10/12/17

Viola per due


Oggi si è giocata Napoli-Fiorentina, la “mia” partita. Un napoletano che tifa Fiorentina è piuttosto raro. Da ragazzino mi sfottevano in parecchi; si domandavano, se proprio dovevo essere un traditore, come mai allora non tifassi per la Juventus, il Milan o l'Inter.
E quando arrivavano le due sfide di campionato fratricide, io e mio padre entravamo in uno stato d'agitazione permanente. Perché delle due l'una: se il Napoli ci batteva eravamo destinati a essere martirizzati bonariamente per un mese almeno, se vincevamo era sicuro che saremmo incorsi in bestemmie e accuse di non aver sbancato meritatamente. Il gioco delle parti. I napoletani sono caldissimi, mio nonno diceva “questa città è fottuta per il pallone” e aveva ragione.
Questa partita maledetta mi procura sempre contrarietà e fastidio, innanzitutto perché, pur ricevendo relative manifestazioni di simpatia, gioco fuori casa sempre; inoltre sono un tifoso caldissimo anche io e mi riesce difficile mantenere l'equilibrio, devo impormi di ricordarmi che sto affrontando la squadra della mia città.
Oggi è finita 0-0, una partita piuttosto deludente se commisurata alle ambizioni del Napoli. Per un punto ci avrei messo la firma sei mesi fa, dunque non posso lamentarmi.
Tutte le volte che gioca la Fiorentina, in qualche modo, ricordo mio padre e la nostra complicità su questa passione scabrosa e impopolare che ci univa molto.
Tifosissimo della Viola anche lui, come in tutte le cose della vita era più morigerato di me e le sue manifestazioni di tifoso, gaudio, rabbia e palpitazioni comprese, risultavano attutite rispetto alla mia esuberante pazzia. Indimenticabile fu il suo risentimento nei miei confronti per l'urlo devastante che mi feci uscire quando Gabriel Batistuta segnò a Londra in quella notte magica di Arsenal-Fiorentina 0-1.
Eravamo in salotto e al goal di Re Leone mi lasciai andare a scene di concreta, tangibile follia sportiva: a parte il succitato urlo (che fu avvertito da tutto il vicinato, immagino con paura e sorpresa), mi tuffai per terra a pugni chiusi e continuai per vari minuti a mormorare parole di giubilo rauche e incomprensibili.
All'epoca avevo ventisette anni, ma in quei minuti la mia età diventò indefinibile, sembravo un bambino posseduto.

Ancora mi chiedono perché tifo per la Viola, e tra poco avrò cinquant'anni. Mi sembra un po' tardi per chiedere spiegazioni e per sconcertarsi ancora. La Fiorentina è una fede. La parola non sembri inappropriata. I tifosi del Napoli, più di ogni altro tifoso italico, possono capire cosa intendo. Tiferei anche se finissimo in Terza Categoria, del resto ai tempi cupissimi della Florentia Viola io ero presente e vivido, ad urlare contro l'Aglianese e il Montevarchi. Certo non sono diventato gobbo o Brambilla.
La Fiorentina è uno dei pochi punti fermi (e inamovibili) della mia esistenza. È in buona compagnia: musica, scrittura, basso&contrabbasso, antifascismo, dolci, sigarette (questa non è una buona compagnia, temo), libri. Ancora conservo quel numero di Topolino del 1976 con la copertina dedicata alla Fiorentina, numero 1093.
Lo aveva acquistato e conservato mio padre, ignorando che un giorno non lontano, due anni dopo, sarei andato da lui con lo scudetto della Fiorentina in mano, le mitiche figurine Panini, dicendogli con trasporto “Papà, volevo dirti che io tifo per la Fiorentina”. Lui prima barcollò, era felicissimo, e poi mi regalò quel numero speciale di Topolino.
È un ricordo molto tenero che mi lega a mio padre, alla mia infanzia, non me lo sono mai fatto sporcare dalla facile conclusione “tifi Fiorentina perché da piccolo volevi emulare tuo padre”.
Non volevo emulare proprio nessuno, né ieri né oggi, figurarsi. È che il colore viola mi scaldava, mi esaltava, mi sentivo uno della truppa, viola dalla testa ai piedi nonostante le difficoltà logistiche.
Oggi che Napoli e Fiorentina non si sono fatti male, proprio per questo, mi piace ricordare quella rivelazione, mi piace ricordare sì mio padre, ma voglio anche ricordare a me stesso che tutte le volte in cui sono stato convinto e trasportato da qualcosa di vero non mi sono opposto.
In questa serata fredda e rigorosamente napoletana, mio padre sarebbe stato contento. Sono rimasto io, a caricarmi tutto il viola che ha lasciato qui in casa quando è andato via.
Lo saprò portare. Fino all'ultimo giorno, che si vinca o si perda.


©Luca De Pasquale 2017







08/12/17

La finestra sull'inverno


... il tempo è fuggito tanto velocemente che l'animo non è riuscito a invecchiare”
Dino Buzzati, “Il deserto dei Tartari”

Vado a riguardare le foto che ho usato per le note del mio blog in questo 2017. A parte i soliti contrabbassi, contrabbassisti e bassisti, molte immagini sono malinconiche, desolate, di puro abbandono.
Parchi deserti, strade di notte, case abbandonate o distrutte, spettrali rifrazioni di luce in scorci urbani bui, fulmini su spiagge invernali, finestre illuminate in case lontane, in notti di pioggia.
Il mio armamentario consueto.
Più che il mio immaginario, i miei campi d'azione. Forse, istantanee tra il mio presente e un passato che fatico sempre di più riconoscere e che comunque non potrei mai venerare, nemmeno a polarità invertite.
Un mio contatto mi ha fatto notare che le immagini da me proposte evocano tristezza irrimediabile, volontà di autodistruzione, totale abbandono delle speranze, stati di reclusione mentale o fisica. Quando mi è stato detto, sono rimasto particolarmente sorpreso. A me queste immagini non suscitano alcuna mestizia e non le collego in alcun modo allo stato dell'anima e all'energia dei giorni. Sono immagini che mi sono familiari, che reputo “normali” e per niente inquietanti o deprimenti. Sono immagini che, al contrario, mi danno un senso di pace che altrimenti mi è quasi sconosciuto.

Non saprei cosa farmene di foto mozzafiato, di panorami lussureggianti, di scorci di natura che presumono l'invasione umana, la presenza -tramite carta di credito- di persone in cerca di una quiete inesprimibile in contesti urbani. Ma non è solo questo. Non sono un clamoroso amante della natura selvaggia, lo confesso; sono piuttosto un individuo urbano decadente, mi piacciono piccole città del nord dove alle sette scatta il coprifuoco, mi piacciono le strade bagnate di pioggia e gli ultimi passanti che fuggono infreddoliti e timorosi, mi piace che gli esseri umani siano costretti ad arretrare di fronte al lenzuolo scuro della notte.
Amo i piccoli appartamenti immersi nella semi-oscurità, il meglio è trovarmi in uno dei suddetti con una sola altra persona, non una di più. Per tutta la vita sono andato praticamente a caccia di angoli di silenzio, sulle terrazze delle feste, sui balconi delle case di notte, nella penombra dei miei monolocali, alle sei del mattino di giorni feriali alla ricerca del primo bar aperto, il mio dipinto del cuore è “The Nighthawks” di Hopper, tanto per essere espliciti.

Ed è (anche) per questo che mi sono sempre trovato in difficoltà relazionale con gli amanti del caos umano, dei luoghi affollati, delle comitive, dei ritrovi numerosi tra vecchi amici. Per uomini come me, un villaggio turistico è la morte civile e anche incivile. I concerti in piazza, nemmeno a parlarne. Assemblee con più di tre persone uno stillicidio senza senso. Incontri parentali estesi, una forma di assurda prigionia.
Sono stato molto in difficoltà con le donne. Sempre in un secondo momento. Perché, lo confesso, dopo l'amore o quel che è l'istanza primaria è quella del silenzio, di un fattivo raccoglimento. Dopo l'amore si respira, per almeno un'ora e anche più, un vuoto inimmaginabile. Per questo avevo bisogno di musica e luce bassa, di poche parole, non di una uscita celebrativa con gli ansiosi amici di turno. Socializzo solo se e quando ne ho voglia, non a comando. Non mi sono mai sentito obbligato a risultare piacevole e divertente, deve andarmi altrimenti taccio, e taccio di brutto, senza tradire la minima emozione. Uno dei più ridicoli equivoci in cui sono incorso è consistito nel risultare propenso a fumose conversazioni di natura spirituale o sui massimi sistemi, uno che magari voleva discorrere con sussiego di narrativa slovacca o di contrabbasso. Niente di più fasullo e non comprovato.
Più che altro, ed è certamente peggio per l'occhio altrui, avevo bisogno di altri movimenti, di piccole scene senza intrusi, e soprattutto di poche chiacchiere.
Quel che è certo è che una delle frasi che mi è capitato di dover sorbire più frequentemente è stata l'infame “ma non ti piace uscire?”
Al che ho sempre risposto, per accorciare i tempi dell'equivoco e delle paranoie, “no, direi proprio di no”.
Come si fa a spiegare che non riesci a farti imporre nulla e che certe giornate necessitano di una totale solitudine, per niente imparentata con la tristezza?
E che non vorresti affatto vivere a Roma, Parigi o New York ma in una piccola cittadina dell'Umbria, delle Fiandre o in una città alpina dove la notte si mischia al ghiaccio e si vive anche meglio?
Il mio ideale sarebbe vivere in un piccolo luogo, scrivere, ascoltare, amare, viaggiare con moderazione e senza last minute, e che di notte si possano sentire, almeno qualche volta, i lupi in lontananza. Consapevole di tutto questo e molto altro, come dice una mia cara amica, non mi sono mai “sponsorizzato” con grossa convinzione, all'interno di recinti umani e convivi di qualsivoglia tipo.
Probabile che abbia contribuito anche io a rinfoltire la sfilata di equivoci, mostrandomi attivo quando volevo conquistare qualcosa per cui occorreva cimentarsi più sistematicamente con i normali corridoi di socialità organizzata in uso. Ma non era vero niente, perché dopo la smania tornava prepotente la voglia del mare d'inverno, delle navi in partenza dal molo sotto la pioggia, il bisogno di uscire all'alba per incontrare altri reduci dalla notte, altri amanti indecisi, traditi, traditori, altre persone come me, quelle che non scrivono certo per avere successo e seguito, ma scrivono anche per espiare una colpa mai davvero inquadrata nitidamente, quella di vivere e poi di invecchiare.

E c'è di più, visto che sono in vena di sgombrare gli altarini da minuscoli idoli fatti a pezzi e decomposti dalla mia impazienza. Non mi è mai piaciuto piacere per il gusto di essere notato, idealizzato, desiderato. Anzi, quasi sempre mi sono detto “oddio, speriamo proprio di no” e non certo per la paura delle responsabilità. No. Perché mi conosco. Se non mi accendo, se non mi accendo per davvero dentro, tutto è inutile. È solo agitazione, convulsione, magari ossessione, ma nient'altro: incluso il sesso e tutto il companatico di promesse, progettualità e altre forme di interdipendenza. Se non sono coinvolto, mi resta il ghiaccio dentro e prima o poi cercherò un posto isolato dove spiaggiarmi senza voler morire. All'opposto, tutto può diventare assurdamente pericoloso e destabilizzante, per cui mi sono sempre augurato di non incorrere in passioni violente, perché so che sulle ali del rischio e della verità abbrevio il mio tempo e certamente posso morire prima, senza cerimonie d'onore, neanche ossequiato dalle stelle fredde che tanto bene conoscono il mio sguardo perlustrativo da finestre appannate e balconi gelidi, dietro una sigaretta che è un simbolo di calore minimo dalla valenza ambigua, tra la cortesia del fuoco e la crisi da mancata segnalazione nel buio.

Non mi sono mai sponsorizzato, non mi sono mai consigliato. So come funziono. So cosa significa per me il vuoto, il silenzio, l'ora tarda, il facile “no” a tanti appuntamenti. Sono nato poco dopo mezzogiorno, eppure del giorno ho ben poco. Chissà, magari sono veramente nictofilo. Mi dispiace che il mio contatto pensi che io sia depredato quotidianamente da una tristezza crudele, per non dire di una sommessa e non dichiarata depressione. Nulla di tutto questo, ma sono certo che lui, come altri, non recepirà la mia spiegazione. Spiegazione che per inciso mi annoia a morte nel solo pensarla.

Adoro le spiagge deserte, d'inverno. Sono quello che vorrei vedere ogni mattina al risveglio. Non sono il mare, non sono l'inverno e non sono nemmeno il vuoto. Non sono la disperazione e non sono la colpa. Non sono la paura e non sono il vero freddo. Sono un uomo che vorrebbe piantarla di essere dominato e stordito dal tempo che passa, a caccia -sterile e poco intelligente- di utopie che mi sono invecchiate addosso e che non ho mai urlato, non ho mai preteso da Dio o chi per lui, sono utopie che non mi hanno dato da mangiare e non hanno debellato il senso di colpa per essere sopravvissuto a tanta gente di valore che ha perso il senso della lotta ed è stata sopraffatta, molto prima di me. L'amore è una finestra accesa in una notte di vento, gelida e senza arrivi e partenze. Non posso spegnere quella luce, non posso saltare in quella finestra, non scrivo poesie per quel chiarore, lo sorveglio, lo proteggo, lo reputo compromettente se mal interpretato. Non tiro sassi alle finestre accese. Mi accuccio ai margini, rinunciando a carezzare il mio ego da solo, curando gli artigli per un agguato che non desidero pianificare o subire a mia volta.
Vivo e il tempo passa. Inutile agitarsi troppo, strepitare, pretendere, scrivere verità su muri destinati a crollare per altri motivi.


©Luca De Pasquale 2017

07/12/17

La coerenza impossibile (attenzione! Explicit lyrics, parental advisory)


The art of rap is deceptive. It seems so straightforward and personal and real that people read it completely literally, as raw testimony or autobiography. And sometimes the words we use, nigga, bitch, motherfucker, and the violence of the images overwhelms some listeners.
Jay Z

Vorrei arrivare al 2018 con coerenza. “Pulito”, per così dire. Come quando si smette di bere o di bucarsi. Quando si interrompe qualche ossessione e ci si può permettere di esibire con se stessi un nuovo scopo da lavagnetta. I buoni propositi che si recitavano da bambini per sperare in un aumento della paghetta. Lo spirito potrebbe essere quello.

Così, anche nelle piccole cose, faccio pulizie. Elimino tutto quello che si è rivelato inerziale, inutile o addirittura dannoso. Delle carte, del materiale cartaceo, ho già scritto. Ho venduto parecchi dischi e libri che non mi piacevano più o che mi avevano stancato. Poi sono passato alle newsletter di case discografiche ed editrici, riducendo di più della metà il numero di quelle attive. Con cura e metodo, mi sono poi avventato sul mio telefono, dove, con uno spirito da Aiace Telamonio misto a Van Damme, ho cancellato una cinquantina di numeri telefonici assurdi, caduti in prescrizione e nell'oblio.
Non pago, ma sempre con pacatezza e fare chirurgico, ho deciso che mi sarei dedicato ai tre social che ho attivi, Facebook, Twitter e Linkedin.
Sono partito da un criterio elementare, cancellare ed eliminare persone con le quali non intrattengo nessun reale rapporto, dal lavoro agli affetti. Da subito le cose non mi si sono presentate nel migliore dei modi.
Per essere davvero coerente, dovrei cancellare il buon cinquanta per cento dei miei contatti, inclusi ex amici, alcuni parenti, donne con le quali c'era friccicore ma poi è finito tutto a schifo o rimozione, persone della sfera maledetta “non si sa mai, meglio non cancellarlo, va a finire che si offende”, individui che sono certo votino a destra o a destrissima, assatanati di una qualche religione, pentastellati, ex colleghi, ex fidanzate, consanguinei che non so nemmeno se si sono sposati e quanti figli hanno.

Ora, chi se ne strafotte di facebook, dai. Quello è un pretesto. Però, mi rendo conto che avrei parecchie cose da consegnare a vari soggetti. Tanto nella vita reale che via social, messenger o quello che cazzo è. Un lavoro immane, che alla fine dei conti non resta che considerare troppo gravoso, dispendioso come energie e soprattutto inutile. E allora anche uno come me, che si ostina in modo quasi masochistico ad essere reale e franco, cede il passo a quella fetente e melmosa ipocrisia di cui tutti, bene o male, ci ammantiamo per sopravvivere.
Quasi per scherzo, ho scritto una sorta di decalogo di alcune delle cosette che dovrei consegnare. Un florilegio, un sampler.

Volevo scoparti dieci anni fa e poi non è accaduto niente. Che cazzo siamo a fare, ancora in contatto sui social?”

Forse tu non hai capito che le mie idee sono di estrema sinistra e io sono certo che tu sei un fascio. Niente di personale, ma dobbiamo cancellarci”

Da quando hai scritto quel libro che ha avuto un po' di successo cittadino, sei diventato un pezzo di merda e un rompicoglioni, quindi io ho voglia di mandarti a fare in culo e lo faccio adesso”

Tu sei uno di quegli idioti che all'epoca ha minimizzato il mio perdere il lavoro e hai pure alluso al fatto che hanno fatto bene ad emarginarmi. Ti auguro la più profonda miseria, sporco piccolo borghese”

Sei un portinaio, un cialtrone, un fallito. Sei andato a dire a B che avevo parlato male di lui quando lo hai fatto tu per primo”

Sei un venduto. Ti piace fare il progressista e poi segui i programmi di Fazio e Volo e ti fai rincoglionire da una serie tv dove tua figlia ha scritto dei dialoghi, che per giunta fanno pure schifo”

Volevi che ti intervistassi, mi hai trattato con sufficienza due anni fa, quando mi dicesti che se volevo occuparmi di te dovevo pagare il tuo cazzo di disco. Ora ti fotti”

Quando avevo bisogno di aiuto hai girato la faccia dall'altra parte e ora mi abboffi tu e i tuoi problemi sentimentali. Hai chiuso, buona vita”

Tu che mi dai del volgare, del marginale, del provocatore su carta, puoi pensare quello che vuoi. Non ho bisogno di citare Luchino Visconti o Proust per dirti che ti considero un servo della società e una mezza sega anche nella vita domestica, intima. A me piace pensare e anche scrivere sporco, solo che ti faccio male alla coscienza, anche se non lo ammetterai mai”

Sei semplicemente un editore di merda e un venduto”

Tutta la tua grande finezza, amica mia, e poi ti riduci ad essere il simulacro di una che la fa annusare per avere dei cortigiani senza palle dietro. Ti piace avere degli spasimanti per dimenticare che stai invecchiando e che tra qualche anno non sarai più desiderabile sessualmente. Addio”

Ti tengo tra gli amici di fombook solo perché spero che mi offrirai un lavoro, ma ti schifo per mano di legge e non vedo l'ora di potertelo dire”

Noi non siamo stati mai veramente amici. È stata tutta una farsa, che abbiamo congegnato insieme per paura di metterci le mani addosso. Te ne rendi conto?”

Devo fare ammenda. Ti ho detto che ti reputavo una donna intelligente. Ebbene, ho forzato le cose. Volevo solo farti godere e ora te lo confesso, perché sono puro come un fiore marcio. Peccato non averti scopata, però”

Penso che il 92% degli scrittori presenti nella mia città non valgono un cazzo. Sono un branco di mezze checche isteriche. Gente viziata, con il culo al caldo e i testicoli nel sospensorio di famiglia. Tu sei tra questi. Che dici, che mi consideri sessista? Questo è il tuo alibi per rifiutare il mio rifiuto, piccola colomba progressista”

E tu saresti un mio parente? Ma chi ti conosce, amico? Non sai niente di me e parli pure. Sei un imbecille, non sai nemmeno se mi piacciono gli asparagi, i villaggi turistici, i pompini, le auto, che marca di sigarette fumo e come mai non voto. Non sai nulla e per quanto mi riguarda i legami di sangue sono acqua fresca quando non si conosce nulla dell'altro”

Si potrebbe andare avanti all'infinito, con il risultato di sentirsi poi un vecchio pazzo che vuole chiudere tutti i conti, senza guadagnarne nulla in cambio. Quello che si desume, purtroppo, è che essere coerenti, veri, è un gioco impossibile e certamente non redditizio. Anzi.
Ma io sono sempre stato attratto più dalle leggi animali che da quelle umane. La tentazione è sempre la stessa, poter contare su una riserva di rapporti reali, di parole franche e senza doppio fine, dove la fratellanza non è un hobby ma una insospettabile somiglianza. Ripeto, gioco impossibile. Non esistono zone incontaminate, non abbiamo i mezzi reali per costruirci delle oasi senza predoni. Non possiamo dire la verità, perché rischiamo di restare isolati e fottuti.
Dobbiamo tenerci le zavorre, le situazioni incerte, i non detti, le menzogne per pararci il culo, e nel mio caso devo pure fingere che con la scrittura di un libro voglio dire qualcosa a qualcuno. Detesto la scrittura didascalica che pretende di avere una morale. Io non voglio dire nulla, io brucio e basta. Potrei citare mille casi in cui il mio pene è stato più riflessivo e accorto di me. Ma non posso inoltrarmi troppo in questo argomento, altrimenti perdo sedici dei miei cento lettori.
Queste sono le cose che devono farmi paura, no?


©Luca De Pasquale 2017


06/12/17

Le certezze in saldo


Gli uomini hanno bisogno di punti d’appoggio, vogliono la certezza a ogni costo, anche a spese della verità. Poiché essa è corroborante, e loro non possono farne a meno anche quando sanno che è menzognera, non ci sarà scrupolo capace di trattenerli dallo sforzo di procurarsela.
Cioran

Troppo facile fare i tribuni del popolo quando si vive nell'agiatezza. Troppo semplice e retorico usare la parola “lotta” quando non la si conduce in prima persona. Troppo noioso spendere fiumi di parole per definire le storture della società. Nessuno di noi è esente da sbagli, errori e contraddizioni. Nessuno di noi è riuscito a sfuggire all'utopia e sono in troppi quelli che hanno paura anche della loro ombra. I comportamenti morigerati, le abitudini sane, le richieste di chi ci vive accanto, tutta questa roba ci ha reso dei fantasmi in piedi per errore. Delle contraddizioni umane.
Il benessere ci ha rincoglionito. Ha rincoglionito anche gli insospettabili. C'è una diffusa incapacità a prendere realmente posizione. A riconoscere il fallimento. Ad ammettere che i nostri aneliti di umanità possono essere scartati come un regalo, certo, per poi non essere digeriti e compiere solo un passaggio nella pancia e poi nel retto.
Il tempo dell'ingenuità deve finire e del resto, se qualcuno non se n'è accorto, è finito. Il tempo delle seconde possibilità è tramontato. Gli abbracci, i baci, non coprono mai realmente tutte le zone vuote, sarebbe innaturale.
Compiango e compatisco coloro che amano alludere all'amarezza, quando ascoltano parole -come le mie adesso, per esempio- che contengono poca speranza. Ci si è abituati, sarà per colpa anche di pessimi libri, a motivare la dura lucidità di un individuo con le delusioni che ha patito, i disinganni, volgarmente le inculate. Rifiuto questo modo di ragionare gretto e semplificante, rivestito di fallimentare new age, al gusto agro di utopie mal conservate.

Ovunque io mi nuova, qualsiasi ambiente frequenti, noto una preoccupante divaricazione tra ciò che si annuncia e quel che si è. Quasi tutte le persone “fortemente democratiche” che ho incontrato nella mia vita erano assiepate in un egoismo pauroso e maleolente, tutte intente a difendere titolo, posizione e conto in banca. A poter contare su una poltrona comoda davanti al televisore, smarrite in hobby costosi e compulsivi, scollate dalla realtà quando le questioni scomode riguardavano un familiare, una moglie, un figlio, un genitore. Giustificativi in casa, forcaioli e sprezzanti già sul pianerottolo. Interessati a questioni sociali e riguardanti il mondo del lavoro, ma pronti anche a spezzare le reni a un collega per qualche spicciolo in più.

Effettivamente, di stronzate ne ho sentite parecchie. Per giunta continuano e non c'è modo di fermare il cortocircuito grottesco tra intenzioni e risultati, tra dichiarazioni e comportamenti, tra senso della realtà universale e mania della realtà personale. I trucchi che usavo per sfuggire a questo martirio non funzionano più. La dialettica, mai avuto tanta fiducia. Sorridere come un coglione, assentendo senza condividere? No.
Passare al contrattacco? E su quali basi, con quale energia, con quale buona volontà? Se passassi al contrattacco capirei velocemente di essere la prima contraddizione insopportabile, non mi va neanche tanto di scoprirlo.
Baso le mie sicurezze e ritaglio i miei spazi vitali sulle incertezze. Ho più dubbi che capelli in testa, e di capelli ne ho ancora abbastanza. Non mi aiuto, fingendo magari di appartenere a un ceto, una classe, una casta, un partito politico, un circolo di sportivi, un club di appassionati, un'associazione qualsiasi. Tutto mi va stretto in materia di appartenenze e mi rendo conto subito, quando costretto a coazioni in cui non affonda il mio spirito, che trascorrerò il resto del tempo a divincolarmi, come un lupo finito in una sciocca trappola. Cerco di ammansirmi, ci provo, mi mordo, a volte mi fustigo, ma è impossibile.
L'obbligo della bella presenza al mondo mi fa mancare l'aria. Forse è per questo che fumo così tanto. A causa dell'aria irrespirabile, quella dell'ipocrisia gentile perpetrata a tutti i livelli.

I dubbi si insinuano in me e prendono domicilio e residenza in un amen, ciò nonostante sono praticamente avviluppato da un reticolo di relazioni verbali e semantiche che mi riconducono sempre in riva alle (troppe) certezze altrui.
Quindi finisco per dibattermi in quelle reti a maglie larghe ma comunque invadenti, poi mi stanco e allora sopravviene quel desiderio di solitudine polarizzata al positivo ma difficilmente comunicabile agli altri.
Una delle domande più seccanti che mi ronza in testa è la seguente: “Ma dove cazzo prendete tutte queste certezze?”
Dai corsi di tango, che impazzano più ancora che negli anni novanta?
Dai corsi di cucina creativa?
Dall'appartenenza a un partito o un movimento dove credete di confrontarvi alla pari e invece seguite il frangiflutti senza accorgervene?
Le certezze vi arrivano forse dai libri che avete sul comodino? Che sia Musil o l'ennesimo giallista mitomane, i libri non danno alcuna certezza. Questo lo pensano solo i cretini, oppure quelli che li scrivono, li stampano e li vendono. Non fatevi ingannare dalla potenza dei libri, che è indiscussa ma non va certo nella direzione che vi serve. I libri non sono dei vibratori.
Ho fatto la mia piccolissima parte nell'editoria, ne sono uscito disgustato. I libri sono una cosa, l'esigenza di scrivere ne è un'altra. Chiusa parentesi.
Per decenza, non mi va di contestare anche le certezze scaturenti dal credo religioso, un qualcosa che non posso neanche sfiorare, o da quella strana malattia che ci vorrebbe eroi e predicatori in un mondo che non capisce nulla. Chiunque mi si avvicini con fare profetico e con massime sul senso della vita, sugli uomini, sui modi migliori di stare al mondo, incontra sulla sua strada un golem di marmo, un mostro di argilla rappresa e olio solido, impossibile penetrarci dentro. Chissà, magari potrei anche divertirmi a farmi travolgere da tanto entusiasmo ed esaltazione, ma proprio non mi riesce.
Resto freddo anche quando partecipo. Il mio è un calore distante, da dietro una colonna, lontano dai confessionali, a bordo piscina ma senza costume, giusto per capirci.

Mi piace ascoltare gli altri. Non mi piace altrettanto dire come la penso io, e non certo per paura di espormi. È che spesso, di un dato argomento non penso assolutamente nulla. Come diceva Nanni Moretti, “io non parlo di cose che non conosco”.
Non posso avere un'opinione su ogni cosa. Non posso nemmeno costruirmi dei pareri articolati nel giro di una decina di minuti. Non so scegliere un vino, suggerire come aggiornare whatsapp, e soprattutto spiegare perché tanti esseri umani dichiarano Y e poi si comportano Z. Forse la spiegazione non mi interessa, perché non sono un antropologo o un sociologo ma solamente un microbo con passioni fortemente oppositive. E per opporsi, non serve discettare più di tanto: basta opporsi. Rifiutare. Sottrarsi. Non alzare la manina durante l'appello. Evitare di fingersi dei pasionari per poi cadere nelle peggiori trappole piccolo borghesi. Non simulare di essere coinvolti in progetti civici e di accoglienza che poi si rivelano essere per dei ballon d'essai mal costruiti. Disertare, all'occasione, la sfilata dei motivatori, degli empatici a cottimo, dei soggiogatori di masse, che con le loro formulette nazional-popolari fanno presa su soggetti con la fissa della partecipazione e la grande paura di non essere all'altezza della stessa.

Sto imparando, giorno dopo giorno, che per essere contro servono pochissime certezze. E che la vita controvento si paga a caro prezzo. Il primo, probabilmente il peggiore, è incontrare chi pensa di poterti salvare non si sa bene da cosa. Dall'autodistruzione? Ma l'autodistruzione è affare complesso, che ci supera, ci irride mentre ci sorpassa con la sua decappottabile nera, guanti di pelle sul volante e una donna fantasma al fianco, come nei peggiori sogni prima dell'alba.


©Luca De Pasquale 2017

04/12/17

Gli uomini-assicurazione


Un tizio che conosco crede di poter far colpo sulle donne grazie ai privilegi che ostenta. Il suo modo di vivere da bordo piscina alt(r)o borghese, la sua auto, i suoi studiati motteggi colti, il suo dopobarba, tutto alla fine finisce per sostituirgli il cazzo.
Tutto ciò che lui reputa necessario per colpire l'altro sesso a me perviene come roba degradante, svilente, senza nulla che sostenga questo edificio di menzogne e di nervose erezioni. Ci conosciamo, ma lui non mi reputa un concorrente perché io non ho nulla da proporre. Nulla da servire sul piatto d'argento, quindi per lui non sono un uomo/cacciatore, uno che potrebbe dare fastidio.
Senza tenere conto che ho smesso di cacciare da secoli e che forse non l'ho mai fatto, perché non ho mai considerato le donne come delle prede. Tutt'altro, direi. Posso avere pensato, al massimo, che fossero degli angeli dell'inferno, mandati su dalle mie parti per inquinare e devastare quel che restava della mia impossibile, improbabile quiete.

Trovo detestabile questa funzionalità maschile da rassicuratori, questi uomini assurdi che pretendono di diventare delle assicurazioni viventi, degli accompagnatori nel comodo, il mezzo per esaudire desideri ed esigenze.
Nel momento in cui assolvono alle loro funzioni, cosa resta? Questa concezione della bella vita in cambio dell'amore e dei sensi tradisce il retropensiero osceno che le compagne, fisse o occasionali, siano solo delle prostitute un po' più pulite e meno avvezze alla vita notturna sul ciglio della strada.

Mi trovo a malpartito con questi soggetti, non condivido nessun loro pensiero, abitudine, speranza. Ho un pessimo rapporto con le comodità e la loro ostentazione, ho un rapporto addirittura orrendo con i rapporti basati su prove di forza e tenerezza alternata, il tutto sotto il fiato pesto del dio denaro e dei suoi deformi puttini, gli immobili, i viaggi, le cene costose, i posti mozzafiato e altre app esistenziali tanto usate pur di scongiurare il suicidio e la depressione.

E poi, questi uomini da esposizione, questi soggetti così esperti nel vendere le loro mercanzie, quanto amano per davvero? La risposta non è nemmeno nascosta da qualche parte, è inesistente. Li vedo così fragili, alla fine. Così in balia di quello che desiderano. Abituati a deprezzare le donne finché non le posseggono e poi adusi a disprezzarle quando le hanno avute. È molto triste.

Ultimamente, mi intristisco con facilità. Cerco di evitare situazioni e modi di pensare che spostino il mio baricentro dal sentire al sopportare. Ho chiuso e continuo a chiudere tutta una serie di cose sospese, rapporti sfilacciati, collaborazioni deludenti, amicizie invecchiate male e casuali dal primo afflato, evito di essere un coglione seduto a pranzo con chi mi conterebbe solo come numero, e mi sento, inutile negarlo, lontano come mai prima d'ora da tutto il sistema borghese di cui faccio comunque parte a tutti gli effetti. Non ho voglia di recuperare il “terreno perduto” in materia di riconoscibilità e di costruzione di un reticolo di amicizie rassicuranti, ho l'esigenza di continuare la mia strada senza troppo curarmi di chi mi segue e chi no. Non si può obbligare nessuno a seguirti, quando la realtà è così sconcertante, così sospesa tra la prigionia e il caos.
Nulla si compra. Non l'amore, non la tranquillità, la stima manco a parlarne. È inutile tentare esibizioni gratuite della propria disinvolta e stabile concretezza, non sarà quel materiale di risulta a spingere gli altri ad amarci.

Conosco tante persone che sono in continua attesa di riconoscimenti. Sembra vivano solo per quello, in un continuo riciclare il senso di attesa e di frustrazione. Ottenuto un risultato, via con la smania per il successivo. Purché qualcuno si accorga di loro. Si innamori di loro. Anche del loro dolore, delle loro manie impresentabili, dei loro fantasmi, dei loro amori distrutti in pochi giorni, dopo anni di promesse e di attimi divisi. A volte provo quasi invidia per questa tipologia di persone, perché nel loro asciutto schematismo riescono in qualche modo a darsi una definizione, mentre io continuo a non riuscirci e so benissimo che non lo desidero affatto. Non è una definizione che cerco, e probabilmente un ruolo sociale -che ho perso da qualche anno- mi andrebbe strettissimo.
Tutto ciò che è schema, che è rivendicazione acuta all'interno di un sistema ben definito, tutto questo interrompe la mia buona volontà di interagire e allora sono costretto a darmela a gambe, insalutato ospite.

Ieri sera ho continuato la lettura de “Il deserto dei Tartari” di Buzzati. Da un mese, ogni sera leggo solo sei o sette pagine. Conosco quel libro quasi a memoria, ma ho bisogno di rileggerlo. Ieri, nel letto, mi sono imbattuto in questo:

Vennero allora improvvisamente alla mente di Drogo pensieri di un mondo desiderabile e lontano, un palazzo per esempio sulla riva di un mare, in una molle notte di estate, graziose creature sedute vicino, ascoltare musiche, immagini di felicità che la giovinezza permetteva di meditare impunemente e intanto l'orlo estremo del mare a levante farsi nitido e nero, cominciando quel cielo a impallidire per l'alba sopravveniente. E poter buttare via le notti, così, non rifugiarsi nel sonno, non paura di fare tardi, lasciare sorgere il sole, pregustare dinanzi a sé un tempo infinito, da non doversi angustiare. Fra tante cose belle del mondo, Giovanni si ostinava a desiderare questo improbabile palazzo marino, le musiche, la dissipazione delle ore, l'attesa dell'alba. Per quanto sciocco, ciò gli sembrava esprimere nel modo più intenso quella pace che egli aveva perduto. Da qualche tempo infatti un'ansia, che lui non sapeva capire, lo inseguiva senza riposo: l'impressione di non fare in tempo, che qualche cosa di importante sarebbe successo e l'avrebbe colto di sorpresa”

Ho dovuto chiudere il libro, dopo queste pagine. Era troppo. Ho pensato per l'ennesima volta “questo maledetto libro mi ucciderà”, troppo doloroso captare questo senso di attesa, di ansia della vita, troppo gravoso questo basculare tra passato e futuro, consumando intanto il presente come uno sciocco. Ho riposto il libro e le lenti sul comodino, mi sono sentito inquieto e quasi desideroso di vestirmi e uscire in piena notte. Poi mi sono ricordato dell'uomo/assicurazione e mi sono spento quel che serviva per cercare il sonno.
Prima di chiudere gli occhi, ho pensato alla musica e a quel che dovevo fare e studiare per il giorno successivo. Non c'era nulla, apparentemente, da pagare per guadagnarsi la successione delle ore. E allora mi sono addormentato.

©Luca De Pasquale 2017


03/12/17

L'effetto "Power Play" trent'anni dopo


Nel 1987 avevo quindici anni. Da due anni bazzicavo tanto le sigarette (di mio padre) che la musica di Bill Evans. Mio padre possedeva alcuni rari 45 giri di Bill Evans con Sam Jones al contrabbasso e Philly Jo Jones alla batteria. Li avevo praticamente consumati io.
A quindici anni non potevo certo avere le idee chiare sul mondo del contrabbasso, e nemmeno sulla consecutio dei bassisti che si erano succeduti alla corte di Bill Evans. Scott LaFaro aveva praticamente demolito le mie timide simpatie per il pop e in quei giorni stavo cercando di approfondire la figura di Eddie Gomez. Inoltre, non avevo la minima idea di contrabbasso amplificato o meno e ignoravo ancora troppe cose. Non essendoci Internet, ero principalmente dotato di buona volontà e di quell'ostinazione equilibrata che sopraggiunge quando un'ossessione ha un suo senso ben preciso e addirittura un progetto di conoscenza alla lunga, anche se poco strutturato.

Nel dicembre del 1987, con mia somma sorpresa, il mio commesso di dischi preferito, uno dei miei primi formatori, mi informò che era appena uscito un disco solista di Eddie Gomez. Mi venne il batticuore.
E com'è?”, gli domandai.
Terribile”
Cioè bellissimo?”
No, una vera ciofeca”
Ah... ma come è possibile, scusa?”
Ci sono dei grandi musicisti, spesso bassisti, che fanno dei dischi solisti bruttissimi. Non te lo consiglio”
Capisco, ma dov'è? Dov'è, lo voglio vedere!”
Armando mi indirizzò verso lo scaffale “Novità Jazz” e dopo quattro o cinque vinili mi comparve la sorniona faccia latina di Eddie Gomez, accompagnato dal suo contrabbasso e da una bella donna che sembrava respirargli sulla spalla. La copertina era su sfondo violaceo/rosa e il disco si intitolava “Power Play”.
Non chiesi ad Armando di ascoltarlo. Presi direttamente le quindicimila lire dal portafogli e gli dissi che lo avrei portato alla cassa. Non fece una bella espressione, Armando. Sembrava davvero contrariato. Capendo l'antifona, mi sembrò naturale giustificarmi: “Magari hai ragione, tu sei molto più esperto di me, ma qui si sta parlando di un musicista che il contrabbasso lo fa cantare e io SENTO IL DOVERE di acquistare questo vinile, io devo sostenere questo marziano!”
Armando mi sorrise. Devo dirlo, fu un sorriso molto bello. Da fratello maggiore che accettava questa forma di devozione. Già, perché si trattava proprio di devozione, per non dire gratitudine. Eddie Gomez mi aveva sconvolto in “You must believe in spring”, così come Scott LaFaro mi aveva convinto che la mia anima e quello che ci vagolava dentro poteva avere un suono corrispondente nella realtà, anche se non grazie alle mie mani.

Piazzai il disco di Eddie come un totem sulla mia piccola scrivania, a casa. Lo aprii solo dopo una settimana e lo ascoltai con attenzione. Certo, non era propriamente jazz, non somigliava neanche un po' alla musica di Bill Evans, però mi piaceva. Data l'età e l'inesperienza di ascoltatore, non poteva non piacermi; e il processo di consolidamento della mia ossessione per lo strumento e il suo mondo contribuivano non poco a rendermi poco obiettivo e certamente di parte. Un aspetto da non trascurare riguardava il fascino che esercitava su di me la copertina. E certo. Raffigurava un mio idolo, lo strumento che amavo di più e una bella donna, su sfondo quasi viola. Non potevo chiedere di più.

In questi giorni, trascorso un trentennio da allora, ho riascoltato “Power Play” con addosso un senso di tenerezza e nostalgia. La devozione non è affatto scomparsa, semmai si è rafforzata. Naturalmente, sono consapevole che si trattava di un tentativo, da parte di Eddie, di unire una base ovviamente jazz con nuove e forse poco ponderate esigenze commerciali; in più, avevo rimosso che in questo album il grande bassista portoricano si cimentava addirittura, in un brano, con un basso elettrico verticale, il Merchant Vertical Bass.
So benissimo che Eddie Gomez ha dato il suo meglio -che è eccelso, tanto per ribadire- in altri contesti, non solo con Bill Evans. Però non riesco a considerare questo disco come uno qualunque, da conservare solo per devozione, appunto. Penso sia una questione di rapporto affettivo, che mi porta ancora oggi a difenderne strenuamente il valore e la portata, troppo facilmente contestabili, da me in primis.
Amo moltissimo dischi di contrabbasso solo, l'improvvisazione più selvaggia, il mio approccio uditivo verso il contrabbasso è di marca piuttosto free e questo potrebbe spingermi a dileggiare questo tipo di operazioni. Qualche volta accade, che il lavoro di qualche contrabbassista sia troppo commerciale o tradizionale per i miei gusti. Che la commistione di moderno e dogmatico mi sia indigesta, e ancor di più che una pulsione troppo “fusionara” mi disturbi addirittura. “Power Play” è fuori da questa ambigua galassia, è prima di tutto un tenero ricordo, un caposaldo di una passione vecchia quasi quanto la mia intera esistenza. Lo stesso discorso potrei farlo per un disco di Miroslav Vitous, “Majesty Music”, che non è certo uno dei suoi più riusciti. Sono i dischi con i quali ho cominciato, sono quelli che hanno sostituito i Duran Duran e gli Spandau Ballet (con tutto il rispetto), sono i dischi che mi hanno salvato dalla seccante dicotomia Queen/U2, sono i dischi della scoperta. Tra i quali, come è ovvio, ci sono dei capolavori che mi hanno cambiato cervello, orecchie e cuore. “Power Play” non è e non sarà mai considerato un capolavoro. Ma è mio, mi appartiene come tutte le svolte appartengono agli uomini che hanno la fortuna di viverle.

E così, faccio una pausa dai pensosi e intensi dischi che sto ascoltando in questi mesi, Moppa Elliott, Bob Magnusson, le collaborazioni del grande Chuck Domanico, la fissazione per il duo Dave Holland/Sam Rivers, Anders Jormin, Barre Phillips, Stefano Scodanibbio, George Mraz e mille altri. Come in tanti altri aspetti della mia vita, faccio un viaggio nel passato con curiosità e indulgenza, mi permetto di appassionarmi ancora a qualcosa che non è passato sotto il setaccio delle rimozioni, delle inversioni di marcia, qualcosa che neanche il peggior dolore è capace di sporcare, il sogno della musica e di musicisti chini sul loro strumento, intenti a cavarne fuori l'anima troppo a lungo sottovalutata, ignorata e circoscritta.
Questo 2017 è stato un anno duro, crudele, e non è ancora finito. Se non avessi diverse passioni, sarei alle corde. Se non credessi in quel che faccio, sarei un triste cadavere ambulante. Se non sapessi che l'anima di ogni uomo ha un suono, e non solo uno, che le corrisponde, non crederei nemmeno ai miei occhi nello specchio. E alla voce degli esseri umani.
È l'effetto “Power Play”, trent'anni dopo. Mica poco.


©Luca De Pasquale 2017








02/12/17

Il ritorno


Mi è capitato spesso, e già ne ho scritto, di trovarmi disorientato di fronte ad affermazioni improvvise di qualcuno circa la mia scrittura. Affermazioni che andavano a rimestare la presunta trivialità dei miei toni, così spesso stigmatizzata in passato da amici e conoscenti. Ed è grazie a queste rivelazioni che ho compreso velocemente quanto i miei “cazzi”, le mie veloci e abbozzate descrizioni di rapporti orali e coiti mezzi vestiti in macchina o nello sgabuzzino della vecchia zia siano servite a creare un po' di friccicore osceno e nessuna reale comprensione.
Ho spesso vissuto il sesso come distanza, come atto grottesco, come istinto animale, senza nessun amore e nessuna speranza a incartare il tutto. Ho provato a scriverne. Ho provato a confessare che dopo l'animale c'era il vuoto. Che è facile, per persone come me, avere voglia di restare soli dopo il piacere. Certo, dipendeva dalle persone e anche dai contesti, ma non sono mai stato un maledetto peluche tutto versetti e ottimismo da sazietà.
Non ho mai avuto il gusto del rischio e non sono mai stato nemmeno un esibizionista. Non farei mai sesso osservato da qualcuno, perché a stento sopporto il mio terzo occhio e il peso irrisolto dell'aria. Eppure, ho sempre prediletto gli attimi rubati, non ufficiali, destinati allo scompiglio, il famigerato errore veloce, lo sbaglio sotto la luce dei lampi e poi il silenzio. Altro che grattatina in testa e progetti di condivisione.
L'ufficialità delle coppie, con le dovute eccezioni, mi crea problemi, è una condizione che non mi coinvolge e che non posso dare per scontata. L'amore sfugge da sotto i letti come un'infiltrazione improvvisa, come un liquido fantasma che ti condurrà per mano a un gioco estremamente crudele.
Non ho mai lanciato del riso in vita mia. Nemmeno del veleno. Non lancerò mai nulla a una coppia.
Ho cercato di esporre il mio punto di vista sull'amore e sui sentimenti, per farlo spesso ho fatto ricorso a immagini violente perché considero il sesso un momento violento, squarciante, non ginnastica da glutei sodi sotto le mammelle di un Dio senza faccia. Poi, ho cercato di dire che tante volte il sesso è solitudine, è morte scongiurata. Come ogni attimo che segue una fine rimandata o estinta nei pensieri, c'è la solitudine. Anche se si scopa.
Per alcuni, di quei tentativi descrittivi sono rimasti solo alcuni cazzi volanti, macchie sulle lenzuola, bava alla bocca e teste che ciondolavano su e giù in uno sport estremo quale può diventare il drammatico voyeurismo maschile.

E poi ho mentito.
Ho scritto che mi piace flirtare. Ho scritto che mi piacciono le donne del mistero, magari senza identità. No, per niente. Mentivo. I giochi di seduzione allargati nel tempo e nello spazio sono pura estenuazione, incapacità di vivere il reale, sono nostalgie di roba che non esiste. Tanto varrebbe che uno poi trascorra la giornata a mordersi, leccarsi e poi mandarsi a fare in culo senza un solo sbattimento di ciglia.
Alla gente che scrive piacciono sempre i flirt, perché l'uomo scrivente è quasi certamente un dannato egotista, un mitomane. La sua visione del mondo, apparentemente estesa quanto un immenso tramonto coinvolgente, è un brodo riscaldato che transita in ogni piccola area tra fronte, naso, petto, mani impegnate e il pene, che vive di fantasie salgariane sperando di poter citare Schnitzler, Lermontov o addirittura Casanova in persona. Il pene degli scrittori è sovente merce deludente. Non gli si rizza nemmeno, ne sono certo. Il cuore è anche peggio. L'anima non pervenuta, l'ingegno spesso un bluff.
Non mi piacciono i flirt. Partono alla grande ma diventano banali e si nutrono di ipotesi. Ho sempre detestato i ventagli di ipotesi. Io vedo e forse credo. Quasi mai, a dire il vero. Di sicuro provo e sento, ma credere è un'altra cosa, molto più impegnativa.

Nella ruggine dei giorni e degli anni, torno a me stesso e ritrovo i miei vecchi giocattoli, le mie antiche e anziane ossessioni. Smobilito, ricordo, sputo, conservo, rinvio, distruggo, rimugino. Mi sono anche frainteso da solo. È capitato diverse volte e non mi sono fermato in tempo. Ho sperato di essere frainteso, quando mi sentivo pigro. O provocatorio.
Ho riletto alcune delle mie vecchie note. Ai due libri non ci metto mani e occhi da tempo, è come se non li avessi mai scritti, non mi sento rappresentato, ero io parzialmente, era inevitabile. Alcune delle mie vecchie note sono davvero orribili e mi risuonano male dentro. Altre, a essere onesti, le trovo molto sincere e anche belle. Sono quelle che hanno ottenuto meno visualizzazioni. Forse c'erano dentro pochi cazzi, o la rabbia comoda. O la parola suicidio, che è vero, allontana, ma più spesso gioca con le pareti molli della morbosità.
Non sono il mio blog. Il blog non è me. Non c'è nessun personaggio creato e tratteggiato, qui. C'è la prima persona, non ci sono io. Latito anche negli specchi di casa, come potrei fissarmi in un blog?
Non sono mai stato io, nei flirt. Reali o eventuali. “Flirt” è solo una parola stuzzicante. Un fluffer, un arbitrio imperdonabile di una visuale parziale, quella del cuore sul ponte della nave, quando è notte, piove e si ha nostalgia di tutto quel che non è stato e non sarà mai.
Io non sono la mia famiglia, non sono il mio cognome e nemmeno quel che ho fatto fino a questo punto della vita. Basta con il passato e stop ai cruciverba insulsi sul futuro. L'attimo, quello. La ragione, spero. L'istinto, comunque sempre.
Sono tornato alla mia casa. Diroccata, sfitta, con i tubi saldati alla tappezzeria, con le perdite sotto ogni cosa che funziona o appare funzionare.
Oggi non sono questa nota, non il mio ombrello bagnato fuori la porta, non le mie sigarette abitudinarie al retrogusto ossessione lieve.
Forse, e dico forse, oggi sono una sola nota nel disco che ora gira, un lavoro dei Masqualero dove c'è Arild Andersen, il cui suono di contrabbasso è stato definito da un eminente critico come “ravishing”, incantevole.
Appunto. Certi suoni e certe atmosfere gravi sono incantevoli quanto innocue. Non c'è bisogno di far volare membri in erezione ogni due righe, e mai più tentare di scrivere che unirsi in un atto sessuale può essere desolante, devastante solitudine che strepita messaggi di soccorso senza neanche guardarsi negli occhi, non sono messaggi che piacciono.
Di tutte le volte che sono stato frainteso ne rido, perché l'origine della colpa stava nella mia mania della trasparenza scura.
Grave errore. Ma io amo perseverare. E questo è a tutti gli effetti un ritorno alla casa del padre, il cielo di lampi che ha iniziato a farmi paura senza motivo, solo perché non cambiava anche se stavo palesemente invecchiando.


©Luca De Pasquale 2017

01/12/17

Spiccioli di dolore rosso


Nessun vittimismo indotto. Nessuno spazio a ipotesi. Realtà.
Da quando giro con pochi euro in tasca vedo di più. Sento di più. Comprendo maggiormente. Respiro diversamente. Non è un retorico elogio della povertà perché non sono così stupido e visionario. L’indigenza è un mostro che rischia di schiacciare le attività vitali spingendo gli esseri umani a deprezzarsi, a non sentirsi all’altezza e soprattutto a sentirsi profondamente colpevoli di qualcosa.
Sono infimi agguati, ovvie conseguenze, sono giochi sporchi della società inumana che ci accoglie di giorno in giorno.
Non so ancora bene cosa stia succedendo, so che non ritrovo la mia immagine riflessa nella vetrina di qualche negozio, a sbavare e a incazzarmi. Non mi sento colpevole di alcunché e rispedisco al mittente comode spiegazioni del mio disagio (e non solo del mio, perché si ama tanto dare sempre una spiegazione a tutto quello che esula da una concreta normalizzazione del tenore di vita).
I tempi sono duri, aridi, potenzialmente spoetizzanti. Questo è indubbio. Ognuno crede che il suo sentire, il suo dolore, le sue difficoltà siano le peggiori in circolazione. Un gioco delle parti tanto idiota quanto inevitabile.
Non so bene cosa stia succedendo. Fatto sta che non provo un granché di rabbia, a volte è addirittura assente. La sola idea di mettermi a rivendicare qualcosa e prendermela con qualcuno mi irrita e mi secca, lo trovo un meccanismo squallido. Come squallidi sarebbero i commenti che seguirebbero le mie geremiadi. Una gara di squallore cui non intendo in nessun modo partecipare.
So che mi sono abituato a vivere alla giornata e non ascoltare i dotti motteggi altrui, le paradossali rivelazioni di verità inconsistenti, per non parlare di quel fare timoroso che sostiene le impalcature di tantissime vite. Quel rinunciare alla chiarezza, alla visuale scomoda, alle asperità grottesche delle nostre innumerevoli contraddizioni. Quel considerare le fasi ostiche della vita come una colpa primigenia, un errore comportamentale, una sventatezza logica o, ancor peggio, un sentirsi inadatti al gradevole adempimento della propria “furbizia di sopravvivenza”.

Mi capita di girare con trenta euro in tasca e desiderare pochissimo. A volte sono venti euro. Poi quindici. Poi sette e cinquanta. Stamattina erano quattro euro e poi ho dovuto acquistare i biglietti della metro. Vittimismo no grazie. Vittimismo lo avrete voi, quando vi si rompe la caldaia o perdete un vestito che vi piaceva in quella boutique o dovete ponderare se comprare o meno quel cofanetto dei Pink Floyd che –più che altro, siamo sinceri- volevate esibire con i vostri amici.
Stamattina avevo quattro euro e ho pensato non fosse il caso di prelevare dal mio conto agli sgoccioli. Perché avere paura di narrare senza inibizioni delle proprie difficoltà economiche? Qual è il collegamento, signori miei, tra un uomo e quel che possiede? Ciò che è posseduto caratterizza? La tranquillità borghese di una vita pacata e piana favorisce approcci emotivi, sentimentali, sessuali, accettazione a convitti e convivi, rende meno scomodo stare accanto a parenti e amici? Sono tutti condizionamenti micragnosi, di nessun valore, ammesso che siano rispondenti a verità non valgono comunque nulla.
Dovrei sentirmi in colpa perché non ho figli a quarantacinque anni?
Dovrei sentirmi un mollusco perché non sono laureato e non esibisco alcun titolo prima del mio nome? Non ci ho mai tenuto, non me ne frega nulla. Fosse stato per me, non mi sarei nemmeno diplomato perché tendo a privilegiare un tipo di crescita spirituale/animale. L’indottrinamento mi fa orrore a tutti i livelli, e quanto ai titoli mi fanno ridere, spesso di compassione.
Dovrei sentirmi uno stupido e un impratico perché ho abbandonato (forzatamente) un posto di lavoro di merda dove stavo diventando pazzo, squallido e pure strumentale con me stesso?
Oppure dovrebbe farmi ammattire la straniante condizione di essere “un uomo di buona famiglia” con momentanee pezze al culo?
Teoricamente, per come è strutturata la società e il modo di pensare comune (e mi si perdoni la triviale generalizzazione), io dovrei suicidarmi. Prima o poi io mi dovrei uccidere.
Spiacente, ma non se ne parla. Non se ne parla per niente, neanche come gioco letterario.
Proprio io, proprio io, non posso suicidarmi. Ci ho pensato anni fa, quando le cose andavano meglio. Poi mi sono fatto un caffè, ci ho fumato sopra e mi sono sentito decisamente bene. Non ci ho pensato mai più.

Questi tempi strani mi hanno messo a soqquadro. Precipito e rinasco. Annaspo e rido. Mi scuoio vivo e scrivo. Amo la musica, amo la scrittura, amo poco me, ma mi proteggo. Me lo devo. Amo la notte e qualche volta dormo. Porto avanti i miei progetti con più forza di quanto potevo immaginare. Le giornate dolorose arrivano sempre, sono parecchie. Ci sono sempre state, anche nei momenti più movimentati in cui mi percepivo “più normale” e più riconoscibile dagli altri.
Tornato a casa, ho scoperto che nel portafogli avevo un euro e ottanta centesimi, perché la matematica non è un’opinione. Le sigarette, ancora diciotto. Pane, pasta, companatico, okay. Non posso andare a cena fuori. Non posso partire. Non posso approfittare dei saldi. Sono giorni così. Chi mi conosce, sa che il patimento principale consiste nel non potermi procurare tutta la musica che devo e voglio conoscere, per mestiere, per diletto e soprattutto per amore. Passerà l’era delle tasche al verde.
Alle cene fuori, in fondo, non succede mai niente. Non cambiano o rafforzano i rapporti, anzi spesso li rovinano con dosi violente di noia e incondivisione. I viaggi salvano i ricchi, principalmente, e gli emuli ottusi di un chatwinismo da pianerottolo che nasconde profonde insicurezze e orridi delle interiora.
La povertà non è una condizione eroica dell’anima. Non mi piacciono gli eroi. La povertà non può essere sinonimo di diminutio spirituale o emotiva. È una contingenza –suono grave, aspetto trascurato, modi viscidi- che finisce per risvegliare oscure dosi di forza nascosta. Non ho mai avuto la mangiatoia bassa, ma da quando non posso più nemmeno simulare la quiete “pragmatica” sono passato dall’altra parte. Dalla parte di chi vuole sentire e vivere, con tutte le spine, gli speroni appuntiti e le lacerazioni che ne conseguono. Forse sono sempre stato da quella parte. Forse non ho mai ascoltato le minacce degli spaventati, dei pavidi, dei fatalisti con il riporto al cuore.
Mi piace tentare la sorte, mi piace la continua ricerca dell’orrore da individuare e quindi evitare, mi piace improvvisare all’interno di un sistema di regole che non potrò mai accettare ma che devo almeno conoscere.
Non c’è nessun eroismo o vittimismo. Dai quattro euro vorrei passare ai quaranta e poi, magari, ai quattrocento, non tutti in un giorno altrimenti finisce che li spendo in dischi di contrabbassisti.
Conosco i miei vizi, però conosco anche il mio coraggio e non lo faccio sporcare da qualche pigro commento e dal trasferimento di paure da un corpo a una storia completamente diversa.

©Luca De Pasquale 2017


 Grazie a Jean-Paul Celea, Stefano e Catina, Bob Magnusson, Jimmy Blanton, Manuela.

28/11/17

Un tatuaggio sulla sabbia del deserto


Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci.
E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima.
proverbio Tuareg

Da giorni ascolto vecchi dischi jazz e riordino le mie cose, le idee, ricordo e dimentico, sovrappongo e sottraggo, quasi non mi accorgo di me stesso e questo è un bene.
Ora capisco perché mio padre amava tanto Stan Getz, quel suono, quel languore speciale che Stan infondeva a piene mani alla sua musica. Oggi posso dire che alcuni dischi di Stan Getz -non quelli bossanova- sembrano fatti apposta per riaprire vecchie ferite allo scopo di richiuderle definitivamente, carta d'identità emotiva alla mano. I giochi da bambini sono finiti, definitivamente conclusi, il luna park è chiuso, per strada ci sono pochi passanti e i negozi sono vuoti, quando esco a comprare le sigarette.
La scena che vivo da casa mia alla tabaccheria è pura desolazione urbana; luci tremolanti per il vento gelido, selciato nero e inospitale, una donna con un cappello rosso che si rifugia in un portone, le mie mani in tasca, la mia inutile aria svagata, che poi svagata non sarà mai.

Sento l'esigenza di riaprire e chiudere ferite per ricominciare davvero, anche dal numero zero, se necessario. Lo zero non mi ha mai spaventato. Quando tira una brutta aria dentro di me, ricomincio da zero senza colpo ferire. Ci sono abituato. Spengo tutto e ricomincio. Mi è quasi facile. Certo, ogni volta il mio tempo è assottigliato e le illusioni, quelle più furbe che sono andate a rintanarsi nei miei passatempi involontari, sono esposte ai predatori. E il primo predatore, quello più crudele, sono io.
Il disco di Stan Getz procede in una sera di ghiaccio, sarebbe bello se non finisse mai. Stan carezza il suono, io seguo Mike Richmond e il suo basso. Tutto funziona, anche l'abitudine di riprendere dal punto zero senza farsi troppi scrupoli.
Aveva ragione chi diceva che a una certa età i ricordi, le speranze, gli incontri, i bei momenti, è tutto un gran cimitero apparentemente ordinato, recandosi nel quale bisogna stare attenti a non intristirsi troppo e prenderla sul personale.
Straccio carta. Mi piace rendere coriandoli le mie vecchie imprese. Anche tante cose che ho scritto senza convinzione, con lo spirito perdente di chi deve sottoporre qualcosa di forzatamente commerciale a un tizio che deve credere in te; e magari tu non ne hai nemmeno una gran voglia. Non so per quale motivo, ricordo anche degli appuntamenti sentimentali talmente invecchiati che potrei anche non averli mai vissuti. E mi chiedo, con semplicità e senza giudicarmi, quante volte ho mentito per diventare più interessante, più ambiguo, più complicato di quanto già non ero. E quante volte, sapendo benissimo che sarebbe finita, ho finto di crederci e di essere l'incarnazione dell'impegno e della responsabilità. Nell'amore è impossibile non sentire il pericolo della fine e dell'errore, chi non lo ammette è pauroso o inconsapevole. Ho iniziato alcune storie senza nessuna reale convinzione. Mi legavo a dei dettagli, a delle atmosfere, ma non c'era niente; oppure confondevo l'attrazione sessuale con la partecipazione, e questo un vero uomo non dovrebbe mai permetterselo. Basta con gli uomini di merda, gli indecisi, i pavoni drammatici, più ancora dei superficiali mangiavita, che per inciso non ho mai considerato uomini veri.
Confesso che quando mi è capitato di essere lasciato o tradito è stato anche un sollievo; perché magari io stavo solo aspettando. Per tenerezza, per codardia, per pigrizia del dolore, perché tutti quelli che scrivono finiscono anche per pensare troppo e divorarsi in solitudine. Una mia specialità, un incantesimo al rovescio mai realmente interrotto.

Penso a questi atti del passato senza grado di giudizio, in una sospensione ovattata che il disco di Stan Getz facilita e forse esaspera. Ma riesco ad essere spietato e dirmi che solo raramente sono stato l'uomo che speravo e che credevo. Anche se non sembra, sono estremamente esigente con me stesso. L'asticella da “uomo degno” è situata così in alto che riesco a vederla solo quando sono supino e fumo una sigaretta verso il soffitto.
Ho sempre pensato che esistono uomini che non vogliono essere indirizzati, coccolati e salvati. Sono uno di questi uomini. Per me non c'è salvezza nella politica, nella religione, nelle belle idee e nelle belle parole, considero i guaritori una comoda invenzione ad uso e consumo dei nostri drammi e psicodrammi, l'amore raramente è per sempre e il sesso è uno stordimento che in molti favorisce una sorta di lobotomia da testa sgombra. Ho capito abbastanza presto che dopo il sesso -e a volte anche durante- diventiamo città del caos e del caso, ma in luce notturna, città battute dal vento, con le partenze ferme e quel primigenio senso di colpa che spinge a demolire gli attimi di felicità per non sentirsi beffati in controtempo.

Se questo sia o meno pessimismo cosmico, non è questione che mi riguardi. Queste sono definizioni parziali, occasionali, frutto di grottesche dietrologie motivate da una superficialità provinciale e nemmeno strutturata. In questa sera di riordino, di memoria neutra, di gelo, in cui il mio presunto spirito transita tra le nubi fuori e il contrabbasso di Mike Richmond, mi importa solo avere la percezione di quel che credo di essere, un uomo fondo. Fondo, non profondo. Fondo, scuro, senza rimpianti per questo.
Ho sempre amato le cose difficili, prendendo spunto dalle difficoltà per accanirmi a vivere. Le cose semplici, le formulette, le salvezze spirituali e non, le serate di vivace divertimento e chiacchiere già stanche, tutto questo non mi interessa che per brevi lampi di leggerezza raschiata per bene dalla noia.
Lascio ad altri uomini la foga e la persuasione di ballare leggiadri con una rosa in bocca e una poesia nascosta nella manica della giacca di marca. Lascio ad altri uomini la squallida vanità della scrittura rilegata e diffusa ottusamente, lascio ad altri individui la mania di dare giudizi, soprattutto su ciò che non si comprende e che non somiglia a come ci sentiamo.
Lascio a volenterosi esagitati l'urlo politico, la preghiera da reclutamento, il proselitismo invasato delle certezze da tasca. Mi accetto, mi tutelo. Amo il registro grave, le sere fredde in cui il respiro è uno specchio fondo e insidioso, amo follemente la splendida vitalità di una inevitabile desolazione. Non c'è da guarire, c'è da abbellire il sottosuolo, abbastanza per sorridere agli altri e fare qualcosa di buono che rimanga, un tatuaggio sulla sabbia del deserto.


©Luca De Pasquale 2017