21/09/19

La solitudine non reciproca


Nel weekend, come da tradizione, Gaeta si ripopola di pendolari, in maggior parte romani e napoletani, e di turisti. E quindi, scontatamente, sabato e domenica sono le giornate che mi piacciono di meno.
Eppure, non cambio di una virgola la mia impostazione vacanziera, anche se questo termine davvero non si presta: vado infatti a caccia di luoghi dimenticati, abbandonati, luoghi che contengano il germe delle suggestioni che popolano me e le mie ombre cinesi interne. L’emozione non è il lido dominato dal sole, bensì la scalinata danneggiata della vecchia darsena, l’antico Fondaco dei Sali che troneggia sinistro tra botteghe e negozi in piena attività, le misteriose ante divorate dalle tarme della vecchia farmacia da restaurare, e anche il mio aggirarmi per le strade senza l’accompagnamento scandito della sigaretta.

Da quando non fumo più, ho problemi a capire che ora sia, orologi a parte. Mi regolo con la luce e non con la foia della nicotina; per me è un cambiamento di stile totale, impensabile fino a qualche mese fa. Mi rendo conto solo adesso che le sigarette erano anche un sigillo drammatico alle mie (troppe) inquietudini. Se qualcosa mi turbava, arrivava la sigaretta simbolica a ceralaccare l’abisso sottostante. Scrivere senza la sigaretta in bocca, poi, somiglia addirittura a un colpo di stato.
Ciò asserito, resta che non ho il carattere e la forma mentis per raccontare di questa svolta come di una vittoria; la retorica che si nasconde nelle pagine di vita che girano, volenti o nolenti, mi disgusta da sempre e dunque non la pratico. Solo un coglione potrebbe spacciare la fine di un vizio per la vittoria incredibile della ritrovata virtù. Le virtù sono spesso materiale conformista, emanano quel distintivo tanfo di momenti perduti e nuovi calcoli di longevità da considerare. Lasciamo dunque il fasullo eroismo alla new age da eterni convalescenti.

Ci sono persone che non vedo e frequento da cinque anni: sembrano cinquanta. Sembra quasi che in realtà non abbiamo mai avuto qualcosa da dirci, qualcosa di reale. Ci sono persone che sostengono una somiglianza morale, interiore, che io puntualmente non riscontro: allora è un tragico bluff di una solitudine non reciproca. Ci siamo già dimenticati da sempre, l’unico ad ammettere questo dato di fatto è lo svogliato silenzio nell’incedente imbarazzo delle casualità.
Senza sigarette, la poesia delle passioni inespresse si è sporcata le mutande e non canta più come una sirena monca, quelle che ho sempre preferito. Così come la mattina è ricominciato dopo anni il sangue copioso quando lavo i denti, così è tornata quella lucidità quasi infantile, ma tanto sincera, che da giovane mi ha protetto da svariati, evitabilissimi disastri.
Se questa è la disillusione tanto temuta dai benpensanti, beh, a me piace come la più tentatrice delle dame da tenebra.

Da quando sono qui, non ho fatto neanche un bagno. Non è per fare i bagni che amo i luoghi di mare. Tant’è che i posti marini li adoro per davvero al sopraggiungere della bassa stagione, delle mareggiate, dei pullover scuri nelle cucine poco illuminate, negli sguardi da tradimento che assumi pur non tradendo nessuno. Mi piacciono le vecchie biblioteche comunali con vista sulla tempesta, le botteghe di barbiere da dove, tra una sforbiciata e l’altra, puoi assistere alla rabbia del vento senza temere il trascinamento.
Ora che sono tranquillo, minacciato dall’astinenza e non dall’incontinenza emotiva e amorosa, posso dire che avrei dovuto spiegarlo molto prima e a molte più persone, che vado a caccia di chi non c’è, di chi è già passato, pur apprezzando enormemente chi resta e vive il fronte dei giorni, non la decadente immaginazione di turbe estetizzanti.

Ho voglia di scrivere davanti al mare in tempesta, con poca luce nei punti giusti. Ho voglia di esplorare tutti i luoghi che nascondono i passaggi dimenticati di chi non si è espresso in tempo, o ne ha avuto timore. Soprattutto, non mi nascondo più: quando timidamente ho detto “anche io vorrei questo” non era vero. Non è mai stato vero. Ho bene in testa la mia storia, la mia provenienza reale, il percorso che devo compiere, i rischi che devo correre, gli sbagli che dovrò commettere ancora e ancora.
Nulla di tutto questo rientra in quel bolso “anche per me è così” che ho recitato, nell’assurda paranoia di essere disturbato e forse contestato.
Non so più che ora è.
Ricomincio da questo. E poi arriverà la tempesta che ho più volte evocato, fumando in poltrona.

©Luca De Pasquale 2019

17/09/19

L'inevitabilità dell'heavy metal


Non so perché l’ho fatto, non so sull’onda di quale nostalgia. Decido di andare a trovare Enzo Quarzio, una vecchissima conoscenza dei tempi del liceo. Riesco a ottenere da amici comuni il suo numero, lo chiamo e nonostante il suo atteggiamento telefonico scostante e burbero decido di autoinvitarmi a casa sua. Abita ancora al corso Vittorio Emanuele, lato Chiaia. Uno che, come me, forse meno platealmente, non uscì dal Liceo Umberto con il diploma, finendo nello squallore caricaturale degli istituti parificati. Però eravamo fieramente metallari, ed era questo ciò che contava.

Enzo Quarzio era davvero un metallaro doc. Un totale, purissimo defender of the faith. A differenza mia, anche nel look: capello lungo con codino, chiodo priestiano, toppe dell’era NWOBHM, totale disinteresse verso la politica, relazione cultuale con il vinile e con i progenitori del genere.
Ai tempi, andavamo d’accordo, anche se lui si scandalizzava spesso –troppo per i miei gusti- circa le mie sbandate jazz, fusion e addirittura pop. Enzo era tutto d’un pezzo, per lui meglio il cinquantesimo bootleg dei Maiden piuttosto che un nuovo gruppo del meticciato. Meritava assoluto rispetto. Gliene porto ancora, ecco perché voglio andare a trovarlo. Perché Enzo è la coerenza sotto forma di gusti musicali e contegno relativo.

Quando mi apre la porta di casa, un piccolo appartamento al quarto piano di un palazzo tanto elegante quanto anonimo, quasi trasecolo: Enzo è infatti la copia carbone di Ian Hill dei Judas Priest.
“Ciao Ian”, gli faccio, sapendo che capirà.
“Magari… col cazzo che sono Ian… entra entra compare…”
Odore di tabacco, di naftalina, odore di vecchi vinili. Impossibile non riconoscerlo.
“Che cazzo ti posso offrire, Luca?”
Quasi dimenticavo che Enzo/Ian infila la parola “cazzo” in ogni frase di senso compiuto e non solo. Enzo è fieramente (e anche qui coerentemente) bukowskiano.
“Un caffè del cazzo, Enzo. Se ce l’hai, meglio un decaffeinato del cazzo”.
Ridiamo. Sento una grande nostalgia dentro, di quei tempi, di quelle sere giovani, di quei dischi che ci aprivano un mondo. Come cazzo siamo invecchiati, maledizione.

La collezione di vinili di Enzo è spaventosa. Per dirlo io, significa che è vero; non tanto per quanti ne posseggo io, piuttosto perché non sono uno che si fa impressionare e non confondo il possesso con la conoscenza. Ma Enzo davvero sa il fatto suo in materia e vanta una collezione di vinili composta da non meno di trentamila pezzi. Ha quarantotto anni, viene da una famiglia abbiente (anche qui, destino diverso), ha sempre comprato dischi, sempre.
Anche quando si è sposato. Ha continuato a comprarne anche quando ha perso il lavoro di ragioniere in un’azienda di concimi vegetali. Ha comprato dischi a iosa, quando la moglie lo ha lasciato senza troppe spiegazioni e con un altro già cotto a puntino in panchina, pronto a entrare.
“Devo passare un cospicuo assegno a quella zoccola”, mi dice, “ho dovuto ridurre un po’ le spese per i dischi, che cazzo”
“Posso chiederti Enzo? Cosa è accaduto tra voi?”
“Secondo me le girava male che compravo dischi e facevo le serate nel Lazio con gli altri, le girava a cazzo che non era uscita incinta. Non so, io ero buono e lei voleva sempre chiavare a orario, il che a volte mi impediva di intostare bene”
Mi viene da ridere, ma mi trattengo, sia pure a fatica.

Mi porta nella stanza dell’immensità, come la chiama lui. Un muro invalicabile di vinili, suddivisi per correnti, anni, nazioni, addirittura ora anche per colore. Un edificio di devozione impressionante.
“C’è un sacco di gente che posta sui social foto delle discografie”, mi dice amaro, “ma non sono altro che segaioli con il pesce piccolo. Soprattutto i defenders, non so, è come se ci dovessimo vendicare di qualche torto, mostrando al mondo quanto e come siamo rinchiusi nella nostra monomania. Io ne sono consapevole, Luca; e continuerò a comprare vinili, che siano ristampe, pezzi d’epoca, rarità, acetati, test pressing. La vita là fuori è una cacata, le relazioni sono malate, è diventato complicato anche farsi fare un chionzo, non mi va di fingere interessi che non ho per farmi una pelle del cazzo”
“Mai finto per una scopata, Enzo”, mento duro.
“Mah, come vuoi. Io mi masturbo su internet, dura poco, scelgo la scena preferita e poi torno ai dischi, Per qualcuno sono pazzo, ma non me ne frega un cazzo. Divido con mia sorella il fitto che prendiamo per la casa dove vivevano i miei, ogni tanto faccio il ragioniere a nero e va bene così, tanto qui è di proprietà”
“Capisco”
Che amarezza incredibile, mi viene da pensare. Eppure, per quanto i bei pensatori lo liquiderebbero come “arido”, nella sua rinuncia a vivere l’esterno c’è qualcosa di comprensibile, di non completamente malsano.
Tutti noi abbiamo avuto la tentazione di ritirarci, per quanto possibile, ma quasi sempre ha prevalso la paura della solitudine e del giudizio altrui, il che è molto da codardi e da conformisti tout court.
Io non ho mai sopportato, per essere chiari, quelli che fingono di volersi ritirare dal mondo, solo perché non luccica come piace a loro; solo perché i loro sogni di gloria sono ostacolati, oppure perché non amati dal giocattolo sognato, bensì da qualche scalcagnato vicario raccattato per impazienza.
Al confronto, ecco che la scelta di Enzo Quarzio ha la sua rispettabilità impettita e non va disprezzata per partito preso.

Enzo fuma come un cesso turco, nella stanza delle meraviglie quasi non si respira. Mi mostra, sapendo che adoro il Galles, i vinili dei Crys, storico gruppo NWOBHM gallese; poi mi sottopone a un esautorante interrogatorio sui principali bassisti del power metal tedesco, mi mostra una foto in cui si abbraccia con il primo batterista dei Mercyful Fate, infine mi promette che farà in modo di mettermi in contatto con John Tetley dei Jag Panzer.

“E tu quanti cazzo di vinili hai? Sei disoccupato però: riesci a comprarli?”
La prima domanda mi mette in difficoltà, considerato con chi parlo; slitto alla seconda, con un perentorio “no, ma riesco ad arrangiare con scambi e usati”
“Triste, mi dispiace, io non so come farei al posto tuo, cazzo”
Osservo il muro di vinili e commento “di questo ne sono certo, Enzo”
Ascoltiamo musica per qualche ora, Enzo ormai acquista solo materiale di gruppi anni ottanta, quale che sia la branca metallica e la nazionalità. Mi fa ascoltare oscure bande delle Barbados, di Andorra, persino del Principato di Monaco. I vinili sono tenuti da Dio e devo ammettere che un po’ lo invidio, anche se alla sua rinuncia totale non ci arriverei mai e poi mai.

Verso le otto e mezza di sera, mi chiede se voglio cenare da lui, “che dovrei avere degli involtini primavera del cazzo comprati al negozio cinese qui sotto”.
Al mio cortese diniego, Enzo finisce per scomparire dieci minuti in una stanza buia, una specie di rivisitazione di Psycho in salsa partenopea, perché non posso non immaginarmi un cadavere su una sedia a dondolo, in quel buio.
Invece Enzo torna con due vinili in mano, uno dei Crys e l’altro degli Strattson, oscuro gruppo francese ottantino autore di un solo album, “Ouf metal”. Una chicca minoritaria per anime in fuga come noi.
“Sono due doppioni, te li regalo. Spero che valgano come un cazzo di buona fortuna per te, compadre. Spero che ritrovi lavoro, soprattutto nei dischi, che magari ti ricomincio a chiedere qualcosa”
Se fossi solamente un briciolo più sentimentale, mi commuoverei. Invece, mi contengo, senza esimermi però dall’abbracciare forte il vecchio Enzo/Ian, l’altro reietto del Liceo Umberto, culla della Napoli predestinata, che per forza di cose pisciò nelle orecchie di entrambi.
Chissà, se anche io avessi avuto più quattrini di famiglia, chissà che strade avrei intrapreso. Non lo saprò mai e non lo sapranno mai quelli che mi hanno incrociato.
Prendo i due vinili, lancio un bacio alla tana delle meraviglie, e mentre sono sul pianerottolo a chiamare l’ascensore Enzo mi dice: “Comunque, ancora mi sale l’uccello, non sono partito di brocca. Mi faccio fare dei chionzi a pagamento”
“Ehm… Enzo abbassa la voce…”
“Ho conosciuto una studentessa fuori corso che si prende trenta euro per succhiarmelo il giovedì pomeriggio. Non mi fa mettere il guanto, è dolce, mugola e ha la coda di cavallo come piace a me. Forte, cazzo”
“La trovo una cosa splendida, Enzo, serio. E magari le piace anche lo speed metal del 1982…”
“No quello purtroppo no… addio compadre, buona fortuna e pedal to the metal per sempre”
“Contaci, Enzù”

E così, mi ritrovo al corso Vittorio Emanuele, lato chiaino, alle nove di sera. Nostalgia incredibile addosso. Passerò sotto il vecchio ufficio di mio padre e mi verrà la solita stretta difficile allo stomaco. Enzo ignora che ho mescolato il metal con il jazz e tanto altro, ma è chiaro che la sua purezza sarebbe impossibile quasi per chiunque. Quei tempi, quelle sere, non torneranno più: scontato, banale e inaccettabile. Siamo invecchiati, ci siamo incarogniti, e il ricordo di chi ci ha pisciato nelle orecchie confina con il rancore secco del tempo fustigato. Non so se sono davvero il nichilista che molti vogliono intravedere, non ha più nessuna importanza. Da molto la definizione di sé stessi non conta più un cazzo, come certamente direbbe Enzo.
Chiaia non è la Chiaia di quando ero bambino e poi ragazzo. Il profumo di scoperte è finito, come l’odore acre delle cosce femminili pronte a schiudersi per un’illusione fosca da infrangere presto.
Come volevasi dimostrare, non sono diventato avvocato, notaio, medico, docente universitario e nemmeno giornalista. Secondo molti di quella cerchia incoerente, non ho reso secondo le mie capacità. Discorso putrido, senza senso e fottutamente borghese, borghese fino al midollo.
L’unico reale rammarico è di natura economica, non certo sociale: avrei acquistato dischi a strafottere e avrei viaggiato molto di più. Punto.

La verità è che ai ricchi piacciono non dico gli altri ricchi, ma almeno quelli che non devono rinunciare a certe scontate comodità; a me, di contro, piacciono principalmente quelli che hanno qualcosa da dire oltre i rituali del vivere civile, che è noiosissimo.
Pur avendo portato quasi sempre i capelli corti e le camicie, sono anche io un defender a mio modo, soprattutto perché non sono mai realmente uscito dalle solenni e ibride ballads dei Queensrÿche.
Caro Enzo, cazzo, quanto ti stimo.

©Luca De Pasquale 2019

15/09/19

La forca di Montecristo


Non ci vuole un saggio o un illuminato per capire che nella vita occorrono dei momenti di rottura, di rielaborazione dei dati. Rielaborazione anche di speranze, capacità e bacino d’utenza dell’anima, per così dire.

In queste giornate lontane dal disordine e dalla frenesia, mi è più facile capire anche quanto ho involontariamente mentito. Pur non essendo un bugiardo di natura.
Per esempio, c’è stata una fase, anche piuttosto lunga, in cui ho finto di desiderare una vita consuetudinaria: famigliola con due auto, figli, casa al mare, una comitiva di vecchi amici pronti alla bisogna. Niente di più fasullo e controproducente.
Ho mentito anche su fatti amorosi. Fin quando ho potuto, ho mentito. Ho spesso ammantato la lussuria di altro; come se per arrivare a una chiavata liberatoria bisognasse per forza passare dalle porte spinose (e assurde) dell’amore ideale. Ho giocato a fare l’eroe romantico, quando tutto quello che mi interessava era di non essere rotto i coglioni con smanie partecipative. Un baro, un vero baro.
Così come, au contraire, ho finto di non prendermela per delle cocenti delusioni. Ho simulato di incassare “stilosamente” degli addii, delle fiammate fatue senza prosieguo, delle simpatie apparentemente profonde che sembravano volessero richiamare pagine goethiane e invece erano solo trastullo paranoico per astenie affettive senza futuro. Tragicamente senza futuro.
Quando ho rischiato l’amore mi sono rintanato dietro al cazzo e viceversa. È andata così ed è tutto irreversibile, forse per fortuna.

Ieri mi ha raggiunto, inattesa, la notizia che un mio lontano parente acquisito è ancora vivo. La cosa mi è dispiaciuta, perché desidero che quella persona muoia. Vorrei poter trasformarmi in Caronte per accoglierla senza troppi complimenti all’Inferno, quello con la I maiuscola, non quello terreno, di puzze, povertà, tradimenti, furti e debiti.
Ecco che sento la vocina saggia e puttana: “Non si augura la morte alle persone”.
Io non auguro. Io desidero. Questi sono i difetti dei piccoli Montecristo che si aggirano per il mondo, me incluso. C’è poco da obiettare, Dumas aveva capito tutto. La vendetta è parte della mia forza. Solo io posso giudicare questa disgustosa debolezza, che a differenza di altri vizi resiste.

Ci sono momenti in cui, nonostante la bellezza del paesaggio, il mio cuore sembra procedere aritmicamente verso trame oscure senza nuove sicurezze da poter edificare tutt’attorno. Sono momenti in cui, pur odiando questa immagine, torno bambino controvoglia, quel bambino che si addormentava pensando alla prossima morte dei genitori, traballando sull’idea romantica “da solo affronterò il mondo”. Il motore marcio e ricattatorio di ogni sopravvissuto, checché ne dicano gli imbecilli.

Sì, in questa tranche pre-autunnale di vacanza mi rendo conto di quanto sono un Montecristo. E di quanti demoni mi serve far svolazzare intorno per creare caos nella mia insonnia e negli occhi dei curiosi. Sono cresciuto con una disillusione cucita nei pensieri: dopo la festa c’è la forca. Così come dopo il sesso, il godere, c’è la morte e l’addio, la moneta di farsa del silenzio nuovo. Sono cresciuto e diventato uomo per vendicarmi di qualcuno e di qualcosa; ecco perché gli esagerati afflati umani, tutta borghesia che si spreme come sul cesso, mi disturbano. Amo la gentilezza, ma dentro mi vive un killer che detesto guardare negli occhi. Fuggo in continuazione. Anche quando sono felice. È la brodaglia tantrica di tutti i sopravvissuti.

Solo ora riesco a dirmi che per anni ho desiderato incontri senza parole, solo impulsi. Nessuna idea, nessun progetto, nessun ridicolo convenevole. Diamoci piacere, scompariamo nei reciproci inferni per qualche minuto e poi vaffanculo, un vaffanculo umanissimo, di assoluta salvezza. Niente promesse di matrimonio, carrozzine, suoceri in fibrillazione, fiocchi, album e diapositive, solo godere e scomparire. Perché non tutti nascono con Dio in tasca o nella cintura, con qualche preghiera stampata sul polso, gli stessi polsi da lamette che i ciechi civili non vogliono mai guardare.

Non tutti cercano la salvezza. Non tutti vogliono affidarsi ai mestieranti della felicità in calcio d’angolo. C’è chi ci vuole arrivare in modo contorto, alla pace. Contorto e coerente. Scrivendo. Cadendo. Vendicandosi. Smettendo di confondere la lordura animale dei bisogni con le ampollose stronzate da amore letterario, l’hobby dissestato di tutti i quattrinai infelici.
Se parto dall’addio, come altri che non parlano e non scrivono, è destino che io debba passare dalla inutile vendetta per trovare porzioni di quiete.
Perché non è un mistero, non lo è per niente, che anche quando mi sono sentito amato uno sguardo l’ho riservato agli specchi coperti della notte, quelli che nascondono, male e strumentalmente, tutti i demoni più resistenti.

©Luca De Pasquale 2019

13/09/19

La signora del vento


Lì dove l’avevo lasciata quattro anni fa, c’è ancora una vecchia Jaguar a marcire sotto cumuli di rifiuti e sterpaglie. La targa è inglese. La scena di decadenza, come è proverbiale dalle mie parti, mi fa effetto e passo diversi minuti a osservare incuriosito la carcassa della Jaguar. Così come non posso evitare di fermarmi, a Gaeta vecchia, davanti due porte fatiscenti, una marrone e l’altra verde; guarda caso lo stesso tipo di accoppiata che rubò le mie attenzioni e fantasie da bambino, a Napoli in via Poerio.

Infatti, quando ero davvero molto piccolo chiedevo sempre a mia madre di portarmi in quella strada e lasciarmi guardare quelle porte diroccate, nelle cui fenditure si potevano scorgere calcinacci, vecchie sedie, muri sbrecciati, polvere, abbandono. A volte ci passavo anche un’ora, a fantasticare davanti e dietro quelle porte. E mia madre, incredula, mi chiedeva: “Ma perché ti piacciono tanto le cose rovinate e abbandonate?”
Se io fossi stato più pronto, più scaltro, forse avrei dovuto risponderle “perché sto cercando di piacermi anche io, mamma”
Sarò sempre attratto dalle rovine, incluse quelle interiori, che detesto sconfiggere con i rimedi della saggezza pubblica e del buon senso umanista, con quella stupefazione insopportabile che alcuni esseri umani palesano di fronte a una nuova serenità. Io non sono così e non intendo svendere per qualche emozione la mia propensione alle terre senza promesse.

Faccio lunghe passeggiate qui. Ho sempre il mare accanto, dentro, di fronte, al massimo dietro. Avevo bisogno di lasciarmi idee, emozioni e persone dietro. Non mi manca la città, i contatti forsennati, le passeggiate quartierali senza scopo, gli sms senza logica, i messaggi senza continuità, le emozioni senza coraggio, troppe per i miei gusti.
Ormai non fumo da più di dieci giorni. Grande rinnovamento quanto si vuole, ma i momenti di craving sono interminabili, spietati più di un tradimento, di un equivoco, di una familiarità fasulla.
Resisto perché desidero respirare e perché sono uno stronzo testardo; questo non vuol dire che mi sia davvero tolto la morte da dosso, quel puzzo riconoscibile solo a me, frainteso e a volte stigmatizzato dagli “altri”, eppure insistente come un codice genetico marchiato a sangue nel mio modo di guardare e vivere i giorni.

In questi giorni, sono il principe delle mie stesse stelle spente. Alcune le riaccendo, come l’amore per la musica e la ricerca, altre le dissipo volutamente per sempre. Come alcuni ricordi e diversi profumi che non fanno più effetto.
La morte continua ad apparirmi, nel gioco dell’innocenza e della spinta alla creatività. Si palesa dietro i corpi delle donne per strada, nelle vetrine dei negozi, nel sorriso degli sconosciuti, nelle navi che partono di giorno e di notte dividono in parti uguali la mia insonnia. Mi sono innamorato di un veliero che si chiama “La signora del vento”. Come tutte le volte che mi innamoro, la morte fa capolino nei momenti di rapimento, sotto forma di vento, di pensiero veloce, di ricordo involontario, di respiro frettoloso nel petto, ora anche con la voglia di fumare che mi porta crampi di rivolta e qualche volta rassegnato abbattimento.

La città non mi manca.
Fosse per me, non tornerei più. Mai più. Tanto sono nomade. Nomade di fatto e non per posa esistenziale o per noia borghese. Essere davvero nomade non mi ha portato mai più soldi, scopate, fama e consensi. Solo i finti nomadi guadagnano qualcosa dal suggestionato lacrimatoio che hanno inscenato per colpire la coda egoica dei più ingenui. Come i finti viaggiatori, per esempio, tutti compresi nel documentare i loro liberatori spostamenti.

La città non mi manca per niente, e questo mi porta a darmi delle regole inedite, come quella, per esempio, che afferisce al tentativo di resistere alle lusinghe delle rovine. Sono troppo sensibile a ciò che cade, si frammenta e si distrugge. Non me lo posso più permettere.
La mancanza delle sigarette si fa insopportabile quando mi sveglio troppo presto, quando scende la notte e quando mi capita di scrivere, come adesso. Ho smesso di succhiare caramelle come un pervertito. Quando l’astinenza urla, cerco di pensare ad altro, cerco di riconoscere la bellezza, quella vera, quella che sembra asettica e non mi richiama con le gambe aperte e il sorriso lascivo della fine, la fine che è stato sempre il motore del mio volermi esprimere, artisticamente e non solo.

Più che dalle sigarette, sono dipendente dalle rovine. Eppure, non rinnego nulla e non cerco di far apparire pulite le mie vesti e la mia anima.
Se rinnegassi le rovine che ho dentro, rinnegherei me stesso, un modo di sentire, persino di amare, di ricercare la luce. La luce mi interessa, certo, ma non ricusando il buio. Un po’ Montecristo, un po’ nomade ora taciturno, passo le mie giornate in un esilio voluto, necessario, atteso. Ascolto heavy metal vintage di giorno ed elettronica minimale di notte. Ritrovo gli anni che ho perso, in qualche modo. Leggo. Sto in silenzio. Guardo e non commento. Scatto più foto di quanto abbia mai fatto nella vita, ma senza la smania di condividere. La morte me la porto dietro, e quando la semino mi chiedo se si sarà fermata a prendere un caffè, a molestare qualche altra anima tormentata, o a imprimere foia sessuale e pulsione di vendetta in inconsapevoli dormienti.
Non è affar mio. So solo che cerco di respirare. E che, come tocca a quelli come me, il ritorno è un obbligo che non apprezzo, proprio come quello, ormai sbiadito, di dover piacere “in un modo costruttivo”.
Rovisto tra stelle spente ma non morte, sono lontano, non torno. Mi riciclerò per l’ennesima volta come spettro.

©Luca De Pasquale 2019

05/09/19

Rauchen verboten. È il tramonto.


Non fumo da quasi quattro giorni.
Si tratta di una notizia clamorosa, per me stesso e per chi mi conosce. È dal 1994 che non mi concedo giornate senza fumo. Mai provata un’astinenza così assurda e infame. Strenuamente, con addosso un nervosismo alla catena, resisto. Non avrei mai potuto immaginarmi senza l’appendice sigaretta.
Faceva parte della mia gestualità e del mio modo di pensare. Mi sento orfano e confuso, ma tengo botta con l’orgoglio tipico delle retrovie.

“Smetti di fumare per la salute o per la tasca?”, mi ha chiesto stamane un commerciante. Domanda del cazzo, occorre dire. Smetto per entrambi i motivi, chiaro, ma di mezzo c’è anche una sfida, un regolamento di conti con me stesso, tenzone che incombeva da parecchio.
Di diventare un virtuoso a quarantasette anni francamente me ne fotto. Non ho letto alcun libro che mi abbia convinto, circa l’interruzione del vizio. Lei, la sigaretta, mi manca assai. Una meravigliosa puttana arrotolata dal fascino ineffabile. Mi manca, ma va bene così. Ridurre, come tutti i fumatori sanno, non serve a nulla; è solo l’anticamera di una nuova, intemerata, accelerazione. Non voglio rimanerci.

Da quando ho preso la grande decisione, mi è scoppiato, come per contrappasso, uno spaventoso raffreddore; come se naso, bocca e gola si fossero ribellati all’unisono per la sparizione della mia bionda preferita.
Contestualmente a questo, mi sono posto domande scomode. Scomodissime.
Si può essere dannati senza le sigarette? Dove finisce tutta la cupezza letteraria pazientemente sedimentata, con la morte del grosso vizio?
Come scriverò, senza lo zuccherino di nicotina come obiettivo finale?
Come fuggirò dalle situazioni di imbarazzo e fastidio? Con quale pretesto, con quale disinvoltura claudicante?
La sigaretta elettronica, inutile dirlo, non mi interessa. Su di me avrebbe un effetto straniante e grottesco. E poi non mi va di fumare essenze di pistacchio e manalishi erotico, a quel punto bevo una boccetta di Narciso Rodriguez rosa e poi mi appicco il fuoco, magari vestito da donna.

Diavolo, dovrò anche cambiare il nome al blog. Questo non lo avevo considerato.
Quella che sarà forse una rinascita della mia salute e dei miei polmoni, per ora è una gran rottura di coglioni, i cui buoni auspici sono nascosti dal raffreddore uragano che mi ha raggiunto subdolamente.
In questo momento, per essere precisi, non fumo da 74 ore. Incredibile.
Ho dato via sigarette, accendini e posacenere per non cadere in tentazione. So di avere la forza per smettere del tutto, e non solo per quello. La mia è una strana volontà, da diseredato, da persona fluttuante e dalle radici nascoste da una coltre di nebbia, la mia volontà è straordinariamente efficace perché ho sempre accettato le deviazioni e le sconfitte. A uno come me non vengono le nevrosi da incertezza o l’ansia da prestazione. Non sento di dover dare conto, se non a pochissime persone scelte; di certo non alla società e neanche al buon senso di conio. Per cui sono libero di rispettare le promesse e le sfide senza andare troppo sotto pressione.

Non credo che scriverò molto qui sopra, prossimamente. E non certo per questioni di tabacco e affini. Mi concedo una deviazione dal rumore sordo, dall’incomunicabilità noiosa, dalle speranze danneggiate, dai richiami erotici che arrivano già morti nelle confezioni profumate e nelle lettere in bianco, mi prendo una pausa dai luoghi comuni complicati che genero all’interno della mia notte interiore, stacco il citofono e non rispondo, tanto alle chiamate di normalità che a quelle di passione.

Ho smesso di fumare.
Non c’è nulla di eroico e rivoluzionario. L’ho portata troppo per le lunghe, come tante altre cose. Ho abusato del mio fisico e della mia stanchezza, ho praticato una bieca ritualità che non mi eccitava neanche. Fumavo ormai senza sentire il sapore e, soprattutto, senza sognare più.
Mi piacciono le sfide.
Mi piace vincerle e questo è ancora più incredibile che smettere di fumare.
Non mi resta che chiudere questa nota con la frase che usavano le avventure in rottura precoce dopo qualche poster di baci e toccatine: “Senza rancore, ci si vede in giro”.
Non è mai vero. Non ci si vede, non ci si sente, ci si dimentica pur ricordando benissimo alcuni dettagli e molti sguardi. Gli esseri umani amano giocare spesso al cambio di orizzonti.
Io preferisco superare gli orizzonti e perdermi le feste.
Allora ci si vede in giro.

©Luca De Pasquale 2019

03/09/19

Nostalgia della puttana trasparente


Quando scoppia il temporale, mi viene da pensare che è troppo tardi per i miei gusti. La pioggia doveva arrivare prima, accompagnata da lampi, mille saette nel cielo notturno. Così, lenta e già depredata, la tempesta è tardiva.
L’estate è passata, le strade sono tornate caotiche, le comunicazioni sono isteriche, narcisistiche, prive di fascino reale.
La libertà non esiste: è solo un concetto astratto per irretire i ritardatari del piacere, della libido e della fede indotta da paure.
La libertà non esiste, forse nemmeno nei libri, anche se a tanti piace pensarlo.

Questi sono giorni particolari.
Non ho voglia di parlare. Non ho nemmeno molta voglia di scrivere; la cosa può avere una valenza inedita.
Penso spesso alla giovinezza e, dovessi incontrarla in qualche strada buia, mi piacerebbe comunicarle che è stata solo una troia. Una troia tappezzata di illusioni, mentre mi pioveva dentro e cercavo di essere un artista. Un taciturno, nevrile, esagitato artista del cazzo.

Mi accorgo da come saluto le persone, che non ho voglia di parlare. Non provo stimoli particolari, se non aprire caramelle durante la notte e concentrarmi sui piccoli dolori con il microscopio.
La pioggia è arrivata, troppo tardi per i miei gusti. Adesso non vale più.
Mi addormento facilmente, mi sveglio infinite volte nella notte. Stanotte, un’attrice mi baciava a una festa di cassintegrati: mi sono risvegliato di soprassalto, ridendo.
Alla festa dei cassintegrati, un mio ex collega calzava dei mocassini color merda; come del resto color merda è l’anima dei chiacchieroni in vena di giustizia sommaria per la mente, il corpo, i genitali e gli svaghi.

Sono entrato in una chiesa. Mi sono fatto il segno della croce dalla parte sbagliata e non ricordavo un solo frammento di preghiera, di orazione trafugata in casa. Niente. Un pezzo di carbone in piedi in una chiesa.
Mi sono sentito un imbecille, forse un po’ snob, a conti fatti; come se la fede, nel tempo che fu, potesse sporcarmi la fedina interiore. Resta, eccome se resta, che credo solo alla notte e dunque tutto può essere vago, multiforme, passando da feritoia a ferita, da avvicinamento a estinzione.

Ieri sera, di nuovo il documentario su Valerio Zurlini, “Gli anni delle immagini perdute”, di Adolfo Conti.
Per tutta la durata del documentario, ho avuto una voglia quasi dolorosa di fumare e di lasciarmi andare. Le immagini, splendide, rubate in hotel di Rimini e Riccione durante profonde notti invernali mi hanno acceso come un bengala, breve ma potente.
Le parole di Zurlini, i suoi luoghi, la sua incredibile, elegante, amarezza esistenziale. Questo è ciò che mi fa innamorare, non il casino e i sorrisi per troppe persone.
Troppa partecipazione disperde e scioglie ogni possibile unicità. Il troppo fatalismo diventa stupidità non controllata.
Le domande e gli interessi andrebbero calibrati meglio. La giovinezza ci ha fatto male, ci ha spinti a imbarcare utopie con gli occhi spalancati, gli occhi di chi spera e si affida. Abbiamo creduto a quasi tutto e ce lo siamo presi tutto in culo, restando nei cantucci abbandonati della nostra fantasia a contare monete, orgasmi casuali, polvere di streghe e parole da vendere a qualche editore bendato o eccitato.

Credo che chi risorge in società si sia prima vomitato sulle scarpe.
La giovinezza è stata una veloce puttana trasparente, e rimpiango senza ritegno le nostre ore liete, con gli occhi aperti e la porta di casa chiusa.
Un bel regalo per le notti di mezza estate è essere dimenticati.
Una bella beffa da perseguire, invece, è passare alla prossima stazione esistenziale con un cravattino raddrizzato, un’oncia di fede nel petto, la lingua pulita per baciare profondo le attrici notturne e un annunciato romanzo da far passare per una rinascita evocata con sapido pathos.
Godevamo e invecchiavamo.
Per questo, solo per questo, meriterei l’esilio. E in fondo lo cerco, tra uno scatto di sport creativo e una ritirata del cuore.
Perché è vero che la speranza non ha mai cambiato il tempo dell’indomani; e che arriva il momento in cui finalmente si dorme senza sogni.
Prima, però, brillare. Fare luce ai piedi, ai rischi, ai fantasmi. Prima di addormentarsi, non morire.
È questo lo sforzo più straziante di una vita, non morirci dentro.

©Luca De Pasquale 2019

25/08/19

Serve and volley esistenziale


Il tennis come metafora della vita.

Avevo solo nove anni quando ho iniziato a guardare ore e ore di tennis con mio padre, le telecronache di Guido Oddo da Parigi, Roma e Wimbledon, quando la Rai ancora dava peso a questo magnifico sport. Naturalmente, non ci perdevamo nessun incontro di Coppa Davis e io acquistai anche un illuminante libro di Rino Tommasi. Mio padre amava i giocatori serve and volley e detestava i “pallettari”, tant’è che per spiegarmi l’arte del gioco a rete, delle volée, delle veroniche, dei lob, ricorse alla narrazione scrupolosa della vittoria di Adriano Panatta al Roland Garros nel 1976.

Mi appassionai rapidamente, facilitato anche dall’avvento di colui che ha rappresentato per me la somma eleganza del tennis: Stefan Edberg. Con la nitida complicità di mio padre, diventai il più sfrenato tifoso di Stefan, che ovviamente preferivo di gran lunga a Becker, Connors e Courier. L’era dei Bruguera, dei Corretja, non mi contagiò. Il “vero” tennis era servire e prendere la rete, a dispetto di qualsiasi rischio, a costo di perdere il match. L’importante era la bellezza. E già allora vedevo il tennis come metafora della vita; meglio prendersi tutti i rischi, primo fra tutti quello di essere trafitto da un passante velenoso, che attendere l’errore, il proprio o l’altrui.
Ecco perché Edberg, e con lui Stich, Noah, Krajicek, Leconte, Pioline, Amritraj, Rafter, Cash. Al tempo di giocatori serve and volley ce n’erano ancora parecchi, tutti di qualità eccelsa; ma qualcosa nell’aria già segnalava la loro futura e mesta dipartita, sostituiti da giocatori fisicamente solidissimi, robotici, attendisti, e dal loro gioco funzionale, crudele, scontato, muscolare.

Quando si palesò il tramonto delle racchette di legno e del serve and volley, mio padre cadde in sindromi nostalgiche più che comprensibili e io, io furbamente iniziai a considerare sempre più il doppio e il doppio misto, specialità in cui non andare a rete può essere un errore fatale.
Del resto, ero cresciuto a suon di match incredibili di doppio maschile, con la grande coppia australiana McNamee/McNamara, con la coppia europea Taroczy/Gundhardt e, perché no, anche Panatta/Bertolucci.

Saltando ai giorni nostri, il segno dei tempi è che i giocatori serve and volley sono oramai mosche bianche, il più delle volte perdenti nelle occasioni che contano. Quanto al doppio maschile, oltre alle regole stravolte in negativo, c’è da dire che persino con la tv via cavo è praticamente impossibile assistere ad un match. Il doppio misto, poi, è totalmente ignorato dalle nuove generazioni, mentre si tratta di una specialità di tradizione nobilissima, estremamente godibile da vedere. Ma è chiaro che i ritmi dei tornei di singolare non consente più a nessun giocatore di potersi cimentare in lunghissime maratone di doppio. E così accade che talentuosi giocatori al tramonto e meravigliosi perdenti si specializzino nel doppio, arrivando a ricoprire, per esempio, la settima posizione nel ranking del doppio e la seicentesima in singolare. Tutto normale, in un mondo che relega la bellezza alla nostalgia. Tutto spiegabile, in un mondo di ricchi montepremi, ritmi asfissianti, sponsor, diritti televisivi e scarso interesse degli appassionati, sempre più incentrati su un divismo pigro e spesso acritico.

Mi ostino, per quanto mi è possibile, a seguire con attenzione e passione tutti i tornei, compresi Challenger e Futures, non dimenticando mai di informarmi sui risultati dei doppi. Mi manca molto Stefan Edberg, così come mi mancano altri punti fermi di un’era, non solo tennistica, ormai tramontata. Nella mia testa e nel cuore permane il concetto originario, prendersi tutti i rischi, non aspettare, elaborare il volo anche in ritardo, tentare il tutto per tutto, non omologarsi alle tattiche vincenti. Ecco perché, restando all’oggi, mi emoziona veder giocare vecchi leoni come Radek Stepanek e Ivan Dodig, aironi stilizzati in attimi già dimenticati, gesto sublime che chiede solo di essere impallinato per continuare a essere leggenda di uomini malinconici, esteti e perdenti cronici. Ogni tanto accade qualcosa di strano, come Dustin Brown che demolisce Nadal, oppure veder giocare tennisti non completamente dediti al serve and volley come Benoit Paire, ma così insofferenti al gioco da fondo da tentare sortite assurde e variazioni di tocco, nel caso del francese spesso di puro velluto e altre volte velleitarie e indolenti oltre il consentito.

E poi c’è ancora Federer, spettacolo per gli occhi e per l’anima, garanzia vivente dell’esistenza di qualche divinità, oltre le nuvole più scure.
Quando King Roger deciderà di dire basta, sarà un giorno tristissimo per il tennis, lo sport in generale e la bellezza del mondo.
Eppure, strano a dirsi, è rinfrancante in qualche modo dover quasi combattere per assistere a match di doppio e sorprendere le persone spiegando candidamente che una finale di doppio misto a Wimbledon io la preferisco di gran lunga alla finalissima Champions League di calcio.
Non è il banale e ingeneroso amare le squisite cose fuori moda, tutt’altro; semmai è un abbarbicarsi alle ultime difese del bello che a furor di popolo sbiadisce per lasciar posto ad altro. Nulla di più falso: un doppio di alto livello sui cinque set, con quattro tennisti perennemente a rete e in acrobazia, è il cospicuo quanto raro rimborso per una nostalgia che sempre più, passando il tempo e le mode, si fa fierezza e persino stile di vita.
Io vengo a rete, a braccia aperte, pronto al tuffo, forse già vittima del tuo trapassarmi da parte a parte; però, a differenza di te, sono ancora innamorato del volo, e nei giorni strani anche della sconfitta.
Il serve and volley è un modo di vedere la vita, è un approccio esistenziale che nessun pallettaro mi convincerà a convertire in metodo furbo di risultato.

©Luca De Pasquale 2019



Adriano Panatta, Jan Kodes

Andres Gomez

Artem Sitak

Balazs Taroczy, Heinz Gundhardt

Benoit Paire

Clay Thompson

Dustin Brown

Gilles Muller

Henri Leconte

Ivan Dodig

Jeremy Chardy

John-Patrick Smith

Julien Benneteau

Jurgen Melzer

Lukasz Kubot

Mansour Bahrami

Michael Stich

Mischa Zverev

Nicolas Mahut

Pat Rafter

Radek Stepanek


Robert Lindstedt e Horia Tecau

Sergiy Stakhovsky




Taylor Dent

Tim Henman