dovrebbe essere spontaneo. E le cose spontanee, basta aver vissuto un po’ per esserne consapevoli, sono accompagnate spesso da brividi, dolori e fantasmi.

A furia di chiedere troppo non si ottiene niente.
La luce del giorno non è quella che vado cercando, non quella del giorno pieno. Amo quella delle sei del mattino, quando riesco a vederla, e i pannelli cromatici della notte, inclusa quella interiore. Il resto lo percepisco come gravido di rumori, troppi, distraente, non aderente alle inclinazioni, alle voglie, persino al destino.
Quando tutto chiude e si rintana, a modo mio rinasco, prendo dominio, mi perdo e forse mi piace, trovando quel silenzio e quella quiete a scatti che cerco da una vita.

Un certo tipo di solitudine non mi ha mai fatto paura, anzi. La cerco, se riesce a combaciare con i silenzi utili. Le persone che parlano troppo non mi piacciono.
Sarà per questo che non sono riuscito ad impedirmi il biasimo del mio stesso sguardo, tutte le volte che ho esondato stupidamente comunicando solo con muri appena riscaldati dal giorno in fuga.
La mia più profonda verità e nei brevi percorsi della notte, da un locale chiuso ad un portone irriconoscibile, a braccio della luce residua, annusando il tempo passato e la scommessa assurda del giorno dopo.

©Luca De Pasquale 2019

18/03/19

il diapason perverso


La stanchezza si fa sentire nei discorsi “normali”, di prassi, debolmente cognitivi, esplorativi.
Perdo velocemente la pazienza e molto spesso anche l’interesse. Fatico a restare concentrato, soprattutto quando intravedo nervosismo non smaltito, aggressività repressa, esibizionismo.
Un tempo era più semplice.
La speranza era quella di compiere disastri. O di assaggiare il sapore di un corpo. Un tempo, banalmente, la scorciatoia era quella di usare il cazzo come un diapason emozionale.
Oggi tutto è più veloce e può diventare mortificante, eccessivamente risoluto. O dentro o fuori. È passato troppo tempo, sono accadute troppe cose per essere paziente, attendista.
La stanchezza e la nausea mi prendono ai fianchi quando incontro per strada l’ennesimo personaggio irrisolto che passa la vita a insultare il Partito Democratico, chi ne fa parte e chi lo vota. Senza neanche chiedersi cosa ne possa pensare io, l’individuo si lancia in una crociata salivare contro “i ladri”, “i ciarlatani” che secondo lui devono andare tutti a casa. Già sono a casa, penso, cosa volete voi altri, cosa vi rode ancora? L’intolleranza stradaiola convoca a palazzo la necessità di un sentire unico, tutto scialorrea, odio travestito da boutade, banalità espressiva da far impallidire i tronisti delle reti berlusconiane. Ma vedi se alla mia età devo pure perdere tempo a difendere un partito per il quale non ho votato, solo perché l’ignoranza mi irrita.

Il chiacchiericcio mi estenua. Mi dà sui nervi.
Finte persone di sinistra se la prendono con la polizia anche se la macchinetta del caffè si guasta.
Fittizie persone d’amore scrivono brodaglie informi ed insalubri sui grandi sentimenti che asseriscono di aver provato, storie uniche, meravigliose, irripetibili. Si autocensurano quando parlano d’amore, perché quasi mai indugiano sul realismo che dovrebbe accompagnare le loro plateali e romantiche gesta. Raccontate anche di quando vi siete dovuti trattenere mentre facevate sesso, perché consapevoli già dopo un minuto di essere a rischio precocità. Quello non lo scrivete. Ammantate di bello il superfluo e trascurate il fisiologico, lo spontaneo, il naturale.

Mi considero un romantico. Ma di pensieri turpi e di voglie oscene ne ho fatto un opportuno carnevale per tutta la vita. Più della metà delle donne con le quali ho anche solo parlato sono state oggetto della mia bramosia, che non andava certo troppo per il sottile. Sono cresciuto con la cultura del proibito, dell’indicibile, con la fissa del sesso da vestiti, eseguito di nascosto, della sveltina disperata e voluta da ambedue. Le cose troppo ricamate mi hanno sempre fatto vomitare. Trovo che la maggior parte dei libri scritti per esaltare la bellezza dell’amore siano delle seghe letterarie di cui nessuno dovrebbe sentire il bisogno. Sono stato un romantico e un porco. Sono ancora entrambe le cose, anche se l’età mi ha definitivamente distratto dagli opposti estremismi, quasi in tutto.

C’è ancora troppa ipocrisia in giro, per i miei gusti. Si ciurla nel manico, si esagera con le idealizzazioni e con l’odio, senza nessun equilibrio. Si è ossessionati dalla smania di affacciarsi sul mondo e lasciare ai posteri sentenze sgrammaticate, virulente, antistoriche, senza costrutto, strumentali. La nevrotica debolezza dei singoli cerca sfoghi continui, né più né meno dei liquami sotterranei che percorrono la città.

Sono in tanti a masturbarsi in società. Chi non lo fa applicandosi ai genitali, lo risolve in altro modo, molto più contorto.
Le connessioni continue con gli “altri” che non esistono, in quanto estetizzati avatar scontornati, sono come continui coiti interrotti senza nessun reale senso di soddisfazione.
La rabbia sociale è figlia di una confusione mentale senza speranza, non solo del disagio pratico e concreto. Si odia a turno, si odia per sorteggio, per antipatia, ci si affida a dei fantocci che si spacciano per i nostri paladini, per quelli “finalmente veri”.

Se potessi tornare indietro ad un solo momento della mia vita, tornerei a quei giorni in cui con mio padre si discuteva della mia entrata in polizia. Anche se molti amici e compagni dell’epoca non se lo spiegavano, io ero molto tentato da quel percorso. Un mio caro amico dell’epoca mi disse “ma non sei troppo di sinistra per entrare in polizia, non è una contraddizione?”
“No, per niente”, risposi convintissimo.
Mi interessava la strada, la vita, persino una mia personale idea di ordine, parola che per chi la pensava come me era vietata al tempo.
Mio padre, ad ogni buon conto, mi implorò di non tentare quella strada, perché troppo spaventato. Disse che con il mio carattere mi sarei fatto ammazzare, non si sa bene da chi.

Tutte le volte che mi sono riproposto di scrivere d’amore, mi sono dato del bugiardo, dell’imbonitore del cazzo, del fasullo. Ciò nonostante, a differenza dei tanti scrittori e artisti palpitanti in giro, mi sono sempre detto che è amore anche sentire l’erezione nei pantaloni e comportarsi di conseguenza, eccitarsi per la donna di un altro, andare in trance erotica perché la persona che hai di fronte non immagina nemmeno che stai pensando a penetrarla o, almeno, farla godere senza andare in palestra insieme, distaccati come due imbecilli con il cellulare nascosto nelle natiche.

Fase di cambiamento. Profonda, dura. Fase di lotta in luoghi nascosti e non dichiarati. Pulsioni trattate come cartelle esattoriali da non saldare mai. Tentazioni con ancora appeso il cartellino del prezzo. Discorsi da bar o da autobus da liquidare con una veloce discesa nella colonna fecale. Libri inutili che non leggerò, anche se ne parlano in giro. Con me non funziona così.
Con me ho scoperto che funziona poca roba. Credo troppo poco e mi spazientisco facilmente. Però sono onesto e alle emozioni mi piace riconoscerle e chiamarle con il nome corrispondente, non con ottuse proiezioni dei miei incauti bisogni.

Sogno sempre di domare le forze oscure che mi regolano. Che appartengono al mondo, ai baci differiti, agli affetti fottuti dalla paura, ai morti che non torneranno, al senso di condanna che genera la migliore rivolta possibile, quella dell’ignoto. Fosse anche solo un altro risveglio.

©Luca De Pasquale 2019

16/03/19

Piacersi negli specchi rotti


Non mi sono mai particolarmente piaciuto esteticamente. Ho sempre creduto che la mia anima dovesse corrispondere ad un aspetto oggettivamente tormentato, dovesse essere correlata ad una bellezza diafana, sfuggente, fragile.
Da piccolo rifuggivo gli specchi, che non mi restituivano l’aspetto sofferto che desideravo avere e portare in giro. Nella post adolescenza ho scelto, al contrario di quanto faceva mio padre, di curarmi il meno possibile, perché la ritenevo un’abitudine inopportuna.
In seguito, ho fatto pace con il mio aspetto fisico, ma ancora oggi non posso dire di amare particolarmente gli specchi. Soprattutto quelli diurni. Mi preferisco riflesso come ombra, e paradossalmente di notte può farmi piacere scorgere la mia sagoma in una vetrina vuota, nel riflesso di un vetro scuro, negli occhi di qualcuno che probabilmente non rivedrò mai più.

Le mie passioni, le mie idee, la mia assurda e impraticabile voglia di libertà e di non condizionamento della società, è tutta roba che transita prevalentemente di notte, nel segreto di silenzi che non saranno svenduti. Di giorno mi limito a svolgere al meglio quello che mi chiedo, e cioè incrementare la conoscenza, dare corpo e ritmo all’approfondimento di quello che mi muove. La verità, senza possibilità di smentita, è nella notte e nei suoi colori. Di notte, soprattutto, i condizionamenti esterni sono limitati al minimo, non si è più costretti a vendere, vendere, piacersi per forza.

Già, piacersi.
La vecchia mania. Il vizio originario. Piacere, piacersi, intrecciare, intrecciarsi.
Un passo avanti nelle emozioni e tre indietro, nell’abisso. Spesso il proprio, ma non solo quello. Ogni passione che si distrae dal compimento è il peggior abisso nella vita di un uomo.
Mi sono abituato presto a piacermi solo negli specchi rotti. E a volte, come un perfetto idiota, ho scambiato gli occhi delle persone per specchi rotti. Sono stato arrogante e inutilmente letterario, quando ciò che serviva era solo gentilezza e capacità di mettersi in gioco. Che peccato.

Adesso sono invecchiato e tutto sommato non mi piacerebbe tornare indietro.
Non potrei ricucire le mie ferite e ricomporre gli specchi. Non potrei che mentire diversamente, ma sempre mentirei. Quando inizi il tuo percorso nell’amore con ferite già troppo vecchie, non puoi che combinare disastri, dimenticarti di te stesso, assuefarti all’attore-cicatrice che ti sei scelto per continuare a respirare.

Per anni ed anni, come un gambero con smanie di onnipotenza, ho sperato di non piacere e di continuare a non piacermi. Per fortuna, non mi sono mai ritenuto a disposizione delle incertezze altrui. Nemmeno delle mie, dopo una dipendenza iniziale. Tentare l’impossibile in continuazione aiuta a rimuovere il problema, la sua invadente persistenza. Andare in missione per farsi male calcolando i terremoti in arrivo è un gesto vile tipico delle persone ferite, che al futuro delle passioni vogliono arrivarci in modo perverso, giostrando sulla vanità del proprio senso di morte.

Come scriveva Valerio Zurlini in un mirabile saggio, non si può frequentare l’amore instaurando con le persone un rapporto di morte.
Per i miei errori di uomo ferita ho già chiesto scusa a chi dovevo. Il primo della lista ero proprio io.
Ho accettato finalmente le regole del gioco. Ho accettato di capire quello che mi piace e mi domina: ciò che non si vede, ciò che non potrà mai essere subito, adesso; ho persino accettato che tutti i miei sogni saranno parte integrante della mia fine. Ho impiegato venti anni per riuscire a trovare le porte negli alberghi deserti del desiderio. Ho impiegato molto più di venti anni per capire che a muovere la mia mano quando scrivo è principalmente il dolore, o la voglia di conoscenza e divulgazione in caso di materia musicale.  
Quando mi è capitato di essere soddisfatto, quasi felice, il foglio è rimasto bianco, inquietante, fata morgana con rossetto di lame. E non ho mai scritto niente di decente in quei momenti.
La mia parola scritta si nutre bulimicamente di dubbi, dolore, scorie, ricordi falsati, inganni erotici, donne inventate che mi chiamano lascive dai cocci degli specchi.

Questo blog è nato per vanità controllata, esattamente dieci anni fa. Poi mi ha divorato come una mantide, lasciandomi mezzo nudo nella mia notte di pioggia, jazz e madri dimenticate.
Sono cambiato. Non c’è da festeggiare. Sono diversamente fragile. Un traguardo come un altro. Senza sponsor. Finalmente senza la vigliaccheria superomistica dell’autocalunnia.
Quanto mi piace la notte, quanto mi piace abitarla con virilità e pienezza, diversamente fragile nel regno degli specchi rotti.
Quanto mi appassiona ancora scoprire ciò che è nascosto e sperare di avere il tempo necessario per elaborarne un’efficace comunicazione.
E di fronte all’amore?
Non sorrido più il mio senso di morte, semmai abbasso la visiera in corrispondenza del tramonto in arrivo.

©Luca De Pasquale 2019

12/03/19

Le notti del corno francese


Oltre ai dischi di contrabbasso solo, che sono la mia sovrana e magnifica ossessione, esistono tutta una serie di combinazioni sonore che mi emozionano e che da sempre suscitano il mio interesse, appassionandomi e spingendomi a studiare e conoscere. Come l’uso di strumenti non convenzionali nel jazz: corno, fagotto, controfagotto, oboe, serpente, oltre al basso tuba naturalmente, che invece del jazz è uno dei padri fondatori.

Sin da ragazzo, da quando –come ho già avuto modo di scrivere- giravo le copertine per leggere i nomi dei musicisti, il mio interesse per il registro grave fu effettivamente matto e disperatissimo, ma non mi impedì di guardare anche altrove.
E così, sul campo (cioè nei negozi di dischi, mai avuto uno zio onnisciente, un guru o un esperto in famiglia) scoprii di amare il suono del corno francese in particolare. Faticosamente, andai a caccia di musicisti che usavano quello strumento nel jazz, e mi imbattei in John Clark, Tom Varner, Arkady Shilkloper, Julius Watkins, Vincent Chancey. Decisi dunque di procurarmi un vinile di John Clark uscito per la Ecm, “Faces” del 1981. Lo acquistai da Top Music a via Merliani, per dodicimila lire, praticamente poco meno della mia paghetta settimanale. Fu un acquisto rischiosissimo per me, considerato che nella formazione si era evidentemente consumata, secondo i miei dettami di allora, un’autentica eresia: niente contrabbasso o basso elettrico.

Infatti, il quartetto di musicisti includeva oltre Clark il vibrafonista David Friedman, il violoncellista David Darling e uno dei batteristi che ho amato di più in assoluto nella mia vita, quel Jon Christensen che oggi “infesta” la metà della mia discografia.
Risultato a sorpresa: una rivelazione assoluta. Quel disco, accompagnato per giunta da una delle tante copertine mozzafiato marchio di fabbrica della gloriosa label tedesca, mi tenne compagnia per notti e notti di insonnia e studio, con il suo andamento ipnotico, con quella magica mistura di algido impressionismo e spontaneità esecutiva.
Mi insegnò, tra le tante cose, ad apprezzare il violoncello, il vibrafono e ad uscire da quello stolto luogo comune che voleva la batteria come strumento unicamente percussivo e raramente espressivo. Ecco, “Faces” sovvertì molte delle idee preconcette che mi ero fatto sul jazz, sulla centralità di certi strumenti, sulle dinamiche compositive.

E soprattutto, insisto, “Faces” diventò a buon diritto uno dei miei dischi della notte. Solo una quindicina di album potevano entrare nel gotha dei miei dischi notturni. “Faces” non è mai stato scalzato, lo ascolto ancora spesso, sempre dopo l’imbrunire. È un disco che mi ha insegnato anche come stare in silenzio. Come attendere senza divorarsi nell’attesa. Quando mi sento inquieto o adirato, e capita ancora troppo spesso, ricorro a “Faces in the fire” o “Faces in the sky”.

Grazie a quel vinile di John Clark, poi, accentuai di parecchio il mio interesse per la Ecm e per quel suono unico che trovavi solo in quei dischi. Curioso che molti dei miei eletti “dischi della notte” di marca Ecm non siano stati ristampati in cd o risultino tutt’ora fuori catalogo. Magari si può sperare nelle meritorie edizioni “Touchstones”, preziosa opera di recupero.

Tra i dischi Ecm che mi hanno aiutato a costruire un osservatorio interiore e non solo sulla notte, oltre a John Clark devo citare Art Lande con “Rubisa Patrol”, i Double Image con “Dawn” (con un grande Harvie Swartz al contrabbasso), “Chorus” di Eberhard Weber, “Opening Night” di Enrico Rava, la sottovalutatissima Everyman Band con “Without warning”(David Torn, munifico, alla chitarra e al basso Bruce Yaw già collaboratore storico di Lou Reed), “Polarization” di Julian Priester, “Partial solar eclipse” di Lennart Åberg con tanto di binomio basso elettrico/contrabbasso (Palle Danielsson), “Ecotopia” degli Oregon, “Blue” di Terje Rypdal&The Chasers, “Wave Of Sorrow” del duo Mikhail Alperin/Arkady Shilkloper. Mi fermo qui, potrebbero non bastare due pagine di questo blog, perché in tutta evidenza il suono Ecm è stato uno dei miei benedetti imprinting.

Sono passati più di trent’anni dalle notti con il corno francese di John Clark e più in esteso con i dischi dell’Ecm. Probabilmente, se mi fossi imbolsito come temevo, adesso sarei uno di quei ricusatori da nuovo pelo che professano amore per il nuovo pop e che liquidano gli ascolti giovanili come “tratti del cammino”. Giammai.
Due notti fa ho fatto un brutto sogno e al risveglio, ancora prima del caffè, ho avuto bisogno di “Nimbus” di Ralph Towner. La mia giornata sarebbe stata orribile senza quel brano così avvolgente e puro.
A ben pensarci, anche il disco che mi sta salvando oggi, e cioè “No Matter” del quartetto Mark Nauseef/Bill Laswell/Markus Stockhausen/Kudsi Erguner, è figlio di “Faces” di John Clark, anche se siamo su territori altri e manca il corno francese. Oggi non potrei ascoltare questo lavoro, non lo capirei, senza l’esperienza dell’ascolto di John Clark.

Provo gratitudine per chi comunque mi ha consigliato, da giovanissimo, i dischi giusti e mi ha facilitato il cammino; ma sono anche orgoglioso, e non capita spesso, della mia curiosità insaziabile e dell’amore trascendente che ho per la musica e per il suono.
Non sempre è solo contrabbasso, come confesso oggi con allegria e quiete.

©Luca De Pasquale 2019










11/03/19

Il sentimento del deserto


Uscire il sabato e la domenica, e non farsi sporcare dal casino, dalla volgarità, dalla tracotanza, dal vitalismo sguaiato. Un tempo pensavo non fosse possibile. Mi sbagliavo.
Riesco a camminare nella folla con un sentimento più attraente di quel che si possa pensare, il deserto. Il sentimento del deserto che riesce a regolare il respiro, lo sguardo, persino le voglie.
Non sono coinvolto dal rumore. Dalle pretese. Dal rumore delle pretese. La vanità non mi fa effetto, anzi è respingente. I comportamenti accentranti non varcano più la mia frontiera. Non esondo e non mi lascio travolgere da frane, smottamenti e isterie.

Anche quando mi accorgo che in me prevale l’oscurità, non sono più tentato di venderla come luce agli altri. Agli altri occasionali. Agli altri che non vogliono nient’altro che rumore, attenzione malata. Il sentimento del deserto mi è confortevole, finalmente. Mi permette di ascoltare le voci e pure il silenzio. Mi consente di assumere l’andatura che preferisco, la postura più reale di quel che sono e credo di essere.
Non è facile da comunicare, questo avvolgente senso di deserto, caldo, caldissimo e certo non esente da trappole. Difficile anche portarlo su carta; impossibile tentarne una forma di comunicazione verbale.
Sento tutto, sempre troppo, ma potrei anche asserire senza mentire che certe volte non sento proprio nulla. Se non, appunto, gli odori del deserto al quale sono arrivato, senza sceglierlo come abito.

Il deserto mi vieta alcune cose che mi disgustavano e nelle cui spire finivo, pur opponendomi. La piacioneria, ad esempio, e con lei tutto quel corollario vacuo di stronzate sulla seduzione. La politica per principianti che schiuma sulle labbra degli esagitati. Il risentimento, il rancore e le rivendicazioni nevrotiche di chi necessita di odio e dileggio per sentire il proprio (stupido) rumore nel mondo. Le dinamiche familiari mai sanate, mai realmente affrontate, di clan e di gregge, incubo a cielo aperto, fogna coatta in cui sguazzare come tanti Calimero condannati a calpestarsi da soli.
La retorica della libertà. L’avvinazzata retorica dell’amore ideale, la retorica verbale della fatica nell’accettare di darsi a qualcuno. Ho sempre ragionato come un ibrido tra un Pierrot lunare e una puttana, per cui questa roba non riesce a toccarmi.

Le dinamiche d’amore sono sopravvalutate. E di molto.
Il sesso è sopravvalutato fino a diventare mostruoso, contorcimenti che invece sarebbe meglio applicare senza dietrologie informi, cariche di libri che abbiamo letto, di persone che non abbiamo scopato per bene, di fate e folletti che non abbiamo sedotto, di allegre brigate di cui non abbiamo mai fatto realmente parte.
Che dire, che scrivere?
Probabilmente sono un suicida felice di essere rimasto vivo. Forse ci si potrebbe fermare a questa formula, ed evitare lungaggini colme di suggestioni ricamate dalla paura del silenzio.
Probabilmente inseguo valori altri, non necessariamente alti. Anzi. Probabilmente la diffidenza non è un alibi, ma una ferita che drena uragani attorno a quei pezzi di sensibilità caduti per strada e mai recuperati.
“Lo scrivi un libro, allora?”
“No, scrivo i giorni e anche le dannazioni”.

“Lo scrivi un libro, allora?”
Lo so che dovrei rispondere “quasi quasi partorisco il terzo”. E invece di scrivere un terzo libro che valga come terzo libro, lo ammetto, non me ne frega un cazzo.
Scrivo i giorni. Se serve, mi faccio male. Se serve, mi faccio bene. Coltivo il deserto che mi piace, quello con i colori, con la musica soprattutto. Oltre la musica, sono pochissime le cose che mi scuotono nel profondo. La musica germoglia nel deserto, anche senza le dovute cure. Poco altro resiste.

Non mi piaccio nello specchio. Raramente mi piaccio negli occhi degli altri. Il mio nome non mi fa effetto. Quando sento chiamare qualcuno “Luca” per strada, tendo però a girarmi e a cercare di capire da dove provenga quel suono, quel richiamo. Come se dovessi recuperare qualcuno che non ho mai conosciuto, o che ho perso troppo presto. Come se quel gesto di attenzione all’ascolto fosse un modo per dimostrarmi che sono vivo, anche se in passato mi piaceva suicidarmi.
“I soldati migliori finiscono per armarsi del deserto”, diceva uno scrittore inglese che purtroppo non ho mai conosciuto.
C’è ancora tempo per sentire la sua voce, nelle ombre del caos, nei miei giorni più lunghi e silenziosi, nel mio deserto a picco su altro deserto.

©Luca De Pasquale 2019

07/03/19

I profumi mi feriscono


L’urgenza di scrivere si è aggrappata alla coda ferita della vita, ed è allora più viaggio che comunicazione, è impresa e non solo resistenza rassicurante.
Porto i miei anni in giro come un cane incontinente, sono curioso, guardo, osservo, scruto. Qualcuno mi ha invertito i colori negli occhi e le caverne nel cuore, l’emozione è risalita e il pensiero somiglia ad un hotel di lusso sull’abisso.
Sono sensibile ai profumi. Alle voci. Ai movimenti in ombra. Sono molto sensibile alle delusioni e da quelle rinasco prima come cenere e poi come uomo.
Mi porto i miei anni in giro con una sorta di incredulità balbuziente, eppure sembrava ieri che avevo trent’anni. Non è facile da accettare. La tentazione è quella di cadere in una confortevole malinconia che sguazza in rimpianti e sguardi di brace rimasti lì dov’erano, a promettere e basta.

L’urgenza di scrivere è in parziale sciopero, nelle mie sere offuscate dal troppo studio, dagli eccessivi accorgimenti organizzativi rispetto al giorno seguente.
Non sono più la mia urgenza di scrivere e solo in parte sono la mia scrittura.
Mi porto dietro i miei anni con la purezza dei sogni interrotti e l’animo da sgorgare come un lavandino. I miei sono silenzi da puttana, a fronte delle troppe parole smarrite in giro e verso occhi troppo collegati alle orecchie.
Scrivere, andare a fondo, farmi a pezzi, dannarmi come ho sempre desiderato, tutto viaggia ad altra velocità, sotto i festoni sistemati per una festa alla quale non sono stato invitato, non da me stesso.

Gli odori intimi, forti, agitati delle donne mi piacciono ancora, ma hanno un retrogusto di morte che faticherò a togliermi di dosso. Ogni giorno mi vesto diversamente, ma ogni mio indumento sprigiona qualcosa che mi ricorda quanto devo dimenticare, quanto c’è ancora da mettersi alle spalle. No, non sono libero. E nemmeno disponibile. Sono occupato a portarmi a zonzo, nelle cantine da astemio, nei tuguri da ospite non giudicante e nemmeno sedizioso, negli amori come cronista, nei sensi come velo scuro su troppo desiderio. Mi porto dietro al guinzaglio di vecchie rilassanti idee di algida assenza, e fatico non poco a non sentirmi una vecchia prostituta a riposo.

Il compromesso di condividere le mie passioni è in corso. Luce accesa.
Sono poche, intense, violente, definitive, caratterizzanti. Non sono in discussione.
Neanche la mia età e gli anni azzoppati sono in discussione. Gli interlocutori, invece, sono continuamente in discussione in quanto organismi capaci di progredire e dunque di non essere degli scherzi fissi dalle smanie teatrali.
Quando arriva la sera, è come se una madre sconosciuta mi carezzasse il collo e proteggesse i troppi affanni della luce.
Non sono libero, non sono disponibile. Non sono la mia rappresentazione.
Devo dimenticare in continuazione. Anche in tempo reale.
I profumi mi feriscono. Più delle persone.
La stupidità è desolante e non innocua come si crede; l’ignoranza non andrebbe più giustificata per sentito dire o per simulata pietà in abito superiore.
Il vero amore, a giochi fatti, è una porta dell’Inferno. L’importante è saperlo, e fare lezioni di tempesta nell’aria scura, quando nessuno ti vede e può seguire le tue evoluzioni, le tue esitazioni.
Scrivere per interessarsi a sé stessi è un atto da impotenti.
Comunicare per interessare gli altri è un compromesso sporco da non avallare, mai, anche a stanze vuote.
Mi porto i miei anni a spasso, presi a calci e spintoni nella ressa dei desideri. Cerco il suono fondo nelle cose, nelle persone, nei risvegli e nelle rese, come nelle imprese.
Le persone non riescono a ferirmi, i profumi sì. Come sempre, come accade da quando sono nato.
È così.

©Luca De Pasquale 2019

28/02/19

Il lazo nei pantaloni e il basso continuo


In giro c’è una gran voglia di rimettere a posto le cose, e soprattutto i cocci. Ognuno sembra in cerca di più pietre filosofali, rimedi, convertitori capaci di commutare la valuta in nuova sensibilità. C’è in giro quel finto ottimismo borghese che tanti danni ha fatto, e che continua a mietere vittime tra gli ingenui e i pentiti, manipolandone le già non eroiche azioni. È come se vivessimo tutti sotto un rabberciato e gretto controllo dei nostri istinti. Come robot con l’alitosi esistenziale chiediamo al cielo la nostra razione di felicità negata, e nel farlo diamo il peggio di noi stessi. Nel cercare l’assoluto cediamo definitivamente al ridicolo.

O questo, o il vizio. Vissuto con noia, con assuefazione, aspettando l’attimo della conquista, dell’acquisto, della diaria, dell’eiaculazione, dell’applauso. O i finti virtuosi con la bava alla bocca, o le bellissime puttane interiori che hanno reso il tuo stomaco un eliporto notturno, un deposito di affascinanti delusioni, un campo da gioco per spettri passati per la filodrammatica.
Difficile stare nel mezzo. Difficile giocare tra gli estremi, trovando un equilibrio da contrabbandare nelle apparenze sociali, sempre più estenuate, flebili, totalmente contestabili.

Alle cinque del mattino apro gli occhi e sento dei tonfi al piano di sopra. Penso subito che l’inquilina stia fottendo con un uomo magari vestito da Batman, uno che l’ha legata alla testiera del letto con uno spago di soia fusa. Presto però mi accorgo che si tratta, proprio come me, di una persona alle prese con l’insonnia. Vecchio vizio, quello di considerare il sesso possibile a qualsiasi ora e in qualsiasi contesto; questo mi fa rendere conto di aver vissuto con così pochi orpelli al punto da vedere l’accoppiamento per quello che è, come bere, mangiare, respirare. Attività per le quali non è richiesto, o almeno non ancora, il pudore. In uno dei tanti sogni assurdi di queste notti, una donna in un negozio mi chiamava dall’altro lato della strada perché voleva “assaggiarmi”. E io ci andavo, pensando quello che ho sempre pensato in materia di incontri, “se dopo crepo non me ne frega niente”. Tutto o quasi sempre con questo spirito, ogni eventuale ultima azione vale da sola tutta la dose di sacra strafottenza di un’intera vita, trascorsa a tentare strenuamente di non farsi condizionare e plagiare.

Mi sto abituando ai capelli grigi. Al fatto che devo alzarmi di notte per pisciare, e che non sono il superuomo ipersensibile che per anni ho disegnato sulla porta. Rispetto agli anni passati ad “uscire” dalla famiglia, dall’ambiente natio, sono poche e buone le cose rimaste davvero in piedi. L’indipendenza nello scrivere, per esempio. L’amore per il jazz e il contrabbasso, anche. Ogni sera rileggo venti pagine della biografia di Scott LaFaro e mi sento a casa, nel mio mondo, nel mio humus, che non per questo è un hortus conclusus. Non ho bisogno di legarmi una corda al piede e lanciarmi nel vuoto per sentire il fascino del rischio. Quello lo sento anche quando vado al bar a prendere un caffè o quando parlo con chi non conosco, spingendomi a non prevenire le reazioni altrui. Mai seriamente conosciuta la signora Prudenza, anche se non sono fisicamente un esploratore.
È un rischio anche avere a che fare con tutte quelle persone che hanno una bocca malinconica, verso il basso o verso l’idea della vecchiaia, persone deluse, mezze sconfitte, ma non al punto di trovare finalmente un po’ di coraggio. Persone che potresti trattare come malati, o ancora peggio come cavie e spettatori per l’infame lancio del lazo nella patta dei pantaloni, lo sport più facile imparato nella velenosa pozza dell’inguaribile rabbia adolescenziale.
Le persone come pezzi di carne, come ventagli di dolore, da sfiorare e carezzare per farle suonare come strumenti al tuo servizio; persone da eccitare a dovere per sentire il loro suono ed eventualmente sovrapporlo al tuo basso continuo, profondo e incapace di accettare religioni e tavole.

Tutte le volte che mi sveglio all’alba mi chiedo che razza di spirito d’impresa ci debba volere, e quanto si vuole credere nel mondo, nello scrivere quei libri con trama gialla e inserti divertenti, tipo “L’indagine ariosa del commissario Cavazzuti”. Mi chiedo come sia possibile non avere voglia, invece, di scrivere dai margini, dalle rovine, dalle feritoie notturne, come facevano tra gli altri Hamsun e Gérard de Nerval. Come si può puntare a scrivere storie a lieto fine? Come ci si può impegnare in descrizioni tenui, articolate sul non detto, sul supposto, con vellicazioni psicologiche di maniera? E come cazzo facciamo a scrivere ancora d’amore quando siamo spesso delle ferite ambulanti con finestre su un futuro che nessuna persona ha lasciato fuoriuscire dalle fiabe più abusate? Quanto è puerile e vergognosa la nostra voglia di salvezza, di assoluzione, di recupero di quell’ingenuità che continuiamo a idealizzare per non innamorarci delle sabbie mobili?
Quel che è certo è che morirò dannato. Detto nell’accezione più costruttiva, logica e aperta al mondo. I miei pensieri, i miei sentimenti, i miei impulsi più profondi sono una costante dannazione che non ricuso. Sono sempre al bivio della notte, a volte incerto tra la calata e il volo, sempre con quel suono di stelle frantumate in testa, il legno del contrabbasso, il sapore delle lingue calde e delle bugie, l’errore dell’iniziale fiducia nella saggezza dei vecchi, l’obbligo alla non eversione esistenziale per essere accettati da quattro sdentati timorati del giudizio finale.
Non c’è salvezza per chi guarda la bellezza in coda all’insonnia. E anche per chi ha giocato troppo a quello sport masochistico e umorale, il lancio del lazo dai pantaloni. Pur di non catturare un respiro lungo e rivoluzionario.
Siamo uomini, siamo paura. Questo te lo insegnano in famiglia con i primi consigli di sopravvivenza, ed è un delitto irreparabile nella vita di una persona.

©Luca De Pasquale 2019

25/02/19

Istantanea interiore luce nord

Una fase molto delicata della mia adolescenza e anche della post-adolescenza è stata accompagnata dal jazz nordico, i cui suoni hanno lavorato sulle mie sensazioni, sul mio carattere, hanno colorato le mie passioni e sono stati il miglior modo per riconoscermi un certo felice diritto all’amore per il silenzio. Eh sì, perché fino ad una certa età mica l’ho confessato, che alle tante parole –e anche a certi confronti- preferivo di gran lunga il silenzio, e naturalmente i suoi alveari, l’alba, la notte, il dopo di qualsiasi cosa.
Dopo una festa di Carnevale, dopo un incontro d’amore, dopo una scomparsa, o anche con gli occhi aperti e fieri dopo una grande delusione. I musicisti con i quali sono cresciuto sono noti agli amanti del jazz, un po’ meno agli altri. Su tutti il contrabbassista Arild Andersen, il chitarrista Terje Rypdal, il bassista Bjørn Kjellemyr, il pianista Bobo Stenson, naturalmente Palle Danielsson, il batterista finlandese Edward Vesala; l’elenco sarebbe per mia fortuna interminabile.
Per lungo tempo ho avuto pudore nell’ammettere che i miei scenari interiori erano fin troppo “nordici” per gli amici, i conoscenti, le storie di una sera o di qualche mese. E che la musica non era solo passione da approfondire, ma anche viatico di crescita, di sperimentazione, persino di improvvisazione esistenziale, certamente simbolo di un difficile tentativo, quello di fedeltà all’anima. Certo che ci andavo alle feste. Ci sono andato per anni. Ora non più, perché sinceramente mi rompo i coglioni. Ci andavo, sempre in quello stato intermedio tra il rifugio invernale del cuore e il possibile innamoramento perpetuo. Ci andavo imbottito di jazz, manco avessi addosso una cintura di dinamite emozionale ogni volta. In particolare, avevo in testa l’incipit di quel brano di Terje Rypdal&The Chasers che mi ha accompagnato una vita intera, “Tanga”; mi sentivo innervato di elettricità e di languore insolente proprio come l’incedere implacabile del basso elettrico di Bjørn Kjellemyr all’inizio del brano, con la lirica, lancinante chitarra di Rypdal a cesellare i vuoti emozionali, i tentativi, le ossessioni.
Quell’attacco di basso di Kjellemyr si è cristallizzato nel tempo come una mia cifra personale, quasi come un modo di muovermi, a grandi passi verso il futuro senza dimenticare mai il vuoto. La costante ricerca di passione e incontro sul filo del vuoto, tangenziale alla morte e deciso a vendere cara la pelle. Questo significa(va) per me quel giro di basso. Non era solo musica, melomania, attitudine. Non solo.
Da qualche tempo sono tornato nel gioco delle parti, libero, fragile, contraddittorio come tutti. L’unico trucco cui ricorro è evitare parole che non desidero, scontri che non mi appartengono, alleanze che mi tradirebbero, ed è, in questo nuovo disegno imperfetto, fondamentale non farsi usare. Come passatempo. Come oggetto di distensione sotto pressione. Come presenza valvola di sfogo. Come ascoltatore privo di istanze personali. Come stimolatore di vanità e accompagnatore intelligente. Non c’è tariffa esistenziale che tenga, il protagonismo è destinato a morire sul ciglio della strada, lontano da ogni comprensione possibile. Nessuno di noi è avulso dal gioco delle parti. Dagli errori propri e degli altri. Tutto quello che c’è da fare seriamente, molto più che cercare salvezza in giro, è trovare la propria luce e brillare anche quando non ci guarda nessuno. Solo la luce reale di quel che siamo potrà guidare qualcuno da noi, senza pubblicità, senza stratagemmi e sciocche inclusioni di circostanza.
Salgo sugli autobus, sui treni, cerco di andare via per farmi contento dopo anni, ormai la sento e la riconosco, quella luce nordica che mi porto dentro, quel sole di mezzanotte che non ho mai voluto imparare a descrivere scopo vendita. Educatamente, faccio la fila nei negozi, negli uffici, dal medico, non prendo mai la parola per primo perché non credo negli apripista e ancor meno nei catalizzatori di attenzione. Questa è l’istantanea interiore luce nord che posso produrre stasera, senza tradirmi, senza mentire.
Stamattina ho aperto la mia giornata con un pezzo fantastico, “Song for a sad day” di Arild Andersen, anche se non avevo affatto deciso di orientare le ore seguenti alla tristezza. E infatti, oggi non è un giorno più triste di altri. Se per triste qualcuno intende solitario, compattato nella luce esistenziale, allora per gli spettatori esterni questo potrebbe essere uno di quei momenti tristi che fanno tanta paura ai più, come la solitudine la sera. Tante volte vorrei provare a suggerire che la solitudine non andrebbe combattuta telefonando a destra e manca o accettando inviti deprimenti, pur di non restare da soli con se stessi. Se impiegassimo tante ore sprecate a cercare compagnia nella ricerca della nostra luce personale, del senso stesso del nostro stare al mondo, si eviterebbero tanti psicodrammi e tante inopportune esagerazioni emozionali. E non saremmo nemmeno costretti a dover credere a qualcuno o alle moine di qualcuno, per ridarci una forza che da soli ci siamo sottratti, a furia di interrogarci sul come e perché piacciamo o meno.
Credo sia ufficiale, ormai, che non sono più interessato ad esperimenti basati su espedienti di compagnia, sul calore fittizio di presenze obbligate, a forma di labbra o di amico, di vagina o di Dio. Cerco il suono, le luci, il senso, cerco il coraggio che volevo sotto l’albero di Natale, da bambino. Non prevedo nei miei dintorni la noia dell’indecisione, l’incerta guarigione degli specchi, le chiacchiere risentite dei condannati alla simulata trasparenza.

È arrivata la sera. Altra luce, altro pezzo. “Somewhere in between” di Bugge Wesseltoft, percorso da un miracolo legnoso, il contrabbasso insinuante di Ingebrigt Håker Flaten. Ecco il mio suono di stasera, pellegrino laico in un deserto interiore che non è disperazione, bensì ricerca.

Vallo a spiegare nello spot goffo che dobbiamo produrre per la nostra eventuale bellezza. Come spieghi un suono, un panorama interiore, senza toccare gli estremi dell’arroganza e dello sconforto?

Vecchi problemi che non mi interessano. Questa è la mia istantanea interiore luce nord. Mi sta benissimo.

 

©Luca De Pasquale 2019



Bjørn Kjellemyr
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18/02/19

Ehi ragazzino, come mai ti piace tanto il contrabbasso?


Solo ora, a quarantasette anni “suonati”, mi rendo conto del grande numero di domande alle quali ho dovuto rispondere da bambino e poi da adolescente.
“Come mai non sai giocare bene a pallone?”
“Perché leggi sempre?”
“Come mai non ti piace il mare?”
“Come mai non hai il motorino e dici che non vuoi prendere la patente? Certo che sei strano…”
“Come mai tifi per la Fiorentina se sei di Napoli?”
“Perché hai questa fissazione per il contrabbasso? È uno strumento così antico e ingombrante… il pianoforte e la chitarra invece sono così belli...”
Una fatica immane, spropositata per un ragazzino in piena formazione.

In pratica, mentre costruivo i miei gusti e riconoscevo le mie reali inclinazioni e le passioni più sincere, la maggior parte delle persone che conoscevo (parenti inclusi) pretendeva delle sensate spiegazioni circa le mie “stranezze”. E questo solo perché non ho mai voluto seguire linee guida preconfezionate, mettendo in discussione anche quella brodosa fesseria che porta i “grandi” a sostenere che l’esperienza è tutto. Purtroppo, mi è capitato di conoscere molti individui più grandi ed esperti di me che erano innegabilmente meno consapevoli di me, anche a causa di un ottimismo sbracato e fatalista, sintomo perpetuo di un’adolescenza mai superata e soprattutto mai risolta.

E così, per lunghi anni, non ancora in grado di gestire i vari livelli delle relazioni umane, mi convinsi che in qualche modo dovevo organizzarmi al meglio per giustificarmi in modo convincente e rivendicare la validità delle mie scelte esistenziali e di gusto. Per un certo tempo, mi sono divertito anche parecchio nella pantomima “uno contro il mondo”, e poi, come quasi tutto del resto, anche questo meccanismo si è sfaldato, tradendo tutta la sua inevitabile approssimazione. Che tedio, dover sostenere dei veri e propri questionari attitudinali, degli sgrammaticati (spesso) test di compatibilità con il mondo “normale e funzionante”, e che delusione certe ragazze e donne attratte dall’esotismo ribellistico solo finché tale esotismo non si rivela per quel che è davvero, solo una scelta di vita piuttosto anticonformista ma sincera.

Oggi, tutti gli sforzi che ho impiegato per scrollarmi di dosso gabbie, definizioni scontate e psicologismo da cesso chimico mi fanno sorridere. Ho combattuto strenuamente contro i mulini a vento e il gioco, evidentemente, non valeva la candela. Perché poi le persone compatibili, appassionate, di ampie vedute, le incontri lo stesso e sai anche come tenertele. Il problema, semmai, è tutto il tempo sperperato a convincere della tua bontà gli irriducibili, gli allineati e i finti indagatori dell’animo umano, sempre pronti a sparare sentenze facilone, ma assolutamente inadatti a gestire la propria quotidianità in modo appena dignitoso.
Oggi, lo confesso, se incontro qualcuno in vena di contestazioni sterili e di accattonaggio psicologico a dispense, scappo a mille all’ora verso le poche libertà che sono riuscito a conservare. Così come scappo in presenza della vanità fine a se stessa e all’indecisione, questo noioso mostro che rende gli individui delle ciarlanti banderuole.
Cerco di accettare le persone per quel che mi mostrano, senza indugiare in speleologia comportamentale senza costrutto. Se capisco che qualcuno è insopportabile a causa di vecchi traumi, lo sorpasso: perché non sono deputato, proprio io, a “tutto comprendere per meglio accogliere”. Io non sono una vecchia locanda o un guanto caldo dove lasciare qualche umore rancido. Non sono uno che usa le parole per blandire, per conquistare, per scalare posizioni. In buona sostanza sono un idiota consapevole di certi sperperi personali, ma che importa?
Il tempo delle spiegazioni è finito. Indissolubilmente. Come anche l’era delle attese idealizzate. Il gioco dei sogni al mercato delle pulci dell’anima è fallito.
L’adolescenza allungata come una vecchia fisarmonica marcia è stata inghiottita dalla notte: non tornerà mai più ed è sciocco e pietoso intonare una mesta litania celebrativa.
Finito anche l’hobby di innamorarsi delle assenze, quella, diciamolo chiaro, è roba per mitomani, è una sconfitta orrenda, è una ferita che drena molliche di morte.
Chi passa il tempo ad elargire spiegazioni è pazzo e anche pavido. Sipario chiuso sulla cabina delle risposte, con o senza cuffie. Ora si gioca a carne viva, senza alibi maldestri, e troppi errori non saranno perdonati, bisogna stare attenti. Non sono rimaste tre vite come nei videogiochi di un tempo.

Il tempo è passato, crudelmente. Ci sta tutto. Ora le domande sono diverse, formulate con una curiosità pigra e qualche volta dolente. Non è infrequente che vengano poste solo per non affrontare il silenzio, l’incubo peggiore per le persone non strutturate.
“Come mai non suoni il contrabbasso? Ne studi solo gli interpreti?”
“Perché non sei espatriato prima? Ti sarebbe convenuto…”
Questa è una delle poche inutili certezze da comodino che sono rimate sotto il pacchetto di sigarette e quel cd di Jean-François Jenny-Clark che è ancora il mio miglior respiratore.
Nei primi anni ottanta amavo leggere, il contrabbasso, il basso elettrico, la notte, i paesaggi deserti e i posti abbandonati, scrivere, le donne, la Fiorentina e un’equità sociale che già allora mi sembrava traballare pesantemente sotto i colpi di tosse catarrosi di una massa arroccata sui privilegi. Si sono aggiunti degli elementi “amorosi” negli anni, dei piccoli innesti e delle sfumature, ma la mia anima è sempre quella. La grande differenza consiste nel non dare più quelle estenuanti, patetiche spiegazioni da rinculo.
Si vive meglio, si produce di più, forse si piace ancor meno.
Non ha nessuna importanza.

©Luca De Pasquale 2019