22/01/19

Zecca rossa, socialista reale, distinti saluti


Mentre le persone si scannano, davvero si scannano, per le loro idee politiche e sociali, c’è chi preferisce –sia chiaro, senza lavarsene affatto le mani- seguire un altro percorso, forse un viaggio all’incontrario, un itinerario che di turistico e sfizioso non ha proprio nulla.
Mi sono esposto in abbondanza, anche troppo, circa le mie idee. Che naturalmente non sono mutate con il passare dei venti. Tant’è che, se possibile, sono ancora più estremista di un tempo. Estremista educato che non ama le risse e mai le amerà. È stato quasi divertente, scrivere quello che pensavo e osservare la ritirata dell’offeso di turno. Ma è un giochino che non serve a nessuno e, naturalmente, di suo ha l’utilità di una maratona onanistica. Per ambo le parti. Principalmente per me, però, visto che non intendo convertire nessuno al mio indistruttibile socialismo reale ed operaista che se ne strafotte del governo in carica, anzi lo avversa con profonda e orgogliosa ostinazione.

Invece di perdere tempo con insulti, anatemi e scomuniche grottesche, preferisco addentrarmi nel mondo reale, quello che non urla dalle tastiere e rompe il cazzo nei bar e negli autobus con ridicole tirate complottiste bava alla bocca.
Vivo, da disoccupato quasi cinquantenne, la vera, verissima amarezza delle persone che non sperano più e si sentono schiacciate. Persone che credevano, come il sottoscritto, in ideali di uguaglianza e che guardano, pur senza un euro in tasca, alle correnti derive populiste e sovraniste come ad un orrore annunciato che si è materializzato in tutta la sua caotica e rivoltante potenza.

Ogni tanto qualche simpaticone mi si avvicina e mi apostrofa educatamente con sprezzo triviale, “ehi, e ora che dicono i tuoi amici del PD?”
Amici del PD?
Ma di che cazzo state parlando?
Allora sto al gioco: “Vorrai dire i miei amici COMUNISTI?”
“Tu non sei mai stato comunista, Luca”
“Sei tu che me lo dici?”
“Perché, sì? Tu sei anarchico! E nemmeno: tu odi i centri sociali”
Cristo, che confusione ha la gente in testa. Che tragica confusione.
“Io sono operaista, sinistrorso, zecca rossa, comunista, anarchico, anarcocomunista, sovversivo e non eversivo, disubbidiente e non centrosocialino, marxista e non stalinista, io sono a sinistra di qualsiasi cosa e dunque, secondo le tue regole, non dovresti rivolgermi la parola o leggere i miei scritti. Cancellami dai contatti facebook e anche da Linkedin, Twitter, Google Plus, Pinterest, Instagram e Tumblr, so che devi seguire le tue regole”.

Mantengo le mie posizioni.
Non c’è verso di farmi cambiare idea, sponda, ispirazione, panoramica.
Il populismo non è dalla parte dei deboli, il populismo spopola tra intestino e paure ancestrali. Come il razzismo, il sessismo, ed è inutile pronunciare la parola “sovranismo” senza comprendere nemmeno di cosa si stia parlando.
Non mi interessa per un cazzo.
Qualcuno mi ha detto che mi salverò il culo con il reddito di cittadinanza, spacciato come provvedimento rivoluzionario. Ho semplicemente risposto, senza accendere focolai di rissa, che non lo richiederò e non provo il minimo piacere anche solo nel considerare l’idea.

Da quella che dovrebbe –e dico dovrebbe- essere la mia parte, la mia fazione, mi viene richiesto invece di impegnarmi, tastiera alla mano, senza indugiare in personalismi di maniera, personalismi magari “descrittivi”, altra parola stupidamente in voga.
Personalismi?
Io sono un individuo e come individuo devo compiermi e capire, altrimenti non servirò a nulla, a me e agli altri che mi interessano e non solo. Gli accorati scrittori indignati da tastiera, super progressisti e delusi più per facciata che per culo bruciato, li considero solo dei segaioli. Detto con educazione, si intende.
Che ne sapete della strada? Che ne sapete della morte in povertà, cosa ne sapete della rabbia che cova negli scantinati, nei sobborghi, che ne sapete dello sconcerto che ti viene addosso quando non si possono pagare bollette e spesa? Urlate dalla tastiera, aspettate i like, infine vi schizzate addosso. Non sono interessato nemmeno a voi.

Dunque, perseguo la mia di vita, non in posizione anaforica ma in armonia con quei pezzi della società –i peggiori, credetemi- ai quali mi sento affine e anche, finalmente, appartenente. Quelli che il governo in carica etichetta come “poveracci”, o come direbbero i borghesi in pectore, i “falliti”.
Sono sereno, a mio modo. Non ho dubbi su quel che ho fatto. Sulla mia coerenza. Sulla mia allergia alle risse e alle minacce ideologiche. Potrei anche elaborare un bel post ad effetto, che almeno possa raccogliere i like sudati di “quelli della mia parte”, ma non riesco ad eccitarmi al pensiero. Anzi, mi deprimo. Quella non è lotta. Quella è autoindulgenza. Ne ho usata anche troppa, nella vita e in questo blog.
Basta.
Ed in ogni caso, cazzo, alla fine mi sono fregato da solo. Mi sono esposto di nuovo.

©Luca De Pasquale 2019

21/01/19

Passeggiata nel passato sotto la pioggia


Oggi ho camminato da solo per quasi due ore nel mio vecchio quartiere. Scendeva una pioggerellina fitta, nebbiosa. Ho deciso da subito che non avrei aperto l’ombrello. Non ho mai sopportato gli ombrelli.
Ho ricordato varie cose. Probabilmente troppe. “In queste strade”, ho pensato, “sia mia madre che mio padre mi hanno tenuto per mano”.
“E ora non ci sono più, ora continuo io”, ho aggiunto mentalmente, mentre la pioggia mi faceva le lenti a pois e mi spugnava il vecchio giubbotto da battaglia.

Ho fischiettato impercettibilmente una delle mie canzoni preferite di sempre, “Fine Line” dei Cars. Tra me e questa canzone esiste un legame indissolubile. La cadenza onirica e notturna, l’atmosfera fumosa, la voce di Ric Ocasek, il testo. Una delle mie canzoni della vita, anche se gli anni passano. In automatico, ho passato in rassegna centinaia di canzoni che hanno sancito la mia crescita e le mie passioni, dai Frankie Goes To Hollywood ai Double, passando per i Television e Tom Verlaine.
Via Vittoria Colonna, via dei Mille, via Bausan, piazzetta Ascensione, via Piscicelli, infine via Martucci. Da solo sotto la pioggia, bavero rialzato, 46 anni, cuore al neon, sigaretta bagnata tra le labbra, capelli impazziti per umidità, vecchie canzoni ovunque, stampate sulle saracinesche abbassate di negozi nuovi che nemmeno conosco e che alla “mia epoca” non c’erano.

E mi sono chiesto, ma oggi, proprio oggi che piove e che cammino nell’assenza e nel mio nuovo ruolo, oggi qual è la mia canzone?
Nessun dubbio. Come avrei potuto nutrirne?
“The great machine” dei Church, dal sottovalutato album “Hologram Of Baal”, disco dell’anima e della (mia) notte.
La canzone di ogni vincolo infranto. La canzone di nostalgie impaurite, non tanto da non vivere. Canzone da pioggia sulle labbra e occhi appannati, e fantasmi condannati ad innamorarsi sfalsati, fuori tempo, fuori sincrono, incontri interrotti dalle conseguenze dell’aria.

A via Piscicelli ero solo nel vero senso della parola. Nessun passante. Ho cercato allora il mio odore per sentirmi a casa, ma non l’ho trovato ed è stata una piccola vertigine.
Non trovando il mio odore, ho provato a ricordare quello dei miei genitori quando ero bambino. Non mi ha raggiunto in tempo, e allora ho dovuto abbassare la testa per un attimo, è la nuova era, ora tocca esclusivamente a me e non ho alibi. Non ne ho più.

Poi nella canzone che mi girava in testa è entrato il basso di Steve Kilbey, così ho avuto di nuovo controllo dei movimenti, del mio ritmo. E dei miei desideri. Che mi spaventano in modo inedito, preoccupante. Non mi danno garanzie. Sono schiaffi di profumo e foto di assenze che cercano posti dove riposare.

Mi sento così. A spasso nella mia infanzia, sempre passeggero della notte. L’ultimo utente della notte che si muove veramente, non quella dei divertimenti. Sono quello che aspetta tranquillo il primo traghetto dell’alba con un grande bagaglio di notti da disinnescare e svelenire. Sono quello che non usa nomi di donna per darsi nobiltà, eppure sono incapace di dimenticare sguardi, profumi, silenzi.
Orfano, uomo di gesso sotto la pioggia, ho ascoltato i miei adorati Church per un’ora buona, tra le strade dove i miei primi sogni sono diventati delusioni o micce, e dove mi sono dato per troppo tempo al gioco delle scelte da bastian contrario, pur di non restare ingabbiato.

Quando sono arrivato a destinazione, il mio jukebox interiore non si è affatto fermato. Ho fumato l’ultima sigaretta prima di scomparire in un palazzo, e il posto dei Church lo hanno preso i Last Shadow Puppets con due brani che consumo in dosi imbarazzanti sin dalla loro uscita, la sensuale “Dracula Teeth” e l’ipnotica, per me eroticissima, “Everything you’ve come to expect”, etereo carillon sentimentale dal richiamo letale.
Sì, lo ammetto: mi manca Paul Weller e ho trovato le mie compensazioni eleganti. Mi sembra ottimo.

Al ritorno, la musica in testa si era fermata. Tornare non è mai come arrivare. Non è semplice gestire i ritorni, soprattutto quando ricordi a perfezione i movimenti che hai compiuto all’inverso. La pioggia era finita, e i passanti sembravano delle comparse in un vecchio film noir, magari nemmeno il mio.
So però che tornerò alle mie canzoni, ai luoghi che mi hanno segnato ed insegnato, tornerò ai sogni e agli sguardi dopo aver protestato e aver anche sminuzzato le ragioni e la magnifica involontarietà del vivere.
Torno sempre laddove non dimentico.
Scompaio, senza urla e pianti, quando la scena non mi lascia spazio per respirare e per toccare.
Mi è capitato di sparirmi da dosso, come una vecchia pelle, un equivoco, o anche una passione abortita. Non mi è piaciuto, al punto che ho iniziato a sbagliare senza un minimo di stile. La vera presenza è un gesto adulto, senza capricci, senza assurde smanie da insicurezza. Un gesto paziente, concreto. Spesso inquietante e destabilizzante.
Il gusto amaro del tempo che si assottiglia anche se il coraggio resta quello che è, un guerriero non insensibile alle carezze.
E pazienza se piove dentro, nelle migliori stanze.

©Luca De Pasquale 2019





19/01/19

La bellezza non si applica


Si arriva al punto in cui è chiaro che ogni forma di protezione cercata ed idealizzata è solo un suicidio. Morte dell’impulso, ragnatela sul desiderio, codardia borghese.
Con gli anni ci si imbolsisce, ci si impigrisce e purtroppo inizia il carosello delle giustificazioni, dei pretesti accorpati agli alibi, documentazioni precise e grottesche da esibirsi quando l’occhio scompone la condotta.

Qual è la condotta che vado cercando e anche scrivendo?
Dopo lo zero in condotta di tanti anni di scuola, di famiglia, di istituzioni, di legami soffocanti, di convenzioni da pugnalare a notte alta, l’unica risposta possibile è nessuna condotta.

Sogna ragazzo, sogna. Sognare il riscatto. Sognare la normalità. Arrivare a dover addirittura sognare l’attenzione del mondo. Ma che oscenità sono queste? Perché certi sogni costringono gli individui a non vivere, semplicemente aspettare. Trascorrendo il tempo tra momentanee consolazioni e sprofondi arteriosi, psicologici; scambiando i predicatori per salvatori, i focosi amanti per persone del destino, gli assenti per persone innamorate che non hanno ancora trovato il tempo e il modo di farsi avanti. Con punti di ridicolo assoluto, quando la propria legge pretende di essere universo e metodo. Le bucce di banana sono ovunque, spesso ai piedi delle grandi fedi, come bagasce pagate da tutte le regine dell’agonia e della solitudine.

Complesso e fottuto, mi mangio i giorni della vita, a volte con troppo sale, altre come un brodo di mensa; capita che mi diano delle leccornie che risultano essere piatti non di mio gusto, merda esotica per gente che vola più alto e può consentirsi più cose.
Mi chiedono come sto.
Se sto elaborando il lutto.
Ma i miei lutti sono cominciati molto presto, e io non mi sono mai lamentato. C’è gente che piange da anni per lutti che non sono mai stati tali.
C’è poi chi non chiede proprio nulla, puntando sul riserbo come forma di dimostrazione educata d’affetto telepatico. Favole che scrivevo in pre-primina, alla scuola Ascensione, in mezzo alle suore, già con le mani che prudevano.

Mi chiedono come sto.
Se mi gira, rispondo che faccio resistenza.
Più che altro, preferisco girare al largo dai resoconti, dai riassunti. Dagli studiosi fallati in partenza della natura umana. Mi divincolo dalle formule apparentemente risolutive. Il dubbio, in ogni sua declinazione, mi fa il culo ogni giorno. Purtroppo ricordo ogni emozione che vivo. Difficilmente dimentico, e questo mi rende drammaticamente vulnerabile. La sera è facile che io sia dove qualche negozio chiude, negli angoli meno battuti della città, difforme dai tanti luoghi riempitivo dove si mangia, ci si conosce e si prenotano cosce aperte per noia e sudore. Insisto nel leggere libri che mi fanno a pezzi e sui quali sono costretto a meditare senza abbracciarli mai interamente. Mi ostino a incrociare gli sguardi che non sanno tranquillizzarmi, anzi. Consumo tonnellate di dischi, non come rifugio, come invece fanno in tanti. I dischi sono il mio humus, il brodo primordiale, il mio mondo primario. Più della scrittura, che posso considerare come un’espressione della mia inquietudine permanente. Cerco l’eleganza con uno spirito punk che non mi ha mai abbandonato, e questo spiega perché mi sono sempre considerato una testa di cazzo.
Non riesco a non diffidare di chi parla troppo d’amore. E forse lo faccio anche io, proprio scrivendone spesso, con l’espediente fittizio dello sguardo tangenziale. Mi è impossibile accodarmi a persone con atteggiamenti esibizionisticamente costruttivi. Vado via quando inizia il canto della salvezza e vedo nitido l’officiante che in pochi minuti cercherà di salmodiare i derelitti con le sue innocue e fuorvianti strategie visionarie di bellezza applicabile.
La bellezza non si applica, si usa come arma contundente. Anche e soprattutto contro se stessi, quando il pensiero di non poterla cogliere diventa uno stile di vita da disperdere come cenere tra bocche chiuse, corsi d’acqua interrotti, sogni rivelatori e smanie di carezze pronte a risolversi per l’ennesima volta in rancore tappezzeria.
Non mi sono mai sentito al sicuro, neanche un solo minuto della mia vita.
Per questo e per molto altro, amo tutto ciò che è di difficile accesso, amo le poche probabilità, il rischio non calcolato, l’azione compiuta che solo dopo ha la forza di richiamare i suoi segugi dall’inferno.
Dunque sbaglio molto, ancora troppo.
Complesso e fottuto, scrivo ancora. Respiro quando scrivo. Sogno quando mi ascolto sul serio. Il resto del tempo è resistenza, senza pretesa di ricercatezza negli scantinati del benessere veloce. Quel lampo che i soldi non potranno mai darmi.
Non so bene a che punto sono della mia strada.
La vera seduzione è rifiutare gli abiti scelti per te, la collocazione del tuo sorriso, il senso ai tuoi sbagli.

©Luca De Pasquale 2019

17/01/19

Shamed - Vergogna in retrovia


Da giorni accuso dolori al braccio sinistro, alla mano, sotto l’ascella. I pensieri al riguardo non sono certo positivi e le suggestioni più infami finiscono per rincorrersi in un girotondo destabilizzante. Poi scatta quel pensiero supremo e stupido che ha dominato larga parte della mia esistenza, “oh, ma chi cazzo se ne fotte”.
Un atteggiamento, un modo di pensare repentino e virulento che ho usato come protezione ogni volta che qualcosa o qualcuno mi ha messo in difficoltà.

Stessa cosa quando vado a letto angosciato per qualcosa, dimidiato da pulsioni e illusioni radiocomandate; respiro male, mi sistemo nella posizione più scomoda e poi me ne esco con la formula risolutiva, “oh, ma chi cazzo se ne fotte”.

L’altro giorno al ristorante ho intercettato con lo sguardo una giovane donna con una minigonna cortissima. Quando si è alzata, ha dovuto darsi due pacche sul culo per farsi scendere l’indumento, che per giunta era anche merlettato. Sgomento e tachicardia tra gli uomini in sala, voglia di sveltina, di morsi, di sputi in faccia, in piedi nel cesso, ansanti e idioti, mandando affanculo ogni possibile dio e tutti gli uomini della terra. Vecchio canovaccio, dimenticarsi in fretta, rubando del piacere masticato, del bolo, e regalandone un po’ in egoismo. Senza neanche guardarsi il sesso, come un burattino con istinto animale racchiuso in gola, rabbia vecchia di decenni, di giochi di bambino, di schifose incomprensioni velate di ipocrisia.

Alcuni dei miei più grandi amori seguono senza dolo la falsariga dell’eccesso silenzioso, della pulsione indegna e non ammantata di bisogno. Le foto di Antoine D’Agata, per esempio. Il trasporto sincero che provo nei confronti di tutti coloro che velocizzano l’idraulica del fallimento pur di fottersi con estrema dignità. Da ragazzo chiedevo a mio padre di conservarmi le pagine del “Corriere Della Sera” che riportavano notizie di suicidi. Li leggevo e li rileggevo con orrore, perché dovevo capire. Perché si rinuncia? Io non volevo rinunciare, però in compenso volevo farmi male. Anche e soprattutto con le donne e il sesso. Non facevo neanche in tempo a desiderarle, che in qualche confuso modo, nella lateralità, mi ero già proposto come passatempo anticonvenzionale. La mia forza, se mai si può parlare di questo, consisteva nel non rispondere a nessun requisito coltivato nei loro cuori e nelle loro menti. Credo di essere stato anche con donne che mi disprezzavano o quanto meno mi trovavano desolante, solitario ai limiti della sociopatia, melomane, di certo mi ponevo come la negazione del principe azzurro, quell’insulso golem sospeso tra laccati gesti di cavalleria, senso virile d’avventura e altra roba a me sconosciuta. Uomini con il torace a tartaruga, falsamente pensosi, sempre con il fiato pulito. Alla larga da quella vergogna, rispondere ai parametri.

“E se ora tu mi avessi lì, che cosa vorresti ti facessi?”
“Non saprei… tu cosa proponi, Mina?”
“Guarda che te lo dico… non resisterai”
“Vai”
“Ah, eccolo qui il porco che volevo…”
“Vai, ti prego, vai… vai”
“Se ora stessi lì con te, lo sai… sono vestita da donna delle pulizie… dai, un po’ di fantasia… te lo prenderei in bocca… e non mi fermerei… ho il rossetto rosso carico, come piace a te… rosso scuro, forse. Sei eccitato?”
Durante quell’assurda telefonata non ebbi il minimo impulso di toccarmi. Avevo piuttosto la nausea e una gran voglia di chiudere la comunicazione, andare a fumare sul balcone e poi far partire un disco balearico del cazzo e fantasticare di nuovo, altra donna, altra preda, altra ossessione, altra lama. Altra vergogna da non scrivere mai, anticipare i propri desideri a causa della disperazione crescente.

Sensi di colpa come malattie in contemporanea. Sognare l’amore definitivo e intanto farsi ficcare una lingua in bocca e andare fuori di testa perché la donna che è con te ha un altro e questo te lo rende duro il doppio. Ti dai del malato e della merda, ma non riesci a fermarti. E mentre sogni il tenero amore che si costruisce giorno dopo giorno, non vedi l’ora di incontrare quella che ti sputa in faccia mentre gode e ti fa sentire sporco il triplo perché con te sta godendo alla faccia di qualche cornuto in giro.
L’amica di famiglia. Più grande di te, con le gambe sempre scoperte. La compagna dell’amico non troppo amico. La sorella di quel tuo amico. Peggio, quella che ha spezzato il cuore a chi te lo ha confidato. Sensi di colpa come vertigini in punta di coltello, ansia, ansia che si fa coraggio, il cazzo con lo stesso senso dell’orologio e del portachiavi, il cazzo che non ti guardi mai mentre il cuore va in frantumi e basta una scena di tenerezza per ucciderti.

Non sopporto gli uomini che godono al telefono. Sono come conigli malati.
Trovo detestabili e ridicoli gli uomini che amano il loro cazzo e se lo contemplano.
Gli atleti del sesso, poi, sono feccia. Autentica feccia senza senso.
La donna in piedi a quella festa di seduti, che diritto potrei mai avere di chiederle di seguirmi da qualche parte per renderci veloci, luridi, dimenticabili? E poi? Sono anni che lascio la disperazione nella cassetta di sicurezza, in qualche casa di passaggio, per essere presentabile. Qualche volta brillante. Per ancheggiare come una baiadera stupida quando alle feste parte quella musica balearica del cazzo che fa pensare al sapore della lingua e al caldo di uno sbaglio in penombra.
Tante chiacchiere inutili, penso qualche volta, invece di sputarsi in faccia e suicidarsi insieme per qualche minuto, con la notte fuori a sorvegliare l’inutile e il già visto. Tutte quelle chiacchiere sull’amore e i sensi in tasca, a fare da comparto tra il culo e il mondo esterno, vagamente percepito come un orrido a due gole.

“Che brutto che hai questo vizio del fumo”, mi dicono spesso. Come se io poi fossi un virtuoso per il resto. Ma vaffanculo. Il mio vizio non è il fumo, è la disperazione da retrovia esistenziale. Che spesso somiglia ad una notte di lampi, certo. Ma può essere anche errore da perseverare, foga irragionevole, impossibilità di dimenticare quanto era bello essere puttana per incendiare la morte. E invece, tante chiacchiere.
Mi tengo il dolore il braccio. Sì, sono un po’ preoccupato. Ma tra mezz’ora scatterà tanto la formula “oh, ma che cazzo me ne fotte?” che una musichetta balearica utile a ricordare quanto mi sentivo inadeguato quando giravo per stanze, vincoli da profanare e persone annoiate da far godere in mia dolorosa assenza.

©Luca De Pasquale 2019

14/01/19

Gioco fatuo


Le vacue chiacchiere in fila al supermercato. Nella sala d’attesa del medico. Le telefonate infarcite di “caro” e “tesoro”, ma senza un briciolo di senso.
Gli uomini-drappo che si fingono amici delle donne per guadagnare posizioni come pretendenti o come atleti di una sera. Una tristezza infinita.
I vecchi amici che si rincoglioniscono dietro nuove idee sociali colabrodo. Ognuno a caccia della sua personale zona di salvezza, tutti noi indistintamente sprezzanti del senso del ridicolo.
I regali di compleanno e di Natale fatti con gli intestini in braccio. Riciclando, sacramentando. Le grandi abbuffate festive, il bicarbonato, e poi cacare leggendo riviste di pettegolezzi, conservando spazi interiori per fedi trascurate.
La tragica vanità delle persone che hanno paura di invecchiare. Le api regine, così fragili da non lasciarti neanche il tempo di accorgerti del desiderio.
E le donne invece fiere, silenziose, che non mostrano mai una crepa, una debolezza da raccogliere. E così facendo non rischiano mai la lesa maestà.

Tutto si mescola disordinatamente in questi giorni freddi, tarati su un attendismo impersonale, scivoloso. La voglia di litigare e di fare muro è andata a farsi fottere.
Mi offrono punti al supermercato. Me li offre la compagnia telefonica. C’è qualcuno che vuole propormi anche punti come amico, conoscente, consulente musicale, scrittore? Tutto a punti, ogni sequenza di azioni vira ineluttabilmente verso il premio, un orsacchiotto parlante, qualcuno che ti chiami la sera per ascoltare i tuoi problemi e poi chiederti il conto dopo anni, magari.
Qualcuno mi parla del reddito di cittadinanza come di una misura salvifica ed equa. Non lo voglio il reddito di cittadinanza. Non lo chiederò. Non mi piace parlare di politica, perché la lite è sempre dietro l’angolo e io non reggo inutili confronti in cui nessuno si sposta di un millimetro. Ho idee opposte a quelle paventate e poi espresse dall’elettorato italiano. La parola “sovranismo” è una specie di malessere intestinale che non rientra nel mio vocabolario, in primis quello morale. Non ho argomenti con chi vuole argomentare di società, costume, ristoranti e scampagnate imbracato in costumi da viveur borghesi annoiati.

Forse è questo, anche questo, che mi ha allontanato molto negli anni dai compagni che pure mi piacevano un tempo, sempre pronti a discutere di etica, morale, rivoluzione, socialità, socialismo. Io avevo sempre poca voglia di parlare. Come con le donne, quando mi piacciono sul serio. Chi parla molto per colpire una donna è peggio di un Big Jim strippato. Le donne non sanno cosa farsene di chi parla troppo, ma anche di chi pensa che comportarsi a letto da maestro di sci e fabbro possa ancora funzionare. La maggior parte degli uomini che ho conosciuto parlava di sesso come di un esercizio in palestra con delle rose a buon mercato sul comodino. Queste cose mi nauseano.

E allora, come si fa? Come si riprende a giocare, quando si ha pochissima voglia di parlare? Come si fa, se per scardinare i muri maestri dell’imbarazzo si ricorre a pareri su negozi, trattorie, alberghi, computer, viaggi, centri di benessere? Quando accade questo, io non ho mai un cazzo da dire e non mi sento nemmeno in difetto. Semplicemente, si tratta di roba che non mi interessa, che non mi ha mai interessato, neanche allo scopo di risultare più tollerabile per le mie occasionali comitive. Passi pure per un arrogante bastardo e per un noioso censore dalle smanie intellettualoidi, il peggio. Se avessi smanie intellettuali, adesso sarei in giro per strade e librerie a rompere i coglioni al prossimo con pareri, suggerimenti di lettura, incaute riflessioni in territori minati di conoscenza scolastica raggrinzita dagli anni.

Alcuni racconti d’amore mi fanno rabbrividire. “Siamo partiti per questo posto bellissimo e lì ci siamo accorti di essere innamorati. È stato tutto perfetto, te lo giuro!”
Ma non giurare. Non giurare su queste cazzate. Non giurare, se non sei capace di innamorarti al buio, in un appartamento abbandonato, nell’incertezza della luce. Se non sei capace di innamorarti nella precarietà del vivere, il giuramento enfatico non ti è concesso. L’amore non è una suite esclusiva da mille e una notte. Dovrebbe funzionare meglio, e più sinceramente, nell’enorme interrogativo del prosieguo.

Quando ascolto gli altri parlare, gioco con tutto. Con i miei capelli. Con gli anelli, due, che porto. Uno è quello della solitudine, che comprai anni fa con convinzione. Gioco con i guanti che porto anche in casa, quelli con le dita tagliate. Vivo con i guanti fino a primavera. E gioco con la barba rada che un tempo sognavo folta ed attoriale, e invece è poco più di un cespuglio anarcoide lasciato al caso. Mi passo le mani sulle labbra e spesso copro gli occhi come i bambini o come gli animali illusi che chiedono coccole al vuoto. Però ascolto. Ascolto sul serio. Senza continuare a pensare ai cazzi miei, come fanno in tanti. Ascolto e non cerco collegamenti con me stesso, pretesti per poi svuotare la fogna dei miei dolori vivi e striscianti come vermi. Non mi declino anche (e persino) nelle parole degli altri. Si tratta di un codice d’onore che non attrae medaglie e riconoscimenti. Fanno molto più rumore i pagliacci in azione enfatica perenne, equilibristi dell’empatia amplificata, dolci consolatori caricati a salve.

Da ragazzo fantasticavo tanto sul comunicare, sul parlarsi. Quando mi piaceva qualcuna, non pensavo di farci sesso subito; immaginavo invece di parlare di notte, in due, nessun soliloquio, magari a luci spente. Conoscersi, confessarsi al buio. Lontani dalle recite, dagli infami step teleguidati, lontanissimi dalla retorica del piacersi.
In fondo, decisi a opporre resistenza ad una società veloce, che continua a propagandare la disumanità come progresso e come opportunità di avere sempre voce, ovunque, con chiunque.
Una potenzialità che mi fa orrore.
Avremmo dovuto parlare per notti e notti, senza intrusi, senza orari esterni, senza romanzi d’amore a influenzarci, senza canzoni ruffiane a soffiare sull’incendio sbagliato.
Adoro il silenzio di questi giorni. Blu fondo, non grave. Uso le assenze per fare luce nei posti dove mi fermo e dove non aspetto più nessuno. La libertà di sentirsi sé stessi nelle stanze di quel motel a ore che è la nostra vita adulta.

©Luca De Pasquale 2019

13/01/19

Accecamenti a ritroso


Di domenica il quartiere è pigro, formale, noioso.
Scrivere mi costa insolitamente fatica. Non trovo facilmente i luoghi, le immagini che cerco, il respiro interiore che aderisca completamente alla pelle, che accompagni armoniosamente il movimento delle mani sulla tastiera.
Come se la scrittura avesse paura di valicare una soglia di vigilanza privata, personale, di un vissuto emotivo che non riesco a dare in pasto ai lettori. Un’inedita forma di pudore, dopo tante provocazioni, paradossi, addirittura sfide.

Oggi ho dovuto forzosamente rileggere alcune mie vecchie pagine, perché andavo in cerca di informazioni, informazioni intime intendo. Intime senza sesso o libido per lo mezzo, intime nell’accezione spirituale del termine. Sono andato a ritroso in cerca di quegli accecamenti che ricordo o che, peggio, non riesco in nessun modo a rimuovere. Il gambero che scivola sulle lame e non finisce in una frittura; non diventa altro che parole dette troppo presto o mai pronunciate.

Quando andavo a trovare in ospedale mia madre, negli ultimi tempi, vedevo nei suoi occhi un profondo senso di solitudine e di mancanza di speranza. Proprio lei, che ho sempre reputato al sicuro grazie alla fede, fede che non conosco, lontano spettro da brividi brevi, assenza appuntita della mia vita. La profonda solitudine di mia madre, che mi chiedeva aiuto con lo sguardo sapendo che poco o nulla potevo fare per lei, mi ha scavato dentro un abisso che stavolta non sono in grado di dominare o rendere teatro di seduzione per ombre, come ho sempre fatto.
Lo sguardo perso di mia madre, abbastanza consapevole di essere in procinto di fare conoscenza con la morte, mi ha ricordato quello di mio padre, quando mi chiese l’ultima sigaretta della sua vita in salotto, già quasi incosciente, solo colluso con il suo grande e tormentato vizio, fumare. Fumare per dimenticare. Come purtroppo faccio anche io, a cuore meno largo, con meno ingenuità, molto più corrotto di lui, innamorato da anni di un domani che gioca a smentirsi sempre.

Ho conosciuto la morte prima nei grandi romanzi e poi sui volti dei miei genitori. La morte in televisione appare come un gioco di distanze da empatizzare, non vale. La morte nei racconti degli altri ti ispira abbracci, gesti, ma è difficile che tu la senta. Quando in qualche modo la morte ti riguarda, lo percepisci chiaramente. La sensazione più semplice da descrivere è che qualcuno ti stia cingendo il collo con delle mani ghiacciate che non stringono mai. Lasciandoti il tempo libero del dolore tra cuore e cervello.

Rileggermi in certi momenti mi ha dato il voltastomaco. Nelle mie parole ho ritrovato giocoforza alcuni dei miei amori, che non ho ricordato volentieri. Ho ritrovato le illusioni, le iperboli delle aspettative, il vizio di forma del porsi, la cocciuta stupidità nel mostrarsi sempre e comunque di rottura. A tutti i costi, compreso quello, sufficientemente patetico, di ripetersi all’infinito nelle tematiche e nelle trame appena abbozzate, la famosa ed infame “scrittura da blog”.
Nei miei vecchi scritti ho ritrovato anche la mia assurda e perdente lotta alla morte, la non accettazione spinta di forza in un vitalismo compiaciuto, decadente, in alcuni casi stuprante. Insomma, ho ritrovato i miei difetti, i miei abiti sdruciti, le mie tenute da battaglia costruite in casa senza sarti e senza consiglieri, e soprattutto ho ritrovato l’enorme dolore di bambino silenzioso che cercavo in tutti i modi di convertire in stile, veemenza, reazione.
Lottando contro porzioni di destino già compiuto, mi sono incatenato ad una felicità impossibile e per questo agognata allo spasimo, con irrazionalità, i cui brandelli occasionali si manifestavano con la premessa di essere pagati in tempo reale alla dogana della sensibilità.
Per scrivere bene, qualche volta ho anche finto di essermi innamorato. Per allontanare la morte dalle mie stanze, ho giocato spavaldamente con le incomprensioni e quella tipologia di emozioni che mi ha sempre attratto morbosamente, le emozioni “a farsi male”.

Ancor più colpevole sono stato, poi, nel non voler riconoscere una scomoda e lacerante verità, e cioè che l’amore, anche quando si compie e cresce, è quasi sempre il dolore di qualcun altro, è un atto che non esclude l’assenza, la scelta, la malinconia di altri. Una verità insopportabile che ho tenuto lontana da me con grotteschi espedienti basati su irruenza, improvvisazione e sensibilità tracotante da usare come sgorgante per le mie peggiori paure, prima fra tutte quella di essere amato sul serio.
Oggi, dunque, è una di quelle giornate in cui tutto può ferirmi, incluso il passaggio sul ponte pericolante che porta dal passato direttamente al futuro, senza sosta nel mio presente. Un presente di lotta, di sigarette, di silenzi che screpolano le labbra, un silenzio che non mi prevede più scrittore o amante, ma solo uomo.
La massima debolezza che posso permettermi senza naufragarmi addosso come un imbecille. La massima forza che dovrò imparare a riconoscermi.

©Luca De Pasquale 2019

11/01/19

La catarsi del bassista e le damigelle in pericolo


Da ragazzo acquistavo regolarmente qualsiasi disco in cui suonasse Pino Palladino. Il suo suono al fretless, denso e sognante, mi trasportava in mondi paralleli. Grazie al grande bassista, scoprii prima Paul Young, poi Joan Armatrading, Paul Carrack, David Knopfler, il meraviglioso Gary Numan, Nick Heyward e mille altri. A quindici anni conoscevo a memoria le linee di basso dei dischi di Paul Young e le canticchiavo tra me e me per strada, mi davano ritmo, mi galvanizzavano con le ragazze. Mi sentivo un iniziato e non facevo nulla per nascondermelo.

Prima di Pino Palladino, però, avevo esplorato altri bassisti che non erano saliti alla ribalta e che i miei amici non potevano e non volevano conoscere. Perché nessuno di loro si interessava minimamente al nome del bassista delle band che ascoltavano. Nessuno sapeva che in quel disco-miracolo che è “Lexicon Of Love” degli ABC imperversasse un figuro misterioso che rispondeva al nome di Mark Lickley. Nei Matt Bianco c’era Kito Poncioni, negli Everything But The Girl e nei Working Week un signor bassista, Chucho Merchan. Io adoravo il bassista dei Cutting Crew (nessuno avrà dimenticato, anche controvoglia, un tormentone come “(I Just Died) In Your Arms”), Colin Farley, che nell’album “Broadcast” ostentava un suono poderoso, con picchi sul fretless di notevole spessore, in particolare nella canzone che dava il titolo all’intero lavoro.

Nella mia formazione musicale e anche umana, un’importanza capitale l’hanno avuta quelli che ho sempre definito i “bassisti fantasma”; non onesti gregari senza nome, bensì talentuosi strumentisti trascurati dalle masse. Un patrimonio enorme di perizia, intelligenza compositiva, duttilità melodica, gusto. Un grande serbatoio dal quale avrei attinto per anni ed anni a seguire.
A proposito di Colin Farley, il suo efficacissimo stile sul pezzo “Broadcast” è stato per molto tempo una sorta di manifesto ideologico nei confronti dell’amore. Quel brano mi faceva pensare –e idealizzare- gli amori che non riuscivano a compiersi. Una parte importante, se non insostituibile, delle mie suggestioni.

Più di trent’anni dopo, massicciamente in questi giorni di scelta solitudine, sto riascoltando i dischi pop del triennio 1984-1985-1986, proprio agli inizi del mio amore per le basse frequenze e in esteso per la musica. Non posso nascondere che ogni disco del tempo (e ogni relativo bassista) abbia ancora la capacità di ricordarmi storie, sogni, amori, volti e nomi di ragazze che spesso neanche sapevano del mio adoperarmi per la loro presunta salvezza. Io ero il cavaliere che per essere ancora più ombroso ed impetuoso cavalcava il suono del basso, loro indiscriminatamente le damigelle in pericolo.
Non riuscii a salvare Lucia grazie ai Danny Wilson e al basso di Ged Grimes.
Non ho salvato dozzine di donne, nonostante la classe di Martin McAloon nei Prefab Sprout.
Non sono riuscito a far innamorare quella ragazza sempre imbronciata che ha inquinato a lungo le mie notti con la sua dolorosa bellezza, neanche con l’aiuto di un sublime Nathan East in “Love Will Follow”, storica canzone estatica di Kenny Loggins.

Oggi riascolto quei dischi, con un buco nello stomaco di cui conosco l’origine, ma non la terminazione. E le conseguenze.
Che ne è di quel cavaliere errante, precoce nottambulo, indefesso sognatore?
E che ne è stato di tutte quelle damigelle in pericolo? Erano davvero in pericolo o ero io a sperare che lo fossero?
Tutto quel che desideravo è che si accorgessero che ero in grado di proteggerle, rivestirle, uccidere il drago in nome di una passione, anche passeggera, non importa.
I miei coetanei maschi usavano motorini, case lussuose, moto, cinema e regali per colpirle e spesso affondarle nell’orgoglio. Io puntavo molto più in alto, molto oltre l’atto sessuale, in quella terra di nessuno che è l’amore in potenza, nascosto dietro muri, specchi e fontane mute.
Non so nemmeno se sono davvero cambiato, in queste dinamiche. Di sicuro sono più navigato e più acuto nel giudizio. Ma resto un febbrile sognatore, e per questo non ho mai smesso di maledirmi. Forse ora sono più indulgente, ma è anche vero che l’acqua trasparente dei miei sogni migliori non mi ha mai guarito, anzi.
Io volevo salvare, certo. Sono stato però il primo a non salvarsi, a scegliere altre opzioni, prima fra tutte la libertà di provare e di non incatenarsi.

Mi avvio in carrozza scura verso i cinquanta anni e parti di quell’adolescente cavalleresco, oniroide e bassofilo mi sono rimaste dentro come un tatuaggio a curva di ferita. Non posso farci niente e non mi opporrò più a questa accorta stupidità.
Sogno ancora con gli ABC, impossibile non farlo. Il basso di Colin Farley mi emoziona quasi come nel 1986, anche se oggi ascolto tutt’altro genere di musica.
“Love Will Follow” di Kenny Loggins, con quell’incedere quasi coitale, non è una celebrazione dell’amore compiuto, per niente; è piuttosto un invito a non abbassare il desiderio di protezione verso i sentimenti migliori, quelli che magari restano a mezz’aria come un viaggio frastornato.
Invecchio e persisto. Sono ancora un cavaliere, quando non mi fisso con la storia del mutilato di guerra o del fantasma che non si annuncia più. Quel che è certo è che sono nato nella morte e morirò, per anelato contrappasso, con l’amore a tappezzarmi la stanza, il passaggio, non rivelandomi se la polvere è fulmine o silenzio da dimenticare.
Sono un uomo ferito. Disprezzarsi è inutile. Guardare, il minimo sforzo per cercare di essere degni.

©Luca De Pasquale 2018




07/01/19

Emozioni, non elenchi


Ho girato per vecchie strade, fino a consumare le scarpe. Sono entrato nei bar e nei ristoranti per rifocillarmi e soprattutto per poter andare in bagno a sciacquare la faccia. Uno scrittore canadese sosteneva che bagnarsi la faccia accelera la capacità di dimenticare e poi mettere ordine nelle idee. Ho fatto finta di niente quando il pensiero è sfuggito alle gabbie e alle rassicurazioni. Ho smesso di associare canzoni a nomi, note a volti, persino le poesie ai fallimenti.
E quando mi sono presentato a qualcuno di nuovo non ho dato nessuna spiegazione. Nessuna connotazione. Che importa da dove provengo? Dove ho abitato, in cosa ho sperato, chi ho amato e chi ho perso? Cosa importa, sotto il cielo di oggi e di domani?

Ci sono giorni che sono un uomo come tanti, prevedibile, agganciato alle sue fottute piccole verità, nascondendo le migliori, imbalsamate in teche di vetro da pregare di notte. Lontano da occhi indiscreti. Quando conosco qualcuno, detesto il rituale delle domande; preferirei di gran lunga la pazienza della casualità. Le spiegazioni sono orrende. I riassunti esistenziali, poi, sono una sorta di suicidio assistito, estenuante quanto inutile.
Nello spiegarsi, nell’introdursi, si è perennemente a rischio di narcisismo, anche negativo. Il mio narcisismo da retrovia esistenziale è una piaga che non ho mai curato, non sono caduto nella retorica degli ultimi, ma nello specchio che uso come sole quando voglio guardarmi indietro pur di non ripetermi.

Mi secca quando qualcuno mi presenta come “Luca che scrive” o “Luca che ha venduto dischi”. Trovo che non siano informazioni necessarie. Le persone non dovrebbero mai diventare visite guidate e quanto alle connessioni da trovare per forza, che delirio. Si sa che i gradi di separazione sono pochi, troppo pochi.
“Lui è quello che…”
Lui è quello che un cazzo. Sono stato in classe o all’università con una persona che conosci? Bene. Cosa cambia? Hai degli indizi in più? Io al posto tuo mi deprimerei. Gli incontri non dovrebbero mai necessitare di maledette schede di presentazione. Se sono stato centosei volte al ristorante “La Carriola Precoce”, ebbene, anche se fosse, questo non può essere un tratto distintivo. Potrei averci anche ammazzato qualcuno, lì dentro. O lavorato. O rubato. Questo non mi connota, non mi rende frequentabile o meno, non mi rende FAMILIARE. Non voglio essere familiare. Non voglio essere cera sporca in una cornice di idee sociali leggere come ricotta cagliata.

Sfuggire alle categorie significa anche rifuggirle nell’uso personale associato agli altri. Mai avuto l’amico fragile, quello stronzo, mai soppesata una conoscenza con qualche definizione da attagliare giocoforza. Mai posseduto un disgraziato pallottoliere emozionale. Quando è uscito il mio primo libro mi sentivo una totale, assoluta e incontrovertibile testa di cazzo. Uno capitato lì per ostinazione espressiva, per disperazione interiore, non per volontà di apparire. Apparire mi disturba profondamente, invece prendermi quello che voglio è un mio dovere morale e anche, naturalmente, un diritto inalienabile senza deroghe.
Tanti sono i desideri che mi infiammano, alcuni mi distruggono e li combatto vanamente; specularmente, ad ogni mio grande desiderio corrisponde però una ferma volontà a non apparire come mi si vorrebbe o come insalubre guest star non si sa di cosa.

Non parlatemi di dove siete stati, di cosa avete fatto, non descrivetemi la vostra geografia toponomastica, piuttosto quella interiore. Mi interessano i desideri, le debolezze, i vuoti, le sensazioni, non gli elenchi di azioni. Non si tratta di essere leggeri o pesanti, qui è in gioco un bene prezioso, l’essenza di un’anima, di una vita. Di un percorso, per quanto possa essere accidentato e forse deludente. Non scattate fotografie in continuazione, pensate invece a fermare dei momenti e lanciarli nei vostri cieli come aquiloni senza filo. Molto meglio, molto più reale e anche redditizio. E non fingete di attendere spasmodicamente eventi inaspettati, quando invece li state programmando –per giunta meticolosamente- da anni, decenni, ere. Non scaricate i vostri calcoli solo sugli altri. Calcolate, abbiate il coraggio di farlo, la vostra distanza dalle stelle per cercare di prendervi quanto vi spetta davvero. Non quello che vi hanno convinto a volere, l’olio di ricino della normalità. Osate contro ogni pronostico. Siate spontanei nella sconfitta, umani nel desiderio di recuperare posizioni. Onesti nella dipendenza da un bacio o da una risposta. Non imponete la vostra musica al destino, che la scarterà e sceglierà la sua filodiffusione aritmica, profonda più delle vostre paure.

Ho sabotato la maggior parte dei miei desideri, fratturandoli, sgonfiandoli, irridendoli. Rendendoli elenchi da lettera di presentazione. Curriculum di dolori interiori da mercato delle pulci. Ho venduto il mio dolore per porzioni d’amore da motel con le insegne fulminate. Ho accettato di fare la riserva per espiare colpe che non erano mie.
Il circo della normalità costruito sull’eco di applausi immaginati chiude. Chiude per un’eternità non misurabile, che non mi compete, che non è gioco di sponda di nessun amore. Vulnerabile e ferito ritorno al buio che precede sia l’alba che il ritorno del senso del domani. Lieto fine nient’affatto garantito, mille angeli blu nascosti in sguardi troppo corti, incontri troppo brevi.

©Luca De Pasquale 2019

06/01/19

Volevo essere Martin Kemp


Trascorro tutto il pomeriggio con i Prefab Sprout in sottofondo. La genialità pop di Paddy McAloon e soci è ancora una panacea. Lo è sempre stata. I dischi dei Prefab Sprout, come quelli degli affini Blue Nile, Danny Wilson, Microdisney, mi hanno ricucito le ferite per anni, iniettandomi un diverso tipo di malinconia, atta a contrastare quella in carica e più personale, per questo certamente più cupa e disperata.

Alzo parecchio il volume quando arriva “The Golden Calf”, bella cavalcata elettrica con il basso solido di Martin McAloon. La musica dei Prefab Sprout è indissolubilmente legata agli amori, agli innamoramenti tempestosi e a volte estemporanei, adesso la valenza di queste note non è una sterile nostalgia, è il senso stesso della giovinezza che bene o male ho bruciato e sperperato in mille movimenti contraddittori.
Il grande Dino Buzzati scriveva: “... il tempo è fuggito tanto velocemente che l'animo non è riuscito a invecchiare”
Chirurgicamente esatto. E ora qual è il rischio? Invecchiare in poche falcate, la testa girata verso un illusorio riposo emotivo, il cuore messo a tacere in un castigo immaginario senza neanche lavagne su cui scrivere. Nient’affatto. Non ci sto. Non posso diventare ipocrita e rassegnato proprio ora, dopo una vita spesa ad affrontare mostri. Adesso, invece, è il momento di guardare il fondo dell’acqua, ripescare, nuotare dove le macchie scure segnalano paura, diventare parte integrante della grande onda che dentro non si è mai fermata. Non si è fermata con i divieti, con le minacce, gli abbandoni. L’onda che ho dentro è il gigante che mi travolge e mi conserva, che mi tutela affidandomi al rischio. Impossibile rinunciarci. E quel che deve essere sia.

Continuo a stracciare vecchie carte, trovo alcune fotografie di me bambino e poi adolescente. Da adulto, pochissime. Sono passato agli Spandau Ballet. Non è la prima volta che faccio outing: amavo gli Spandau. Da ragazzino sognavo di essere Tony Hadley e di colpire al cuore tutte le donne che conoscevo e quelle, ovvio, che avrei conosciuto. Volevo essere Tony Hadley, ma fingevo di suonare il basso sulla racchetta di legno che mi aveva regalato mio padre, diventando un incrocio tra il crooner e il sempre troppo sottovalutato Martin Kemp. Solo chi è in malafede può negare che la linea di basso di “I’ll Fly For You” sia una bomba melodica, rampicante e sinuosa. Massimo rispetto per Martin Kemp e carbone ai detrattori.

Da ragazzo ascoltavo molto anche i Blow Monkeys; i modi estenuati di Dr. Robert mi spinsero ulteriormente verso atteggiamenti incomprensibili da dandy decadente, ruolo che al tempo non potevo permettermi neanche per sbaglio. Leggevo Huysmans, Lawrence, Yeats, Keats e mischiavo il tutto con Style Council, Bryan Ferry e ABC. È stata una lunga fase, in cui nessuno dei miei amici e coetanei riuscì a comprendere che cazzo mi stava succedendo. Ed io mi innamoravo ogni due e tre della concreta possibilità di innamorarmi, anche se finivo per preferire passioni inconfessabili che andavano avanti per mesi, se non per anni. Non mi sono mai fatto distrarre da palliativi e sostituzioni di comodo. La passione deve essere una, densa, e deve onorare le parole di Thomas Mann circa la capacità della bellezza di trafiggerci come un dolore.

Ora però la fase delle rievocazioni e dei ricordi indulgenti si ferma, bruscamente interrotta dal suono del telefono. Detesto il telefono, in particolare quando scrivo. Quel suono viola l’intimità del gesto di scrivere, anche se ho imparato ad apprezzare chi mi cerca e a non idealizzare o caricare di significati chi mi ignora, solo per il gusto di complicarmi la vita.

Grandi oroscopi per l’Acquario per questo 2019, mi dice l’amico che mi ha telefonato. Scoppio a ridere. Sono anni che gli oroscopi dell’Acquario sono clamorosi, sono altrettanti anni che la vita si è fatta difficile, scura, e i momenti di tregua sembrano portare con sé una sorta di fottuto senso di colpa.
Non credo agli oroscopi, gli dico, così come non credo alle purificazioni.
“Mi dici una cosa Luca? Credi in qualcosa? Non penso solo nei dischi, anche perché non si vendono più…”
Penosa sottolineatura. La travalico, la trapasso, medito. Voglio rispondergli. Rispondermi.
“Credo nell’arte, nella lotta, nelle emozioni, che siano lampi o costruzioni. Chi idealizza le assenze gioca solo a farsi male. È ora di finirla. E chi odia è solo un triste coglione”
“Ma a chi alludi, Luca?”
E lo so io.

©Luca De Pasquale 2019



04/01/19

Atto non dovuto


“E mi voglio fermare
La fortuna mi ha portato qui
Senza chiedermi niente,
e il sapore di tutto è per questo migliore”
Avion Travel “Dalle stazioni al mare”

Anni fa, pur lavorando, faticavo ad arrivare a fine mese. Il 27 del mese era proverbiale che rimanessi con una ventina d’euro nel portafoglio e poco più di duecento in banca. La maggior parte dei soldi se ne andava nel fitto, nella pur parca spesa alimentare e nelle bollette; il colpo di grazia arrivava con le sigarette e i dischi/libri. Categoria, quest’ultima, che mi garantiva libertà di pensiero, parziale gratifica della mia sete di conoscenza e molliche di libertà emozionale. Merce rara sotto tutti i cieli.
Non mi sono mai sentito povero, anche se probabilmente lo sono sempre stato, almeno nei fatti. E pensavo, un po’ per consolarmi e un po’ per darmi carburante, “tu sei uno che ogni mattina riparte da zero, sei fatto così”.

Quando andavo a trovare i miei genitori a Pozzuoli, portavo la mia scanzonata disperazione di vivere nelle loro camere, in quella casa panoramica/mausoleo dove ho vissuto gli anni ambivalenti dei dolori adulti. Ricordo che parlavo molto con mia madre, confessandole pulsioni, segreti, desideri, angosce, residui di passioni solo sfiorate. Mio padre, invece, lo baciavo in continuazione. Sulla fronte o in testa. Passavo rapido mentre leggeva il suo adorato Corsera e lo baciavo. Era come baciare un bambino infelice, che infatti alzava il capo stupefatto e vulnerabile ad ogni mia attenzione. C’era troppa morte nella malinconia inguaribile di mio padre. Non faceva che ripetermi quanto il mio temperamento passionale fosse per lui fonte di preoccupazione. Scherzosamente mi chiamava “Friulino pazzo d’amore”. Non ho mai capito questa citazione, non gli ho chiesto da dove discendesse, lui non mi ha mai spiegato.
Con mia madre non avevo un rapporto fisico, tattile; quasi niente. Il nostro era un rapporto di sguardi, intensi, chiari e spessissimo silenziosi. Mia madre era capace di capire se ero innamorato. Mio padre per niente. Mia madre comprendeva la mia rabbia, mio padre la temeva. Io cercavo di capire entrambi, e possibilmente evitavo di mostrare il lato peggiore del mio non stare mai fermo in qualcosa di comodo.

Ora che li ho persi entrambi ho finalmente idea di cosa significhi sentirsi orfano. Senza più cieli adulti di riserva, senza appigli dell’ultimo minuto quando la vita interiore diventa maremoto di spine. Quello che potevo dare in termini d’amore e devozione l’ho dato, non ho sensi di colpa e nemmeno rimpianti. Mi mancano entrambi, ma la loro assenza è una perpetua propulsione all’attimo successivo. Ora posso rispondere al mio cuore senza dovermi preoccupare di creare inquietudine attorno a me. Ora rispondo alla notte, anche quella interiore, e a nessun altro. Ora devo bilanciare i miei progressi con il loro ricordo dolce e pulito, sentendomi uomo in ogni locale, in ogni situazione, in ogni mezzo di trasporto e soprattutto in ogni possibile dolore e disillusione.

Un tizio, credendo di farmi un complimento, mi ha detto: “Non sembri uno che ha perso un genitore da poco più di una settimana”. Ho sorriso, mi sono imbarazzato. Ho sorriso con la mia bocca troppo piccola. Da ragazzo sognavo di somigliare a Jean-Paul Belmondo, poi ho rinunciato.
Non so bene cosa significhi “non sembrare uno con una perdita recente”. Non so cosa significhi nel suo mondo e nemmeno nel mio.
Dovrei icasticamente farmi pervadere da una violenta tristezza, come i film di Valerio Zurlini e le canzoni di Scott Walker mi hanno debitamente insegnato? Sono sperimentato in quella forma. Sono addirittura capace di rendere la mia faccia simile al cielo dopo il tramonto, se mi sforzo. Ma non devo rendere conto della mia energia alle convenzioni sociali e alla loro fantomatica comunicazione discorsiva.

Sto imparando di nuovo che la luce delle sei, al mattino, è di una bellezza davvero rischiarante. È per me un regalo senza mittente, che per troppo tempo ho trascurato. Così come quella scena che tanto amo, i negozi che chiudono, le insegne accese di notte, il vento che avvicina le persone, il parlare fitto e forse segreto dopo una certa ora. Sto imparando di nuovo che è bello sentirsi lupo da branco anche quando sei solo. Ricordo l’insegnamento degli occhi di mia madre, che mi hanno spinto a comprendere la portata delle cose senza dover mettere mano alla voce o alla penna. E ricordo l’involontario insegnamento di mio padre, che stupendosi dei miei gesti d’affetto mi ha spinto a valutare ogni avvicinamento, ogni pulsione, ogni desiderio come atti non dovuti, cui dare il giusto peso, anche solo momentaneo.

So benissimo che molte risposte alle mie domande non le troverò, se non attraverso percorsi passibili di interruzione, spegnimento. Mi frangerò contro le onde, è ovvio. Sarò un messaggio in bottiglia che si leggerà da solo al chiaro di luna. Va bene anche questo.
Farò in modo che il vento non mi sottragga niente più, anzi lo renderò un mio complice, soprattutto quello delle sei di mattina e quello che va ad accendere le spie della notte alle porte di chi non ti ha mai parlato o non può più farlo.
Sono ancora vivo. Scavato attorno al perimetro dei serbatoi di luce interna, attrezzato per le notti all’addiaccio, decisamente convinto che l’amore non è dovuto, a differenza del rispetto.

©Luca De Pasquale 2019