12/12/18

Giocarsi male la carta della saggezza


La febbre è alta, lo sguardo appannato. Non capitava da un po’. Devo passare dal letto ad una sedia, alternativamente, ogni due ore. Provo ad ascoltare un po’ di hard rock classico e pure Texas Blues, ma ho troppo mal di testa. E allora, sceso il buio, spengo la luce e davanti a me ho tutte le finestre accese del quartiere. Vedo delle persone anziane darsi da fare in cucina, bere qualcosa, prendere medicinali. Sotto le mie finestre c’è una ragazza –che non riesco a vedere- intenta a raccontare via WhatsApp ad un’amica che ha conosciuto un tizio figo che le avrebbe detto “e d’altro canto tu sei una bellissima ragazza”. Lei insiste su questa parte della narrazione, ed è tutta eccitata dal dettaglio del complimento ricevuto.
Siamo tutti troppo sensibili ai complimenti e alle lusinghe: in fondo è ben poco dignitoso.

L’attimo della giovinezza vola via in un attimo, mentre sei intento probabilmente a sperperarlo. Sembra davvero ieri, ma non è così. Forse quel complimento che la ragazza racconta l’ho usato anche io, quando ero giovane e non ci facevo caso. Mi è sempre piaciuto buttarmi via distrattamente, mi faceva sentire vivo.
Superato l’attimo magico e promettente della giovinezza, ecco che inizia quella fottuta giostra tutta tesa al salvataggio e alla conservazione.
Ci si salva nei modi più disparati:

-         Inventandosi una nuova fede o un movimento politico;
-         Investendo i propri figli di un valore trascendente e devozionale, oltre che cieco, egoista e sconsideratamente esibizionistico;
-         Spingendo gli hobby tra le cosce della passione, in modo da renderli valore spendibile agli occhi degli altri;
-         Abbandonarsi ai privilegi raggiunti e assestarsi mestamente sulle poltroncine foderate del ceto sociale di presunta appartenenza;
-         Iniziare a frequentare associazioni, club, librerie, negozi, circoli di Burraco o più volgarmente di scopone;
-         Viaggiare compulsivamente e fotografare ogni cazzo di panorama, piatto, indigeno, pista, mareggiata, tavolino;
-         Andare a tutti i concerti senza più scegliere, continuando a fotografare in modo ossessivo suonatori di melodica indie e vecchie cariatidi che sbaglieranno la firma sull’autografo;
-         Innamorandoci di chi ci avvolge di un manto protettivo, quasi una sorta di rimborso di tutte le inculate ricevute a vario titolo.

Si potrebbe continuare per fogli e fogli. Trovo tutto questo inquietante. Ascoltando la ragazza giù vantarsi dei complimenti ricevuti, mi rendo conto ulteriormente che non accetto in alcun modo il mio invecchiamento e la vecchiaia in generale, il cui assioma con la saggezza mi crea un profondo imbarazzo e un senso di repulsione intellettuale. Chi la vuole questa sdrucciolevole saggezza? Per cosa, per morire meglio e senza dannarsi? Mi sembra una vigliaccata, sperare di rassegnarsi a poco a poco con la scusa che si tratta di ineluttabile saggezza. Non sono pronto ad invecchiare, anche se spesso sono stanco di vivere, detto senza drammaturgia, in modo asciutto. Non stanco di vivere in assoluto, stanco di farlo in una società che non solo non condivido, ma che potenzialmente estenua la violenza, la ripicca, il rifugio, l’ammutinamento, il fuoco fatuo dell’isolamento. La società moderna, fomentata dal progresso tecnologico impostato su velleità deliranti, mi disgusta e non mi sento a mio agio. Si finisce con il combattere contro i mulini a vento, venendo sovrastati dallo spossante cumulo di luoghi comuni minacciosi e leggi non scritte tese a scoraggiare atteggiamenti realmente difformi e di contrasto, pena la disgrazia, il tormento e le tasche vuote.

Lo spettro della vecchiaia non si può certo allontanare con atti gratuiti di epicureismo stracco, come andare in un centro massaggi e farselo succhiare da un’odalisca, pagata per dirti che hai l’uccello grosso e sei dolce. Quanto alla società, è bene essere consapevoli che non si guarisce con le utopie salivari. Da ragazzo, mi fece molto male rendermi conto che la maggior parte dei proletari volevano essere borghesi e avere accesso ai privilegi che a parole venivano demonizzati e stigmatizzati. Da persona proveniente da una famiglia relativamente povera e poi molto povera, posso dire di non avere incontrato molti poveri che mi convincessero e che riuscissero, se non altro ai miei occhi, a reagire alla loro condizione con la dignità incrollabile. No, quasi sempre ho intercettato quello sporco desiderio di scalata sociale che mi ha fatto soffrire un tempo e ora è elemento basilare se devo scegliere di frequentare o no qualcuno.

Parole della febbre?
Non saprei. Il termometro segna 38e6, il freddo dentro si agita come acqua in una bacinella. Sono un brivido umano che guarda oltre una finestra. Non sento il sapore delle sigarette e questo è un oltraggio. Sento però l’odore di quel mondo fuori perennemente intento a farsi scarpe e posizioni, e nonostante il naso chiuso posso dire che si tratta di sterco e merda. Un mondo dove la furbizia è un valore, usando la parola “furbizia” per evitare quella più sgradevole, “arrivismo”. Ho capito molto presto, forse troppo presto, che la società civile ha come valore fondante lo scaricabarile circa il presunto fallimento o mancato inserimento di certi individui. Se non ti sei appassionato agli studi, è colpa tua, c’è qualcosa che non va in te. Se sei rimasto senza lavoro, indaga a fondo, magari a pagamento, e scoprirai che hai delle precise responsabilità. Il ritornello ossessivo è “le possibilità ti sono state date, sei tu che te le sei giocate male”. Assolvi l’ambiente circostante e condannati. Questo ti chiede la tanto decantata società civile. Meglio un singolo che si dilania, piuttosto che pericolose ribellioni, anche solo verbali. Se non sei un’eccellenza in qualcosa, hai mancato passaggi determinanti e sei condannato a tormentarti per l’eternità in cerca del tuo errore. Se lo fai, sarai simpatico a tutti e ti verrà tesa una mano, anche se sporca ed unta. Se non ti cospargerai il capo di cenere, sarai bollato come arrogante e inadeguato. E allora sarai costretto a rinascere in continuazione, pur di non diventare un assassino. Non tutti hanno questa vocazione al martirio. Ed è per questo che mi giocherò male anche la carta della saggezza, quell’inutile troia sulla bocca di tutti.

©Luca De Pasquale 2018

11/12/18

Hazet 36 esistenziale


Prendo l’influenza, subisco prima un violento attacco alla laringe, poi alle mucose, con temperature bassissime, infine arriva la febbre con il solito subdolo sciame di brividi. Ed è così che la luce fuori sembra una cartolina mal riuscita di una città estranea, ostile, un luogo senza ventre adibito però a putrefare per inerzia il senso del passato.
Costretto a restare in casa, ho anche la sfortuna di incappare nella telefonata di un vecchio cliente, Timoteo Sasso detto “l’Avellineta”. Incurante della mia voce abissale e del non celato fastidio nel tono, mi chiede informazioni sulle mie “moderne attività” e poco dopo, senza essersi soffermato ad ascoltare la catatonica risposta, mi domanda se posso procurargli le edizioni deluxe dei primi cinque album degli “URAIA HEPPA”, edizioni che riesco a guardare nella scaffalatura del mobile mentre sono al telefono con lui.

In altri tempi mi sarei attrezzato per vendergli le mie copie e tirare avanti una settimana con più argent de poche, ma questa volta proprio non mi va e per giunta l’Avellineta l’ho sempre considerato un coglione. Questi vecchi rapporti di conoscenza sono viziati da pregiudizi, anni passati senza nessun incremento di confidenza. Le conoscenze sono conoscenze e per quanto mi riguarda contano poco, sono soggette al meteo come all’oblio, alle divergenze d’opinione come alle ragadi anali che impigriscono.

Stessa sorte, o quasi, per i lettori di questo blog, che si interscambiano e si avvicendano come fantasmi dei quali spesso e per fortuna ignoro le fattezze. Di sicuro c’è chi ha mollato per i motivi più svariati (smarrito interesse per lo scrittore, coda di paglia, disgusto per le provocazioni e per le note più oltraggiose, noia contenutistica, permalosità politica) e ci sono le new entry, anche loro legate a delle variabili che non mi va di prevedere e prevenire. Dato che questo è un blog, non si scinde mai quel che si legge da chi lo ha scritto, e allora è chiaro che il “piacere” della lettura va facilmente a farsi fottere. Anche perché non mi si vede in giro, non sono un prezzemolo, non scrivo le mie idee sui social da tempo immemore, ormai solo copertine di dischi e qualche dipinto o scultura, che pure hanno iniziato a stancarmi.

Un tempo, i miei scritti “dannati” accendevano le fantasie di qualche donna che con pervicacia simulava un interesse verso l’uomo, ignorando –o fingendo di farlo- che certe idealizzazioni non prevedono l’applicabilità. Un tempo avevo trentuno anni e ora ne ho quasi quarantasette. Non sono single e non sono a caccia di rarefazioni sensoriali che facciano il verso a qualche malinconica pagina di Keats. Non lavoro più al pubblico, a completare la rottura della frittata di charme. Non profumo più di avventura estemporanea e differente, bensì di problemi. E quel profumo stanca in primis chi se lo porta dietro.

Quando avevo trent’anni ero un credulone, anche se giocavo a fare il cinico. Se una donna mi diceva che non aveva dormito per me, le credevo immediatamente e mi accendevo d’immenso come una candela senza cervello. Iniziavo a scrivere copiosamente, continuamente. Sbrodavo passione in prospettiva. E mi innamoravo perdutamente dell’atmosfera che si poteva creare con quella donna, per quella donna. Oggi, e già da parecchio, diffido, diffido senza paranoie e dunque quando la vaporizzazione esistenziale si dissolve sono già lontano, magari intento a fare qualcosa che non contenga charme, mistero ed estenuazione del potenziale fiabesco. Buona parte del potenziale fiabesco è dato dalle possibilità, dai luoghi, non dall’essenza delle persone. Questo l’ho capito. Scriviamo delle poesie alla luna illudendoci di essere sinceri, quando in realtà siamo delle discariche ambulanti cariche di paure ataviche, di solitudine stanca di masturbarsi, e quanto ai nostri credi sono dei fluffer, se non dei vibratori che ci inseriamo negli orifizi appositi per non cedere al male.

Tutte le volte che un’illusione comincia a ronzarmi attorno alla testa come una mosca, la abbatto a colpi di Hazet 36. Tra me e le fantasticherie c’è un clima da anni di piombo, e dunque, coerentemente, devo usare la Hazet 36, da perfetto “idraulico” modernizzato.
Dovrei usare la Hazet 36 anche con chi mi chiede come mai non scrivo più per emergere. È una domanda oziosa e sciocca. È una domanda intrisa di perbenismo, accomodante e basata sul nulla. Come se io andassi ad una mensa di poveri a chiedere come mai non abitano a Via Petrarca. Come entrare in un centro di accoglienza e chiedere vox populi perché non è stata utilizzata per lo sbarco una nave da crociera. Molti hanno difficoltà a tararsi rispetto agli altri, procedono per inerzia con le loro infestanti domande, con curiosità friabili, inconsistenti. Parliamo spesso, ma non ci diciamo che poco, un volenteroso, galante nulla. E non ammettiamo mai, anche sotto tortura, che l’insofferenza è il nostro peggior vizio, sempre in agguato dietro la paratia degli interessi personali da soddisfare.

La febbre stronca tanto la telefonata dell’Avellineta quanto la mia vis polemica monodose. Ridacchio mentre cerco una sigaretta, nel ripensare a quante volte mi è stato detto “non posso fare a meno di leggerti”, per poi mollare qualche giorno dopo. Ma anche “vorrei aiutarti tanto a pubblicare”, come se fossi un torso monco devoto all’autodistruzione e all’inanità. Vecchi pregiudizi, conoscenze, un profondo distillato di noia, la mia dimensione Hazet 36 esistenziale.

©Luca De Pasquale 2018

09/12/18

La perversa ipocrisia borghese delle feste comandate


“E cosa compri a Clara, mica un altro pullover come l’anno scorso? Ah, ah, ah, non ci posso credere!”
Il solito ornitorinco natalizio da strada mi passa accanto, con la sua schifosa sigaretta elettronica e la sua lazione piccolo borghese da strapazzo. Penso subito di intervenire, “compra a Clara quello che cazzo ti pare, ma sottraiti alla mia vista”. La mia allergia alle feste comandate è storia vecchia. Quest’anno è diverso, però. Quest’anno sono l’animale che ho sempre voluto essere. Per ogni convenevole, una dose rinforzata di assenza. Per ogni luogo comune, strenua opposizione e nessuna partecipazione. Per ogni obbligo sociale, il rifiuto con tanto di noia esibita.

Questo intendo, colloquialmente, per “non avere nulla più da perdere”. In sostanza, fottersene della figura che si fa e del perplesso pensiero altrui. Mai indossati slip rossi a Capodanno. Mai iniziato l’anno con una scopata filmata tramite mezzi caserecci. I pranzi natalizi in famiglia, un incubo di ipocrisia senza ritorno. Le abbuffate con seguito di peti e rutti, non ci sono mai passato. Non ho mai regalato qualcosa a persone che mi stavano sul cazzo, anche se parenti stretti. No, anche quest’anno non finirò a parlare di computer, di calcio, di donne e di infimi salvinismi twitterati con qualche coglione in risalita di geografia interna. Non fingerò di stupirmi per il docciaschiuma gusto sodomia comprato dal profumaio all’angolo. Non fingerò di voler leggere l’ennesimo nuovo libro dello scrittore italiano o cittadino in odore di riscatto personale; che andassero a crepare al confine le persone in cerca di riscatto, il riscatto è un’idea borghese che non vale niente, è solo conformismo che urla sotto una maschera di costoso fango e merda secca. Per fortuna, nessuno oserà comprarmi un disco, a meno che non lo chieda io. Non vorrei ritrovarmi tra le mani qualche tenorino con il sospensorio o qualche banda di invertiti (intendo intellettualmente) albionici con fragranza alternativoide.

I giorni delle feste comandate, che orrore. Non basterebbe l’opera omnia di James Ensor a descrivere la deformità dei comportamenti, delle smorfie esteriori ed interiori, la grana grossa dei discorsi e dei pensieri, l’amore infingardo per i soldi da spendere. Persino in ospedale ho sentito parlare di regali, di minuti gratis, di tariffe convenienti e pure di boxer rossi a contenere grandi voglie di piccoli membri. Umani e genitali.

A metà di via Cilea la nausea per il circondario, per la vittimistica esaltazione del rituale imposto, per i passanti posseduti dalla fretta di togliersi il pensiero dei regali di facciata, mi impone di fare dietrofront e cercare vicoli dove disperdere il mio fumo, il mio rifiuto, la mia armata solitudine. Mi intravedo prima nello specchietto retrovisore di un’auto, poi nella vetrina di un negozio di abbigliamento: oggi sono un mostro. Occhiaie, spettinato, con dei denti che per la prima volta mi sembrano da coniglio. Provo per questo un’istintiva repellenza per la mia immagine. Come cazzo mi sono permesso di uscire di casa con quest’aria da pitale intasato? Come ho potuto? Eppure, un tempo mi piaceva piacere. Era quella sensazione a darmi erezioni e tregua, infinitamente più del sesso, che da anni tradisce un peregrino sostrato piccolo borghese nel suo essere eseguito in finta libertà. Tutte queste persone che si cospargono di olio e passano ore ed ore in palestra per presentare a se stessi delle decenti prestazioni sessuali non sono meno ridicoli di quelli che si accingono a tentare la strada del “giallo intelligente” e che ti parlano del loro libro in uscita come di un figlio di Apollo.
Sono in tanti, in troppi, a credere che il sesso sia la loro ora d’aria, l’unico e raro momento in cui viene fuori la tempra reale, lo spirito senza vincoli e altre stronzate di questa risma. Il sesso è forse il momento in cui si qualificano per quel che sono realmente, dei piccolo borghesi annoiati con l’estensione dell’esotico a fungere da pietra filosofale. Semplicemente grottesco e ingiustificabile, oltre che stancante. Se bisogna partecipare obbligatoriamente alla farsa della liberazione tramite i sensi, allora preferisco vendermi palesemente e fingere pure di godere, che è compreso nel prezzo.

Tornato a casa, corro subito allo specchio. No, che strano; non mi trovo più il cesso a vento di prima. Sono un passabile ultraquarantenne, testa calda zero sociale cuore di partenza. Passabile. Non un oltraggioso cesso pallido con occhiaie da onanismi in esubero. Ma allora… era la strada a rendermi ignobilmente brutto? Possibile, perché ora sono passabile. Sono questi giorni a rendere brutti quelli che come me non vogliono popolare queste strade, non vogliono stappare bottiglie e sturare i genitali sotto corone di luci comprate dai cinesi per risparmiare. Le strade di Natale imbruttiscono quelli che come me si rifiutano di votare, di idolatrare figure di pseudo-riferimento, di incoraggiare giovani arroganti a mangiarsi il mondo mentre quelli di mezza età se lo prendono tutto in culo. Le strade di Natale, ipocrite da sempre e borghesi per traslato di fermentazione umana, rifiutano i reietti decenti come il sottoscritto, quelli che sul sistema ci hanno pisciato sopra senza che tale entità se ne accorgesse nemmeno.

Cristo, non mi sono mai illuso di fare numero. Chi si sottrae alla parata era previsto già dall’inizio che mancasse; le teste calde scivolano su una buccia di banana, se riescono ad evitare l’olio di ricino.
Passa il tempo. Gli inviti alla calma sono diminuiti, perché si crede che alla mia età subentri una sorta di rassegnata marginalità. Col cazzo. Aumenta la consapevolezza, che non è rassegnazione, affatto. Consapevolezza, come ho spesso scritto, dei bassifondi. Vale a dire, sono nei bassifondi ma non scomparirò a comando.
Non ho mai creduto alla forza dei grandi numeri. Alla convinzione dei movimenti e dei movimentisti ancor meno. Non credo alla sacralità del bene privato e privatistico, spacciato per difesa degli equilibri. Non ho mai creduto a quella cazzata della bontà che si esalta durante le festività. In questi periodi, chi fa schifo peggiora e chi prova a rialzarsi respira la fecale degli individui dei piani alti. Non c’è giustizia possibile che non contenga in sé il raccapricciante germe della sovversione. La giustizia divina è un film onirico che teniamo acceso sul comodino per evitare di suicidarci. Non c’è giustizia in una società minima, minimalista per perversione, sudicia di compromessi e avida di mostri da sconfiggere grazie a sgraziati e vaniloquenti crociati. Santa Claus non salva nessuno da questo marciume, così come il pompino pov il primo giorno dell’anno. Non il regalo alla nonnina. Non la beneficenza che urla. Non scrivere d’amore per poi sborrarsi addosso ego e sperma, dimentichi di chi ci sta vicino e aspetta quieto una nostra distratta carezza.

©Luca De Pasquale 2018

07/12/18

A guardare il vento


Incrocio una donna con un profumo fortissimo, all’angolo di una strada che ho percorso per anni e avevo dimenticato. Il profumo è così penetrante che mi stordisce e sono costretto prima a rallentare e poi a fermarmi. Resto stupito, scelgo di non girarmi e mi chiedo anche perché sono così sensibile ai profumi delle donne. È una storia vecchia. Vecchia quasi quanto me. Sono ipersensibile ai profumi femminili quando mi segnalano una donna che avrei potuto o dovuto conoscere. È così, sono il Des Esseintes delle occasioni perse, delle porte girevoli, delle vite sfiorate. È così da quando, precoce e inutilmente titanico, iniziai ad interessarmi delle donne. Quelle che mi attraevano di più erano non tanto quelle che non potevo avere, quanto quelle che riuscivo ad immaginarmi al fianco.
Ci sono donne che nello sguardo tradiscono una notte dell’anima. Altre che sembrano pregare silenziosamente per una gentilezza d’animo mai trovata, o per una passione che hanno vissuto solo attraverso coiti da festa in palestra. La donna di stamattina, in altri tempi l’avrei inseguita per tutta la città, pur di non privarmi del suo profumo, e per ritrovare nei suoi occhi quel lampo di potenziale interesse che per me ha sempre rappresentato un dono del tempo e del respiro. Invece no, ho semplicemente vacillato. Mi sono tenuto la sensazione addosso, senza darle continuità mentale ed emotiva, e senza avviare la fastidiosa procedura delle fantasticherie. Solo che, per l’ennesima volta, ho preso atto del fatto che non mi piace perdere l’equilibrio per il profumo di una donna. Non è questione di controllo, forse si tratta di gestione interna delle numerose infiltrazioni esistenziali che mi rendono uno di quei muri sbrecciati dalla salsedine, erosi dal vento del possibile. Sensazioni che mi sono portato dietro per una vita intera e che non hanno mai interrotto la caccia sfrenata all’incontro da fallire, all’errore per cui struggermi ad libitum.

Ho incontrato donne con le quali non avrei voluto praticare del sesso, ma solo, più semplicemente, passare una notte a parlare o a guardare il vento fuori. Perché il vento si guarda, lo garantisco; soprattutto se si respira in due in uno spazio senza futuro.
Ho incontrato donne per le quali ho laicamente pregato affinché la mia presenza le destabilizzasse per renderle più sincere. Ho incontrato donne che speravo di desiderare con forza, per poi constatare che tutto quel che volevo era che mi sfiorassero, che si accendessero di quella luce fantastica e seducente che è il non incontro.

Tutti questi alberi di Natale accesi dietro le finestre, che strano senso di malinconia. Camminare per le strade della mia città e desiderare pienamente l’altrove, un altrove assolutamente non esotico, un luogo di mutamenti, di svolte, di diversità troppe volte annunciate. Respirare il proprio diritto al cambiamento di scena, alla rescissione di ogni vincolo pregresso e stanco per definizione, svuotato di senso dalla sua stessa involontaria legiferazione.

In questa corsa nevrotica e di facciata alla celebrazione del proprio luogo natio, sono in aperta controtendenza. Chi scrive per enfatizzare la bellezza, anche contraddittoria, della mia città non è persona affine a quel che sono. Io scrivo in nome dell’altrove, non vincono mai le radici sulle proiezioni e sui desideri, sono in fuga e chi si ferma a declamare poemi di appartenenza mi annoia a prescindere. Sono per le piccole città dove le notti sono più luminose, per la minore densità abitativa e per il minore consumo di ipocrisia. Sono per le stanze d’albergo senza crocifissi e senza specchio centrale sul letto, dove l’unica speranza possibile è il vento che si alza dopo il tramonto. La stanzialità è follia e anche paura.

Non so se farò in tempo a dimenticare tutto. A farmi dimenticare senza volgari rimorsi. Non so se farò in tempo a rimuovere strade e volti dalla labile memoria degli addii troppo a lungo cercati. Quel che è certo è che non abito nella mia città e nemmeno dentro me stesso come un maniaco avvezzo a riflessioni autocentrate; abito dove nessuno mi aspetta, abito nel profumo delle sconosciute, nelle stanze d’albergo con le lenzuola blu oltremare, abito ancora nei numeri di telefono da cui non potrò mai più rispondere.

La donna del profumo di oggi, dove avrei potuto e dovuto conoscerla?
Ad una festa di amici comuni?
In un ufficio, in una coda alla posta?
La sorella di un conoscente? La cugina di una ex fiamma? Al binario della metro? In ospedale, al cimitero?
La potenza del mio sguardo interiore si espleta nel riuscire ancora a costruire regni di dignità sul no, sull’assenza, aggirando le trappole della curiosità fine a sé stessa. A capire, finalmente, che una cosa è la malia dell’altrove ed altra è inseguire chimere, fantasie, idealizzazioni senza costrutto.
Ho costante bisogno di spiazzarmi, di deviarmi, di percorrere le strade meno battute, se non invisibili ad occhio nudo. Strade senza illuminazione. Strade che non rischiarano i passi, ma che ti permettono una parte del vero sogno da vivere, camminare nel vento e guardarlo a testa alta, sono nato per amare il disegno imperfetto delle emozioni e per questo, diamine, cadrò con molto onore. Anche in una notte senza stelle, attraversato dalla dolce morte di un profumo veloce e lontano.

©Luca De Pasquale 2018

03/12/18

Procellae nautas vexant


Oggi, mentre fumavo fuori il padiglione dell’ospedale, è passata velocemente accanto a me una barella con sopra una donna morta. A ruota, sono comparsi al mio fianco i due figli, lui che sembrava un mio coetaneo e lei molto più giovane. Piangevano senza sosta. Sorreggevano quello che dava l’idea di essere il padre. Mi è arrivata una ventata di dolore in faccia, molto peggio dei piccoli schiaffi del freddo pungente patiti sin dal risveglio. E ho respirato l’odore della morte, quel puzzo secco e acre che si risveglia nelle lacrime delle persone.

Nel corridoio che mi portava al reparto femminile, mi è tornata in mente una cosa che mio padre mi diceva in continuazione, anche a sproposito: “Luca, procellae nautas vexant”. Non so perché, ma quell’esternazione mi provocava sempre ilarità. Come del resto le canzoni russe che mi citava, o le esortazioni delle prostitute nei bordelli che aveva frequentato da giovane con fiera regolarità. Sì. Mio padre era un giocherellone con il cuore funestato dalla malinconia, sentimento menomante che cercava di scacciare nei modi più disparati, sovente acquistando cose inutili o facendosi fottere da mercanti d’arte senza scrupoli. Non ho mai saputo giocare a lungo come riusciva a fare lui; parole sue, “tu sei molto più cupo di me”. Mio padre era un uomo che riusciva a contentarsi di piccoli obiettivi per sbarcare la giornata: un giro a Chiaia con le giacche più eleganti, un paio di mocassini, una marina un po’ oleografica di finto ottocento napoletano, un nuovo deodorante austriaco esclusiva della profumeria più sontuosa del quartiere, e poi le sigarette, e questa è l’unica pratica distraente che ci abbia mai accomunati.

Non ho mai visto in mio padre un eroe. Per niente. Lo consideravo un uomo fragile ed elegante, da proteggere. Da proteggere e da accontentare nei suoi capricci, nei limiti del possibile. Per fortuna, non ho mai visto in lui l’abisso, nonostante tutto il suo vissuto. Mio padre non era il mio capitano e nemmeno il mio specchio: era semplicemente mio padre ed io l’ho amato profondamente, spesso sacrificando qualcosa del mio abisso, almeno ai suoi occhi. Per quanto sapessi che aveva intuito buona parte dei miei fili scoperti e del mio furore distruttivo e autodistruttivo, gli ho risparmiato le pagine peggiori del mio navigare in direzione ostinata e contraria, fino all’autolesionismo evidente. In un certo modo, lo omaggiavo nascondendogli le idee ed i comportamenti da scorticato vivo che non ho mai celato agli altri.

Non ho mai detto a mio padre che mi sarebbe piaciuto spararmi in bocca durante un pranzo di Natale, davanti a tutti, per protesta, usando l’orrore per svegliare la triste monotonia della paura altrui.
Non gli ho mai detto che ho cercato a lungo una sua ex fiamma perché volevo conoscerla e capire cosa avesse amato in lui.
Non gli ho mai rivelato le mie tattiche di rovina, sedurre le donne degli altri, insolentire i superiori e le persone influenti, mai scopare per piacere ma solo per spine e ricordi dolenti da preparare come dolci. Non gli ho mai detto che quel mondo che tanto lo attraeva, quello raffinato e alto spendente che lo faceva sentire al sicuro, io volevo vomitarlo nella scrittura, negli ammutinamenti, nelle fughe nei villaggi vacanze dell’indigenza ingenerosa, e che di quel mondo volevo servirmi per dannarmi prima che la vita potesse incularmi a suo piacimento.

Finita la visita, incrocio di nuovo la famiglia che ha subito il lutto. La ragazza piange ancora. Piange moltissimo e si danna. Caccio una sigaretta dal pacchetto, scalcio una carta. Piove fittissimo. La vita è una commedia quasi mai a lieto fine e queste maschere di dolore che mi passano accanto irridono il buonismo, il fatalismo urticante, annullano le pur atroci differenze tra ricchezza e povertà. Come un bambino sciocco, mi ritrovo a pensare alla mia morte. Che pure verrà. Non credo alla luce, non credo alla vicinanza a Dio, non credo e basta. Come un bambino sciocco, mi ritrovo a pensare in cosa mi piacerebbe trasformarmi dopo la morte fisica, ammesso che esista questa possibilità.
Vento invernale sul mare in tempesta. Lupo nero. Fulmine che cade ogni tre notti e non si innamora mai. Vorrei trasformarmi in un orario della notte. Le quattro del mattino andrebbe bene. Ma anche in un viaggiatore taciturno. Un metronotte con l’hobby della filatelia. Mai in uno scrittore di successo, quello mai. Accetterei di buona lena anche di trasformarmi in un demone anarchico, uno di quelli che non deve dare conto neanche al diavolo. Un demone della vendetta. Nemesi.

Continuo con le mie fantasticherie infantili, mentre continua a piovere sempre più impercettibilmente e la ragazza si aggrappa al possente torace del fratello. Chi mi piacerebbe incontrare dall’altra parte?
La lista è lunga. Patrick Dewaere, Serge Gainsbourg, Stig Dagerman, Jean-François Jenny-Clark, Phil Lynott, Aiace Telamonio, Henry Miller, Gary Thain, Marcel Jacob, Bernard Giraudeau, Max Stirner, Jaco Pastorius, Lard Cregar, Luchino Visconti, Valerio Zurlini, Jacques Mesrine, Mick Karn… e poi tutto si interrompe perché squilla il telefono e devo rientrare nel ruolo del giorno. Che non so bene quale sia, ma non si avvicina neanche un po’ a questo modo di rimestare nell’irrazionale in cerca di punti fermi.

Più tardi, mi ricordo di una donna conosciuta molti anni fa. Faceva coppia con uno che conoscevo. Era una donna sicura di sé, disinvolta, provocante, giocava molto, troppo. Trasudava una potenza sessuale sconcertante, quasi respingente. Ti poteva dare l’idea, a te uomo, di poterti asservire con una carezza, con una promessa calda e sconcia, quasi da annullamento della volontà. All’epoca ero consapevole del fatto che facendo sesso con lei sarei morto, nel senso che dopo sarei andato alla deriva senza più desideri, uno schiavo sazio con la passione del cappio. L’idea di annullarmi in un pomeriggio o una notte venendole addosso mi allettava. Lei si sarebbe ripulita della mia frenesia e io ai suoi occhi avrei perso anche il semplice e pletorico valore di cazzo. Una volta cenammo insieme, e lei con occhi di brace e vizio mi disse, aspettando il secondo: “Ti piacerebbe scoparmi, lo so benissimo”
“Non lo nego, ma a che gioco stiamo giocando? Perché sei qui?”
“Perché mi piaci, ma la soddisfazione di far soffrire Alberto scopandomi non voglio dartela”
“Lascialo prima di scoparmi, allora”
“Non sto al tuo gioco”
“Nemmeno io al tuo”
“Tu sei pericoloso, con questa tua smania di sbagli”
“Mai pericoloso quanto te”
Un dialogo serrato, alla fine grottesco. Non abbiamo mai scopato. Come si suol dire in queste zone, la cosa mi è rimasta “in canna” per un tempo sufficientemente lungo da rendermi un totale coglione, nella mia considerazione. Tante chiacchiere sull’infinito, certamente, ma anche io ho ascoltato spessissimo la voce del padrone, vale a dire il mio uccello.

Arrivo a casa. Non faccio più test autodistruttivi. Ho fame. Di quello che sono non me ne frega un cazzo da tempo. Mi muovo. “Procellae nautas vexant”, spesso su richiesta. Vedi che stronzo. Stavolta no. Quasi ci resto male. Tenterò la carriera di demone senza lacci. Sperando non ci siano graduatorie anche nei fumi dell’oblio.

©Luca De Pasquale 2018

02/12/18

"Se fa piacere..." (La variabile nera)


Entro in un negozio di abbigliamento dove la commessa, una donna alta ed avvenente, accompagna ogni consiglio con l’intercalare “se fa piacere…”.
“Se fa piacere, le consiglio di acquistare non un paio di scarpe, ma due!”
“Se fa piacere, sono arrivati dei meravigliosi foulard che possono essere regalati a una cognata, a una suocera, a una mamma… se fa piacere”.
Mi viene da risponderle, “se fa piacere, la informo che sono qui solo per un paio di scarpe e per sparire il più velocemente possibile”.

I commessi persuasivi non hanno mai fatto al caso mio; probabilmente sono la mia nemesi. Nei tanti anni di vendita dischi, non sono mai stato persuasivo, pur non difettando di dialettica e potendo contare su un eloquio discreto nei giorni migliori. Non credo che convincere qualcuno ad acquistare qualcosa che non gli piace sia una vittoria del commercio e del saperci fare; non è questo il modo di fidelizzare la clientela. Il mio è un parere personale, se può far piacere.
Una delle verità applicabili alla vexata quaestio è che non mi interessa il gusto delle persone; se un tizio vuole acquistare un cd con canzoni loffie di talent televisivi oppure vuole spantecare per un posticcio cantante alternativo napoletano con la finta fissa della musica kazaka, ebbene saranno pure cazzi suoi. Non salverò quell’individuo facendogli comprare, dopo uno sforzo immane, un grande live dei Thin Lizzy. Non ho mai avuto il piglio dell’educatore, e quanto ai guru, ribadisco che li considero nella maggior parte dei casi degli sciocchi simulatori di benessere. Meglio una travestita da Cappuccetto Rosso che prova a mettermi un dito in culo pensando che fa piacere.

La commessa è attraente e sessualmente carrozzata: per questo non mi piace e non suscita in me la benché minima emozione, anche al basso ventre. Non sono mai stato uno sbavone. Di una donna mi colpiscono i dettagli, il modo di guardare, l’inespressa potenzialità sensuale e soprattutto il modo di soffrire. Il resto è il solito cabaret ormonale che mi ha stancato già ai tempi della mia prima adolescenza. Non ho mai inseguito bonazze e fatine sospirose. Mi annoiavo immediatamente e consideravo tempo perso giocarmi faticosamente le mie poche chances per ottenere briciole. Il cinismo mi ha spesso salvato il culo, soprattutto negli affetti e nelle passioni.

Quelli che pensavo come giorni difficili sono diventati mio malgrado giorni difficilissimi, colmi di paradossi, di crisi insanabili, di rapporti malati cristallizzati nel tempo a me estraneo, e ora se è vero che ho qualche capacità artistica la devo impiegare per sfuggire ai viscidi tentacoli del passato e di vecchie situazioni che già al tempo puzzavano di marcio.
Nei giorni difficili le persone sono come porte scorrevoli, si avvicendano come caratteristi ai provini, le cambi come mutande e il gesto dell’abbraccio è inesistente quasi come l’esistenza di un onnisciente sovrano del tempo e della vita. È probabile, purtroppo, che se qualcuno mi corresse incontro per abbracciarmi, io gli mollerei un pugno in pieno volto. Mi difendo come un animale. Anche dall’amore occasionale. Come sempre, mi difendo selvaggiamente e mi dibatto in presenza di quei vermi inguardabili che sono la compassione, il pietismo e l’empatia sotto sforzo. Mi difendo dai pregiudizi, dai pareri basculanti, dalla fetida morale dei perbenisti a cottimo, dai familisti con il pannolone, dai progressisti congelati in vecchi luoghi comuni dove il piacere dell’abisso è vietato per mancanza di mezzi spirituali.

Non faccio altro che difendermi e parare colpi. Paro e smonto anche i miei istinti, che sono pericolosi come tutto ciò che velocizza le fini annunciate. Mi modero per non apparire un mostro allo sbando. Ho cambiato le scarpe e non mi sono sentito meglio. Sono anni che cerco di cambiare nome, storia e coordinate. Ho il nitido ricordo di un bambino che cercava in tutti i modi di evitare stupidi incontri familiari, salamelecchi di buon vicinato, puttane di Dio e farfuglianti predicatori del giusto. Quando venivo trascinato in quei contesti, sbarellavo interiormente e desideravo solo il vizio, la rapina, il dolore, la seduzione, la vergogna, l’eccesso e persino la violenza. Da ragazzo mi eccitavano le donne sposate e apparentemente felici. Mi eccitavano perché desideravo follemente essere l’elemento di rottura, il tentatore, la variabile nera.

La commessa, che è più alta di me e ha gli occhi pesantemente truccati di azzurro vezzoso, cerca di convincermi, “se fa piacere”, a comprare anche una cinta, diversi pullover e persino alcune sciarpe donne per “pensierini natalizi a suocere, cognate, sorelle, cugine, se fa piacere”. Non credo che questa donna abbia intuito fino a che punto sono sedato e distante dalla sua affettata realtà commerciale, forse smetterebbe se capisse che sta cercando di vendere articoli esornativi a uno che si considera vivo fino a prova contraria e senza alcuna garanzia certificata di continuazione. Così come è palese che chi continua a rompermi l’anima con l’invito a rendere furba e potabile la mia scrittura non ha capito di avere a che fare con un agguerrito fantasma, proveniente dalla polvere di errori altrui e da interi regni di amore deviato dalla fonte alle discariche.

C’è chi parla per parlare e chi si limita ad essere sincero nel segnalarsi. Non ho mai scherzato quando ho spiegato, anche con dolcezza, che non ho nulla da perdere ed è con questo spirito che mi muovo nel mondo, nelle cose, nella tirannia dei desideri e nel dolore controllato di certi fallimenti. Adoro quel proverbio jugoslavo che dice “dì la verità e scappa”, è quello che faccio da sempre. Ci provo, a non spruzzare di fango le belle facce e le anime in difficoltà. Ci provo, a vivere nella notte senza che vengano gli speleologi a fare luce e ritirare reperti già adulterati. Ci provo, persino ad amare in assenza e proteggere in lontananza. Proteggere anche da me e da questo spirito dissennato che mi fa considerare tutto come transitorio, puramente casuale, contraddittorio, insicuro, a un passo dall’Inferno e senza croci da guardare sul ciglio della strada.
Quando mi sono innamorato, o rischiavo di crollare nello struggimento, mi sono sempre prima chiesto quale parte di me si accingeva ad amare e a difendere. In numerose occasioni ho visto il demone ridere dietro lo specchio della dolcezza prenotata, e allora me la sono data a gambe, accompagnato dalle risa di scherno dei giusti, quelle creature che sono il mio bersaglio, la mia noia, la mia perdizione, il mio passatempo confrontazionale senza costrutto, la dannazione del perenne inseguimento di una pace impossibile.
Vince il demone interiore, perdo io, si salva l’amore, persino solo in potenza.
Sono la variabile nera che non girerà mai la maniglia mentre dormi, stai tranquilla.

Esco dal negozio, “se fa piacere, grazie per la preferenza”. Se fa piacere, non mi vedrai mai più. Nessuno è stella fissa, nessuno è una preferenza, i nostri incontri sono azzardo che prima o poi si interromperà per un equivoco.

©Luca De Pasquale 2018

29/11/18

Scene blu di amore frainteso


La stazione è deserta. Esiste davvero l’ultimo treno della notte o è una fantasia di noi decadenti? L’ultimo treno della notte è fantasia mitologica di tutti noi frammentari, impegnati a dimenticarci in tempo reale, tutti noi che nel pensiero includiamo il movimento successivo della bocca che si ferisce anche solo per comunicare l’ora a qualcuno.

Le stazioni di notte, che meraviglioso sapore. L’odore della notte invernale, le mani fredde, l’amore che non si compie. L’amore che sfugge, tradisce, si nega, si smarrisce nelle pagine sterili di un diario senza fiori secchi a segnare le pagine più sincere.
Le stazioni di notte annullano lo storico del dolore e aumentano a dismisura i rimpianti per il possibile che si è frainteso, di cui ci si è vestiti per lunghe estati di silenzio e di ritualità incomunicabili. Le stazioni di notte sono la foto migliore dell’enorme abbandono che ci vive dentro dalla culla, sono l’immagine simbolo delle nostre mani protese verso una perdita, verso il grande e svogliato tradimento di ciò che manca e non ci parla più da quando ci ha imbambolati nel dolore vigile.

Mi sono sempre sentito a casa quando ha acceso una sigaretta su un binario vuoto, di notte, guardingo e stanco. Così come mi sono sempre sentito a casa nello sguardo delle sconosciute che non potevo avere e non potevano avermi. Per tutto l’abbandono che mi nuota dentro, l’amore compiuto è un furente atto di vita che mi lascia sorpreso, confuso, incredulo e paradossalmente scontento. Ho custodito come tesori, come regali insperati, gli sguardi di interesse di donne che sapevo benissimo di non poter amare, per motivi differenti ma sempre convergenti, l’inapplicabilità del momento.

Sono abituato ad essere inquilino veloce e mai proprietario. Sono abituato a sottrarmi disgustato dalle competizioni tra maschi bavosi. Sono sensibile ai fiori notturni e guai se si sporcano con il quotidiano, con parole banali, con interessi spoetizzanti. I fiori della notte devono conservare quella seducente alterigia che li rende impossibili da cogliere. Mai accorciare volgarmente le distanze, mai proporre il reale ad un sogno che si stupisce.

Sono a mio agio in scene blu notte di amore frainteso, vagheggiato, lampo d’anima senza abbracci, senza poesie, senza numeri di telefono e promesse. Sono abituato a restare sveglio nel letto quando i pensieri mi vietano il diritto ai sogni. Sono anche abituato a considerare certe conversazioni notturne come brevi soste in un oceano caldo dove affogare senza troppo panico.

Sono un uomo perdente, urbano, rarefatto, notturno e rabbioso di retromarcia, dignitoso nella ferocia, spaurito come un bambino nelle emozioni che comportano continuità. Non è solo colpa mia. Ne sono consapevole, e allora devo cercare delle scene di quiete, come un regista a caccia di luoghi per un film dal copione claudicante e diseguale. Per lunghissimi anni ho cacciato in continuazione donne da perdere e a perdere. Le candidate più convincenti erano naturalmente quelle in fuga dall’inizio, pronte a repentine inversioni di marcia, capricciose, insoddisfatte, vanitose anche solo nel dolore, quasi sempre propense a concedere status di passione ad uomini più capricciosi di loro e mai, ovviamente, a cupe guest star come me.
Anche quando mi sono fermato in amori solidi e stabili, ho continuato a vivere la sindrome della morgana sbagliata che avrebbe dovuto, ed io lo esigevo, mandare tutto a rotoli e velocizzare le dinamiche della frana interiore perpetua. Un gioco al massacro in cui, pur partendo da posizioni di vittima predestinata, finivo per interpretare il ruolo di carnefice e stella filante suicida.

Cazzo, da bambino quando venivo a sapere che qualcuno si era tolto la vita restavo per ore a pensarci, spiazzato e affascinato profondamente. Mi segnavo i luoghi e le ore di quei gesti, i nomi delle strade. Qualche volta ho anche raggiunto quei luoghi, nascosto in un cappotto grande e liso, nebulizzato dal fumo della sigaretta, con un taccuino in tasca dove non scrivevo mai quel che mi proponevo. L’odore del dolore, della resa, l’odore acido e maestoso del coraggio personale al rovescio, quello che si dimentica subito.

La stazione è deserta e ho voglia di una Coca Cola. Sono dannato e astemio, le due cose non sono mai andate d’accordo negli occhi degli altri. Come vorrei che esistesse, l’ultimo treno della notte. Destinazione sconosciuta. Nessuna traccia di reperibilità, perché da sempre la reperibilità è il mio peggiore incubo: trovarmi dove qualcuno si aspetta di trovarmi. No, non può funzionare.

Vorrei avere venti anni in meno e non sentire addosso questo uncino del tempo che mi sparisce da dosso, e pazienza se tornerei di buon diritto ad essere un sognatore mediocre ed inesperto. Mi sono sempre innamorato di donne che si erano perse e che per sfida al dolore si impegnavano a non vedermi mai a figura intera. Il fascino dell’essere fantasma passionale in scene blu di amore frainteso è che puoi illuderti che quel solo attimo di vicinanza e di promessa non sarà mai dimenticato.
Invece non è così.
Ci dimentichiamo in continuazione, ferocemente, correndo come stupidi drogati verso il luminoso baratro disegnato ad arte da chi ci vuole proteggere da noi stessi, dalle nostre vecchie ferite. Quelli sono sogni sbagliati.
Dobbiamo amarci in quei minuti oscuri, in quei luoghi che non saranno mai ricordi da condividere, dobbiamo amarci fuggendo in direzioni opposte, dobbiamo amarci di nostalgie palafitta che ci renderanno mostri di rancore, di imbarazzo, sognatori spogliati sul palco della redenzione dimostrativa.

Le stazioni di notte mi servono per dimenticarmi ancor più velocemente del tempo reale, e per non darmi il tempo dilatato e seducente delle scene blu dalle quali dipendo per volontà di coazione a morire una volta ogni tanto, per necessità inamovibile di farmi male nel tributo sterile alla bellezza che svanisce non appena la scorgi.

©Luca De Pasquale 2018

27/11/18

Giardino d'inverno con vendetta


La corsia dell’ospedale puzza di medicinali, detersivo, vecchiaia e morte. Alcuni degenti coricati sulle barelle, nei corridoi, dormono ma la loro smorfia tradisce la presenza incombente della morte. Pietosi e stanchi, i parenti esercitano il loro diritto/dovere di visita, alternando le dovute attenzioni al pigro trastullarsi con telefoni e ammennicoli vari. Questo è luogo di malattie e di cure, di lacrime prenotate e vecchi rancori mai sanati, questo dovrebbe essere luogo di Dio più delle chiese, ma io di Dio non ho mai capito nulla, non l’ho mai considerato nemmeno come un lontano, sfocato parente. Confermandomi per l’ennesima volta fuori da ogni grazia, assisto alla rilegatura confusionaria di pagine di martirio come un testimone fantasma, infuocato in petto, che si dissolverà in un fulmine mentre nessuno starà guardando il cielo.

Al piano terra, la guardia giurata rivolge la parola alla sorella di un ammalato, tutta culo e bocca e con pesante inflessione dialettale. Una bolla di sesso ambulante. Sesso in dialetto e tanti saluti alla morte. C’è un venditore di calzini che prova a rifilarmi i suddetti e anche una finta stilografica. Gli rispondo con lo sguardo, “hai interpellato la persona sbagliata, amico”.
Fuori piove leggero e sporco. Detesto gli ospedali. Preferisco i cimiteri, la quiete dopo le visite, il silenzio di marmo e impotenza, ma gli ospedali proprio no, non li reggo. Tutti quegli sguardi di dolore sono troppo per uno della mia specie, metà uomo e metà continuo altrove.

Mentre cerco e chiedo, mi viene in mente quello che pensavo da ragazzo, e cioè che non avrei voluto superare i trentacinque anni e che il mio sogno inconfessato era quello di sparire dalla società civile per suffragare la perenne tentazione di essere lupo solitario in altri contesti, con altre leggi. Poco lontano dall’ospedale, ho visto una puttana in un’automobile. Lo sportello semiaperto lasciava intravedere le cosce custodite da volgarissime autoreggenti da discount. Tanto rossetto. Qualcosa sotto i sessanta. In altri tempi, con altra rabbia, con altra rassegnazione, le avrei dato quindici euro per farmi toccare il cazzo. Non per desiderio sessuale, solo per avvicinamento tra disgraziati, reietti e ribelli. E poi, chi è il ribelle tra me e lei? Non è detto che possa essere io, anzi. È quasi certo che sono io il più ipocrita e accomodante tra i due, con la mia inservibile buona educazione, il mio modo più o meno corretto di esprimermi in italiano e i miei vecchi pullover di negozio buono.

Lei è certo meglio di me. Non ha tentato di entrare in un mondo che le faceva schifo, e se l’ha fatto è stato per inerzia e non per utopia. Non ha stretto mani con fiducia. Non ha fatto come me. Non ha cercato di scrivere libri senza sapere nemmeno perché. Non ha giocato al ruolo scivoloso del brillante incazzato, che io ho tentato con i crampi allo stomaco, senza nessuna convinzione, disprezzandomi e disprezzando. Che ipocrita. Quante volte mi è venuto da dire “pompinari, non scriverò mai il libro che desiderate, il vostro mondo non mi interessa, mi fa senso” e invece stavo lì a citare musicisti e scrittori maledetti, realmente maledetti perché clamorosamente morti prima che la società imbarcasse i chili di merda che oggi nuotano felici.

Durante la giornata in ospedale e anche in tanti altri momenti di questo inverno arrivato a patta aperta, continuo a ripetermi il mantra che ho amato e che padroneggio meglio di ogni guinzaglio, niente da perdere niente da perdere niente da perdere niente da perdere tranquillo niente da perdere.
A che cazzo serve la famiglia? Ad evitare lo schianto e l’autodistruzione? A barcamenarsi tra furbizia triviale e senso di protezione per sé e per i comodi amori ufficiali? A che cazzo serve la famiglia, a sentirsi meno soli in tempi di disgrazia? Mi dispiace, ma di famiglie felici ne ho viste pochissime, e forse le ho anche fraintese a prescindere, idealizzandole per superficialità. Il resto, caos, melma, convenzioni, orrori sotto il tappeto, ignoranza.

“Un tempo scrivevi delle cose divertenti… bukowskiane… adoro il tuo primo libro… ora scrivi cose cupe, violente, ma perché?”. Tante persone hanno il grosso problema di restare legate ad un ricordo, magari fittizio; non sono capaci di considerare il tempo come fattore non neutrale nella vita propria e degli altri. Vogliono ricordarsi di te in un certo modo, brancolando svogliatamente in sensazioni invecchiate, massacrate dai calendari che bruciano sulla pelle e nel cuore. Quando sento puzza di teneri, indimostrabili ricordi, io mi sottraggo.

All’uscita dell’ospedale, incrocio gli occhi di un vecchio in pigiama che fuma appoggiato ad un muretto. Occhi grigi e vuoti, unico obiettivo la sigaretta. Io non sto così, e non sarò mai così. Negli occhi conservo il profumo del giorno seguente e questo continuerà a fottermi nei secoli dei secoli. Il giorno seguente è un mio preciso dovere, considerata la storia.
Non c’è bisogno che Dio o chi per lui venga, come qualcuno mi ha insipidamente augurato. Non tutti chiamiamo soccorso. Ho in mente questa definizione, “animale iperboreo, il lupo incarna inoltre la luce primordiale originale, lo si ritrova infatti al centro di tutte le tradizioni nordiche, è l’animale che vede la notte”, e tanto basta.

“Vedere la notte” non significa essere nottambuli o banalmente nictofili, cosa che comunque sono, vedere la notte comprende tutta una serie di elementi altri, non particolarmente tranquillizzanti. Vedere la notte significa muoversi ed esprimersi in territori che sarebbe perfettamente inutile recintare e proteggere, vedere la notte significa rendersi consapevoli che nessuna protezione è possibile, e che l’inseguimento della felicità non ha più senso che andare a recuperare dalla soffitta, per chi ce l’ha, la scatola del piccolo chimico che da bambini ci acquietava per qualche ora. La guerra e le relative battaglie, la vendetta, la strenua difesa della libertà di vita e di morte, di amore e di infedeltà, ecco il territorio reale, ecco il reale cimento. Vedo la notte, mia, altrui e generica, mentre guardo disgustato le gambe deturpate della vecchia puttana, mentre mi perdo, assente e ferito, negli occhi degli ammalati e nella pazienza minata e lacrimevole di chi li sorveglia. Vedo la notte mentre il taxi mi riaccompagna in un punto della città senza indirizzi, senza porte da chiudere alle spalle per dimenticare. Vedo la notte quando parlo con persone che mi ricordano chi dovevo e potevo essere, cosa si aspettavano da me e cosa hanno provato venti anni fa per un mio sorriso.
Vedo la notte quando smonto quella farsa che io stesso ho fagocitato, “vorrei diventare uno scrittore”. In tanti dicono quell’oscenità retorica, “per me scrivere è come respirare”.
Siete falsi. Siete marketing gruviera. Siete vergogna e ambizione. Siete scrittori, ma non meritate un solo demone reale nel cuore. Anche i tormenti sono schermati dal ruolo cui anelate. Per me invece scrivere è come fottere, uccidere, fuggire e soprattutto vendicarmi. Lo scrivo in una giornata in cui ho saputo difendermi, creare, portandola a casa senza infamie. Non scrivo mai in stato di alterazione o rabbia, anzi; e dunque rivendico quanto appena asserito, in quiete, a ganasce chiuse.
Scrivere per troppo amore dissolto, scrivere fottendosi ora dopo ora, scrivere per rubare stracci alla morte, scrivere per non cedere alla società, al flusso morboso dei buoni sentimenti da esibire, scrivere negando Dio, certo, non escludendo però la preghiera laica dell’alba, “che i miei tormenti comincino una buona volta a comunicare tra loro”. Così, giusto per dormire un po’.

©Luca De Pasquale 2018

21/11/18

Un limbo da arredare


Arrivo su un punto del lungomare dove non c’è più parapetto. Le onde sono molto alte e si frangono contro la piccola barriera di scogli antistante la strada. Mi dicono di non avventurarmi oltre. Vado avanti lo stesso, fino a quando la strada non diventa cieca e il mare tracima. Qualcuno continua a dirmi che devo allontanarmi, perché rischio di affogare. Riottosamente, decido quindi di tornare indietro ma la violenta scena del mare che arriva in strada mi attrae al punto che provo il desiderio di spogliarmi e lasciare che l’acqua mi prenda. Con me c’è una donna. Non riesco a vederne i tratti, è come un’ombra, è come aria elettrica al mio fianco. Non voglio giocare con lei e con i suoi giochi, desidero solo il mare in tempesta.

Mi ritrovo con le mani per terra, quasi caduto dal letto. Era un sogno. Un maledetto sogno. L’ennesima allegoria. Simbolismo anche facile, ma non per questo meno incisivo. Sono le quattro e venti della notte, fuori c’è una luce chiara macchiata di nero, dopo i violenti temporali che si sono succeduti. Penso che dovrei mettere su un caffè. Penso anche che mi hanno rotto le scatole per anni con la contestazione strumentale e gratuita dei miei amori. Sulla mia strada ho sempre trovato qualcuno che ostentava scetticismo e diffidenza rispetto alle situazioni che amavo di più: i fuochi di notte, le stazioni dei treni all’alba, gli autogrill notturni deserti e popolati da perdenti e ladri, il sesso rubato con persone distanti e incompatibili, i giochi autodistruttivi di sensi dopo le feste, le riunioni e i ridicoli fescennini della buona borghesia perennemente intenta a sancire nuovi inizi con rituali pubblici. Per anni mi hanno rotto i coglioni, invitandomi pigramente a scoprire “l’inaudita potenza delle immagini positive”. Senza capire che alle mie passioni tenebrose non ho mai dato valore negativo, e mai attribuirò valenza positiva alla speranzosa superficialità obbligata, lì fuori.

Mi alzo e guardo il panorama. Ci sono delle finestre accese, come al solito. Penso all’insonnia di quegli sconosciuti. Debiti? Malattie? Nevrosi? Sesso coniugale e non? Cospirazioni? Magari io ci faccio filosofia decadente sopra, e invece oltre una di quelle finestre illuminate c’è un pervertito vestito da coniglio che si sta facendo orinare addosso da una prezzolata conciata come Wonder Woman. Ma che importa? Perché giudicare? Siamo noi insonni il vero popolo attivo della notte, mica i gaudenti sempre in giro a sbirciare i propri vizi.

Ogni notte, un sogno diverso mi sveglia fra le tre e le quattro, e io non mi riaddormento più, consumandomi come una candela fino alle prime luci del giorno. Nessuna pillola fa effetto. Sono prigioniero dei miei sogni e della conseguente vita onirica del mio doppio. Questo rende le comunicazioni diurne difficili, farraginose, spesso squallide e frequentemente inopportune. Se a faticosi conati di comunicazione si aggiungono i convenevoli, ecco che sono costretto a darmela a gambe alla svelta, con passo felpato. Noi insonni dovremmo darci appuntamento di notte per strada, come zombie, e ognuno di noi dovrebbe portare con sé una bottiglia di vino o una scatola di pasticcini da regalare al casuale Dio della notte che ci sarà dato in dote dalla suggestione del momento. Dovremmo accoppiarci tra noi, senza speranza d’amore duraturo e senza retorica dell’orgasmo, per poi scomparire alla comparsa della luce, evitando la pretesa di essere storia e vissuto di qualcun altro.
Come vampiri in carta copiativa, dovremmo morderci, sussurrarci promesse già scadute da tempo e infine avere lo stomaco e lo spirito di piantarci da soli un palo nel cuore, all’arrivo dei soliti fottuti e striscianti esattori della vita.

Dovrebbero dedicarci dei bar, a noi insonni. Dei locali appositi che non siano però discoteche o club del lubrificante. Dei luoghi di sogno mancato, piccoli e contenuti, che possano rilassare la pelle tesa delle nostre condanne e che possano dare tregua al petto infuocato dei nostri demoni interiori. E invece niente, niente che valga la pena: solo tanto conformismo del vizio, coadiuvato da una dialettica invecchiata e balbettante in punta di trasgressione. Tutto ciò non serve a noi insonni consapevoli di non poter essere guariti e riportati sulla giusta sponda della quotidianità.

No, non serve eiaculare a piacimento, piacere alle donne, sedurre altre persone in crisi, guadagnare insperati consensi e sorridere nelle foto. Non serve. Quello che ci serve è guadagnare un regno, che non sia quello della pietà, della tranquillità per endovena. Non ci servono libri che ci spieghino come evitare il male. I fenomeni consolatori sono il nostro drappo rosso; noi insonni siamo come piccole bestioline iconoclaste che giocano stupidamente, e per condanna, con il riassuntivo binomio Dio/Demonio. Ma non ci crediamo neanche noi, se solo indagaste un po’ di più. Dateci un regno che non sia un’elargizione divina o troppo umana, dateci un limbo da arredare come cazzo ci pare. Un luogo di luce corrotta da dove possiamo illuderci di poter scegliere tra lo spauracchio della quiete e il canto delle sirene dell’Inferno. Lasciateci sguinzagliare le nostre passioni a miccia corta per le strade della notte, saremo innocui se voi continuerete a dormire.

©Luca De Pasquale 2018

18/11/18

Teppista tra preghiere giocattolo


“La tua vita non vale un cazzo in questa città”
Abel Ferrara – Il cattivo tenente

La vecchia signora, oberata da buste della spesa e china sul suo corpo rimpicciolito, si ritira a casa nel vicoletto antistante il supermercato. Suo figlio è in galera da un anno. In giro si dice che gli altri detenuti abbiano fatto entrare scorte di rossetto per farsi succhiare il cazzo da lui. È diventato una delle puttane di Poggioreale.
Guardo la signora, le offro aiuto ma lei si rifiuta e io, dopo una sincera e doverosa insistenza, scompaio dalla sua vista. So che la vecchia signora si reca a messa ogni domenica. Mi congratulo con lei per la perseveranza. Io sarei già impazzito. La verità è che senza credere in qualche onnipotente la vecchiaia perde il suo valore, come la catarsi del dolore e come l’assurdo pensiero che quante più croci addosso nobilitino gli esseri umani condannati a portarle.

Qualche giorno fa un disoccupato trentenne si è lanciato sotto la metropolitana, nella stazione di Mergellina. I Vigili Del Fuoco hanno impiegato ore per estrarre il suo corpo straziato dalla morsa maciullante della motrice. Un testimone ha raccontato che la testa dell’uomo era praticamente sparita. Forse qualche stronzo si sarà fatto un selfie, come escluderlo ormai?
Ho letto la notizia su un quotidiano on line, mi è venuto un brivido d’orrore tra schiena e collo, ma sono tornato presto alla mia attività del momento, ovverosia cercare un vinile rosso del 1980 per un ex cliente. Il vinile di un gruppo francese che io stesso gli avevo consigliato, i Karoline, sorta di clone transalpino degli AC/DC. Un disco tutto sommato apprezzabile e carico di rozza, salvifica energia.

Ho dei rimpianti. In questi giorni ho dei rimpianti.
Uno su tutti, quello di non aver intrapreso quelle strade estreme che tanto mi chiamavano e che mi si vendevano come scorciatoie per un attendismo esistenziale che non è nella mia cifra emotiva. Invece, ho cercato di essere ragionevole oltre le mie forze e adesso devo constatare la sconfitta della pazienza, della fiducia indotta, dell’autocontrollo che mi sono calato per endovena e mai per panico. Nei discorsi che sostengo, nei convenevoli che mi fanno perdere tempo, per fortuna non emerge la mia intolleranza totale per quella “normalità” che mi è stata tramandata come obiettivo ed è di contro una dannazione stupida.

A metà di una giornata che non sembra intera, entro in un bar e prendo un caffè senza averne alcuna voglia. Dentro so di essere un teppista nascosto in un giubbotto blu di buona marca. Ma sono un teppista e questo posso dirlo solo io, al di là di ogni possibile e fuorviante apparenza. Nel bar mi ricordo di quella vicina di casa che si faceva scattare foto sexy in minigonna a gambe aperte o in situazioni downblouse e poi mi invitava a masturbarmi la notte a casa mia, “così non siamo troppo coinvolti, ti pare”. Non l’ho mai accontentata, la sua richiesta era troppo stronza e distante anche per una banale perversione da polso. In compenso, mi ero masturbato un paio di volte per sua sorella, alla faccia di quel cornuto moderato che era il marito, un lardoso ingegnere con la pappagorgia. Accadeva più di venti anni fa, ma anche con lei, e quasi con tutte le donne della mia vita, mi sentivo un teppista travisato.

Torno per strada. Da due settimane mi saluto con il fioraio all’angolo. È una persona gentile e merita il saluto, non solo il mio. Quello che chiede l’elemosina fingendo che gli trema la mano non lo considero nemmeno e gli faccio zig-zag, pur senza irrisione. Le due ragazze che lavorano nel negozio di telefonia sono decisamente da scopare, tant’è che l’esercizio è sempre gremito di maschi bavosi. Sono da scopare, non da sposare. Solo che sarebbero da scopare con disperazione, ed ecco che allora quell’esercito di lumaconi non servirebbero alla bisogna, tutti carichi di buone intenzioni, inclusa quella, aberrante, di scegliere una bella madre per la loro futura prole. Questi programmi, non contenendo disperazione, sono poco interessanti e troppo prevedibili per le mie abitudini mentali.

Napoli qui, Napoli lì, il rinascimento, le app, i negozi intelligenti, il cibo equo e solidale nascosto negli anfratti di quartieri popolosi, le escursioni alla Gaiola, la new wave artistica cittadina, la finta coscienza civile che si racchiude in movimenti. Che vada tutto a farsi fottere. La vita in questa città non conta un cazzo, dov’è l’improvvisazione di cui si ciancia tanto? Noi dovremmo improvvisare come jazzisti malati, non finire nel disegno commendevole di altri. Scrivere un libro colmo di speranza per me non vale più che iniettarsi una dose nel cesso della pizzeria “Zio Aglio Atque Cugina Pizza”. In fondo, sono anni che cerco una possibile redenzione, a vuoto.

Quando ero ragazzino, la domenica si andava a mangiare dai parenti. Ci andavo di malavoglia e non vedevo l’ora di tornare ai miei primi dischi e ai miei libri. Non ho mai sentito un solo granello di calore in quegli incontri telecomandati, gravidi di ipocrisia, strisciante perbenismo pettegolo e luoghi comuni da usare come stuzzicadenti. Mio padre anche si rompeva i coglioni, ma fingeva di essere un uomo accomodante. Io invece non ci riuscivo, e smaniavo fino ad arrivare a piccoli atti di teppismo, come quando sputai in testa al mellone del piano di sotto e si scatenò un putiferio condominiale. Oppure mi chiudevo nel bagno, prendevo la rivista Rakam e per una mezza coscia mi svuotavo parzialmente delle mie aggressive pulsioni sessuali.
Durante un pranzo di Natale che faceva schifo per quante banalità si erano diffuse tra una portata e l’altra, finii ad incendiare un libro in salotto. Perché mi annoiavo a morte e perché quelle maledette riunioni non mi dicevano niente. Non mi interessava avere una famiglia: mi interessava piuttosto bruciare, bruciare presto, senza la grazia tra i piedi.

Finisco il mio pomeriggio in un negozio cinese già addobbato per le feste. Mi aggiro tra i vari reparti con inconsapevolezza, senza nessuna intenzione di acquisto e nemmeno di curiosità visiva al fine di scriverne poi. In quell’albergo di Milano, sette anni fa, rifiutai la “coperta” sessuale che il portiere mi aveva suggerito e non accesi la televisione via cavo in camera. Ero lì per un corso di aggiornamento che non sarebbe servito ad un cazzo, come avevo compreso dall’inizio, e per due notti mi sentii terribilmente solo. Perché non potevo fantasticare, pregare e tanto meno dissiparmi alla ventura. Dovevo aspettare. Aspettare qualcosa. Sviluppi. Anche solo il mattino seguente. Non sono tipo da aspettare alcunché. Brucio anche per l’attesa di un turno in farmacia. Perdo atomi anche quando lavo i denti. Perdo pezzi persino quando sono fiero di me, di non aver rotto la faccia a qualche idiota, fiero di qualcosa che ho esternato, fiero di aver trovato un vinile rosso raro ad un collezionista compulsivo che prima o poi ucciderò in una traversa, a pochi passi da casa sua, soprattutto se non ha figli.

Da tempo osservo le pose intellettuali altrui con disprezzo e nausea, e mi chiedo severo se non ho fatto di peggio, con la mia negatività carica di ancestrali rimandi ad autori dimenticati dai più. Mi chiedo se con la mia decadenza senza freni non ho fatto anche peggio di questi prelati della speranza culturale, categoria che avverso con tutto me stesso.
Ho fatto di tutto per non diventare una zoccola e ho anche evitato di diventare un assassino. Ma dentro sono un teppista fornito di una buona educazione; e come tutti i teppisti, sono perdente, fuori moda e condannato a lunghe trafile di dannazione per ritrovare un’identità che non faccia paura agli altri e alle mie stesse notti.

©Luca De Pasquale 2018