24/09/18

Scrivere e farsi notte


Non mi sono mai piaciute le grandi case. Sono dispersive e non posso cucirmele addosso.
Sono un uomo da bivani, non di più; l'arredo mi piace spartano, minimalista, perché mi attrae il gioco dell'assenza di oggetti. In questo modo, posso decidere io che forma dare alle ombre.
La mia casa ideale deve essere piccola, su misura di un commesso viaggiatore, e deve avere una grande finestra sulla notte. Non chiedo altro.

Le grandi case sono funzionali quando devi prendere le distanze. O quando devi alzarti da un letto e viverti la tua notte, guardando qualcun altro dormire e fuggendo da quel grande ricatto desiderato che è la continuità affettiva.
Le grandi case servono a questo: misurarsi dentro e poi misurare quanto si vuole entrare nella vita delle persone.

Scolorisce intanto il giorno sulle facciate dei palazzi che confinano con la mia voglia di addii, da farcire nel modo migliore. Non vedrò più le navi passare illuminate sul mare, tra le tre e le quattro e mezza della notte. Non vivrò più quella suggestione che usavo per scrivere. Si passa avanti, tutto si trita e si macina nel grande cambiamento strombazzato, annunciato, pagato con tangenti di impazienza già da anni.

Al di fuori della retorica “rinascimentale” dell'anima c'è tutta una vita da vivere e un mondo da scoprire. Con spigoli, morgane e caccia all'uomo.
Al di fuori delle feste e dei divertimenti c'è un universo di piccoli gesti di resistenza che vale più di ogni fottuto party socializzante.
Al di fuori del noioso orgoglio che ci fa urlare “guarda dove sono arrivato”, c'è il vero amore. Che, in quanto tale, se ne fotte dei risultati da spiattellare.
Al di fuori del penoso gioco delle appartenenze partitiche e ideologiche, c'è la vera politica di resistenza, stare con gli ultimi e i diseredati senza suonare il liuto alla festa del movimento, leggendo ingombranti e inutili poesie terzomondiste.
Al di fuori degli amori che credevo di aver vissuto, c'era, forte e diseredata da me stesso, la passione che nutre i miei giorni, il sangue caldo che mi porta insonnia, autodemolizioni, sogni, tentativi in equilibrio sulle stelle, un occhio ai fantasmi e l'altro alla luna.
Si deve scrivere per incontinenza di vita, non per pavoneggiarsi. Si deve scrivere dall'ultima finestra del castello di sabbia, non da una stanza accessoriata. Si dovrebbe scrivere senza mai dire -di persona- l'editore per il quale si scrive, con quell'eccitazione pletorica e vanitosa che rende gli scrittori dei banali dipendenti di qualcuno. In troppi scrivono perché non hanno l'amore o non sono soddisfatti di quello che vivono. Sublimano. Io voglio scrivere per troppo amore, che significa ammettere “tutto è troppo, e troppo mi sfugge prima che lo capisca”.

Scrivo perché mi manca il mare anche quando lo vedo o mi ci bagno.
Scrivo perché sento l'amore fuggire anche quando lo costruisco e lo difendo.
Scrivo perché io non sono abbastanza per quello che provo.
Scrivo perché amo i fantasmi, se riescono ancora a carezzarti.
Scrivo perché so che non venderei mai un piatto di rabbia a qualcuno che amo per davvero.
Scrivere per me è un atto di resistenza, è certificato di esistenza in vita, è sguardo comprovato e profondo senza calcolo.
Scrivere è fare notte, farsi notte dentro, senza dimenticare di vivere e senza smarrire il senso di lealtà verso l'anima degli altri.
L'amore non è un gioco, non è un pretesto, non è un profumo da sprigionare per difesa strenua, come animali ciechi in cerca di Dio.

©Luca De Pasquale 2018

22/09/18

Consapevolezza dei bassifondi


È un tranquillo pomeriggio di caos.
Pacchi ovunque, scatoli, buste, grucce, vestiti appesi alle finestre come fantasmi, cartelline ammontonate sul pavimento. Il disco di Stan Getz con George Mraz procede in penombra, cristallino e nostalgico il giusto. Uno dei traslocatori ha generato in me un franco sorriso, quando ha detto “certo, questa è una zona residenziale, ci stanno i ricchi. Non è più cosa, eh?”
Non è più cosa, no. Il mio sorriso è durato quasi cinque minuti. Un sorriso di strana tranquillità, no che non è più cosa e in fondo non lo è mai stata.
Magari mio padre avesse conquistato lo stato in cui verso io adesso, la placida consapevolezza di non appartenere a quest'agiatezza inerziale che potrei anche definire generazionale.

Per tutta la vita, mio padre ha inseguito il buon gusto, l'arte, le belle visioni, gli ambienti raffinati, la compagnia di donne eleganti e sofisticate. Amava attorniarsi di quadri, libri, giornali, vestiti, profumi. Eccetto giornali e libri, tutta roba troppo cara per le nostre finanze. L'ho biasimato a lungo, l'ho criticato sommessamente, proprio non comprendevo perché avesse tanta voglia di accedere a cose che avrebbe dovuto invece considerare come precluse in partenza.

No, non mi offende affatto che il traslocatore mi dica papale papale che questa diroccata residenza non è alla portata delle nostre tasche. Mi è sempre piaciuta la dirompente velocità della verità non trattenuta per forma o rispetto.
Quello che mi offende, invece, è la spiccia volgarità del denaro esibito, la tracotanza di certa agiatezza, la parossistica ipocrisia di chi non vuole ammettere che parte della sua fortuna è solo ereditaria, non c'è nessun merito, nessuna parabola di fattività e concretezza. Solo fortuna. Ma si sa, i fortunati si sbattono molto per dimostrare l'impossibile, e cioè che ce l'hanno fatta da soli. Contenti loro di questa favoletta, bon e buona fortuna, amici lontanissimi e impraticabili.

Ho scritto e scritto e mi sono incazzato fino alla bava per le differenze socioeconomiche, viste in un quadro generale. La povertà rende ipocondriaci, questo è certo. La storia della povertà che spinge al riscatto sociale è un concetto perbenista dei più squallidi e faciloni. La spinta verso un riscatto sociale, concetto che in ogni caso non significa un cazzo, è tipica dei provinciali (non intesi come residenti in provincia), non dei poveri.

Mi dico: ho mai sognato una grande casa? No.
Ho mai veramente sognato di avere una casa a Posillipo? Non direi proprio.
Ho sognato di possedere un pianoforte a coda in un salone panoramico, per giunta senza saperlo suonare? Proprio no.
Ho mai sognato di girare il Sudamerica per allargare le mie esperienze? No, ma avrei acquistato un bivani a Oslo o Helsinki.
Sono mai stato un audiofilo, uno di quegli invasati che sognano lo stereo “che cambia l'ascolto”? Per niente, ma ho pregato a lungo per arrivare a capirne di musica, lavorandoci duramente.
Ho mai sognato di essere amato da una donna per la solidità che le avrei comunicato, per la vita brillante che avrei potuto offrire? No. Non credo in due cuori e una capanna, è un mito floscio da falliti, però l'amore facile grazie alla bella aria che tira è una cosa che mi ha sempre fatto schifo.
E ancora, ho mai sognato di essere uno scrittore riconosciuto per strada, acclamato da inquiete casalinghe con l'hobby della fuga mentale? Nemmeno per idea.

Sto cercando da tempo di attutire il disgusto per l'ambiente che tutto sommato mio padre inseguiva, e che comunque lo aveva accettato per la raffinatezza naturale dei modi. Voglio essere sincero per l'ennesima volta, confessando che il mio problema non sono i plutocrati, quanto i piccolo borghesi con le loro sporche smanie di pulizia morale, di agiatezza giustificata da chissà quale paventata sensibilità, nascosta però nei canali di scolo di abitudini apparentemente stimabili.

La mia è rabbia sociale?
Può essere.
La mia è rabbia dei bassifondi. Non si estirpa, non muore, non si pente.
Ho il cuore di un minatore e la sofferta coglioneria dei sognatori.
Mi considero uno dei bassifondi. La politica non c'entra niente. Niente. Anche se è chiaro che considero i valori della destra e dei movimenti populisti come roba incomprensibile e quasi sempre inaccettabile. Sono convinto che tra le persone abbienti e fortunate ci sia tanta gente per bene, interessata all'arte, alle idee, alle svolte interiori. Ma ci sono anche tanti, troppi, pezzi di merda profondi come una fessura di un bancomat. Niente di più. Gente che viaggia, paga, scopre, fotografa, crea associazioni, catalizza attenzioni e persone, ma che resta volgarissima, senza alcuna speranza di dirozzarsi. È l'effetto dei soldi.
Non dovrei scrivere queste cose. Rende impopolari, scrivere quel che si pensa, quando non ci sono casalinghe arrapate a proteggerti, con i loro contorcimenti di stomaco ed anima per ogni fesso aforisma pagato a peso d'oro proveniente dal loro panciuto e borghesissimo eroe.
Rende impopolari confessare che è vero, è difficile convertire la rabbia, sociale o antisociale che sia, in qualcosa di costruttivo e che alle spalle non si ha alcun movimento antagonista o finto antagonista del cazzo.

Ha ragione il traslocatore, non è cosa, uagliò.
Non dovrei vivere in posti residenziali. Tanto più che non mi piace citare Petrarca o John Keats al lattaio o al custode del cimitero, attitudine tipica degli uomini con il cazzo piccolo, avviluppati da un'insicurezza cronica. Ci sono in giro troppi uomini poco dotati sessualmente e con un ego ipertrofico e malaticcio.
Nemici da eliminare?
Un tempo.
Oggi, come cantava Demetrio Stratos, “consapevolezza”.
Consapevolezza dei bassifondi. Finalmente.

©Luca De Pasquale 2018




21/09/18

Per la paura in fondo a destra


Mi parlano spesso per citazioni.
Citazioni, aforismi, massime. Anche sbagliate, non verificate.
Quelli che ricorrono troppo spesso alle citazioni mi fanno tenerezza, perché li immagino sempre alla ricerca di nuovo materiale per andare a segno.

In troppi hanno ancora una paura fottuta del buio. Trovano che il buio sia sbagliato, angoscioso e deprimente. Le loro sono solo paure ataviche. Temono lo squallore, la solitudine, il rimpianto, così come tutti i prodromi della morte. Temono il fallimento del cuore e così si contentano di qualche orgasmo e di qualche conoscenza promettente. Cercano di farsi belli in qualche modo, perché hanno anche paura della bruttezza.
Hanno paura della diversità. Il sistema idraulico della paura li fotte giorno dopo giorno e loro a credere di migliorare. È patetico, in fondo. Potrebbe persino risultare tenero, se non si trattasse di una devastante recidiva cronica.

Alcuni pensano che andare a mangiare in un bel posto serva a mettersi l'anima in pace. Compresa la mancia al cameriere, a questo tipo di persone funziona.
Conosco gente nuova, ma il vizio è vecchio: senza speranze non si procede. Senza speranze non si vede la luce in fondo al tunnel.
Nessuno accetta il tunnel per quello che è, calandovisi completamente, oltre il buco del proprio culo, che sembra una zona limite prima che sia troppo tardi.

La società insegna che parole come “autodistruzione”, “rabbia”, “cupezza”, “pessimismo”, sono solo di grado negativo, usate in modo preponderante dai disadattati, dai disperati, da quelli che sono rimasti indietro. Si tratta di uno stupido meccanismo piccolo borghese che è duro a morire come la fede tramandata per dovere, la purezza del matrimonio, l'esibizionismo della beneficenza e altre tragiche inadempienze spirituali dell'animo umano.

Certe volte il confronto con la bonomia costruttiva che si annida giustamente nel cuore degli uomini diventa molto frustrante e l'incontro è pressoché impossibile. Senza l'ottica della ripresa, non si accetta nulla. C'è una cronica incapacità a vivere alla giornata, senza farsi troppe illusioni. Le illusioni sono il sale dei sogni, diceva qualcuno che non voglio ricordare, per non cadere nella volgare blasfemia delle citazioni obbligate.

Come a scuola, da bambini, dobbiamo scegliere a chi dare la parte dei cattivi. Come nelle comitive di principianti della vita, dobbiamo cercare di salvare quelli che scivolano. Come ottusi figli di un cattolicesimo frainteso e saziato a paure e pastiera, dobbiamo espiare i vecchi sensi di colpa facendo però pena l'attimo successivo. Altrimenti Dio si arrabbia, come un vecchio cane alla catena.
Come in tutte le società sudiciamente capitaliste e innamorate di un progresso che puzza di mani strette tanto a sovrani che a tubi fecali, abbiamo la necessità di estirpare la mala pianta del vicino, che rovina il nostro dannato modo di sentire.
Gli uomini “notte fonda” ci possono scopare bene, ma poi devono andare in qualche sala di contrizione a disinnescare il diavolo che hanno dentro.
Non sta bene viversi il buio come una torta, come una bella notte di sesso, come una vacanza. Non sta bene scoprire i colori del buio invece di vagheggiare la luce.
Mai avuta paura del buio. Ho molta più paura della falsa luce e di tutti gli esseri umani che annunciano progressi e tempi migliori, anche se fuori ride il Sabba delle cose distanti che tanto volevamo.
Ho paura di chi non riconosce la destabilizzante verità dell'amore, la sua forza contraddittoria, il suo misto di corruzione e purezza, la sua tragica fragilità di durata ed intensità.
Tutto il resto è lecito, se è viaggio, conoscenza, ricerca di sé. Chi non vuole correre il rischio dell'autodistruzione, che se ne stia a casa una volta per tutte.

©Luca De Pasquale 2018



16/09/18

Contrabbasso in alba senza nome


All'alba faccio partire un disco a picco sul mio panorama interiore, sulla strada deserta, sul silenzio che ci scontorna spietatamente, spingendoci a mostrarci per quello che realmente temiamo.
Il disco in questione è “Tid”, una meraviglia cofirmata da Tore Brunborg, Bugge Wesseltoft, Anders Jormin e Jon Christensen. Una perla rara. Qualcuno direbbe “jazz nordico”, io dico che è musica per la mia anima prima che faccia giorno. Il mio momento migliore.

All'alba mi sento libero, di giorno no. All'alba sono sì prigioniero dei miei schemi e delle mie strenue difese, però respiro. In questa particolare luce riesco a sentirmi addosso poco più di venticinque anni ed è come se fossi ancora il custode dei sogni che nel tempo ho intuito più che contemplare. All'alba mi sento pulito, vuoto e pieno, senza sensi di colpi. E senza legami, nell'accezione più nobile, se possibile, del concetto.

Durante il pezzo “VI” accendo una sigaretta e osservo divertito un cane randagio che insegue dei piccioni. Sono le 5e47 minuti, dice la vecchia sveglia elettronica di mia madre. A metà della sigaretta parte l'assolo di contrabbasso di Anders Jormin, musicista che adoro, ed ecco che il mio corpo inizia a vibrare, il suono maestoso risuona nei corridoi, nelle mie condotte a costo zero, esaltando quella che è a tutti gli effetti la mia gigantesca ricerca impossibile, quella di una coerenza.
Continuo a cercare cocciutamente, con spirito da pioniere ferito a prescindere, un punto di incontro tra ragione e impulsi, tra conservazione e desideri. Ma è un compito enorme, gravoso, che solo all'alba, appunto, riesce a stagliarsi con ordine nelle idee di fondo. E l'arte è lì, in questo caso il contrabbasso di Anders Jormin, a sorvegliarmi la coda rimasta senza veleno.

Dominato, cullato ed espropriato dal suono del contrabbasso, finisco la sigaretta, coltivando pensieri sparsi senza padrone. L'ho sempre detto, per me il contrabbasso ha una valenza esistenziale pregnante, è il mio gigante. Ogni tanto lo lascio lì, nella sua polverosa immanenza, per non farmi troppo male. È per questo che ho sempre preferito i contrabbassisti che reputo “esistenzialisti”, fusi a caldo con lo strumento, equilibristi sul suono, visionari e capaci di toccare le corde con la sola vicinanza, l'integra fusione che ho sempre desiderato con la scrittura e forse con l'amore. Fallendo spesso.

Ricordo che anche da bambino cercavo ossessivamente forme di armonia tra la mia vita e il resto che man mano scoprivo. Alle elementari andavo a scuola da solo, era vicino casa, con una cartellina pervinca che ancora conservo. Quel breve tragitto mi vedeva tranquillo, quasi felice, pronto ad innamorarmi di tutto. Il ricordo è nitido perché quella sensazione di placida ma fervida curiosità in pace con lo sguardo non l'ho mai più provata. Non so quando, ma un giorno mi sono svegliato con la mia vita addosso e tutto era diventato denso, febbrile, rischioso, azzardato, potenzialmente oltraggioso, e ogni viaggio sembrava costruirsi nella benedizione di una soffusa malinconia dell'altrove e dell'altro perpetuo.
Un giorno mi sono svegliato e mi sono ritrovato individuo tormentato, acrobata sul filo che avrebbe dovuto collegare l'accaduto e il possibile, il desiderato e l'imprevisto. Ho scoperto mio malgrado che il vero amore è un sentimento potentissimo ma innervato da colorate fughe di dolore in circolo; penso infatti che certe sofferenze siano le vene sul braccio di cielo di questa entità tanto venerata ad ogni latitudine.

Arriva lo spazzino della domenica mattina. Tossisce continuamente. Parla anche da solo. Ho la tentazione di affacciarmi e informarlo che vedrò lui e questa strada per altri quindici giorni e poi basta, finito, sarò altrove. L'altrove che così tanto ha deciso i miei movimenti, i miei amori e le mie parole, scritte o meno.
Anders Jormin continua a suonare imperterrito, il contrabbasso ruggisce e sibila nel canale sinistro delle mie cuffie, ed è per questo che sento, io già mancino, tutta l'energia da sfruttare principalmente nella parte sinistra del mio corpo e forse del mio cervello.
Mi muovo per preparare il secondo caffè, l'alba è finita, ora è giorno, tempo che rientri nei ranghi. Mi auguro di non indagare oltre, di non chiedermi più che fine ha fatto quel bambino ingenuo con la cartella pervinca e gli occhi innamorati dell'attimo dopo.
L'adulto che sono, l'uomo che impersono, a volte mi sembra più una reazione, una protesta, che un grido di libertà, quello che ho sempre inseguito.
Ho imparato a contrabbandare la notte che ho conservato dentro, la uso come merce di scambio quando qualcuno mi piace, frequentemente esagero nelle dosi e devo poi costringermi a nuovi spostamenti per dimenticare e ripartire.

Il jazz aiuta a riflettere, a pensarsi, a calibrarsi. Anche a proteggersi, se serve. Se per alcuni la salvezza è leggere, per me è principalmente ascoltare. È il suono a suggerirmi la verità, non il ragionamento dopo le belle letture.
Mi sto attardando, la magia della luce chiara si è persa, il disco è quasi finito. Ora c'è da avere solo pazienza, essere sobri, intelligenti e decisi a non esagerare con le dosi di sconcerto per garantirsi l'amore.

©Luca De Pasquale 2018





15/09/18

Chômage, insomnie et mutinerie


In ogni bar, ufficio postale, coda al bancomat, fila al casello autostradale, festa di conoscenti e forum musicale c'è sempre l'esaltato di turno che urlando e guardandosi in giro fiero informa i presenti che “la sinistra nel mondo non esiste più e ora si è aperta una nuova epoca”. L'atteggiamento è inutilmente trionfalistico, l'autoironia totalmente assente, così come il senso del ridicolo.
Non rispondo mai, non interloquisco, non perdo tempo a litigare con energumeni pronti a qualsiasi paradosso per confermare le loro tesi, ma certamente non li assecondo e anzi mi guardo bene poi dall'avere a che fare con i Tony Dallara del populismo.

Non intervengo mai, anche perché non faccio parte di quella schiera grossolanamente descritta da questi guitti, non sono mai stato visto come uno “regolare” di sinistra e questo è assolutamente vero. Non sono mai stato dogmatico, canonico, inquadrato, e i miei gusti vanno in direzione quasi diametralmente opposta al tipico “italiano di sinistra”. Vecchio problema che mi ha chiuso tante porte, tante quante sono state le frequentazioni fortunatamente sventate da quella che doveva essere la mia giusta parte.

Sono candido e franco se dico che per me è un discrimine essere dei tonitruanti populisti da locale pubblico. Sono sincero quando dico che basta un episodio en plein air di quelli sopra descritti per spingermi ad escludere un'amicizia, una sporadica frequentazione, addirittura una formale conversazione. Già non è che vada pazzo per le chiacchiere, figuriamoci se devo ascoltare stronzate senza contraddittorio.

Per fortuna, non ho mai vissuto con addosso l'ansia del comunicare e del confrontarmi, a differenza di molti amici collocati nella mia stessa area ideologica e sociale. Manco di buona volontà e pazienza. Ho quarantasei anni finiti, è anche ovvio che non me ne freghi una mazza di intraprendere lunghissime disquisizioni su politica, società e comportamenti umani. Preferisco di gran lunga il silenzio e, manco a dirlo, l'arte. L'arte, attenzione però, senza quella fastidiosa scialorrea comunicativa che sembra aver infettato scrittori, editori, operatori culturali a vario titolo, liberi pensatori e quant'altro. L'arte non può essere un pretesto per la socialità, se manca tutto il resto. Se manca l'umanità, l'arte è solo un vezzo da alghe dello spirito. Me ne fotto se suoni bene il pianoforte e componi struggenti poesie, se poi sono costretto ad accorgermi che non vali nulla e pensi solo al tuo giardino pensile con festini borghesi annessi.

In una spassosa serie tv di qualche anno fa, “Buttafuori”, Valerio Mastandrea ripeteva come un mantra la formula esplicativa “ho problemi con la gente”. Non credo di poter usare lo stesso postulato, ma è vero che la pazienza azzerata, lo scetticismo di fondo, il temperamento solitario, sono tutti elementi che mi spingono a concedere in relazione a quanto mi viene dato, e questa è un'autocritica. Non mi butto a capofitto nei rapporti. Difficilissimo che faccia io il primo passo, a meno che non si tratti di lavoro. Raro che io mi esprima pubblicamente per vedere che effetto fa. Preferisco guardare il mondo per riportarlo su carta, su carta con intimità, non ho nessuna voglia di aggredirlo con le mie idee e pure con le mie passioni, che pure sono lampanti e ben sospinte verso progetti autentici.
Non è l'aggregazione che mi interessa; cerco lo sguardo, mio e altrui, lo sguardo capace di andare a fondo e non fermarsi dopo la prima brutta curva. Ecco perché ho sempre trovato i dogmatici e gli utopisti chiacchieroni delle persone estremamente deludenti. Perché con questa smania del cazzo di costruire e sognare pulito si sono resi ridicoli, distanti dalla realtà, parossistici e persino noiosi.

Questa smania di collettivizzare tutto rovina la realtà e la dimensione dell'Io, e questo non lo permetterei e non lo permetterò a nessuno. Non siamo tutti nella stessa barca. Non è il mondo che dobbiamo raddrizzare, è che dobbiamo approfondire la portata dello sguardo senza rompere i coglioni con grotteschi anatemi e fratellanze inventate.
Da quando sono disoccupato, di idiozie raggruppanti e qualunquiste ne ho sentite talmente tante che potrei scrivere tre romanzi senza interruzione.
Tutti noi siamo nella merda”, mi hanno detto. Ma tutti noi chi? Ogni essere umano è per fortuna diverso, e per quanto mi riguarda l'anima viene prima di qualsiasi categoria. Tutto è, questo, fuorché individualismo reazionario, anzi. Se il singolo non si sente uomo, uomo presente a se stesso, prima che numero di una rivolta, ebbene per me quell'uomo non vale un cazzo.

Ho intitolato questa nota “Chômage, insomnie et mutinerie” non per vezzo gallofilo, piuttosto perché il francese lo preferisco in certe giornate e rende meglio che “Disoccupazione, insonnia e ammutinamento”. Con questo titolo, neanche i miei famosi venticinque lettori si darebbero alla lettura e avrebbero anche ragione.
Ma è vero che questi tre termini sono presenti nella mia vita. La disoccupazione da troppo, l'insonnia da sempre, l'ammutinamento è invece un modo di guardare al vivere che permette di sentirsi degni anche quando si perde di brutto.
Mi sono tante volte ammutinato anche con me stesso, e ho pagato per questo. Capiterà ancora, anche se ora sono più intelligente di quattro anni fa. Mi ammutino di fronte a chi vorrebbe che io iniziassi a vivere di ripartenze pilotate da altri. Mi ammutino con chi mi suggerisce di pregare umilmente per uscire dalla pozzanghera di demoni dove faccio vacanza abituale. Mi ammutino quando mi parlano di guru a pagamento, di nuova politica, di valori tradizionali da riscoprire e imporre, mi ammutino con chi pensa di farmi un complimento dicendo la cazzata “ma come è possibile che tu abbia avuto questo percorso? Uno come te!!!”

Uno come te” cosa significa?
Cosa starebbe ad indicare? Intelligenza, cultura, sensibilità?
Ma io sono anche un senza Dio, un ladro di emozioni, un cultore di dischi, un panda estinto che non si rassegna, posso essere molto stupido quando voglio.
Alla fine un meticcio, un incesto di classi sociali, pulsioni, appartenenze, ossessionato dalla violenza della vita e devoto alla dolcezza degli attimi. Quelli, quei pochi, da non disperdere mai.
Uno come te” non significa nulla. “Uno come te” sono io. E nient'altro, non sono un regno e non sono nemmeno l'ultima merda del pianeta. Sono io e quell'Io voglio rispettarlo, nutrirlo, anche violentarlo, per far uscire il sangue pazzo e poter finalmente guardare con calma il mio lentissimo, inesorabile, tramonto.
Un tramonto che manca di un elemento a tanti necessario, il fottuto lieto fine. Sono pessimista. In certe giornate quasi millenarista lucido. Sono culturalmente pessimista e non mi farò contagiare dall'euforia dei lottatori di idee. Siamo nella più completa decadenza, sono asserragliato in una fortezza cadente da cui guardare la decadenza con attenta indifferenza e voglia di colpi di coda continui.

Quando mi capita il populista di turno urlante nella folla, penso automaticamente al fatto che ho vissuto la maggior parte della mia vita con addosso un sentimento violento di disillusione misto a senso della lotta, e che per anni ed anni ho cercato il famigerato “suono del silenzio”. È anche per questo che amo così tanto la notte, il contrabbasso, il vento all'alba. O i dischi dell'Ecm prima maniera. E allora le urla non fanno per me. Mai. E tanto meno la cecità del credere in qualche novità croccante per agitati.

Qualche tempo fa una persona, pensando di farmi contento, mi ha detto “che bello, con la scrittura ti metti a nudo”.
Mica è vero. Non metto a nudo niente. Io scrivo con un cappotto di cammello addosso, da un faro in tempesta in un mare senza rotte. Le sirene sono miraggi dell'oscurità, i naviganti sono fratelli in potenza, ma non ci sarà un bel giardino dove festeggiare la conoscenza. Se fossi davvero fedele a me stesso e a quello che voglio, non sarei qui a scrivere.
Tutto quello che faccio è provarci. Nonostante la disoccupazione, l'insonnia cronica e qualche volta creativa, nonostante il perpetuo ammutinamento senza medaglie, nemmeno quelle fac-simile.

©Luca De Pasquale 2018

13/09/18

Palafitte su anidride carbonica (dedicato a Hugh Hopper)


Inscatolo, imballo, chiudo, scarto, getto via, rivaluto, soppeso, accantono.
A tenermi compagnia durante queste operazioni, dischi.
Sempre dischi. Con occasionali fughe sul balcone per fumare.
Il ruolino di marcia viene rispettato, c'è un'armonia di fondo, non si eccede nel correre, le pause non sono troppo espanse.
Intanto lo stereo va.

Tutta la prima parte di oggi è stata territorio sonoro degli Etron Fou Leloublan e di Ferdinand Richard, una vecchia -ma rinnovata e presente- ossessione giovanile. Il basso a sei corde e la voce sorniona di Ferdinand Richard, il cantato in francese, le ardite geometrie percussionistiche di Guigou Chenevier, tutto funziona al meglio e conferisce all'atmosfera un'ironia che vale più di un motore sotto il culo.

La scelta seguente è “5” dei Soft Machine, uno dei dischi che amo di più in assoluto. Un disco che è perfetto per il mio gusto e che mi trascina finalmente nei settanta che mi hanno influenzato di più, come appassionato di musica ma anche come persona. Il saxello di Elton Dean. Cazzo, indimenticabile. E poi due bassisti che hanno forgiato le mie orecchie, deliziandole: Hugh Hopper, maestro di saturazione e arrampicata, e il clamoroso Roy Babbington, un'istituzione dimenticata da troppi smemorati.
Disco incredibile, germogliato dentro di me in un caleidoscopio di curiosità e rimandi.

Quando si tratta di rifiatare tra nastro adesivo e qualche rimpianto fisiologico, ecco che compare un disco del quale ho parlato a chiunque per anni ed anni, trovando quasi sempre una risposta fessa a chiudere la questione: “No, non lo trovo, nemmeno su You Tube, sai com'è”.
No, non so com'è. Me ne strafotto se non lo trovi su You Tube, compralo di seconda mano, dici di essere un appassionato di vinile e mi crolli così...?
Ah già, i vinili ti piacciono nuovi, fiammanti, friarielli, 180 grammi, ti piace il suono vintage, ci spendi i meglio soldi eppure non sei curioso per un cazzo.
Il disco è “Live” degli Abus Dangereux, gruppo jazz rock francese sottovalutato in modo vergognoso. Grandi musicisti, perizia strumentale non ostentata e soprattutto un bassista mostruoso in questo live, Philippe Talet, da me citato non so in quante note e discorsi.

Talet è uno di quei bassisti che non nomina mai nessuno, in quei giochini un po' decerebrati sui dischi e sui musicisti da isola deserta. Gusto, groove, senso del rischio, controllo dell'armonia, presenza indispensabile nell'interplay. Bassista che si può ascoltare anche in un altro lavoro dimenticato, “Lightnin'” del bravissimo Andy Emler. Anche in quel contesto, Talet da applausi.

Chiudo l'ennesimo scatolo durante l'assolo di basso fantastico in “Balade à cinq”, e mi rendo conto che tutto quello che di meglio mi è rimasto di tanti anni randagi tra case, lavori, amicizie basculanti e relazioni gestite come palafitte sull'anidride carbonica, ebbene il meglio è la musica e la consequenziale conoscenza.
Rinuncerei a un bel mobile di ciliegio, ad oleografici quadri che rappresentano il mare di Napoli, rinuncerei a tutto quello che ho scritto, mai ai dischi. Rinuncerei a scheletri di rapporti consunti che si devono tenere in piedi per decenza concettuale e geografica, non rinuncerei ai dischi. In passato mi sono trovato spesso a dover scegliere tra acquistare dischi e andare cinque giorni in vacanza, considerate le finanze. Dischi, dischi e vaffanculo alla pensione familiare dove farsi venire lo sturbo per un'ospite sospirosa e vaffanculo anche alle comitive di post-quarantenni in cerca di rifioriture teleguidate.

Le mie estati migliori le ho trascorse in città, in perfetta solitudine, ad ascoltare dischi, a leggere, a girare di notte senza il senso del “gruppo” addosso come una condanna. Tra abbronzarsi e conoscere, preferisco la seconda opzione. Si potrebbe fare le due cose insieme? No, lo escludo.
E poi, troppi abiti mentali, troppi pregiudizi. Si può fare spesso “all'amore” anche con pochi soldi e senza patente, si può godere di libertà anche non fuggendo verso lidi esotici e fiordi a picco sul proprio malmostoso e fottuto senso di fallimento esistenziale.
Quello che manca a tante persone che si dicono di sinistra e dalla parte degli umili è proprio la capacità di considerare un fallimento personale e non solo collettivo o per forza di cose “umano allargato”. Un vecchio tallone di Achille che rende il mio essere di sinistra molto differente dalla prassi tuttora in uso. Sarò anche individualista, ma mi sento molto più a sinistra dei tanti Don Abbondio in giro, a caccia disperata di qualche nuovo idolo. Mai avuto sbandate populiste, centriste e men che meno reazionarie/movimentiste, e poi mai idolatrato il mondo intellettuale di riferimento, tante belle facce che quando sentono puzza di merda e miseria scappano tenendosi il sospensorio.

Meglio tornare allora ai Soft Machine, agli Etron Fou Leloublan, al grande e sconosciuto Philippe Talet.
Certo, non resta solo musica. In questa casa di famiglia, che lascio dopo ventun anni, è successo di tutto, anche troppo. Ho qualche bel ricordo, naturalmente frammisto ad altri che vorrei cancellare. Il gioco della vita e della memoria con le sue regole spietate e inerziali.
Di una cosa sono certo: in queste stanze ho consumato tonnellate di dischi, macinato ore ed ore di musica e di relativi studi, si tratta del migliore investimento della mia vita, anche se il mio mestiere è morto e sepolto o interpretato da ragazzini saccenti incapaci di memoria storica e di spruzzare oltre il recinto di casa. I ragazzini del vinile, li chiamerò. Ne dovete mangiare di stoppa, bambini. Non avete la curiosità della mia generazione, anche se sembra ci diate punti su tutto, anche sulla lunghezza dell'uccello. Ed è uno di voi, lo so, che mi troverò di fronte per un colloquio di lavoro che mi salvi il culo, un lavoro che fino a qualche anno fa non avrei fatto neanche sotto minaccia di un dildo gigante. Così gira la vita, che finirò tra le indifferenti ganasce di uno stronzo da poco diventato maggiorenne, pettinato al meglio e con una camicia firmata. Forse sarò costretto a dire sì e anche grazie a un qualsiasi stronzo. Anche mio padre ha vissuto in parte quest'esperienza, anche mio nonno paterno. Nessuno di noi si è mai scappellato troppo pur di avere pane e companatico, io sono l'estremista di famiglia e dunque ho poche speranze.
Sono cresciuto con “5” dei Soft Machine, qualcosa di cui essere fiero davanti agli anni che mi hanno scelto come soldato ce l'ho.
Il resto è tutto da scrivere. Ma non da altri. Ci penso io.

©Luca De Pasquale 2018







11/09/18

Vocazione all'invisibile


Impazzisco alla ricerca di una vecchia serie poliziesca francese, “François Kléber”, interpretata da Gérard Lanvin, sceneggiata tra gli altri dal “mio” Olivier Marchal e con musiche, peraltro bellissime, di Serge Perathoner e Jannick Top, ex Magma.
Niente. Trovo solo qualche puntata in francese su You Tube. Me lo faccio bastare.

Sempre così.
Sembra fatto apposta, ma quasi tutto quello che cerco è di difficile (se non impossibile) reperibilità e anche fruibilità. Dischi, film, libri, tante piccole arabe fenici che compongono un disegno destinato a rimanere imperfetto: ricercare quello che difficilmente si vede e di cui si parla in giro.
No, non è l’hobby della stranezza obbligata. Ma vallo a spiegare. In effetti, perché si dovrebbe perdere tempo a spiegare?
Non ho mai cercato cose che mi permettessero di avere qualche argomento spendibile in più con i tanti convitati di pietra che la vita offre a piene mani.
Sarà duro a dirsi, ma in questo senso la verità è che non cerco in alcun modo passioni da condividere: sportive, politiche, musicali. Se c’è o ci sarà condivisione, dovrà essere spontanea, non un cappio al collo. Nessun obbligo di socializzazione e di adunata.

La passione per il cinema francese e per i polar, per esempio, mai condivisa con nessuno. Non sono andato a cercare con il lanternino patiti di Chabrol e Melville, o peggio ancora di Jean Eustache e Doniol-Valcroze.
Di Truffaut parlano in tanti, spesso completamente a vanvera e solo per posa. Soprattutto certi uomini pensano che a citare Truffaut in presenza di donne si diventi in automatico seducenti, una cosa grottesca che impera in certi ambientini tinteggiati di intellettualismo costruttivo.
Truffaut è la citazione passepartout, serve a qualificarsi come persona curiosa, sensibile, tutta da scoprire. Nella maggior parte dei casi da scoprire non c’è nulla, anzi, meglio evitare.

Di certo, alle cene –che ormai diserto e mi disertano- non posso parlare dei Magma, e credetemi, anche mettere in mezzo argomenti come Puskin, Godard, James Turrell ed Emil Nolde non è che cambi le cose. Tutto sta ad accettarlo. Fregandosene, senza cadere nell’arroganza, di non poter condividere che poco, pochissimo, quasi sempre male.

Alimento dunque la mia vocazione all’invisibile (o, fate come volete, al “poco frequentato”) senza alcuna spocchia di unicità, atteggiamento che detesto ritrovare negli altri, figuriamoci in me stesso. Non posso farci niente se non mi piace parlare di locali, di viaggi strabilianti, di pilatesco ed agitato animalismo 2.0, di scenari politici trattati come una succursale merdosa dei peggiori cloni degli indimenticati libri Urania. Non è di mio gusto agitarmi come un coglione nell’urlare a qualcuno “cazzo, l’ho letto anche io, è un libro clamoroso che mi ha cambiato la vita!”
Con i viaggi si va anche peggio. Molte persone credono di essere delle continuazioni modernizzate di Chatwin, ma è così triste. Se parti per la Namibia dei tramonti immensi ma mi torni più viziata di prima, mi dici che cazzo dovrei frequentarti a fare? Me lo dici?
Se non cambia qualcosa nel tuo sguardo, se non ti decidi ad uscire da quel mondo fatato fatto di speranze che non devono chiedere la carità, se vivi in funzione dell’innamorarti, cosa mai abbiamo da dirci? Se cerchi solo rimedi all’infelicità, noi non parleremo mai e io non avrò altro da offrirti che una distante, definitiva gentilezza.

Ogni sera vado a fumare sul balcone, lasciando la stanza al buio. Lontana ma visibile c’è una finestra sempre accesa, dove puntualmente vedo una donna che tira a tardi stirando e piegando, piegando e stirando. Capita che con tre sigarette in tre ore lei sia sempre lì, imperterrita, stakanovista. Ogni tanto intravedo una figura maschile che passa veloce senza fermarsi. Quella donna mi appare tanto sola quanto invisibile. Mi incuriosisce, ma sono quasi certo che se la conoscessi finirei con il restare deluso da una rassegnata ordinarietà. Meglio lei, in ogni caso, che la follia autoreferenziale di certe volatili artiste del depistaggio mentale. Resta il fatto che quella donna stira di notte per ore ed ore, senza mai abbandonare la sua postazione, mentre io sono solo un uomo nero con una brace accesa a scansioni orarie, anche io solo in quel singolo momento di riflessione e di tregua.
Chi di noi due è più fottutamente invisibile?
Lei con le sue camicie e lenzuola o io con François Kléber, i Magma e la fissa incomunicabile per i romantici russi?
Lei, con il suo essere moglie composta e silente, o io, capace di contrabbandare la mia disoccupazione per scapigliatura e resistenza? Chi è più solo, chi più fottuto, chi dei due passerà sotto le vesti di Dio senza neanche fare vento?

La notte, per quanto dama di infiniti sospiri, non offre risposte del genere. Ieri notte sono andato finalmente a dormire con il giro di basso di “Bullet the blue sky” in testa. U2, roba di cui si può parlare con tutti. Li ho amati anche io. Adam Clayton non è un virtuoso del basso, ma è uno di gusto, soprattutto agli inizi. Ciò non toglie che non parlerò mai con nessuno della mia vecchia passione per gli U2: preferisco coltivare la vocazione all’invisibile, meglio Faust’O, i China Crisis prodotti da Walter Becker o i francesi Transit Express, che somigliavano ai Brand X.
Che stupido che sono. Neanche i Brand X sono mai stati un argomento. Lo diventano quando riveli che ci suonava Phil Collins. E nemmeno.
Vocazione all’invisibile, il tempo corre, zero citazioni, no perditempo, skyline privata e notturna di città distanti per sognare senza disturbatori tra i piedi.

©Luca De Pasquale 2018







10/09/18

Mise en abyme


Rispetto ad un tempo, non me la sento più di attaccare l’ostentazione del divertimento. Non ne ho il diritto e la voglia.
Resta, però, il fastidio non trascurabile per l’ostentazione dei mezzi che portano a quel divertimento. Non posso soprassedere sul lusso, sullo sperpero, sulla vitalistica (in apparenza) sbadataggine del consumismo usato ai fini di raggiungere un’indimostrabile felicità.

Da parecchio, ormai, sto cercando di curare la mia insofferenza dentata nei confronti di tante cose, atteggiamenti, ambienti, persone. Voglio curarla ma non sradicarla, non posso annullarmi fino a questo punto.
Di sicuro devo smetterla con scrittori e scrittura, un mondo che mi innervosisce ancora troppo, per via di un rapporto irrisolto, fatto di false partenze, delusioni, nessuna assimilazione, estraneità, tedio, insanabili divergenze esistenziali.
La cruda verità è che non sono interessato a nuovi scrittori e non leggo quasi nulla di contemporaneo, a margine di ogni possibile atteggiamento snobistico. Forse volevo entrare in quel mondo per creare scompiglio e per ammutinarmi per l’ennesima volta.
Non lo so più, perché ho desiderato di entrarci. Non ho mai seriamente pensato di smettere di scrivere, di sicuro ho smesso di guardare quel mondo con l’ambizione di trovare una mia collocazione. Quando leggo della promozione e dell’autopromozione che gli scrittori vivono, vengo catturato da una seccata apatia che me li fa quasi compatire, quegli scrittori.
E allora da oggi non si parla più di scrittori e di scrittura. Si scrive solamente.
Perché continuare a schiumare rabbia contro una categoria che non invidio nemmeno? Se devo essere schietto fino all’abiezione, devo confessare che non sono neanche entusiasta di conoscerli, gli scrittori. Non sono stimolato a confrontarmi perché preferisco quasi sempre il silenzio. Non valuto gli uomini in base al (presunto) mestiere che svolgono. Sarà perché l’unico mestiere che mi emoziona non è il loro. Sarà.

E allora, prendiamo due piccioni con una fava.
Basta scrittori e basta anche con i soldi. Quelli che non ci sono e quelli che vedo scorrere a fiumi nonostante i continui pianti dei più abbienti.
Tra me e la tranquillità economica c’è, in tutta evidenza, un irrisolvibile equivoco di fondo.
Non è colpa mia e nemmeno del tanto citato “sistema”, il quale non è altro che una macchina cieca e puzzolente che tutto stritola per continuare a garantire il bucato pulito e i sogni intatti a pochi intimi.
Altra vexata quaestio che andrebbe rimossa dalle tematiche più trattate da questo tenebroso e notturno blog dai lettori fedeli e forse contati.

Anche perché non sono roso dai demoni dell’emulazione del funzionante.
Non leggo letteratura e narrativa “da bere”. Adoro i noir, non i gialli. Mi piacciono le storie di fallimenti, di vendetta, di isolamento creativo; la violenza può anche conquistarmi se c’è un fine ultimo. Il sesso, meglio quello sporco e disperato che quello familiare con sfondi vacanzieri da urlo.
Per me la vita è una sveltina, in cui per un attimo di piacere si è disposti anche a farsi ferire, non un continuo e svenevole atto d’amore esibito.
Hamsun, non Baricco.
Jacques Mesrine, non il nuovo politico del cazzo al quale dare fiducia.
La musica, tutta eccetto quella da classifica e da fighetti.
Le sigarette, mica il salutismo nevrotico.
Le passeggiate notturne, non il trekking o il nuoto.
I posti deserti, non i suggestivi resort.
Le donne scorticate, non quelle che si rincoglioniscono con pratiche di salvezza e passatempi antirughe contro i dolori del cuore.
Gli anarchici, non i dogmatici.
I rifiutati, non gli inseriti.

Pur sapendo che sono un’autentica latrina intasata di contraddizioni, procedo a testa alta nella mia notte dell’anima, laddove mi sono costruito rifugi e malghe, dove so come arrivare al mare senza uccidere ed essere ucciso.
Quindi, alla vigilia di un importante cambiamento delle mie abitudini e del mio vivere, basta scrittori, plutocrati, fighetti, controfigure, invasati, creduloni, apostatici e sgrammaticati oratori, finti fratelli di ossessione.
L’anima non è un profilattico. Non ci puoi infilare il cazzo duro e poi, senza neanche aspettare che il tempo demolisca, intonare un madrigale alla luna e al silenzio.
Qui siamo maledetti fino in fondo. A tal punto che non ci crede quasi nessuno.

©Luca De Pasquale 2018

08/09/18

L'alba preceduta


Ho spesso la sensazione che in troppi passino del tempo a sperare di non essere dimenticati.
Credo di avere il problema opposto: sperare, senza violenza, che ci si dimentichi di me e dei luoghi comuni associati. Perché ognuno di noi è oberato da giudizi supposti, da vecchie abitudini cristallizzate nella memoria altrui e di quell’orrore autentico che è il percepire l’altro solo in base a come siamo, al nostro modo di guardare alla vita.

Buona parte della mia scrittura è dimenticarsi.
Non incrociarsi, non ritrovarsi, non comprendersi. Senza odio, senza rancore, quasi festeggiando. Festeggiare le differenze suturando le labbra.
Perché il silenzio, anche quello tra noi, è dannatamente importante.
Il silenzio è l’unico Dio capace di alimentare spegnendo. Impresa da cieli  scuri, impresa non alla nostra portata.

Mi sto alzando all’alba. Sempre. Accorcio ogni volta di più il tempo del sonno. Le scene che mi regala l’alba valgono mesi e mesi di vita, in particolare quelle a me più care, quelle dell’alba preceduta.
E da cosa?
Dalle più ammalianti spire del buio che i miei occhi abbiano mai visto. Quei tentacoli liquidi e sognanti che ti avviluppano, te e la tua vita, poco prima delle cinque del mattino.
Quello è l’orario ideale per dimenticarsi definitivamente, alimentando.

Alimentando i fulmini, la fedeltà a sé stessi, il valore del proprio percorso esistenziale. Senza finire sui banchi del mercato come un ortaggio mezzo morto.
Ho chiesto un numero infinito di volte di essere dimenticato; anche in corso di opera. C’è chi mi ha accontentato mentre ci stavo ancora pensando e stavo tentando di elaborare il papabile addio.
Senza drammi e senza pietosa retorica, esistono persone per le quali l’addio, non importa da quale parte scaturisca prima, è come respirare. Io sono una di quelle persone e lo è anche la mia penna.

Capita pure che l’addio sia un atto d’amore, di stima, di protezione.
Come quelli tarati sulla sottrazione, sono capace di questo fraintendibile titanismo.
L’addio può anche essere un’ammissione: troppo potente l’attimo per poterlo ripetere.
L’addio aspira a diventare abbraccio sincero a tutto ciò che non può accadere, e che in fondo non si può nemmeno sperare di comunicare con efficacia.
Chi è un addio non concepisce che si soffra per gli addii.
Chi è un addio non può avere paura di non essere compreso.
Chi è un addio è quasi obbligato ad amare la luce delle cinque, quando gli addii, anche solo mentali o del cuore frastornato, non sono messaggi pubblicitari o appelli d’aiuto.
L’addio giusto deve avere la sua cornice suggestiva, la sua scenografia, la sua iconografia basica. Poco prima delle cinque del mattino i demoni vanno a riposare, io mi alzo, il cielo è la sintesi blu e viola delle anime che si dilaniano nel mio corpo tranquillo, la musica la si ascolta diversamente, risuona, vibra, ti solca, ti incide.
Questi sono doni controversi che solo gli uomini-addio possono gustare, non senza una smorfia di malinconico fatalismo da smacchiare prima o poi.

Dimenticare alle cinque del mattino, nel blu violaceo che precede la ragione da organizzare. Dimenticare senza che gli altri lo sappiano ufficialmente. Dimenticarsi senza stupidi selfie, anche letterari. Detesto i selfie. Mi fanno soffrire, li trovo sinistri, inquietanti. Non rappresentativi.

Stanotte ho sognato la guerra e alle cinque ero in piedi con una tazza di caffè e i capelli spettinati nel vetro della finestra.
Ho poi camminato tra la gente, lentamente, e molti mi hanno sorriso senza motivo. Forse ero più leggero, promoter di addii e non di incontri. Tessera mancante nel mosaico di cui si può parlare con gli amici.
Dimenticare alimentando, scontornare il possibile accrescendo la portata del sogno. Non confidarsi stupidamente con i primi venuti. Amando quella luce meravigliosa, animalesca, interiore, di sopravvivenza e coraggio che si manifesta per pochi minuti, a cavallo delle cinque del mattino.
Senza i demoni della vendetta, dimenticarsi, sparire, amare in linea d’aria senza compiere un solo, arrogante passo.

©Luca De Pasquale 2018

05/09/18

Non attaccare, non dimenticare


Ci hanno insegnato ad attaccare e tentare di distruggere ciò che non possiamo avere.
Mi sveglio poco prima delle cinque del mattino con un sogno addosso, un sogno che mi destabilizza, mi sveglia del tutto e si raccomanda con un fil di voce, “non distruggere quello che non hai”. Che equivale a un “non dimenticare” senza costernazione e doglia.

Un anno fa o poco meno, in questo strano mese che è settembre, non dormivo. Quasi tutte le notti dello scorso settembre le ho trascorse da sveglio, a pensare, a trovare vie d'uscita alla frenesia, sfiatatoi dell'anima, strade alternative al senso di perdita.
Vivevo praticamente solo di notte, mi aggiravo nel buio chiedendomi con insistenza perché i conti non quadrano mai. E del perché siamo costretti a spiazzarci sempre, seminarci, dimenticarci, fraintenderci fino a considerarci errori, meccanismi, paradigmi.
E mi dicevo, severo e deciso a non darmela vinta, “non attaccare ciò che non può essere tuo, è da vigliacchi”.
Era diventato impossibile dormire. Mi sembrava impossibile tenermi a freno, stare fermo, accettare le mie strade, i miei palazzi, la mia geografia. La condanna del cercare in eterno, cercare senza neanche volerlo.

Amo svegliarmi all'alba, anche se qualche volta fa male al cuore. Fa male perché si finisce per ricordare tutto ciò che non appartiene, che non si può cogliere e vivere. Quando mi sveglio prima che sorga il sole, so cosa significa. Che devo fare i conti. Con l'interno e l'esterno. E non è detto che ne esca integro.

Quello che non mi piace di alcune persone è che pur lavorando sulla propria interiorità non fanno altro che cercare rimedi e sollievo. Lo scopo allora non è capire, ma solo, banalmente, stare meglio. Così però non serve a niente e nessuno. Bisogna cercare il suono profondo, anche se strappa il sipario, le certezze. Anche se rivolta le abitudini e il modo di pensarsi. Più il suono è profondo, più dubiteremo di tutto e tutti. Ma il gioco è questo, che lo si voglia o no.

Cerco di procedere in questo modo, alla ricerca perenne del suono, ed è così che perdo in continuazione. Guadagno chilometri di sguardo e intanto perdo luoghi, persone, contrabbando sogni e tutte le volte che mi ribello al solco finisco per diventare stupido e aggressivo. Perché attacco tutto ciò che non è a portata di mano, a sommario d'anima, cado nell'inqualificabile errore di chi considera le mancanze come avversari da debellare.

Non mi piaccio mai quando attacco. Mai. Mi giudico severamente, e poi mi punisco con un nuovo spietato calendario di assenze.
Utilizzo allora la musica e la ragione per asciugare le stanze dei sogni, mi pongo come camera oscura per il resto del giorno, lascio libere tutte le domande e azzero ogni risposta preconfezionata e comoda. Se potessi davvero seguire il mio istinto, dovrei iniziare a cancellare questo blog con un clic, riportarmi tutte le parole nel vecchio maniero, radunare i miei fantasmi, organizzare le mie brigate oniriche per una ritirata silenziosa e nient'affatto strategica.
Quando sto così, quasi sempre ascolto David Sylvian. La musica di David Sylvian ha un potere enorme, quello di pulire la scena interiore senza ricorrere alle menzogne, anzi.
Quando mi sveglio all'alba difficilmente resisto al bisogno di ascoltare “Thalheim” mentre fa giorno. È un brano che mi domina e mi aiuta a legiferare in modo equilibrato e sobrio nelle ore rimanenti. Una canzone che rende sovrani senza regalare oro falso e chincaglieria allo spirito.

Un anno fa non dormivo. Ero cittadino dell'insonnia e mi lambiccavo nelle pieghe della notte. Un anno fa studiavo l'impossibilità dolorosa dell'istinto.
Nell'anno che è trascorso da allora ho compiuto diversi errori, alcuni dei quali davvero stupidi. Come quello di attaccare ciò che manca, ciò che non si conosce. Gli strepiti del bambino oscuro travolto dall'impraticabilità dell'ubiquità, della fantasia applicata, della fuga perpetua pur di stare meglio.

Il sole sta sorgendo anche oggi. La luce che ho negli occhi ha un chiarore che fatico nel mettere a fuoco. Come se confondesse i contorni. Sto ascoltando David Sylvian e allora posso scrivere senza mentire che oggi mi piove dentro. Anche se svuoto le stanze dell'albergo non posso riparare le perdite che portano pioggia. La mia anima e il mio cuore hanno delle infiltrazioni. Non c'è siringa di cemento o realtà che tenga, devo accettare la pioggia.
Senza attaccare. Senza provocare scompiglio. Senza vendermi per quello che non sono. Non sono incazzato. Si tratta di un vecchio equivoco che cavalco per comodità, in quanto mi consente di non risultare troppo gradito e di potermi dileguare senza eccessivi sensi di colpa.
Ma io so quale verità risuona nelle stanze dell'alba, quando oltre a me e David Sylvian c'è solo il chiarore del giorno e l'educata ribellione alle tenebre che tanto bene custodiscono ciò che manca, lasciandolo fermentare e ammalarsi di precarietà dello sguardo.

Non sono la rabbia, semmai il nascondiglio.
Mai disprezzato l'amore, anche quando non è, anche quando scivola all'esterno di una tana attrezzata senza che le mani possano muoversi.
Il rancore è impossibile nel cuore di chi è sempre in cerca. Non cedete alle provocazioni delle mancanze. Non attaccate e non dimenticate.
Ora è davvero giorno e allora sì, devo ritirarmi.

©Luca De Pasquale 2018