23/06/18

Un posto di carezza tra le stelle della notte


Sempre e dovunque, sulla superficie terrestre, lo stesso dramma, lo stesso scenario, lo stesso angusto palcoscenico, un’umanità turbolenta, infatuata della propria grandezza, che crede di esser l’universo e che vive nella sua prigione come se fosse un’immensità.
Auguste Blanqui

La notte non mi contiene. La notte mi sposta come un pedone tutto occhi e fame, un pedone che però non ne mangia altri.
Passo da un marciapiedi all'altro, accanto a fontane accese e spente, percorro i miei fantasmi come strade, lunghissime strade di viaggio, scoperta, tregua e consapevolezza.
Non ricordo mai le parole che ho usato per descrivermi, presentarmi. Per scusarmi. Della presenza come dell'assenza. Non ricordo cosa ho creduto quando credevo; in compenso, ricordo benissimo come ho finto di odiare, rifiutare e scalciare come un asino.

Un senso di colpa gigantesco e gruviera mi prende quando vado all'attacco e punto qualcosa di vivo: perché so che ogni manovra d'attacco nasconde, e lo fa male, in modo provvisorio e malfermo, un gigantesco atto di difesa. Logica animale che non esclude mai il pentimento e la vergogna, attaccare per lacerare altre lame.

Conosco il gioco del pasionario, simulare l'ebbrezza della polemica, della ritorsione, della dichiarazione solitaria di intenti, il tutto per distogliere l'attenzione dalla reale attività dell'uomo, quella di viandante. Così mi sento e questo sono, un viandante/animale mezzo fantasma e mezzo azzardo che si sposta sulla notte per depistare e depistarsi in continuazione.
Non sono un pasionario. Non ho la stoffa, mai desiderata peraltro, di accendere idee rivoluzionarie nella testa della gente. Sono cresciuto leggendo e rileggendo “Le notti bianche” di Dostoevskij, sono entrato nella pelle e nella testa di quel sognatore, e a mia volta ho sognato di sognare come lui per ricevere la stessa punizione, il ritorno nel sottosuolo.
Per questo, quando mi scaldo, quando mi indigno, so che è tutto reale e contingente, ma non sono mai soddisfatto e pieno. Mi rileggo e mi dico che ho perso tempo, che ho affogato metà di me nella rabbia, nella contrapposizione, e mi trovo banale, prevedibile, deludente.

Mi preferisco alle prese con le illusioni, nello scomporle, nel ravvivarle, nell'analizzarle, nello svuotarle dalla loro pretestuosità iniziale per renderle passioni. Mi preferisco trickster come Loki, alle prese con qualcosa che sempre sarà per metà mio e per metà dei miei desideri e delle mie trasformazioni.
Se mi scoprissi a scrivere di nuovo e con veemenza della situazione politica attuale, degli scontri sociali, delle idee differenti che giocano al wrestling, sono certo che mi disprezzerei profondamente.

Devo trovare invece il senso alle persone fuori le chiese, la domenica, che aspettano altri per entrare a pregare, come se avessero bisogno di uno sprone.
Devo trovare il senso a tutto quello che è emozione, passione nascosta, pensiero difficile, sensazione senza domani, quello che noi usiamo per costruire un'interiorità alternativa a quella che non osiamo comunicare.
Devo capire perché sono attratto da tutto ciò che è oscurità.
Devo comprendere perché le rinunce hanno un impatto così forte nel prosieguo della vita degli individui.
Devo anche capire perché non ho poi tanta paura di morire. E perché, pur non credendo in nulla di dogmatico, sento che scomparendo avrei un posto riservato tra le stelle della notte. E anche tra le carezze senza ombra.
Quale trickster può avermi mai convinto di assurdità del genere?

Mi chiedono come sto. Cosa mi passa per la testa.
Mi verrebbe da rispondere “amo i luoghi dove non sono”. Il compiacimento è lontano chilometri anagrafici e una tonnellata di albe intraviste dalla finestra, di sbieco, lateralmente, respirando con ingordigia e cautela insieme.
A volte amo quello che non riesco a dire e scrivere, e sentendo di amarlo finisco con il ricercarlo sul serio. Così funziona con l'amore, la ricerca della presenza e dell'azione si manifesta in assenza.
Ricadrò nelle mie stesse trappole di barricata e di scompiglio. Come tutti coloro che pagano in tempo reale la loro maledetta inquietudine. Il mio rifiuto di grandi parti di tenerezza mi farà orrore e mi rifugerò nella scrittura come una talpa. Mi sentirò codardo, tenendo gli occhi ben aperti.

Conosco tante persone che vivono trattenute da anni. Trattenute, ormai abili nel mostrarsi come si pensa ci si debba mostrare. Conosco persone che sono scudi, fortezze, catapulte, abissi con il trampolino. Io stesso lo sono, con questo cinismo da ore piccole che mi accompagna come una corteccia ordinata al falegname pazzo che decide le mie paure.
So perfettamente come, quando e quanto sono un bluff. Mi hanno insegnato a comportarmi da eroe trasparente in avamposto scuro, non mi hanno insegnato niente che abbia a che fare con la quieta pazienza della verità. Tutto di fretta, tutto febbrile e virulento, le conoscenze, i lavori, il sesso, la scrittura, i sogni; tutto dietro i paraventi, nelle case abbandonate, tradendo puntualmente qualcuno, anche i semplici osservatori. Le necessità travestite da inganni, la smania del calore umano vissuta come vizio e oscena ingenuità, dunque da destrutturare su carta e nelle speranze degli altri. Non posso amare questa roba. Non l'ho mai amata e questa è una delle prime volte che lo ammetto.

Stanotte ho sognato che ero morto. Impiccato nella vecchia casa dei miei genitori. Al lampadario della camera di mio nonno. Entravo in camera e mi osservavo penzolare come un prosciutto stagionato, gli occhi chiusi, più giovane. Parti di me muoiono ogni giorno, non senza dolore di perdita e spaesamento tattico. Del resto è stata la mia regola di vita, un suicidio al giorno per rinascere e affermarmi vivo e con possibilità di sopravvivenza.

Non è la bramosia del riconoscimento a motivare le morti di vecchie parti della mia persona e della mia anima. Piuttosto, il superamento delle mie stesse trappole, la dismissione della beffa e dell'equivoco come sistema.
Non è più tempo di un suicidio al giorno per urlarmi presente.
Non mi piaccio quando urlo, quando protesto, quando faccio barricate e qualcuno osa anche equivocare la natura di quell'occasionale costruzione.
Sono un viandante alle prese con la bellezza da compiere, non cerco il punto di maggior risonanza. Parto dalla beffa e dallo scacco per arrivare a piccole forme di verità che non considerino il calore umano fuori legge.
Tutto ciò che è rissa e provocazione, sberleffo e prevaricazione, lo trovo abietto, filosoficamente plebeo, inutilizzabile per i miei fini ultimi, riservarmi un posto di carezza tra le stelle delle notti che non vedrò.

©Luca De Pasquale 2018




21/06/18

Coscienza di classe abissale


Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro.
Luciano Bianciardi

In fila al CAF per ottenere una carta servizi di bassissimo valore, mi imbatto in un tizio che inizia a parlare a voce altissima di quanto sia brava la figlia, di che ottima posizione "manageriale" abbia non so dove. La sua voce è querula, una tromba sfiatata con le emorroidi. Il suo sorriso compiaciuto è insopportabile. Ad un certo punto nomina pure Salvini, e per questo motivo inizio a non guardarlo più negli occhi. Non so come la pensa e non lo voglio sapere. Non me ne frega un cazzo. Non voglio litigare con lui e nemmeno lasciarlo parlare. Magari è uno di quelli che potrebbe darmi del “radical chic” o del “buonista”, e allora potrei anche saltargli al collo. Tanto che cazzo ho da perdere? Nulla. Quelli senza nulla da perdere bisognerebbe lasciarli stare, perché ragionano inevitabilmente in maniera diversa, hanno dovuto (e/o voluto) demolire sovrastrutture, mediazioni, concertazioni della cortesia svenevole. Quelli che non hanno niente da perdere sono lupi ai quali la steppa non piace più, forse non è mai piaciuta.

Ho smesso da tempo di occuparmi di come la pensano gli altri. Posso fottermene senza troppe conseguenze, perché non ho un libro in uscita, non devo giocare a fare il moderato con tante aperture da ogni parte. Non devo arruffianarmi nessuno per ottenere un posto. Non ho persone da coltivare come piantine di marijuana sul balcone. Se dovessi smettere di interloquire e interagire con tutti quelli che appoggiano il governo in carica o che delirano su migranti, banche, censimenti etnici e quant’altro, non avrei più rapporti sociali di alcun tipo.
Però voglio essere sincero intellettualmente e con me stesso: lo scoprire che qualcuno che conosco avalla Salvini e i suoi scherani è per me un preciso discrimine, un segnale che non posso ignorare, per cui il minimo che posso fare è non portare mai il discorso su temi che potrebbero innescare un confronto penoso e inutile.

Devo, e ribadisco devo, interessarmi molto di più della mia umanità, della mia capacità di andare oltre lo schema, e soprattutto di conservare la lucida visione della condizione che vivo e vedo. Io punto sulla mia coscienza di classe, non sulla contrapposizione esasperata con chiunque non la pensi come me. Questa visione lucida, spietata e senza alcun compromesso possibile la devo anche alle condizioni di vita, al disastro lavorativo, ai rapporti con compagni di lavoro emotivamente inadeguati, alla coglioneria della gente imbrattata di un pietismo di maniera, che nessuno richiede e di cui la classe lavoratrice non ha assolutamente bisogno.

Sono tempi durissimi, sconsolati, lì fuori c’è il deserto, la rovina, la puzza di merda dell’odio, del qualunquismo con il sangue agli occhi, del populismo social. Lì fuori significa nei discorsi, nel conoscersi, nel confrontarsi da fantasmi in un mondo di fantasmi, quello dei social in primis.
Da anni bazzico i Centri per l’impiego, i CAF, le anticamere maleodoranti e meste dei luoghi dove si tengono selezioni per posti che magari sono stati già assegnati. Mi sono trovato nell’inferno di file ASL o postali, c’era sempre qualcuno che urlava slogan con la saliva agli angoli della bocca, ci si è menati, si è augurato che l’altro crepasse immediatamente o che avesse una moglie infedele. La povertà che si massacra senza farsi domande, così, per fiuto di bandiera. Come siamo stupidi e poveri di spirito. La povertà che non si chiede perché è tale e prolifera; no, preferisce guardare il giardino del ricco, le sue comodità, preferisce tracciare con invidia la mappa degli spostamenti delle classi agiate. Siamo nella vergogna assoluta, la rabbia intestinale ci ha divorato persino gli occhi.

Ti si chiede, per buona pace, per educazione, di non accorgerti di nulla.
Di evitare lo scontro.
Di non prendere posizione, di non esporti troppo. Ti si chiede di avere pazienza con chi “non ha gli strumenti” (che alibi ignobile) per valutare se quel che dice è osceno, atroce, liberticida. Ti si chiede di non essere intellettuale perché non si porta e poi sei pure povero, i poveri non possono essere intellettuali, perché altrimenti significa che sei coglione e utopista.
Il povero deve pensare a rendere dignitosa l’elemosina che riceve o deve comunque dimostrare di meritarla. Lo deve fare lui: una delle peggiori forme della sua inerte schiavitù.
Non sono nato per questo, non sono al mondo per questo, creperò povero ma nessuno potrà darmi lezioni su come convincermi che anche essere ai margini è una fortuna, e che bisogna ringraziare qualcuno.

Mi hanno detto che boicotto i miei stessi rapporti (amicali, personali, occasionali) con persone “abbienti”. Non è così, ma è vero che l’esperienza mi ha insegnato che questi rapporti sono minati alla base da differenze sostanziali e da distanze non raggiungibili, anche con la reciproca buona volontà. Il ricco, se sensibile, si allontanerà da te parlando delle sue vacanze e della nuova vasca idromassaggio. Sarà sincero, nel caso, ascoltando la narrazione del tuo vissuto sottocoperta, ma alla fine una delle due parti innalzerà una barriera. Il ricco può essere empatico, ma non può comprendere la rabbia. È elementare e veritiero, punto.

Non ce l’ho con i ricchi: al contrario, mi sento tradito da una buona parte degli individui che appartengono alla mia stessa classe sociale ed economica, mi sento tradito dallo stesso subproletariato che difendo a spada tratta, mi sento tradito e anche turlupinato dal tono commerciale e gaglioffo, nonché retorico, di intellettuali assimilabili per educazione e sensibilità alla mia coscienza di uomo e di lavoratore. Da tempo immemore gli intellettuali –che a differenza dei populisti non disprezzo di default- hanno smesso di parlare al popolo, rifugiandosi in formulette di richiesto consenso tramite ostensione di sensibilità sociale. Una farsa che serve solo a preparare l’uscita del prossimo libro, insisto. Occorre diffidare potentemente di chi sceglie le parole migliori per esprimere ciò che altri vorrebbero dire senza riuscirci. Quello è illusionismo all’inizio e marketing editoriale subito dopo.

Non so se la persona di stamane al CAF fosse davvero salviniano, leghista o quel che diavolo poteva essere, so però che parlava di posizioni, parlava della grande bravura di sua figlia e di questo argomento non me ne poteva strafottere di meno. Gli ho risposto arcigno, mantenendo un’educazione basica, trattenendo una necessaria e focale frase pilota: “Guardi, la prego, la smetta. Non conosco sua figlia e le posizioni non sono per me categoria di pensiero”.

Sono tempi cupi, in cui si può scegliere se esacerbare il confronto, ritirarsi mestamente o preferire angolazioni differenti, probabilmente desertificate. Nel deserto però si riesce a riflettere, a riconoscere errori. Nel deserto si può anche creare, senza fretta, senza odio, senza medaglie.
Nel deserto, i peggiori uomini hanno ritrovato la coscienza. Quello è il premio, quello è il Dio dei poveri, la coscienza. Lei, non l’aumento di cinquanta euro per nepotismo o la possibilità di intravedere una posizione, quasi sempre equivoca ed immeritata.

©Luca De Pasquale 2018

19/06/18

Un ricordo di nome Dolore

Parevami di muovere in un mondo di fantasmi / E di sentir me stesso l'ombra di un sogno.
Alfred Tennyson

Accolgo Pietro a casa, ma da subito capisco che l'atmosfera è radicalmente cambiata da quando ci facevamo spaghettate e chiacchierate notturne nei miei monolocali, fino a dieci anni fa.
In quelle occasioni eravamo due amici che si avvicinavano ai quarant'anni. Oggi andiamo per i cinquanta, e di botte ne abbiamo prese entrambi, seppure di diverso calibro e genesi.
C'è qualcosa di naturalmente malinconico nei nostri sguardi, nelle pacche che ci diamo sulle spalle, nel forte abbraccio che inaugura il nostro incontro.

Quando entra in camera, Pietro nota che sulla mia scrivania ci sono dei dischi di Nick Cave e Mark Eitzel.
Buonumore, eh?”
Sono una panacea, una cupa e splendida panacea”
Su questo non c'è dubbio, Luca”
Poi iniziamo a parlare. Con calma, caffè e sigarette, la finestra spalancata su un mare lontano e forse non amico.
Come è mia abitudine, minimizzo facile tutto quello che mi accade perché mi annoio di raccontare con dettagli e con colore emotivo le mie vicende. Parlo dunque in modo asettico dei lavori saltuari e pagati di merda, di colloqui di lavoro saltati o ridicoli, dell'ennesimo trasloco, persino della febbricola che quasi ogni sera fa la sua comparsa, come a voler favorire l'avvento spettrale di tutto ciò che non riesco a gestire.
Pietro invece mi parla d'altro. Mi racconta di una donna che ha incontrato una sera e che non ha più rivisto. Lo fa sobriamente, senza accentuare ad arte le circostanze, lo fa con una profonda e inguaribile malinconia di fondo che mi arriva in tutta la sua pienezza. Una lugubre malinconia, educatamente disperata. Dice che la donna si chiama Federica, che è molto bella e non l'ha più rivista, per tutta una serie di motivi.
Ti eri innamorato di lei?”
No, ma ci penso”
In che senso?”
Non so spiegarmi perché non è nato niente”
Continua a raccontarmi una scrupolosa e asciutta cronaca di tutto ciò che non è accaduto, ed io devo evitare di sorridere. Perché mi verrebbe.
Federica, Federica, Federica. Il nome della sua fata assente risuona nella mia camera come una preghiera timida e insistente.

Mi sembra di capire che per Pietro è il primo vero incontro con ciò che non si compie, mentre io sono un veterano di sparizioni, di cose lasciate decantare anche per non sporcarle. Forse perché Pietro non si è mai sentito un ladro, come invece io mi sento da sempre, anche quando sono nel giusto, nel lecito, nella luce e non nella notte dell'anima.
La mia storia personale è popolata di fantasmi, di visioni, di amori veloci e rigeneranti come temporali estivi, tante volte mi è capitato di dover guardare qualcuno o qualcosa dal ponte di una nave, dalla banchina, da un finestrino opaco, dalla sala d'attesa di una piccola stazione dimenticata dalle mappe del bene.
Ci credo, che la sua Federica sia bella, e magari anche raggiungibile; così vera e raggiungibile da non poter essere mai realmente raggiunta. Come vita desidera.
Per Pietro tutto questo è nuovo, arrivare nei pressi di qualcosa, qualcosa che respiri e non si compri, e non poterlo prendere. E al tempo stesso non potersi dare. Per lui è una sensazione inedita e dolorosa.
E allora, per aiutarlo ad espettorare questo magone notturno e corrosivo, crudelmente faccio partire “Bullet Proof... I Wish I Was” dei Radiohead, che considero un brano adattissimo a questo tipo di sentimenti.
È una canzone sullo scomparire, in fondo; sullo “scomparirsi”, sullo spaiarsi, sul perdersi senza che si possa chiamare in causa il Dolore.
Ma i cinquanta anni cui sto arrivando mi hanno insegnato che ogni emozione tramontata non è mai solo vento taciturno della sera, mantiene stretto rapporto con il Dolore, quello non scenico, non immobilizzante. Quello è un altro gioco, un gioco senza luce che somiglia più ad una resa dei conti senza preavviso.

Mentre il pezzo dei Radiohead va e Pietro continua la sua confessione di amore e confusione, mi guardo intorno e mi è chiaro che molti degli oggetti che mi circondano hanno perso l'anima per strada. Se mai ne hanno avuta una. Anche un'anima simbolica. Pietro non scrive, io sì. Sono abituato quindi al vento creato dalle partenze, alle onde increspate e fonde del non più, sono abituato al riflesso della mia faccia mentre dimentico, sono persino abituato a guardare le mie mani mentre scrivo un addio senza enfasi, fingendo che sia il passatempo elettrica di uno spirito più bello e raro quando sommerso.

In fondo, la mia vita è iniziata con un addio. E allora, mi dico, è a me che toccherebbe consolare gli altri, i neofiti, i disillusi di nuova generazione, è a me che tocca raccogliere lo spegnimento di un moto vitale per non farlo diventare triste morte senza parole. Sono io il cantore occasionale di abbandoni, di stazioni saltate, di lacrime usate come salvagente, di ricordi così invecchiati da poter essere ravvivati solo con quel nome regale e sinistro, Dolore. Un nome che è una grazia, quando l'alternativa è vivere spenti in attesa del prossimo diversivo dall'abisso.

Sta facendo notte. Non ho voglia di cucinare per l'amico addolorato per la sua Federica, però l'ho ascoltato, l'ho afferrato tra la canzone dei Radiohead e il tramonto fuori, poi toccherà a me scendere a patti con il sottosuolo, magari regalando a qualche ologramma di Caronte un po' di bella musica, Nick Cave, Mark Eitzel, Mike Johnson, Mark Lanegan.
È la musica a non spodestarmi dal mio trono di onde fermate alle porte del buio, è la musica a fermare le sabbie mobili quando sono stanco.

©Luca De Pasquale 2018






18/06/18

Due euro e ottantasei

«Per i critici fighetti gli operai e gli scozzesi sono sempre uguali, probabilmente non hanno gli strumenti culturali per cogliere le differenze, quindi vaffanculo a tutti».
Irvine Welsh

Scopro, e lo scopro perché mi sono “cercato”, che su Amazon il mio primo libro, datato 2004, è finito nel settore outlet al costo simbolico e suggestivo di 2,86.
Quando mi accorgo del prezzo, il sorriso mi sorge spontaneo. Dopo quattordici anni, dovrei stupirmi della presenza di quella copia isolata, che costa praticamente la metà di un pacchetto di sigarette.
Che cosa si può acquistare oggi con due euro e ottantasei?
Quasi nulla. Soprattutto, quasi nulla di utile, a meno che non si tratti di roba alimentare.
Credo che esaurita quella copia solitaria, “Tu non sai chi è Frank Ressel” possa essere dichiarato ufficialmente defunto. Per un libro di quel tipo, era impossibile pensare ad una cerimonia funebre intrisa di pomposità.

Rivedendo la colorata copertina del libro, non posso non ripensare a quando fu pubblicato, al momento che vivevo, alla contenuta e cinica euforia che mi prese e all'uso assolutamente poco furbo che feci di quell'esordio. Mentre in genere gli scrittori (e soprattutto i non scrittori) non fanno altro che autocitarsi in continuazione, io minimizzavo tutto, compresa quella che doveva essere una gioia. Ci tenevo moltissimo a chiarire che ero un venditore di dischi prima che uno scrittore, e questa grottesca puntualizzazione arrivava ogni qualvolta qualcuno si smarriva nella prevedibile battuta “quando diventerai famoso ricordati di me...!”
In genere io delle persone mi ricordo solo per amore o per vendetta, le tinte intermedie non sono di mia pertinenza. Però dovevo avere le idee ben chiare, se è vero che rispondevo sempre tagliente “Stai vaneggiando, io non diventerò mai famoso”.
Questo atteggiamento fruttò anche delle sconclusionate asserzioni circa delle mie presunte pose da antieroe. Antieroe de che? Troppo faticoso anche quello, e poi in contrapposizione a cosa?
Sono profondamente disilluso circa queste annunciazioni di diversità che si leggono sempre più spesso ovunque:
Io sono diverso dagli altri”
Io scrivo con vera e autentica passione”
La scrittura è mia madre, anzi no... una sorella... una fata... ma anche un'amante... nei giorni bui è una puttana, ma comunque è la mia stella”
Io quando scrivo mi preoccupo della merda che respiriamo e del popolo”
Sono uno scrittore che crede nell'eguaglianza, nella libertà e non sono capitalista... ma per quanto riguarda me stesso, credo al libero mercato”
E via dicendo.

Per un attimo, ho anche pensato di comprarla io, questa copia a € 2,86. Così, per ricordo, anche perché ne posseggo una sola. Solo che poi non saprei cosa farmene. Regalarla a qualcuno? Non se ne parla. Infilarla sotto un tavolo traballante? No, lascio questo sport a chi pubblica a pagamento e viene invaso dai suoi inutili libri. La compro per motivi meramente affettivi? Sono affezionato a quel libro quanto potrei esserlo a una vecchia polo di mio padre, che in ogni caso non indosserei mai. Il passato è passato, è il regno dei fantasmi, non c'è speranza di redenzione alcuna per chi sbrodola.

Sono altresì convinto che per il sottoscritto non ci sia alcuna chance di redenzione. Redenzione da cosa e per chi? Questa sembra quella storia borghese e vergognosamente banale del riscatto. Non mi interessa la redenzione, il riscatto non parliamone neppure. Sta crescendo in me una visione particolare -e per questo peculiare- dell'Inferno in terra. Forse sto perdendo in dolcezza. Lo vedo, lo sento. Era inevitabile. Di sicuro ho perso molto in termini di ingenuità cooperativa e la mia visione della società è tetra, cupa, senza salvezza. Quello che mi rende indigesto, me ne accorgo dai rapporti umani che gestisco come un mago monco, è che penso sia visibile che le mie battaglie le conduco da una prospettiva abissale e non fintamente democratica e associativa. Per semplificare, il mio essere tanto a sinistra è una contraddizione in termini, per le mie abitudini solitarie e per l'insofferenza che mi anima violentemente verso tutto quello che dovrebbe farmi sentire a casa, idee sociali incluse.

Quattordici anni dopo, non sono un cazzo di orsacchiotto che prende e distribuisce carezze in giro. Mangio spleen, non urlo slogan ad effetto. Mi apro con un signore simpatico che viene a ripararmi una tapparella (e si taglia pure), ma non ho amicizie nel mondo degli scrittori.
Nonostante tutto, non vedo la mia diversità in alcun modo. Forse perché non ho mai sentito di appartenere a quel mondo, verso cui sono stato diffidente, polemico, scentrato, critico e anche idrorepellente. Questo blog è una voce dal sottosuolo, non sono mai a riuscito a studiare la prassi lubrificata per farlo viaggiare “a bestia”, come disse uno stronzo che lavorava da Fnac, con un ridicolo ruolo di responsabilità che non gli riconobbi mai.

Pubblico all'ora che mi gira. Non so e non voglio sapere quale sia l'orario di maggiore affluenza.
I titoli alle note nascono dall'istinto.
Le citazioni musicali non strizzano l'occhiolino pulito a nessuno.
Se qualcuno si esalta, parto dal presupposto che si è identificato in qualcosa, ma che alla prima nota stonata potrà ribaltare la palafitta. Nessun calcolo.
Non voglio pubblicità su questo blog. Accetterei solo quella delle Camel Lights, della Olivetti e del Cointreau, anche se non bevo più un goccio di niente da decenni.
Ci ho messo dodici anni a pubblicare il secondo libro. Non so se ne passeranno altri dodici, a quel punto ne avrò cinquantasei. Può essere che per l'epoca mi sarò ringalluzzito, come accade spesso quando l'andropausa domina la scena.

Esiste una profonda differenza tra la scrittura come urgenza e come scopo. Se diventa (o anche nasce) scopo, significa che bisogna pianificare, investire energie ed illusioni in attività collaterali, e che al centro di suddette operazioni imperi l'idea di rendersi accettabili, commestibili, minimamente commerciali. Ebbene, per me tutto questo non ha niente a che vedere con l'idea che ho della scrittura, che è un avamposto nel deserto e non certo un'oasi.
Può darsi che per individui come me scrivere significhi anche evitare omicidio e suicidio, tradimento e violenza: non tanto un fattore catartico quanto una diga situata al centro di un inverno mai passato. In ogni caso, Dio è assente e l'idea di unità è solo una malinconica utopia per gente che si incontra al Galaxy Bar con vecchi amori appesi allo stomaco come portafortuna.

Non so se qualcuno acquisterà mai la copia di Ressel che Amazon ha naturalmente sfanculato nell'outlet. Ho deciso di non comprarla. Preferisco risparmiare per acquistare la biografia di Mark E. Smith dei Fall o quella dei Suicide. Non mi sono mai eccitato a rileggermi, neanche sui social. Quando capita che mi rileggo, non mi sento fiero e nemmeno potente, piuttosto mi considero uno degli ultimi esponenti del punk da sussidio di disoccupazione e un condottiero sotterraneo che ama giocare con i margini della notte e i primi battiti di un'alba che è e sarà sempre necessariamente dimenticare.


©Luca De Pasquale 2018

16/06/18

I dischi esistenziali


Ricordo bene l'estate del 1997 per l'uscita del disco dei New Wet Kojak “Nasty International”, che mutò di parecchio l'equilibrio di quel periodo, ovviamente un equilibrio precario e febbrile.
Conoscevo molto bene le capacità del cantante Scott McCloud e del bassista Johnny Temple, che avevano militato negli amati, sulfurei Girls Against Boys.
Quel disco dei NWK, il loro secondo dopo il debutto omonimo del 1995, ebbe la capacità di stregarmi.
Atmosfere ovattate e malate, innervate da un mood sognante e definitivo, angoscia gassosa e perversa, la voce salmodiante di Scott McCloud, sempre a proprio agio nei panni del coordinatore di tenebre insondabili. Il basso angoloso, sfuggente di Temple. La mia voglia di oltrepassare qualsiasi limite per uscire dal cono d'ombra delle aspettative altrui, di una vita regolare e incastonata, prevedibile persino nelle tempeste: c'erano tutti i presupposti perché “Nasty International” diventasse la mia bandiera.
E così fu.
L'album, notturno, sinuoso, dannato, mi teneva compagnia da una certa ora della notte e mi aiutava a comprendere dove cazzo stavo andando.
Race to nowhere”, avevano cantato Ric Ocasek e il grande Alan Vega qualche anno prima. Di quello si trattava. Decadenza anticipata, giocata in punta di boutade, ma pur sempre decadenza.

La voce di McCloud sembrava provenire proprio dai fiumi scuri della mia anima, da quelle zone solitarie che iniziavano a diventare progetto di panorama esistenziale e non più sfondo allegorico.
Dovevo molto a quel disco, in termini di movimenti, di ideali scaldati prima che svanissero, dovevo molto a “Nasty International” anche in termini di compagnia notturna.

In questi giorni ritrovo il cd tra le cose che devo conservare come parte del piccolo ma insostituibile bagaglio dell'ennesimo addio.
Lo sistemo sulla pila dei cd che definisco esistenzialisti, quelli cioè che per me hanno una valenza interiore, di stile di vita, trama sonora di un disegno ribelle, altre strade, altre galassie, molti addii e vaffanculo alle lettere d'amore e alle stupide domande sul futuro.

Tra i cd esistenzialisti ci sono Morphine, Oceansize, Killing Joke, Swans, Scott Walker, O'Rang, Girls Against Boys, The Cure, Nick Cave&The Bad Seeds, Rubicon, Long Fin Killie, June Of 44, Don Caballero, Mark Lanegan, Mike Johnson, Overhead, Suicide, Robin Guthrie e Harold Budd, Tuatara, Stan Ridgway, Bill Evans e molti altri.
Musica con cui ho costruito regni di polvere, scene d'amore, sacche di scrittura resiliente, utopie e vagheggiamenti di creature, musica che mi è servita per scardinare la storia, gli ammonimenti alla quiete, soprattutto le bugie e i bluff, un'accoppiata che non ho mai sopportato.

Adesso ritrovo questi dischi a 46 anni suonati e quasi consumati. Dico la verità, me ne frego di lasciarli a un figlio. Non devo costruire nessuno a mia immagine e somiglianza, non ho la pretesa di continuarmi, non sono così disperato da dover trasferire i miei sogni infranti su una creatura più giovane e che magari la vita la giocherebbe in casa e non in trasferta come me.

Un giorno, che desidero momentaneamente immaginare lontano, questi dischi finiranno in qualche mercato delle pulci, con buona parte delle mie emozioni brucianti prigioniere nel booklet, minuscoli fantasmi fluorescenti incapaci di spaventare il progresso ma perfettamente in grado di cristallizzare un sortilegio una volta per tutte: quello dell'amore che, impaurito da violenza e coraggio, finisce per diventare stilizzata smorfia disincantata.
Ogni mia azione veemente, liberatoria, cupa e tagliente, è nata infatti sotto i cieli imperfetti dell'amore da distribuire. Questa è la dannazione degli uomini, sparare l'amore nelle tenebre più assolute per fretta di conseguire lo status di creature realmente vive.

A chi mi rompe le scatole con tutte quelle puttanate sulla solitudine e la socialità, sulla necessità di fare squadra con sconosciuti e prezzolati, rispondo che è sempre preferibile ritrovare l'origine degli errori, lo scandalo osceno della dissipazione emotiva, piuttosto che inseguire la calda saliva di chi potrebbe tenerci compagnia con nuove menzogne articolate.
Io solo ora ho capito quanto maledetto amore ho portato sotto le scarpe, come la merda, e quanto ne ho sparato al buio, sotto le insegne di una necessaria e seducente comunicazione suicida di sé, sotto le insegne sportive e penitenti del sesso, nell'acquosa ambientazione di viaggi, vacanze e serate trasgressive per impiegati.

Mi tengo i miei dischi esistenziali, so quanto contengono, so quanto invecchiano, li ritrovo ancora caldi quando ho freddo per la consapevolezza della mia età e di certi sogni rimossi come poster dai muri della stanza di un ragazzo troppo agitato per essere regolare.
Stasera ascolto i New Wet Kojak, Scott McCloud canta dagli sgabuzzini della mia anima, ancora una volta riempiti di scatole e nastro adesivo.

©Luca De Pasquale 2018



15/06/18

Leccare su facebook come nella vita


Sai Luca, io uso facebook solo per lavoro”
Io lo uso solo per mantenere contatti, ma non per lavoro”
Chi fa queste dichiarazioni si smentisce in continuazione, non rendendosi conto del ridicolo involontario cui va incontro.
Non mi costa nulla ammettere che soffro facebook, come probabilmente soffro una consistente quantità di esseri umani.
Ormai ne faccio un uso quasi monotematico, musica, basso, pochissima letteratura, una spruzzata di arte contemporanea. Basta.
Non tollero in alcun modo l'utilizzo ideologico (ma è un complimento immeritato) e politico dello strumento, anche perché parto del presupposto -piuttosto crudo, lo ammetto- che delle idee politiche degli italiani me ne strafotto altamente.

Quello che vedo, nauseandomi e disgustandomi un giorno sì e l'altro pure, è tutta una serie di miserie contraddittorie, ego smisurati e vaniloquenti, la patetica, mestissima ricerca di persone che la pensino come noi, che condividano le nostre passioni e manie, anche solo all'apparenza. Questa continua e ingenua -ingiustificabilmente ingenua- ricerca di compagni di strada è qualcosa di così desolante che finisco addirittura per soffrirne.
Ci si annusa il culo della vita pur di allargare il proprio giro, in modo presuntamente utile e soddisfacente.

Ho cancellato degli scrittori che si facevano complimenti a vicenda sulle rispettive bacheche: erano dei veri e propri pompini in pubblico, per giunta senza la liberatoria conclusione. Vellicazioni al calor bianco in contesto allargato, solo questo.
Non c'è posto per chionzi sulla mia bacheca. Né per annusate di posteriore travestite da stima. Non c'è posto per ogni cosa che abbia un calcolo ultimo, la visibilità, il vergognoso scambio di favori. Non lo pratico in vita, non lo pratico sui social.

Non c'è posto per gente che pretende di spiegare come funziona la società, per chi votare, non c'è posto per chi irride, per chi crede che lo sfottò delle minoranze sia divertente, non c'è posto per chi presume di essere ironico e umoristico con freddure di gusto infame. Non c'è posto per chi delira su vaccini, sulla Germania, sugli errori del Papa o di Mattarella, non c'è posto per chi vorrebbe urlarmi in faccia che mangiare della bresaola significa uccidere, non c'è posto per persone scortesi e altezzose, convinte di regalare una degna presenza al resto dell'umanità e invece pacchiani involucri di presunzione in parossistica e perpetua agitazione.

L'aggravante, come accennavo a proposito della mia categoria, consiste nel tentativo di leccare l'utile, senza darlo troppo a vedere.
Leccare per vivere, per guadagnare, per farsi spazio, per darsi un contegno, per dimenticare le indicibili sconfitte della vita privata, il fallimento come compagni, come genitori, come figli, come cittadini, come lavoratori.
Che si faccia tanto rumore, pur di non ammettere un clamoroso e scandaloso fallimento.

È la vita, bimbo”, sembrano volerti dire quelli che maneggiano la merda nell'assurdo sogno di non venirne lordati in alcun modo.
Potrei scrivere una nota di ore, se citassi tutti gli esempi reali che mi hanno convinto di questo assunto.
Uno scrittore con i capelli ricci misti ad alopecia mi disse una volta: “Miriano Sappo è un pessimo scrittore, gli puzza il fiato e non gli si alza l'uccello. È un cornuto, non sa scrivere, anni fa finì nel mirino degli usurai, ha una casa arredata con gusto di merda e la figlia è una troia”
Risultato di questa serie di contumelie: due giorni dopo i due civettavano penosamente sulla bacheca del coprolalico attaccante. Ecco la coerenza.
Ecco di cosa argomento.
Non è un argomento interessante, dite? Perché mi scandalizzo ancora, mi chiedete?
Ma chi si scandalizza? Qui c'è un colossale fraintendimento.
Non è che mi scandalizzo: è che mi rompo i coglioni. Tutt'altra cosa, ne converrete.

Non cerco un editore su facebook. Non cerco lavoro su facebook. Non cerco nemmeno persone con le mie stesse idee sociali, ne avrò conosciute due in tutta la vita e sono pure morte. Non cerco tifosi della Fiorentina come me. Non sono bravo a scrivere complimenti e ancor meno a riceverli. La blandizie mi fa agitare, se uno mi dice che scrivo bene che devo fare, gli devo regalare una penna a sfera o devo andare a una sua cazzo di presentazione?
Sono io stesso stranamente contraddittorio su questo, perché mi irrito e raramente passo al piano due, cioè eliminare, cassare, rimuovere. Perché credo sia un gesto antipatico che significa sostanzialmente “tu per me non esisti, fottiti altrove”.
Eppure, quando mi tagliano gli altri (dipende da chi), quasi provo un senso di sollievo, perché vengo sollevato da un noioso incarico intriso di scortesia e strafottenza.

Siamo prigionieri di questa comunicazione continua, quest'orgia scostumata di concetti interrotti, anatemi, slinguazzate tra chiappe e palato, farneticazioni antropologiche e sociologiche, appelli imbevuti di demagogia che frantumano scroti a chiunque, languide dissertazioni sul proprio stato sentimentale, emotivo e anche intestinale, richieste inesauste di infilare il gradimento a roba che non si sa nemmeno cos'è, che non si è esperita, conosciuta sul campo.
L'umiltà è definitivamente andata, finita nel buco del culo della nuova era, dove tutti sanno cosa succede e pretendono di spiegarlo ai quattro venti. La misura della propria abissale ignoranza è scomparsa nei meandri puzzolenti e squadristi delle necessità personali. La paura di quel che non si conosce deve essere sempre aggredita, per coprire la puzza di merda del terrore ingestibile. Vince la volgarità esistenziale e sempliciotta di chi trova quelli come me volgari e adusi al turpiloquio.
Ma voi cosa fate?
Voi vendete e comprate, piacete e vi fate piacere, urlate e strepitate, incerti se volere la mamma o una zoccola, un fratello o un compagno di giochi, per voi Dio è la salvezza della vostra vita da custodire e la protezione cieca dei confini del vostro pensiero.
Di fronte a questi oltraggi all'intelligenza, io sputo veleno e poi me ne torno a fare in culo.
Con cordialità e inossidabile, indecente eleganza al contrario.

©Luca De Pasquale 2018

13/06/18

In culo i modelli positivi (Tracy Pew Blues)


Qualche anno fa un cretino mi chiese se mi piacesse come scrittore Giorgio Faletti, pace all'anima sua.
Risposi, forse con eccessiva energia, di no.
Nel tempo, queste maledette domande imbarazzanti e di completa inutilità si sono succedute con una puntualità disarmante e drammatica.
Faletti è stato di volta in volta sostituito con Baricco, Paolo Giordano, Fabio Volo e con tutta una serie di scrittori napoletani attuali di cui non me n'è mai fregato un cazzo. A partire dal fatto che provenissero dalla mia stessa città, elemento che non fa acquisire alcun surplus di valore ai libri.

Non ho molta simpatia per il patriottismo, è risaputo, ma il campanilismo è molto peggio. Secondo tale norma, dovrei preferire musica e letteratura prodotta a Napoli piuttosto che (avversativo, avversativo!) in altri luoghi. Follia pura.

Del resto, la percezione comune qual è? Che se non scrivi per ottenere successo e visibilità che scrivi a fare? Allora è chiaro che devi guardare a quei modelli, che sono riusciti a fare breccia nel cuore e negli occhi della gente a modo. Non esiste che tu possa guardare altrove, a linguaggi proprio avulsi da quello che piace e si vende.
Non sono mai stato tanto coglione e grottesco da credere che avrei campato di scrittura. Presto i miei servigi in qualità di invisibile, senza avere dietro case editrici, pigmalioni in carne ed ego, non ho un nome altisonante che mi possa permettere di essere pagato il giusto. Devo guardarmi dagli studenti universitari e dagli improvvisati, che con le loro tariffe al ribasso possono finire a farmi il culo in un amen.

I modelli vincenti sono il male della società. Confondono le idee e appiattiscono ulteriormente i gusti già dozzinali e pilotati che spuntano fuori come un virus dalla bocca della gente di bocca buona. La mia è una posizione snobistica ed elitaria? Non credo proprio. Oggi la ricerca intellettuale viene presa per elitarismo sterile, secondo il meccanismo nauseabondo della pagliuzza nell'occhio altrui più visibile della trave nel proprio.

Una volta, uno di questi modelli vincenti mi disse “cerca di ripulire il tuo linguaggio, in narrativa il turpiloquio non va bene”. Ah no? Bisogna dunque evitare il turpiloquio ma non fa nulla se si fa pornografia didascalica delle idee, se ci si pasce nel brago dei luoghi comuni, se si vuole dare in pasto al lettore emotivo e perbenista una descrizione sessuale non cruda?
E lui la penetrò dolcemente, fuori c'erano le stelle e il silenzio parlava”.
Dovrei cercare di scrivere questa merda, no?
Non posso scrivere, invece, una cosa come “Ciro aveva il cazzo duro ma non sapeva proprio come chiedere a Gina di fare presto in bagno, altrimenti se ne sarebbe venuto da solo”
Questo fa schifo, ho capito bene? Agli scrittori perbenisti e capaci di riscuotere successi trasversali non piace il linguaggio osceno, però i bocchini sì. Questo è il teorema. E allora io non ci sto, mi spiace.

Se guadagni poco, perché scrivi?”
Cosa rispondere, in questi casi? Puoi mai decidere di dare una risposta composita, esistenziale, vibrante e sincera nella sua crudezza? Non puoi.
Puoi mai, al contempo, incassare questa frase infame simulando gratitudine per quest'osservazione così bolsa e mal posta?
Nemmeno.
E allora devi stare zitto, grattarti la testa, il mento, ricercare i testicoli e operare un rituale propiziatorio perché il tuo interlocutore scompaia nei fiordi più depravati dell'Inferno.

Le mie influenze artistiche sono sempre in movimento, con degli ovvi punti fermi, eterni totem. Ultimamente, la mia scrittura è connessa, e molto, ai Godflesh, a Mark Lanegan, ai Birthday Party di Nick Cave, formazione in cui spiccava, autodistruttivo e selvaggio, uno dei miei miti, il bassista Tracy Pew, morto a ventotto anni per le ferite riportate a causa di una crisi epilettica.
Anche Jean Genet è un'influenza importante, perché la sua narrativa provocatoria di stampo smaccatamente omosessuale era un arrembaggio al perbenismo dell'epoca, valeva oro.
E ancora, il Black Panther Party, la Confederación Nacional del Trabajo, la disprezzata hard left inglese, gli angry young men, anche i Public Enemy di Chuck D.
Non è vero che non leggo proprio gialli. Sto leggendo e amando lo scozzese William McIlvanney. I suoi gialli sono avvincenti e non mi fanno scendere il latte cagliato ai piedi. Nei suoi libri non c'è posto per un campanilismo triviale e rivalutativo, non trovano spazio storie d'amore intessute con tenerezza e una furbizia da illusionista editoriale. McIlvanney non vuole convincere il lettore che la Scozia è il paradiso, non rompe la verga con questa mania così diffusa altrove.

Nel 1997 mi offrirono dei soldi per collaborare ad una rivista porno. Avrei accettato, perché scrivere è un lavoro, a volte molto più umile di quello che il popolo incazzato crede. Saltò tutto all'ultimo, peccato, pensare che avevo già trovato uno pseudonimo, Cardito Castrese Chiavacazzi, CCC.
Meglio la vera pornografia che quella di taglio editoriale, che significa a conti fatti “io scrivo per vendere, ma non ve lo dico perché sono furbo e vi sono anche superiore”.
Occorre che quelli come me ignorino queste sollecitazioni e questo malcostume immondo, e che si nutrano della sub-cultura (im)popolare che germoglia troppo spesso nell'indifferenza. Non possiamo farci infilzare dal costume nazionale di fiutare solo il successo e le sue prevedibili quanto meste conseguenze. Alla larga da mestatori editoriali, trait-d'union sempre sorridenti e gaglioffi quando c'è da organizzare qualche stupita veglia alla creatività che si porta.
Qui si deve fare vera, cruda e intransigente opposizione. Io, scrittore subproletario, dissidente e ammutinato per precisa e ragionata scelta, garbato eversivo non soggetto al cottimo editoriale, cellula malata ed esecrabile di un sistema che sa come riprodursi all'infinito sotto le diverse bandiere dell'appartenenza di pensiero e di classe, mi rifiuto categoricamente di ispirarmi anche solo un'ora a modelli di consumo e di gusto diffuso.

Quanto alla volgarità, la uso e continuerò ad usarla. Come faccio nella vita, come nel pensiero corrente, i miei non sono vaffanculo liberatori come tanto è piaciuto agli italiani, è proprio il contrario. Il mio è linguaggio subproletario, crudo e oppositivo come deve essere. Gli uomini dei miei racconti dicono “cazzo”, non pene; usano “fottere” e non “fare sesso” e via discorrendo.
Non è con la bocca pulita che ci si autoproclama grandi narratori.
Jean Genet, ancora lui, nei suoi libri ci metteva pagine e pagine per spiegare che aveva una gran voglia di infilarsi il grosso e nodoso cazzo di un marinaio in bocca. Per quanto non posso condividere né il desiderio né tanto meno lo scopo finale, la sua scrittura era di una potenza incredibile e suggestiva.

L'opposizione spesso resta tale tutta la vita e non porta particolari benefici economici e miglioramenti nel quotidiano. Pazienza. Non è mia intenzione coltivare pensieri utopici inattuabili, attività tipica di chi non ha gravi problemi da affrontare. Le utopie sociali dei buoni d'animo valgono quanto i pompini che piacciono agli scrittori tronfi, sono diversivi ingenui di gente che si annoia tra le quattro mura del proprio cervello.
Non c'è spazio per le chiacchiere e le discussioni, qui è solo tempo di opporsi e mandare in culo una volta per tanto i modelli che la società (anche quella progressista e sensibile) ci propone.
È una causa persa e senza speranza. La amo ancora di più.

©Luca De Pasquale 2018

12/06/18

La finestra di mio padre


Ogni tanto bisogna pur rallentare.
La rabbia c'è, è corposa, tagliente, è imbrattata di punk rock, è lì nei depositi del cervello e del corpo ad urlare e dimenarsi, ma oggi rallento.
Per strada mi accorgo che la testa è un mulinello di emozioni e reazioni indotte, e a me questo tipo di condizionamenti fanno più schifo dei nemici giurati.

Politica, calcio, mare, costumi esistenziali e sociali, libri da dare in pasto a chi ha paura, dischi sopravvalutati, presunzione, creme da sole, corpi scolpiti in palestra, tutte quelle stronzate emotive sull'amore dietro l'angolo o nascosto sotto pietre pesantissime, foto di vivi e di morti, case abbandonate o da abbandonare, rivendicazioni affogate nella schiuma dell'inutile.
Capita che tornando a caso passi sotto quella che era la finestra di mio padre.
Da quella finestra mio padre mi salutava quando andavo al lavoro nel negozio di dischi, stesso da lì si affacciava quando si avvicinava l'orario del mio ritorno.
Capita che fisso quella finestra incredulo e anche stanco. Domani saranno dodici anni che ho perso mio padre. Eppure, mi sembra ieri che lo vedevo fumare alla finestra, con quel sorriso fragile e quel modo di muovere la testa che me lo faceva apparire come un bambino destinato a soccombere.
Per strada, mentre lo salutavo con la mano, fumavo anche io, con tutt'altro piglio: estenuato, seccato, fermamente intenzionato a non dare che a pochissimi le chiavi per comunicare con me.

Stanotte ho sognato di cadere dal balcone durante un'inveridica inondazione di casa; l'acqua mi spingeva giù. Con me c'era mio padre, che mi chiedeva quali libri e quali dischi volevo salvare dal disastro. Io gli rispondevo “inutile, tanto moriremo tutti”. Allegria.
Poi ho sognato di pungermi con delle spine. Era venuto un camion a casa a raccogliere milioni di spine dalle camere, dal bagno, dalla mia scrivania. Io riuscivo a pungermi con le pochissime rimaste sul tavolo della cucina. Mia madre mi chiedeva come avessi fatto, io le sorridevo osservando con indifferenza il sangue tra le mani.
Alle cinque del mattino, nonostante in camera ci fosse un caldo bestiale e non si respirasse, mi è venuta una crisi di freddo incredibile e prolungata. Mi sono rannicchiato, aspettando che finisse. Egoisticamente, per qualche minuto ho pensato di svegliare la mia compagna accanto a me, ma a cosa sarebbe servito? Mi sarei solo lamentato, come un vecchio, come un bambino precipitato nel ghiaccio.

Di rabbia ne ho. La rabbia domina molte mie cose, persino delle buone caratteristiche e propensioni. Ogni tanto, però, devo frenare. La notte scorsa ho avvertito chiaramente che il mio cuore travasava acqua nera fuori dal letto, nei miei movimenti, spostandomi su un letto di spine e di brividi che ho pensato di non poter affrontare a lungo. Oggi ho passato la giornata come istupidito, ho fatto delle cose meccanicamente, senza molte emozioni. Per strada non ho parlato con nessuno. Dopo aver osservato la finestra di mio padre, ho scelto di parlare il meno possibile anche a casa.
Non ho voglia di perdermi in conversazioni. Ho il silenzio in bocca e il petto prende fuoco quando mi scaldo per roba che non dovrebbe interessarmi.
Ho altre priorità, prima di tutto interiori, rispetto al letame che vedo propagarsi nelle comunicazioni tra esseri indispettiti, arroganti, supponenti e frustrati in modo indecente.
Lo dico con convinzione, non ho nessuna intenzione di accorciare le distanze con espedienti comunicativi e narrativi. Mi sta bene l'alta marea e il faro deserto in cui ho rinchiuso i miei peggiori istinti ed i sogni più pericolosi ed irrazionali.
Domani sarà un giorno della memoria, ma non è detto che avrò un contegno serioso e compunto. Può darsi che in memoria di mio padre rivedrò qualche vecchio incontro di boxe o un film di Zurlini o Dino Risi.
Può darsi che spolvererò, scriverò, continuerò ad eliminare roba da dentro e da fuori, senza sciocca commozione.
Non so che sogni mi aspetteranno stanotte. Non posso prevederlo.
La rabbia non è scomparsa, per niente. Se ne sta lì, come una bestia ferita, sempre pronta ad agguati improvvisi. Però lo vedo che non ha voglia di venire fuori e che mi lascerà terreno dove declinarmi come uomo silenzioso.

Non voglio più vedere quella cazzo di finestra. Non voglio più stare in questa casa di fantasmi. Non sono così disorientato come lo era mio padre, ed è per questo che posso anche mangiare silenzio, senza chiedere spiegazioni.
Ho ascoltato i Red House Painters e Mark Lanegan.
Nocturne” di Mark Lanegan è il mio stato d'animo di questa settimana e chissà, forse di tutta una vita passata a depistare la rabbia e anche l'amore.

Non ho paura delle spine, mai avuta. Ho paura di quello che fiorisce, troppa luce per i miei occhi, affacciarsi sulla pace aumenta l'altezza dell'abisso subito dopo, come ho imparato a fare di notte da bambino, addormentarmi sereno per consentire ai fantasmi di trovarmi prima e ovviamente impreparato.

Domani saluterò mio padre in assenza con un cenno del capo. Io sono un brivido blu che non cerca specchi, compagnie e comitive, adoro la musica che mi espone ai dubbi, adoro il silenzio quando non è confezionato per ripicca.

©Luca De Pasquale 2018

11/06/18

La droga del '93


Non è il diventar puttana mestiere da sciocche.
Pietro Aretino

Nell'estate di venticinque anni fa impazzivo per un brano dei Brad, “20th Century”, che poi non ha mai smesso di accompagnarmi, fino ad oggi.
Il groove concentrico e tagliente del basso di Jeremy Toback e la voce incredibile di Shawn Smith coloravano delle giornate caotiche, spesso dissennate, improntate a un randagismo impulsivo totale.
Pessimo studente, perennemente in fuga da casa, non interessato in alcun modo a costruire un futuro canonico sotto l'egida della trimurti lavoro/moglie/figli, mi muovevo nervosamente, come nervoso era il pezzo dei Brad, in una Napoli incerta, in cui tutte le persone 'regolari' mi apparivano intollerabili e tutte le donne sembravano potenzialmente nate per essere amate senza alcuna regola di conservazione.

Mi sono sempre chiesto come mai all'epoca non sentivo il desiderio di drogarmi. La risposta è semplice: speravo in tante cose. Tantissime. Per quanto non volessi ammetterlo.
Respiravo una profonda, profondissima attrazione per tutto quanto mi risuonasse dentro decadente, contraddittorio, sporco, incerto, traballante. Mi abboffavo di roba musicale impegnativa, da Alan Vega ai Green Magnet School, dai Minutemen e fIREHOSE di Mike Watt ai Nomeansno, passando per Weather Report, Primus e Sergio Caputo.
Il mio cuore era grunge, al di là delle preferenze musicali; il verbo che mi interessava di più era come rendere stile di vita e di conquiste (di ogni tipo) la disperazione inguaribile di vivere.
Però Napoli non era Seattle. E così mi imbattevo nel mio ambiente, nella mia piscina sociale blandamente progressista, tutta accorta a mantenere privilegi che io nemmeno conoscevo empiricamente. Le ragazze non erano molto disposte ad essere amate con disperazione, preferivano legittimamente scopare con allegria.
La verità è che ero uno sbandato. Presentabile, ma non per questo meno sbandato. Avevo la data di scadenza sotto i piedi o tra le chiappe, cosa che mi avrebbe permesso di non leggerla mai. Ma ce l'avevo. Ero convinto che sarei crepato, di lì a qualche anno. Probabilmente lo desideravo.

Una ragazza che mi piaceva non poco, Naomi, mi aveva fatto un colloquio preventivo, prima di decidere se uscire con me o no. Voleva capire come la pensavo su certe cose. La delusi moltissimo. Si disgustò quando capì che tra i miei ideali non erano presenti concetti abusati come la sicurezza, la solidità, la buona impresa di se stessi, fare figli e crescerli con quel cipiglio fattivo che di quei tempi mi faceva orrore più della morte.
Ero convinto che avrei comunque fatto sesso con Noemi, che l'avrei fatta godere per poi perderla velocemente, come le mie stelle con i denti cariati mi recitavano ogni mattina.
Invece no, tra me e Noemi non accadde nulla: avevo esagerato con il mio nichilismo precoce. Pienamente comprensibile. Qualche sera dopo ci provai con la sorella di un amico/comparsa. Non mi piaceva come Noemi, ma aveva addosso un'aura di curiosità carnale che mi eccitava. Le chiesi, con un fare disinvolto ed impudico, se le andava di fare sesso in bagno a casa sua, con i genitori nell'altra stanza, mezzi vestiti. Non mi andava di aspettare. Mi disse che ero pazzo e mi concesse solo un bacio con la lingua. Mi bastò per vivere i giorni successivi in uno stato di alterazione permanente, nevrotico, iper-eccitato, distruttivo, volatile. “20th Century” era il brano che colorava quei giorni.

Il 1993 fu anche il mio primo anno di università. Avevo già ventun anni e non avevo voglia di fare un cazzo di costruttivo. Al liceo avevo perso tre anni, anche per motivi strettamente disciplinari. Ancora oggi mi intenerisco, quando penso a quante volte mia madre si è sentita dire “suo figlio è un teppista e un potenziale sociopatico”. Mia madre fronteggiava questi sterili assalti, spiegando che bastava capire come prendermi. Le dicevo che perdeva tempo inutilmente, che la scuola era un'istituzione fascista e retriva.
Le mie idee erano assurde e portate oltre, ma una punta di verità c'era: i professori sembravano davvero incapaci di avere a che fare con casi difficili come potevo essere io. Si limitavano alle reprimende e all'olio di ricino spirituale, attività per me smaccatamente fasciste e dunque da rispedire al mittente con energia. Dell'ordine di un certo tipo ho sempre avuto orrore, in più i programmi scolastici erano il trionfo del conformismo e della noia.

Da stamattina ascolto il disco dei Brad, “Shame”, che conteneva quel magnifico pezzo-manifesto dei miei ventun anni. Quello che ero mi appare oggi in parte sbagliato ed inaccettabile, ma ero vivo, cazzo. Vivo. Sporco quanto si vuole, ma vivo. Sopravvalutavo tutto: la mia intelligenza, il mio cazzo, l'intelligenza altrui, il fascino negativo che sognavo di costruire, sopravvalutavo la capacità della mia famiglia di comprendere la continua tentazione di farmi fuori da ogni consesso civile, sopravvalutavo i gruppi anarchici del tempo, ai quali volevo unirmi per rovesciare lo stato o quel che reputavo tale.

Il mio cuore era grunge. Fino in fondo. Cuore disperato, tenero e ruvido in una foga crescente che confondeva chiunque incontrassi. Mi sopravvalutavo. Forse pensavo, in fondo, di vivere in una Seattle italiana pronta a custodire i cuori stracciati dei suoi figli ingordi e selvaggi.
Godere molto mi sembrava una buona strada per morire velocemente, bruciandomi. Desideravo affrancarmi dal mio vissuto familiare, volevo cambiare nome, connotati, ora mi è ancora più chiaro. L'amore significava parruccare la morte, non spingere come un fesso sudato tra le gambe di una bella donna accogliente e calda.
I miei coetanei, anche se ufficialmente non ci pensavano, mettevano in conto di fare figli e io li deridevo; lo consideravo un modo per non sentire il puzzo della morte, della solitudine, dell'incoerenza, per non morire soli e abbandonati in un bivani, cacandosi addosso e pregando inutilmente Dio.
Non ho mai creduto a questa storia del martirio in vita per riscattarsi nel dopo. Purtroppo non ci ho mai creduto.
Così come non credo all'amore eterno, al lieto fine su Rai Uno, ai nuovi governi, non credo nelle frontiere, nei giardini sorvegliati, non credo al sesso pulito e dolce, non credo alla gentilezza dei commercianti e alle salviette umidificate per nettare l'anima come se fosse il sederino di un bambino.

L'età, le botte prese, le disillusioni al sapore di fiele e caramelle consolatorie, l'improvvida banalità degli astanti, lo scarsissimo appeal del mondo editoriale e di chi ci nuota dentro con la carnagione bronzea e il cazzo rattrappito, la banalità di amori che sembravano stelle e invece sono finiti a masturbarsi contro una porta chiusa per rabbia, tutta questa roba mi ha rinforzato e stancato al tempo stesso.
Ora mi sarebbe più facile dire e pensare che morirò presto e magari in solitudine, ma non è un pensiero che coltivo. Non mi sono spezzato. Mi avranno anche penetrato di sorpresa, ma io non ho goduto, anzi.
La mia vendetta più intelligente è non cambiare idea e atteggiamento, come mi è stato ripetutamente chiesto dai lenoni del bel vivere.
Scrivo lenone perché non ho cambiato idea nemmeno su un concetto che faceva innervosire tanto i miei interlocutori: siamo tutti, chi più chi meno, delle puttane. Tutti ci vendiamo, se non è per un piatto di minestra sarà per quel cazzo di lusso. Conosco uomini intelligenti che pur di pubblicare qualche libro si sono fatti spadellare il culo e invadere il cervello di cazzate sul marketing sostenibile. Ho conosciuto gente che per paura della morte ha iniziato a credere in divinità più sfuggenti di ombre cinesi. Alcuni vecchi compagni ribelli e anche i migliori delle cellule anarchiche si sono reinventati populisti, dissennati e farneticanti ambulacri umani convinti di essere più visionari di Orwell.
Sono rimasto abbastanza solo nelle mie battaglie, come mi aspettavo. Del resto, non avevo particolare fiducia nelle salivose comparse che si dichiaravano sodali siamesi. Diffido delle parole della gente. Diffido anche delle mie. Diffido del popolo quanto degli intellettuali, che il popolo più ignorante e intestinale attacca senza nemmeno comprendere.
Siamo nella decadenza più assoluta, ma io non ho le forze del 1993. Il pezzo dei Brad c'è ancora, ma non potevo prevedere, proprio no, che sarebbero sopraggiunte mattine in cui, invece di voler morire preferisco resistere.
A questo non ci avevo pensato, da perfetto stronzo randagio quale sono.

©Luca De Pasquale 2018